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 ego... di paola
 
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Nemmeno il calvinismo più rigoroso può cambiare la natura maschile. Gli uomini olandesi saranno anche due release sopra gli italiani, ma non c'è verso di fargli capire che i vestiti sporchi non volano da soli nella cesta della biancheria.

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 16/01/2013 @ 23:23:28, in diario, linkato 1122 volte)
Mi son decisa a scrivere questo articolo dopo aver cancellato l’ennesima hate mail anonima sull’articolo «porco cane» del 2009 che ad oggi conta il più alto numero di views (abbassato manualmente perché ero stufa di far manutenzione giornaliera) e di insulti che io abbia mai ricevuto in vita mia. Voglio vedere se i cultori della mela avvelenata battono i cinofili in quanto a fanatismo.
Il mio rapporto con gli iProducts è da sempre controverso. Ho imparato ad usare il PC sul lavoro, era un IBM con sistema operativo DOS, per abitudine son rimasta con Microsoft e non ho ritenuto opportuno esplorare il mondo Apple fino alla comparsa dell’íPod che – sia ben chiaro – è l’invenzione più geniale del XX secolo dopo internet. La sola idea di poter avere a disposizione tutta la mia nutrita discoteca in un jukebox tascabile è semplicemente pari al miglior trip che abbia mai fatto.
Non sono per natura un’early adopter, per cui ho aspettato fino al 2006 per regalarmi il mio primo iPod, che venero sopra ogni altra cosa e che mi ha fedelmente accompagnato 24/7 fino a che non è stramazzato a causa dello spam di upgrades cui la perversa direzione Apple ha sottoposto tutti i modelli classic per incentivare il rinnovo del parco hardware a favore dei nuovi modelli touch. Con moltissima irritazione ho sborsato l’esosa cifra necessaria a procacciarmi il modello più recente – rigorosamente classic, sia pure di terza generazione - e da allora la mia fiducia in San Steve Jobs si è incrinata.
A questo punto apro una parentesi per pregare i miei lettori di astenersi dal consigliarmi di cambiare marca di lettore musicale, perché dopo aver speso i migliori weekend della mia vita nel riversare 650 e passa CD su iTunes, più un migliaio di podcasts tra cui 60 video, non ho assolutamente intenzione di ricominciare tutto daccapo.
Poi Matteo ha preteso un iPhone per il suo decimo compleanno e per incredibile congiuntura astrale il mio smartphone Nokia E73 ha contemporaneamente tirato le cuoia, poche settimane dopo la decisione della direzione di sostituire il parco Blackberry/Nokia con iPhone o HTC Android. Avendo sperimentato la nefanda qualità HTC nel mio impiego precedente, ho subito l’assegnazione di un iPhone e con questo la dotazione Apple della nostra famiglia è triplicata.
Qui apro un’altra parentesi per precisare che se ho passato gioiosamente migliaia di ore nel riversare e ricatalogare amorevolmente la mia collezione musicale su svariati supporti fonetici, dalle cassette per il mio primo Sony Walkman, ai CD, agli MP3 per approdare agli MP4 di iTunes, il mio rapporto con telefoni cellulari, PC e ogni derivato di entrambi è paragonabile a quello che ho con il telefono di casa, il televisore, il frigorifero e la lavatrice: sono tutti elettrodomestici che devono fare il loro lavoro senza rompere le balle, possibilmente schiacciando un solo bottone on/off. Per questo sono fedele a Nokia dal 2000: i telefoni cellulari Nokia sono i migliori del mondo, o meglio, lo erano fino al momento in cui la direzione della Nokia ha smesso di innovare e si è messa a rincorrere la Apple.
Insomma, di punto in bianco, in un giorno lavorativo random di ottobre, mi son trovata tra le mani il rettangolino nero del desiderio altrui, l’iPhone 4S da 16Gb, con la documentazione usuale della Apple consistente in una scatola bianca, un connettore a pettine, una cuffia auricolare e tanti cari saluti. Non ho avuto un esaurimento nervoso solo perchè l’iPod mi ha allenata alla pazienza zen, ma ho passato la prima settimana della mia nuova vita Apple in costante panico alla ricerca delle funzioni telefoniche più basilari. Vi risparmio i dettagli e ringrazio le mie colleghe più giovani per avermi dato alcune preziose dritte grazie alle quali ora padroneggio l’aggeggio con una confidenza tale da permettermi di espletare le funzioni lavorative che la direzione si aspetta da me, come leggere e rispondere alle mails, consultare i quotidiani e le riviste di settore online nonchè i principali siti dei miei clienti per testarne funzionalità e applicazioni. Però per telefonare uso il mio Nokia 6500c privato. Perchè nonostante il nome, l’iPhone è in realtà un netbook palmare che tra le varie funzioni ha anche il telefono, ma presuppone che l’utente ne faccia un uso puramente saltuario e sporadico. I cultori dei fumetti di Scozzari ricorderanno al proposito l’immortale vignetta del Mar delle Blatte (Frigidaire) in cui la prostituta dichiara “Señor, io faccio tutto con il culo.” e un beneinformato cliente aggiunge. “E’ vero sai? Ci caga perfino.”
Le mie sofferenze lavorative non sono state altro che una palestra propedeutica alle sofferenze che l’acquisto dell’iPhone per mio figlio ha generato. Siccome non sono una fanatica, non ero assolutamente preparata al rituale che il culto della mela avvelenata richiede. Il fatto che dovessi pagare solo per avere diritto a un posto nella lista d’attesa per il modello e colore desiderato dal pargolo mi ha lasciato senza parole. Ottenuto l’oggetto del desiderio dopo quattro settimane di attesa spasmodica nelle quali ho potuto tenere calmo Matteo solo consegnandogli il mio iPhone ogni sera e comperandogli tutte le apps che mi ha chiesto, ho dovuto sottopormi alla trafila dell’installazione della SIM, che ovviamente non è la SIM che usano tutti gli altri telefoni, ma deve essere appositamente acquistata e inserita nel microscopico alloggio con una chiavetta che mi piacerebbe infilare nell’occhio di chi l’ha inventata. Dopo numerosi viaggi al negozio Vodafone e sui manuali di istruzione online sono riuscita a far funzionare il diabolico aggeggio e ho proceduto diligentemente a scaricare tutte le apps precedentemente acquistate per la gioia del pargolo, a cui ho fornito istruzioni ferree al proposito dell’online gaming e cioè che i giochini sul telefonino si fanno solo col WiFi e non col 3G. Come ogni decenne che si rispetti, Matteo ha afferrato subito il concetto e mette diligentemente il suo iPhone in modalità aereo se il WiFi è spento. Anche così, il conto telefonico alla fine del primo giorno di utilizzo è stato di 15 euro! A questo punto mi è salita la carogna, non tanto per i 15 euro quanto per la profonda presa per il culo perpetrata ai danni degli utenti dalla scellerata connivenza tra Apple e gestori telefonici. E non mi si venga a dire che la Apple non c’entra! Per piacere! In dodici anni di Nokia non ho mai avuto problemi di questo genere nemmeno usando il telefono come modem in roaming internazionale! Un produttore di smartphone serio non confeziona applicazioni che si connettono automaticamente alla rete 3G senza mettere tra le funzioni di rete la esplicita approvazione dell’uso 3G e in caso affermativo si premunisce di avvertirti ogni volta che il WiFi non funziona e viene sostituito dal 3G. Vi risparmio di nuovo i penosi dettagli; adesso l’iPhone di Matteo ha il 3G permanentemente disattivato, ma questa operazione viene eseguita esclusivamente dal servizio clienti Vodafone al costo di 45 centesimi al minuto più i costi del servizio. E se adesso qualche beneinformato mi dice che è possibile disattivare il 3G anche dal menù impostazioni dell’iPhone, giuro che vado a dar fuoco all’Apple Store.
Apro l’ultima parentesi per pregare i miei lettori di non esortarmi a commutare l’iPhone con un Samsung o equivalente copycat android. Non solo tutti questi cosiddetti telefoni intelligenti sono perfettamente equivalenti dal punto di vista della difficoltà di utilizzo, ma condividono quell’altra innovazione di cui nessuno sentiva il bisogno, ovvero il maledetto touch screen. Chi ha inventato il touch screen dovrebbe essere obbligato a usarlo per scrivere una tesi di laurea. E nessuno mi venga a dire che l’uso del touch screen è intuitivo. Sarà intuitivo per i bambini del nuovo millennio che infatti non sanno scrivere a mano nemmeno il loro nome, ma per la nostra generazione, coi calli da tastiera IBM qwert sui polpastrelli e col pollice deformato dal tastierino numerico dei telefoni cellulari, il touch screen è una tortura. E non voglio nemmeno iniziare il discorso sul correttore automatico che – a differenza di qualunque onesto T9 - viene impostato sulla lingua predeterminata dall’attivazione (quindi, nel mio caso, olandese) e non prevede alcuna alternativa. Insomma, da quando sono costretta ad interagire con l’iPhone il mio rapporto con la Apple si è definitivamente compromesso.
Il che non mi impedirà di comperare l’iPad che il mio pargolo già esige per il suo prossimo compleanno. Purchè per allora il pargolo funga da interfaccia savant tra me e l’aggeggio in questione e che il mio coinvolgimento nell’affare sia di natura puramente finanziaria. Io per me penso che sostituirò il mio netbook Acer di prima generazione con il nuovo modello Windows 8 e regolare tastiera qwert, possibilmente in bachelite. E continuerò a telefonare col Nokia.
 
Di paola (del 31/12/2012 @ 21:05:25, in diario, linkato 1334 volte)
Il solo fatto che stiate leggendo questo articolo dimostra che la profezia dei Maya è una boiata.
Peccato.
Dopo aver vissuto l’isteria collettiva che ha accompagnato l’annuncio dall’anno scorso per concludersi in crescendo con un tripudio di servizi deliranti su tutti i media, io ci speravo proprio che un meteorite ci centrasse e ponesse fine allo squallore del villaggio globale che abbiamo costruito insieme nell’ultimo tentennio.
In particolare, ascoltando i reportage da Bugarach, minuscolo villaggio sui Pirenei, additato come uno dei luoghi di salvataggio dal diluvio universale, dove la mattina del 21 dicembre ben 250 giornalisti s’intervistavano a vicenda in quanto non c’era assolutamente niente da vedere e nessun turista da interpellare, ho profondamente desiderato che il meteorite centrasse proprio quel villaggio e ci liberasse dal male. In alternativa mi sarebbe andato ugualmente bene che arrivasse l’astronave aliena di cui i giornalisti farneticavano e li rapisse tutti e 250. Poi mi sono resa conto che dietro quei 250 giornalisti, ce ne sono almeno 2500 pronti a prendere il loro posto e son tornata a desiderare la purga globale.
Una società che difende il diritto di qualunque invasato di imbracciare un fucile e far fuori venti bambini in una scuola elementare non ha diritto di sopravvivere. Una società che finanzia lussi privati dei politici e stipendi dei banchieri con il denaro pubblico non ha diritto di sopravvivere. Una società che consente a criminali plurindagati di tenere comizi in TV o di scrivere editoriali sui giornali non ha diritto di sopravvivere. Devo continuare?
Ho ripensato all’ironia della sorte: quando in terza liceo ho osato menzionare la profezia di Nostradamus in un tema sul medioevo, non solo mi sono presa una bella insufficienza, ma il professore di storia mi ha pubblicamente sbeffeggiato di fronte alla classe e trattato come se fossi una cretina fino alla quinta liceo, dove a gran fatica mi sono riscattata facendomi un culo così sulle implicazioni economico-sociali del risorgimento in chiave marxista. Lo stesso tema sul medioevo oggi mi farebbe guadagnare quantomeno una collaborazione fissa alla redazione di qualche radio. Erano gli anni settanta, anni che ho odiato con tutta l’anima e che adesso quasi rimpiango: in confronto a quel che passa oggi il convento di facebook, twitter e compagnia cantante, l’impegno politico coatto e il divieto di indulgere in futili attività ricreative erano rose e fiori.
Tanto per rivivere un po’ l’atmosfera da anni settanta, mi sono fatta convincere dal vikingo ad accompagnarlo al cinema a vedere Italy: Love it or Leave it, un film che stilisticamente echeggia i documentari su Auschwitz girati negli anni di piombo. Alla fine del film mi vergognavo così profondamente di essere italiana che ho avviato le pratiche per la naturalizzazione olandese. Non che qui si stia meglio, naturalmente: la caratteristica principare del villaggio globale è proprio l’impossibilità di sottrarsi all’omologazione del sistema, con una sofisticazione che fa sembrare rozza non solo la rivoluzione culturale maoista, ma i ben più raffinati incubi della black utopia da Zamyatin a Elton passando per Orwell. E fa capire quanto Pasolini fosse un profeta.
Cito Vija Kinski in Cosmopolis: “But these [protesters] are not the grave-diggers [of capitalism]. This is the free market itself. These people are a fantasy generated by the market. There is nowhere they can go to be on the outside. There is no outside.” (Ma questi dimostranti non sono i becchini del capitalismo, è il mercato libero stesso. Questa gente è una fantasia generata dal mercato. Non c’è nessun posto dove possano andare per essere fuori: non esiste un fuori.). Se non avete letto il libro ve lo consiglio. Alla fine converrete anche voi che sia un peccato che la profezia dei Maya si sia rivelata una boiata.
 
Di paola (del 18/11/2012 @ 20:28:08, in diario, linkato 2485 volte)
Nel supplemento LUX del sabato, tra i tanti articoli di opinione e approfondimento dell’NRC Handelsblad, c’è sempre una doppia pagina intitolata “A pranzo con” dedicata all’intervista di un personaggio noto negli ambiti più disparati, dalla politica alla cultura, dal design alla scienza. L’intervista si tiene in un ristorante scelto dall’intervistato, nel testo viene sempre fatto riferimento a quel che si è mangiato e in un riquadro al centro della pagina viene mostrato il conto del pranzo in questione. Leggo spesso con piacere le interviste, soprattutto se riconosco il nome dell’intervistato o se il colofon solletica la mia curiosità. Quel che invece leggo invariabilmente è il nome del ristorante e il conto. Lo confesso: sapere quel che mangiano a pranzo i potenti del nostro tempo m’intriga assai.
E che cosa mangiano? In maggioranza le stesse cose che mangiamo noi plebei alla mensa aziendale, però in brasserie del centro o ristoranti con vista sulle dune, dal che possiamo dedurre ingredienti di prima scelta e piatti cucinati da chef di alto livello, come testimonia quel ministro alla cultura della UE di cui mi sfugge il nome, che ha giustificato così la sua scelta: “il Beemster [formaggio simile al gouda NdA] che servono qui proviene da allevamenti biologici e il pane è fatto in casa”. Il ministro in questione ha mangiato un panino al formaggio e ha bevuto un’acqua minerale: mi ricordo che sono rimasta colpita dal conto, che doveva essere sotto i 20 euro, compreso il pranzo del giornalista intervistatore, e che dice in poche, asciutte righe, tutto quello che c’è da dire sulla morigeratezza olandese.
Marloes KrijnenNon si pensi che il ministro sia un’eccezione: Marloes Krijnen, direttrice del FOAM (museo di fotografia) di Amsterdam, ha voluto mangiare al caffè del FOAM e ha ordinato una zuppa di fave, una spremuta d’arancia e un’acqua minerale. L’intervistatore ha aggiunto a questo pasto francescano un toast al prosciutto crudo e fichi e non ha nemmeno osato ordinare il caffè. Il conto: 22 euro e 80 centesimi. Lo scrittore Frans Thomése si è accontentato di mangiare un nasi goreng al ristorante indonesiamo Kam Kee di Amsterdam, accompagnandolo con una tazza di the; l’intervistatore ha fatto altrettanto e il conto è stato di 26 euro. Lo scrittore Tommy Wieringa, all’Eye Bar Restaurant di Amsterdam, si è lanciato in un panino con crocchetta di vitello e un toast al prosciutto cotto, accompagnato da un succo d’arancia e finito con un espresso. L’intervistatore gli ha tenuto compagnia sulla crocchetta, ma ha preferito l’insalata al toast e l’acqua minerale al succo d’arancia. Il conto ammonta a 29 euro e 35 centesimi. Libby Purvis, intervistata a Londra nel ristorante Özer, ha scelto un antipasto misto e un caffè. L’intervistatore ha fatto altrettanto e si è pure bevuto una minerale, portando il conto – servizio incluso - alla sorprendentemente contenuta cifra di 26,38 sterline, equivalenti a 33,86 euro.
L’eccezione è costituita semmai da qualche buongustaio, solitamente maschio e della generazione che ricorda ancora le privazioni del dopoguerra, che si concede un bicchiere di vino e un piatto di pesce al posto del panino. Gijs Bakker, la settantenne icona del Dutch Design, ha accompagnato il tonno albacore del ristorante Zouthaven al porto di Amsterdam con un bicchiere di Sauvignon Blanc; l’intervistatore ha fatto altrettanto e il conto è stato di 34 euro. Jelmer Steenhuijs, il Bartezzaghi olandese, ha ordinato un menù del giorno di ben tre portate da Jacques Jour ad Amsterdam, accompagnandolo con un bicchiere di vino bianco della casa, un succo d’arancia e un caffè. Lo stesso (meno il succo d’arancia, che evidentemente non gli piace) è stato consumato dall’intervistatore e il conto è stato di 47 euro, che tutto considerato mi è sembrato un buon affare.
L’ottantenne coreografo Hans van Manen, nonostante l’età, si è bevuto ben due bicchieri di Chardonnay St. Rita insieme all’acqua Badois, al caffè e al tonno albacore che all’Amstel Bar en Brasserie di Amsterdam costa il doppio che da Zouthaven; il conto perciò è stato di 98 euro e 50 centesimi e io ho pensato istintivamente che il giornalista avrebbe dovuto informare il dottor Steenhuijs che sui docks il pesce è migliore e costa meno.
Fred de la BretonniereMa il pranzo che mi ha fatto sollevare il sopracciglio e l’indignazione è stato quello con lo stilista e produttore di borse, calzature e accessori in pelle Fred de la Bretonniere (olandesissimo nonostante il nome) al ristorante De Doelen di Muiden, che non conosco ma puzza di stella Michelin. Il nostro ha ordinato per sé e per l’intervistatore un antipasto di coquilles e gamberi e un pesce del giorno, innaffiandolo con una bottiglia di Gevrey Chambertin Premier Cru che da sola costa la bellezza di 125 euro. Insieme all’immancabile acqua minerale e caffè – nota bene: con friandises - il conto ammonta alla vertiginosa cifra di 248 euro e 40 centesimi.
Orbene, non avevo fatto in tempo a riprendere fiato di fronte alla spudoratezza del Bretonniere che la redazione dell’NRC veniva inondata di lettere di lettori indignati che si chiedevano perché il loro giornale avesse permesso ad un simile gaglioffo di approfittare in modo talmente indecoroso dell’ospitalità della redazione. Il giornale si è giustificato pubblicamente con le argomentazioni che si usano in questi casi, citando la libertà di stampa e definendo la scelta del Bretonniere “caratterizzante del personaggio e testimone delle sue debolezze accanto alle sue qualità.” Ma una debolezza da 248 euro e 40 centesimi per pranzo non va assolutamente giù al palato calvinista olandese e la polemica continua, tanto che la rubrica appare sempre meno e credo anche, a giudicare dai conti delle ultime settimane, sempre più censurata. Non mi stupirei di vedere tra qualche settimana l’annuncio che la rubrica si terrà solo in ristoranti approvati dalla redazione (leggi, con prezzi ragionevoli) per placare la pubblica indignazione. Perché in Olanda nessuno obietta alla ricchezza altrui, ma si esige che questa non sia ostentata. Sarà anche ipocrisia, ma di questi tempi, per un italiano, è ipocrisia rinfrescante.
 
Di paola (del 31/10/2012 @ 22:19:57, in diario, linkato 695 volte)
Mentre in Italia la Fornero è stata ricoperta d’insulti e contumelie per aver osato dire che i giovani di questi tempi non si possono permettere di fare gli schizzinosi nella scelta del posto di lavoro - una frase che immagino sia stata strappata dal suo contesto e trasformata in soundbite senza alcun significato se non quello di dare cibo ai giornalisti - qui da noi il neoeletto governo lib-lab ha varato il pacchetto di misure che dovrà portare il disavanzo di bilancio olandese entro le norme della comunità europea.
Il pacchetto prevede una serie di tagli alle spese in vari settori, l’innalzamento dell’IVA al 23% (nota bene: è stata appena aumentata al 21%), la riduzione delle agevolazioni fiscali sui mutui, la riduzione degli assegni familiari contemporaneamente all’aumento delle spese scolastiche a carico delle famiglie e per finire la ridistribuzione del contributo individuale alla sanità in base al reddito. Attualmente tutti gli olandesi maggiorenni pagano circa 110 euro al mese a persona (= 1300 euro/anno), per usufruire dei servizi sanitari statali di base, nota bene: con una franchigia individuale di 250 euro/anno che dal 2013 viene elevata a 350 euro.
Se la proposta di legge sarà approvata, lo scaglione di reddito più basso pagherà in futuro solo 20 euro al mese a persona (= 240 euro/anno) e lo scaglione di reddito più alto circa 440 euro al mese a persona (= 5300 euro/anno). Vi ricordo che lo scaglione di reddito più alto è quello che percepisce più di 56 mila euro lordi/anno e lo scaglione di reddito più basso è quello che percepisce meno di 19 mila euro lordi/anno. Vi ricordo anche che lo scaglione di reddito più alto paga 52% d’imposta sul reddito e quello più basso 34% (tra €19K e €56K l’imposta sul reddito è 42%).
Naturalmente giornalisti e parlamentari hanno sollevato una bagarre invereconda sull’ultimo punto: da tre giorni non si parla d’altro in TV, radio e sui giornali. Nessun e dico nessun partito è d’accordo con le scelte del governo. I liberali - e tutto il fronte dell’opposizione di destra - accusano Rutte di aver fatto troppe concessioni ai laburisti: l’argomentazione è che adesso l’Olanda lavoratrice si deve sobbarcare anche le spese sanitarie dei lavativi che preferiscono percepire un sussidio statale invece che andare a lavorare. I laburisti – e tutto il fronte dell’opposizione di sinistra - accusano Samsom di aver caricato le maggiori imposte sulle spalle della classe media e non abbastanza sui veri ricchi: l’argomentazione è che chi guadagna 100 e passa mila euro lordi pagherebbe tanto quanto chi ne guadagna 60 mila. Non faccio commenti e non esprimo giudizi: riferisco il sentiment media(poli)tico.
E il sentiment degli elettori nonché diretti interessati? Le interviste fatte nell’enclave dello scaglione >€56K, di fronte a scuole rigidamente bianche, con genitori impeccabilmente pettinati ed elegantemente vestiti, ma senza ostentazione, come usa qui (= no SUV, no Armani, no Gucci), hanno restituito una raffica di commenti pacati sulle seguenti linee:
1)    Ho fiducia che il governo stia lavorando per varare le misure necessarie a farci uscire dalla crisi.
2)    Sappiamo tutti che il contributo alla sanità va rivisto: così non si poteva andare avanti.
3)    Finora siamo stati veramente coccolati dallo stato: i tempi sono cambiati, dobbiamo abituarci a pagare di più per tutti i servizi che riceviamo.
4)    E’ giusto che chi guadagna di più contribuisca di più. Io guadagno abbastanza, posso sobbarcarmi la spesa aggiuntiva richiesta.
Non ho altro da aggiungere. Ah, sì, invece. La Fornero ha perfettamente ragione. Gli italiani non dovrebbero fare gli schizzinosi di questi tempi. Se lo sono, vuol dire che se lo possono ancora permettere.
 
Di paola (del 14/10/2012 @ 19:49:54, in diario, linkato 941 volte)

Dopo quasi dodici anni nel polder mi sono ribellata: basta con la stramaledetta convenzione sociale olandese che accompagna il compleanno dal primo all’ultimo anno di vita e vuole una maratona di feste e celebrazioni che neanche all’epoca dell’impero romano. Convenzione che ho puntualmente relazionato da quando son qui e iconizzato nell’articolo del 2009, articolo non a caso nella top 10 degli articoli più letti.

Ebbene, da quest’anno si fa all’italiana! Quindi niente festa di compleanno per me e per il vikingo: entrambi abbiamo abbondantemente superato la quarantina e non sta bene ricordarci quanto rapidamente stiamo invecchiando. Siamo andati a cena al ristorante in entrambe le occasioni e chi ha voluto aggregarsi è stato il benvenuto. In quanto a Matteo, frequentando la basischool (scuola materna/elementare/media), il pargolo ha diritto a tutta la parafernalia ancora quest’anno e il prossimo, dopodiché se tutto va bene andrà al liceo e mi dicono che il primo atto di emancipazione dei neoliceali è proprio il rigetto delle feste di compleanno, senza contare che il rinfresco a scuola è assolutamente out of the question. Abbiamo quindi stretto i denti e siamo passati sotto le forche caudine delle trenta tortine autoprodotte per il rinfresco scolastico e le due torte con annessi e connessi per l’immancabile festa sleep-over che ha trasformato il nostro solaio mansardato in un dormitorio nella notte tra giovedì e venerdì. Inutile dire che gli otto scalmanati invitati di età compresa tra dieci e undici anni hanno dormito sì e no cinque ore e schiamazzato molestamente tutto il resto del tempo. Dopo un’abbondante colazione sono stati ripresi dai rispettivi genitori, grati della pacifica nottata appena trascorsa e già pregustando la calma della giornata a venire, dato che la prole esausta si sarebbe sicuramente schiantata sul divano di casa fino al pomeriggio inoltrato. Io invece ho scodellato il pupo ancora adrenalinico dall’amichetto del cuore e, ampiamente rodata da dieci anni di feste di compleanno all’olandese, sono andata a ritirare le ordinazioni preventivamente fatte, consistenti in torte, quiches, focacce, sfilatini, formaggi italiani assortiti e il mio asso nella manica: Aperol, Campari e Crodino, contornati da prosecco, soda e succo d’arancia e accompagnati da olive, salatini e patatine come se piovesse. Dopodiché ho passato il pomeriggio in piacevolissima compagnia di una giovane collega olandese amante della cucina italiana e insieme abbiamo preparato le lasagne e le verdure che sono ormai diventate il mio marchio di fabbrica. Ho notato con piacere che finalmente mi è venuta la mano in cucina, per cui ho prodotto ragù e besciamella in scioltezza e alle cinque ero rilassata, docciata, vestita, truccata e pronta a ricevere gli ospiti. Che differenza rispetto all’angoscia di cinque anni fa!

A costo di farmi ridere dietro da tutti gli autoctoni (e chissenefrega), per non correre rischi avevo preventivamente inviato agli invitati una mail divulgativa che recitava:

Cari amici e familiari, quest’anno abbiamo deciso di festeggiare il compleanno di Matteo all’italiana, dato che coincide con l’inizio della vacanza scolastica e probabilmente sarete impegnati nel weekend. Saremo pertanto lieti di ricevervi a casa nostra venerdì 12 ottobre dalle 17. Cominceremo con un aperitivo, seguito da una cena in piedi alle 18.30 e taglieremo la torta di compleanno verso le 20. Compatibilmente con i vostri impegni, potete scegliere di rimanere solo per l’aperitivo, per la cena o per la torta e naturalmente per tutta la serata. RSVP.

Ebbene, questa semplicissima mail ha prodotto l’effetto che per tutti questi anni ho vanamente cercato. Il 100% degli invitati si è presentato puntualmente tra le 17 e le 17.30; chi è arrivato in ritardo si è pure scusato. Il 96% ha docilmente scelto una delle tre alternative di aperitivo proposto: Crodino, Spritz, Campari Orange. Solo il padre del vikingo ha ostinatamente preteso una birra e si è bevuto i campioni promozionali Heineken che avevamo in casa dall’anno scorso. Dopodiché tutti hanno ordinatamente aspettato che venisse loro servita una porzione di lasagne con contorno di verdure al forno e nemmeno hanno osato chiedere il bis. Alle 19.30 la famiglia del vikingo se n’è andata compatta causa altro impegno improrogabile, alle 20 in punto sono arrivati i vicini di casa per la torta e infine tutti gli invitati rimasti si sono scavati appena mangiata la torta senza nemmeno chiedere un altro caffè. Conclusione: alle 21 in punto la casa era di nuovo nostra.

Miracolo? Forse solo grande congiuntura astrale positiva.

Innanzitutto l’aver organizzato la festa di sera e non di pomeriggio ha fatto sì che tutte le famiglie con bambini piccoli non si trattenessero oltre l’orario di cena per mettere a letto i pargoli: questa è un’usanza olandese che va apprezzata. A differenza dei sadici italiani che trascinano i bambini di ogni età in giro per la città fino a notte fonda, qui i genitori sono rigidissimi sugli orari dei pasti e del sonno della loro prole. Solo a partire dal bovenbouw (quarta elementare) è consentito ai bimbi di stare in piedi «dopo Carosello» - che qui è alle 19.30 - e noi per anni siamo stati guardati con sospetto perché consentivamo a Matteo di andare a letto alle 20.30; in realtà Matteo non ha mai chiuso occhio prima delle 21 e adesso siamo fortunati se dorme entro le 22, ma ci guardiamo bene dal divulgare questa notizia tra gli autoctoni.

Poi l’aver organizzato la festa in un giorno feriale ha automaticamente precluso la possibilità di partecipare agli abitanti fuori porta. Solo una famigliola di Haarlem (140 km da Nijmegen) ha avuto il fegato di presentarsi, tutti gli altri amici del vikingo che non abitano nei dintorni si son guardati bene dal venire, il che ha di molto alleviato lo svolgimento delle cose: alcuni amici fuori porta avrebbero sicuramente guardato il Crodino con sospetto e preteso torta di mele e caffè lungo con latte condensato in barba a tutte le mail divulgative.

Infine l’aver ufficialmente etichettato la festa come «italiana» ha dato un determinante tocco di esotismo all’evento tale per cui più che pretendere la ripetizione del rito conosciuto, gli invitati sono arrivati con la curiosità di sapere come è diverso il rito italiano e gli xenofobi irriducibili di cui sopra hanno avuto una buona scusa per non venire.

Concludo constatando che l’Italia dev’essere tornata di moda: l’improvviso battage pubblicitario di Aperol e Campari che hanno finalmente deciso di introdurre il rito dell’aperitivo tra queste lande desolate non è un caso, secondo me. Per dieci anni ho prodotto lasagne, risotti e altre delicatessen italiane senza che a nessuno venisse in mente di chiedermi nemmeno la ricetta. Quest’anno addirittura una collega olandese è venuta da Amsterdam a Nijmegen solo per seguire un «seminar» di cucina italiana della sottoscritta! Non vi dico poi che successo ha avuto qui l’iniziativa «Red een kaas» (salva un formaggio), che ha visto una coppia di intraprendenti imprenditori locali portare in Olanda e rivendere un TIR di Parmigiano Reggiano rovinato dal terremoto di quest’estate. L’operazione ha avuto un tale seguito che la coppia sta pensando di ripeterla tra un mese.

Io non sono un’intraprendente imprenditrice e quando ho provato a comprare Parmigiano Reggiano dai caseifici toccati dal terremoto, mi sono scontrata con la ben nota burocrazia e disorganizzazione italiana, tanto che dopo un mese di inutili tentativi son tornata al pizzicagnolo locale, ma se a qualcuno viene in mente un’idea di business, me lo faccia sapere.

 
Di paola (del 12/09/2012 @ 22:02:02, in diario, linkato 993 volte)
Ho cominciato a scrivere questo articolo due mesi fa e da allora l’ho ripreso regolarmente in mano ma qualcosa mi ha sempre impedito di andare oltre le prime due righe. Ora che sono tornata alla normalità della mia vita olandese, noto una correlazione quasi lineare tra writer’s block e abbronzatura: man mano che la pelle impallidisce, mi torna anche la voglia di scrivere le mie osservazioni vacanziere. Riprendo quindi da dove ero partita.
Una delle abitudini più decadenti del mio soggiorno sanremese è la lettura del giornale seduta ai tavolini del bar Foce davanti ad un marocchino fumante (il cappuccino no perché la versione sanremese è ostica al palato milanese). E’ per me un lusso inestimabile poter devolvere almeno mezz’ora della mia giornata a un’attività che qualsiasi pensionato considera banale e scontata come la sveglia che ogni mattina alle 6.50 mi ricorda che devo soffrire. A Sanremo entro automaticamente nella modalità-pensionato perchè inconsciamente so che questo risicato mese di permesso non pagato è la cosa che più si avvicina ad una fase dell’esistenza che la mia generazione non vivrà mai. Per questo forse ho cominciato a guardare i veri pensionati ai tavolini vicini con malcelata invidia, ma quest’anno ho notato soprattutto che il mio umore generale tende sempre più alla zero tolerance per i miei ex compatrioti in generale. Che intasano ogni strada con macchine e motorini sempre più ingombranti come se il prezzo della benzina non avesse toccato i 2 euro al litro. Che fermano l’auto in mezzo alla strada bloccando tutto il traffico per andare a prendere il pane o per far scendere la moglie esattamente davanti al negozio del panettiere e non un metro più avanti dove ci sarebbe anche posto per parcheggiare – ovviamente in divieto di sosta, ma figurarsi chi bada a queste sottigliezze. Che parcheggiano non solo in divieto di sosta, ma anche davanti ai passi carrai, sulle strisce pedonali e perfino davanti ai limitatissimi parcheggi per le biciclette, impedendo ai pochi ciclisti come me di esercitare i loro striminziti diritti. Che riescono a intrufolarsi con le loro maledette e puzzolentissime auto lungo interi tratti di pista ciclabile con la scusa che hanno perso la strada. Che non rispettano i segnali di precedenza, le corsie riservate ai mezzi pubblici e gli attraversamenti pedonali. Più di una volta ho dovuto afferrare al volo Matteo per evitare che fosse stirato da un’auto che nemmeno ha rallentato; il vikingo mi ha salvato la vita in almeno tre occasioni simili al ritorno dalla nostra passeggiata serale e sono stata testimone di un incidente tra due auto perchè la prima ha inchiodato a tre millimetri da una vecchina con tanto di bastone che stava arrancando sulle strisce e la seconda le è entrata nel cofano (dell’auto, non della vecchina). La vecchina per lo spavento è caduta e si è pure fratturata il femore, il tutto a causa della cronica mancanza di rispetto per il prossimo che è la caratteristica principale dell’italiano medio del nuovo millennio.
E’ come se dentro di me si fosse rotto qualcosa quest’estate. Certo non ho mai tollerato la maleducazione italiana, nemmeno quando vivevo in Italia, ma mai come quest’anno ho provato sollievo nel pensare che casa mia non sia più Milano ma Nijmegen. Perchè anche se in Olanda la barbarie avanza inesorabile, non siamo nemmeno lontanamente al livello di decadenza italiano. Mi sono convinta che l’italiano medio non si accorga nemmeno più dell’astronomico numero d’infrazioni che commette in un giorno medio della sua esistenza, come un tossico che continua a biascicare che può smettere quando vuole. Lo dico perchè sono rimasta senza fiato alla naturalezza con cui due persone scambiavano queste parole, colte al volo in un luogo pubblico:
“Sì, ma è scemo: affitta a patti in deroga e dichiara tutto.”
“Ah beh allora ci credo che non ci guadagna niente.”
Vorrei farvi riuscire a capire quale sgomento ho provato nel sentire la naturalezza con cui queste persone dall’aspetto rispettabilissimo e perfino elegante insultavano una persona onesta (almeno sull’affitto della casa in questione – sul resto non oso esprimere un giudizio) e scuotevano la testa di fronte all’assurdità del suo comportamento come una madre esasperata potrebbe scuotere la testa di fronte all’ennesima marachella del figlio scapestrato.
Forse riesco a farvi capire il mio stato d’animo riportando l’opinione espressa da Matteo – carica di tutta la gravità corrucciata della pubertà - dopo aver osservato numerosi esempi di comportamento civico locale: “Mama, sorry dat ik het zeg maar de helft van de italianen zou in de gevangenis zitten.” (Mamma, scusa se te lo dico, ma secondo me la metà degli italiani dovrebbe essere in galera).
La voce dell’innocenza.
Vorrei trasmettervi almeno una parte del mio imbarazzo di fronte alle lamentele di un residente sulla nefandezza del comune di Sanremo, colpevole di aver alzato le tariffe del parcheggio giornaliero sul lungomare a 8 euro. Non ha lamentato – si badi bene – la nefandezza del comune di Sanremo, colpevole di aver trasformato il lungomare di fronte al casinò in un’enorme colata di cemento e la passeggiata in un orribile parcheggio da ottocento posti-auto che nelle giornate di sole raggiunge la temperatura di un forno crematorio. No, ha lamentato l’effetto deterrente sul turismo del costo del detto parcheggio, perchè “la gente non può permettersi di spendere 8 euro al giorno per parcheggiare l’auto.” (sic).
L’idea che si possa parcheggiare dove la tariffa è inferiore e percorrere le poche centinaia di metri che separano il parcheggio dalla spiaggia a piedi, oppure recarsi direttamente in spiaggia in bicicletta, apparentemente non è contemplata dai turisti, nonostante l’amministrazione locale abbia all’uopo e con gran fatica costruito una meravigliosa pista ciclabile che percorre tutto il lungomare da Ospedaletti a Imperia, con ben sette punti di noleggio altrettanti parcheggi per i velocipedi. A questo proposito vorrei farvi capire il dolore che provo quando sento i commenti irosi dei residenti che ritengono la pista ciclabile uno spreco di spazio e denaro pubblico e che oltre al parcheggio pretenderebbero una ‘aurelia bis’ al posto della pista ciclabile per permettere alle auto di intasare anche il lungomare.
Quando ho fatto notare al conoscente in questione che ad Amsterdam il parcheggio costa 8 euro l’ora proprio per scoraggiare l’utilizzo dell’auto nel centro storico dove a malapena c’è spazio per un tram, mi ha guardato come se il suo cervello fosse andato in tilt. Blank. Ho cambiato immediatamente discorso e naturalmente siamo finiti sulle nefandezze del governo Monti. Su questo mi sono ampiamente espressa lo scorso aprile e non ho nulla da aggiungere fino alle prossime elezioni.
Mi sarebbe piaciuto dibattere delle altre nefandezze dell’amministrazione pubblica, prima tra tutte l’incuria nel mantenimento della suddetta pista ciclabile e del cronico stato di abbandono di vasti tratti del suolo pubblico come il giardino della Foce, l’ex parcheggio di porto Sole e il minigolf di San Martino, per non parlare dell’Hotel Astoria Palace, i cui lavori di restauro a singhiozzo stanno diventando la barzelletta locale. Ma l’atteggiamento dei residenti è pari al tanto deprecato insciallà mediorientale. Come si possano permettere i locali leghisti di discriminare ancora meridionali e extracomunitari di fronte a questo triste spettacolo di inefficienza amministrativa nordica mi è del tutto incomprensibile.
Ho provato un sottile senso di disagio durante tutto il lunghissmo mese di vacanza, disagio che si è esplicitato nella decisione di partire un paio di giorni prima del previsto perchè oggettivamente non ce la facevo più a rimuovere in continuazione gli stimoli visivo-uditivi molesti, proprio come quando in tempi ormai remoti non vedevo l’ora di riprendere l’aereo che mi avrebbe portato via dalla miseria del paese del terzo mondo che stavamo visitando. E proprio come di fronte ai ruderi del palazzo delle Nazioni Unite a Grand Comore, mi sono chiesta dove stava andando a finire la mia Italia e mi sono data la risposta che il custode, in lacrime, mi ha dato allora: “Il n’y a plus rien. Tout est fotu.”
 
Di paola (del 10/06/2012 @ 22:47:47, in diario, linkato 903 volte)
Tutto avrei immaginato nella mia vita fuorchè dovermi soffermare sulla questione del garantismo. E invece mi ci devo soffermare, perchè la lettura delle cronache processuali di Anders Breivik e di Robert M. mi sta procurando profonda frustrazione e abbondanti travasi di bile. Non credo di dovervi ricordare chi è Anders Breivik e che cosa ha fatto l’estate scorsa al raduno dei giovani laburisti norvegesi sull’isola di Utøya. Robert M. invece non ha l’onore della cronaca internazionale per cui vi aggiorno brevemente. Assistente di puericultura all’asilo nido ‘t Hoofnarretje di Amsterdam e babysitter nel tempo libero, ha sessualmente abusato di almeno 87 (di cui 67 oggetto del processo) bambini di età compresa tra 0 e 4 anni, riprendendo gli abusi con telecamera e diffondendo i video negli appositi circuiti pedofili su internet.
Che cos’ha M. In comune con Breivik? Prima di tutto che è reo confesso, poi che i suoi crimini sono abbondantemente e inequivocabilmente documentati. Infine che non mostra alcuna vergogna per quello che ha fatto, anzi, definisce «arte» i video da lui prodotti. A differenza di Breivik, M. riconosce di avere un disturbo psichico che lo costringe alle sue azioni. Non è un’attenuante, ma M. è almeno cosciente di non essere del tutto dalla parte della ragione, a differenza di Breivik che ha recentemente dichiarato che ricorrerà in appello se non gli verrà riconosciuta la sanità mentale.
L’accettazione della sua insanità mentale non ha impedito a M. di ricorrere in appello a seguito della sentenza di primo grado che lo condanna a 18 anni di carcere e TBS (terapia psichica a tempo indeterminato – la versione soft del manicomio criminale) perchè a suo parere è una condanna sproporzionata al delitto. Cito le parole di un penalista: “Non c’è precedente in Olanda per una combinazione di TBS e carcerazione così prolungata per un delitto sessuale. Questa combinazione finora è stata applicata solo ai casi di omicidio.”
Da qui la mia frustrazione.
Sono assolutamente convinta che la giustizia debba garantire agli imputati ogni possibile linea di difesa per dimostrare la loro innocenza e sono assolutamente schierata a favore dei tre gradi di giudizio. Ma sono altrettanto convinta che sia arrivato il momento di fare delle distinzioni che apparentemente ancora non sono state fatte e in questo senso è necessario creare dei precedenti ove non ce ne siano.
Nel caso di Breivik e M. non si tratta più di garantire la dimostrazione di innocenza perchè entrambi sono rei confessi con abbondanti quanto indiscusse prove a carico. L’efferatezza dei loro crimini travalica ogni possibile norma: Breivik è addirittura orgoglioso di quello che ha fatto e si autodefinisce un martire, M. ha iniziato il processo allo stesso modo e – continuando a definirsi un martire (della sua psiche) - ha profferto le sue scuse ai genitori delle vittime unicamente con il dichiarato obiettivo di una diminuzione della pena che gli consentisse di continuare ad operare nella società dopo aver scontato il suo debito, la cui percezione nella sua mente è chiaramente in dissonanza con la realtà. Quanto sincere siano le sue scuse è infine dimostrato dal fatto che, durante la lettura della sentenza, M. ha buttato un bicchier d’acqua in faccia al giudice appena ha sentito che la sua (tardiva) dichiarazione di pentimento non  avrebbe comportato alcuna diminuzione della pena stante la gravità degli atti commessi.
Insomma, in entrambi i casi mi pare che ci si trovi di fronte a due individui profondamente disturbati che palesemente non sono in grado di capire l’enormità dei crimini da loro commessi, ma che nelle mani di abili avvocati (pagati da chi, mi piacerebbe sapere) sfrutteranno ogni possibile cavillo legale per ottenere quello che vogliono.
E’giustizia questa? A me sembra abuso di garantismo.
Nel momento in cui la colpevolezza è evidente, nonchè accompagnata da insanità mentale, è ancora legittimo che gli imputati siano affidati ad avvocati penalisti il cui unico scopo è quello di guadagnare più soldi possibili (soldi di chi, mi piacerebbe sapere) e che palesemente non hanno alcuno scrupolo morale? Gli avvocati di M. stanno provando in tutti i modi a far ritirare le prove a carico – cioè i video trovati a casa di M. a loro parere illegalmente confiscati - dopo aver tentato di argomentare che non si trattava di violenza perchè M. usava la vaselina!!! In quanto a Breivik, la prima perizia psichiatrica è stata messa in discussione da una seconda perizia (pagata da chi, vorrei tanto sapere), secondo la quale Breivik è perfettamente in grado di intendere e di volere!!!
Da qui i miei travasi di bile.
Perchè mi chiedo se sia legittimo in questi specifici casi consentire agli imputati di sfruttare i tre gradi di giudizio. Perchè non basta la sentenza di primo grado? A me pare che l’unica ragione per ricorrere in appello sia quella di garantire la revisione del processo in caso di dubbio sulla colpevolezza. Il dubbio qui non sussiste. Nessuno dei due imputati vuole essere riconosciuto innocente: al contrario!
Breivik vuole una vittoria morale che avrà ripercussioni pratiche non indifferenti nel momento in cui un individuo che ammazza a sangue freddo un’ottantina di persone innocenti e disarmate senza altra ragione che il suo credo politico viene dichiarato sano di mente. M. vuole essere riconosciuto come vittima di una patologia e vuole che la società si accolli l’onere della sua cura. Cioè entrambi i criminali stanno lottando per scardinare alcuni dei principi di base della giustizia su cui si basa la civiltà occidentale e noi glielo stiamo permettendo, probabilmente anche a spese della comunità.
Oppure, se riesco a far rientrare la bile e la frustrazione, posso autoconvincermi che le sentenze di questi processi fino al terzo grado sono necessarie a segnare una pietra miliare nella storia della civiltà occidentale. Comunque vada, la pietra miliare la segneranno. Ma la sensazione di declino della civiltà resta.
 
Di paola (del 17/05/2012 @ 22:32:32, in diario, linkato 930 volte)
Non vi dico quanto guardagno. Vi dico solo quanto ho pagato di tasse nel 2011.
Tasse sul reddito da lavoro: 33.810 euro
Imposte sulla salute: 4.171 euro
Imposte sull’abitazione: 777 euro
Contributo pensione che mai vedrò: 4.806 euro
Patrimoniale sul rendimento da capitale: 2.396 euro
Totale: 45.960 euro
Annoto a margine che in Olanda l’ICI sulla prima casa e la patrimoniale sono realtà indiscusse, che le aliquote ICI sono aggiornatissime e corrispondono al vero valore di mercato degli immobili e che la patrimoniale viene calcolata su un rendimento presunto del 4% sui capitali investiti o depositati in banca, a prescindere dal rendimento reale (che è sempre inferiore a meno di non lanciarsi in azzardate speculazioni finanziarie).
Settimana scorsa la CBS (Istituto centrale di statistica) ha pubblicato un rapporto sui redditi degli olandesi e con mia enorme sorpresa ho appreso di fare parte dell’élite che paga il più alto scaglione fiscale sul reddito e quindi, oltre che non aver diritto ad alcuna agevolazione fiscale, quest’anno dovrò pure pagare la tassa anticrisi una tantum (si spera) di 500 o 1000 euro (ancora stanno decidendo l’importo della mazzata).
 
La sorpresa non sta tanto nell’appartenenza allo scaglione fiscale più elevato: questo mi viene ricordato ogni mese dal cedolino paga e ogni anno dall’ufficio delle imposte, quanto nel fatto che questo scaglione conti appena 904.000 persone sui 12,9 milioni di olandesi che percepiscono un reddito.
Qualcosa non mi quadra.
Com’è che, pur appartenendo al 7% degli olandesi più ricchi, vivo nella stessa villetta a schiera nel buco del culo del polder che ho comperato quando il mio stipendio era nello scaglione fiscale inferiore? Statisticamente dovrei già aver traslocato in una di quelle ville signorili con l’Hummer e l’Audi 800 parcheggiate nel viale d’ingresso.
Com’è che non ho ne’ iPad ne’ iPhone e tantomeno un navigatore satellitare, un home cinema e tutti i gadget elettronici che secondo le statistiche i miei compagni di reddito posseggono?
Com’è che, con un reddito lordo oggettivamente più elevato di quello di cui disponevo a Milano nel secolo scorso, il mio tenore di vita è drasticamente ridotto? A Milano sì che facevo parte di un’élite: vivevo in un appartamento in centro, vestivo Aspesi e Armani, facevo due vacanze all’anno ai tropici, numerose gite e weekend nelle più svariate metropoli europee e andavo a mangiare da Aimo e Nadia con una certa regolarità.
Qui, se volessi vivere in centro ad Amsterdam, dovrei accollarmi un mutuo da 400.000 euro con la certezza di non poterlo mai ripagare e il massimo che mi posso permettere di vestire senza fare ulteriori debiti è H&M e Zara. In quanto alle vacanze, un mese a Sanremo d’estate, la settimana bianca a Spiazzi e un paio di weekend lunghi fuori porta è tutto quello che ci sta. E’ vero che continuo a frequentare buoni ristoranti con una certa regolarità, ma non del livello (di prezzo) di quelli milanesi.
Qui i casi sono due: o le statistiche sono sbagliate o l’olandese medio vive al di sopra delle sue possibilità.
Siccome mi viene confermato da più parti che in Olanda non c’è evasione fiscale e quando c’è è ad un livello talmente sporadico da risultare ininfluente ai fini statistici, non mi resta che accettare la seconda ipotesi, ovvero che tutti i beni di consumo e gli immobili che vedo intorno a me siano stati acquistati a credito e mai pagati.
Questo vale sicuramente per le case, le auto e tutta la telefonia mobile.
L’olandese medio non può permettersi di acquistare la casa in cui vive, quindi paga solo gli interessi di un mutuo trentennale pari al valore della casa stessa con l’immobile come capitale a garanzia. Al termine dei trent’anni può stipulare un altro mutuo oppure vendere la casa. Se il mercato tira, riesce anche mettersi in tasca un piccolo gruzzolo dopo aver saldato il debito con la banca, altrimenti passa direttamente dalla villa padronale al sottopassaggio della ferrovia. Io invece ho stipulato un mutuo di valore ben inferiore a quello dell’immobile acquistato, con l’unica banca che ha pronunciato le parole magiche: “Tutti i nostri mutui sono a riscatto libero per un valore massimo del 20% annuo sul capitale iniziale”. Grazie alla mia italica cocciutaggine, fra 30mila euro la villetta a schiera in cui abitiamo sarà davvero nostra. Nessuno dei nostri conoscenti può dire altrettanto.
L’auto in leasing è la parte di trattativa più serrata sul contratto di lavoro in qualunque azienda: ho visto colleghi letteralmente in lacrime perché non potevano ottenere la marca di auto di loro scelta, ma dovevano accontentarsi di un modello inferiore. Ho visto dirigenti minacciare di dare le dimissioni se non gli fosse stata garantita la BMW o l’Audi della cilindrata adeguata al loro status e non posso essere più specifica perché la mia personale trattativa è sempre stata quella di ottenere la conversione dell’importo del leasing in un abbonamento annuale ai mezzi pubblici. Credo di essere l’unica in tutto il mio settore ad avere un’auto di proprietà: la mitica Smart che uso solo per andare a fare la spesa.
In quanto al telefono, il mantra-standard dei datori di lavoro con cui ho avuto a che fare è: puoi scegliere tra Blackberry, Nokia e HTC ma l’iPhone non te lo passiamo. Come se a me fregasse qualcosa! I miei colleghi invece ostentano due telefoni: il Blackberry aziendale e l’iPhone personale, a sua volta avuto in leasing con l’abbonamento ad un particolate gestore telefonico. La nostra babysitter per esempio con questo sistema cambia telefono ogni due anni e ora ostenta l’ultimo modello Samsung che a listino costa 500 euro. La stessa babysitter ha il Tom Tom e perfino un DVD/TV combi portatile nella cinquecento: sta pagando il tutto a rate con comodo finanziamento in 36 mesi. Io invece ho un Nokia 6500 pagato a prezzo di listino (150 euro) perché fatti i conti mi conveniva rispetto all’abbonamento-capestro a cui la Vodafone mi avrebbe costretto in caso di leasing (30 euro al mese per 2 anni = 720 euro).
In quanto all’abbigliamento, i negozi vintage stanno proliferando, soprattutto quelli di abbigliamento per bambini, perché le mamme del nuovo millennio sono state contagiate dall’Italian style e ci tengono a non far sfigurare i loro pargoli a scuola, anche a costo di alzare il mutuo sulla casa.
Un discorso a parte merita il cibo. Se l’olandese medio non ha alcuna difficoltà a farsi strozzare dalle banche pur di vivere in una casa che non si può permettere, guidare un’auto nuova ogni due anni e avere sempre l’ultimo modello di smartphone, cenare in un ristorante slow food è considerato un lusso decadente che si può affrontare solo a spese della ditta. A spese proprie, solo patate e polpette.
 
Di paola (del 13/05/2012 @ 18:55:05, in diario, linkato 1179 volte)
Mi trovo nuovamente sorpresa dalla totale assenza sulla stampa italiana della notizia che Umberto Eco è stato insignito lunedì 7 maggio del premio biennale istituito dal comune di Nijmegen e sponsorizzato dalla prestigiosissima università St. Radboud, dal ministero degli esteri olandese e dalla Royal Haskoning per «persone che si siano attivamente impegnate per la pace sul continente europeo e la posizione dell’Europa nel mondo».
Il premio prende il nome dal trattato di pace di Nimega, stretto nel 1679 e - a memoria d’uomo - il primo documento che gettava le basi per la pace in Europa, fino ad allora tormentata da continue guerre e rappresaglie tra i singoli stati sovrani. Due anni fa, il premio è stato conferito a Jacques Delors, co-autore del trattato di Maastricht del 1992, tanto per capirci, quello che ha determinato le regole per l’accesso alla zona di libero scambio all’interno dell’UE.
La ragione per cui Umberto Eco è stato scelto è ben espressa nelle parole del discorso di presentazione del sindaco di Nijmegen, che trovate qui in versione originale italo-inglese. Annoto a margine che il nostro sindaco è stato fighissimo, bravissimo e coraggiosissimo e che il suo italiano è meglio del suo inglese e per vostra opportuna informazione vi riporto un breve estratto de me medesima tradotto:
Lei è un vero Europeo. Le sue opere sono state tradotte in tutte le lingue europee e godono di un pubblico di lettori eterogeneo. Lei è considerato l’autore contemporaneo di maggiore influenza sulla letteratura europea. I suoi romanzi descrivono momenti cruciali nella storia europea […]. L’Europa figura pesantemente anche nel suo lavoro accademico, come evidenziato dal suo studio del 1993 intitolato «La ricerca del linguaggio perfetto», nel quale lei ripercorre lo sforzo di creare artificialmente un linguaggio europeo unico attraverso i secoli.
Forse il più lampante esempio del suo interesse per l’Europa è la sua partecipazione al progetto «Vecchia Europa, nuova Europa, vera Europa», iniziativa di Jürgen Habermas e Jacques Derrida del 2005. Il progetto invitava prominenti intellettuali europei a riflettere insieme sulla posizione globale dell’Unione Europea. Nel suo contributo «Un’Europa incerta tra rinascita e declino», […] lei argomentava che l’unificazione non è tanto un desiderio quanto un’inevitabilità e concludeva che non sarà il passato, ne’ la coscienza comune europea ma semmai gli spostamenti di equilibrio del potere mondiale a determinare se l’Europa diventerà europea o si disintegrerà.
Il link del discorso di risposta del nostro è qui e non vi sto a tradurre il soporifero intervento del segretario di stato del ministero degli esteri, che è una collezione di luoghi comuni mal assortita. Vi dico però che, nonostante l’artificiosità della cerimonia, la vetustà del corpo docenti (un beneinformato mi ha sussurrato che il vero corpo docenti era altrove impegnato ed è stato sostituito da un drappello di ex docenti pensionati) e soprattutto lo strazio acustico del quartetto d’archi che ha ammosciato l’entusiasmo del pubblico riscaldato dal discorso adrenalinico sulla semiotica pronunciato da una docente dell’università di Nijmegen, ex allieva di Eco a Bologna negli anni ottanta, ho passato due ore di pura estasi e un quarto d’ora di pura adorazione del mio idolo e ragione per cui ancora mi sbatto a scrivere roba che nessuno legge. Sì perché l’insuperabile Eco ha richiesto espressamente di incontrare la comunità italiana a Nijmegen prima di ripartire per l’estenuante giro di conferenze che contraddistingue la sua vita da pensionato, nelle sue parole: “Lavoro più adesso che sono in pensione che quando insegnavo all’università.” E anche: “Settimana scorsa, negli Stati Uniti [per la presentazione della nuova edizione del Nome della Rosa N.d.R.], ho dovuto fare cinquantamila autografi in un pomeriggio. Cinquantamila! Mi è venuto il gomito del tennista, non dormo più la notte dal dolore.” Per concludere con una perla di saggezza antropologica al mio commento che in Olanda si mangia da schifo: “E’ tipico dei paesi di pescatori e navigatori. Gli uomini erano sempre via e le donne per se stesse non cucinavano di certo grandi manicaretti.”
Il giorno dopo la premiazione, tutti i principali quotidiani olandesi hanno pubblicato la notizia dell’evento e soprattutto del discorso di ringraziamento di Umberto Eco, iniziato con:
E’ motivo di costante emozione per la mia generazione sapere che oggi la possibilità di una guerra tra Francia e Germania, Italia e Inghilterra, Spagna e Paesi Bassi è assolutamente inconcepibile se non addirittura ridicola e i nostri figli e nipoti non riescono nemmeno a contemplare questa idea. Un giovane che non sia uno studente di storia non può concepire che questo tipo di conflitti siano stati la norma nel corso degli ultimi duemila anni. Talvolta perfino i più vecchi non ne sono coscienti, con la possibile eccezione del momento in cui provano un brivido involontario nell’attraversare le frontiere europee senza passaporto e senza dover cambiare la valuta, mentre non solo i nostri antenati ma anche i nostri padri attraversavano le stesse frontiere con un fucile in mano.
Proseguito con (questa frase è stata citata da tutti i quotidiani):
Il fenomeno che l’Europa sta cercando di affrontare come immigrazione è un palese caso di migrazione. Il terzo mondo sta bussando alle porte dell’Europa ed entrerà anche se l’Europa non è d’accordo. Il problema non è più – come i politici si ostinano a pensare che sia – decidere se gli studenti a Parigi possano mettersi lo chador e quante moschee possano essere costruite a Roma. Il problema è che nelle prossime decadi (e siccome non sono un profeta non posso dire esattamente quando) l’Europa diventerà un continente multirazziale o «colorato» se preferite. Così è se vi pare, e anche se non vi va, sarà lo stesso così.
E concluso con (anche questa frase è stata citata da tutti i quotidiani):
Inculcare la tolleranza in adulti che si sparano in nome di religioni ed etnie può essere una perdita di tempo: è troppo tardi. Per questo l’intolleranza incontrollata deve essere sconfitta alle origini, attraverso un’educazione costante che inizi dalla più tenera infanzia, prima che sia scritta in un libro e prima che diventi una «pelle» comportamentale troppo dura e troppo spessa.[…]. Deve essere possibile, nel corso della nostra guerra comune contro l’intolleranza, poter in ogni momento distinguere tra ciò che si può tollerare e ciò che non è assolutamente possibile tollerare. Deve essere possibile decidere a quali termini accettare una nuova pluralità di valori e di abitudini senza rinunciare al meglio della nostra eredità europea. Non sono qui oggi per proporre soluzioni al problema di una nuova pace europea, ma per asserire che solo affrontando le sfide di questa guerra onnipresente potremo garantire un futuro di pace in Europa. Oggi dobbiamo firmare una nuova pace di Nimega.
Ho cercato invano su internet per tutta la settimana stralci del discorso o anche solo la notizia della premiazione e oggi mi sono arresa al fatto che uno dei pochi motivi per essere orgogliosi di essere italiani non rientra nelle priorità della libera informazione della madrepatria.
A giudicare dalle notizie che posso leggere, devo al contrario dedurre che la stampa italiana dà più spazio ai detrattori dell’UE e fa da cassa di risonanza solo ai populisti che incolpano il trattato di Maastricht e successivamente l’Euro di tutte le nefandezze che opprimono il paese in questo momento e me ne dispiaccio fortemente. Ovunque intorno a me vedo segnali di un possibile rinascimento ma appena allungo lo sguardo vedo solo un medioevo più prossimo che venturo.
 
Di paola (del 28/04/2012 @ 22:02:22, in diario, linkato 981 volte)
La settimana appena trascorsa è stata, come dicono i cinesi, interessante. Si è aperta con l’annuncio della caduta del governo di minoranza VVD-CDA (liberali e democristiani), incagliato dopo sette settimane di trattative sulla finanziaria 2013 per colpa di quel grandissimo figlio di mignotta (senza offesa per le mignotte) di Geert Wilders (PVV) e si è chiusa con l’accordo di massima sulla finanziaria e l’annuncio delle elezioni per il prossimo 12 settembre.
L’aspetto maggiormente interessante della settimana è che l’accordo è stato stretto in meno di quarantott’ore nei corridoi di palazzo tra un ministro delle finanze dai nervi d’acciaio e tutti i partiti dell’opposizione tranne PvdA (laburisti) e SP (socialisti), che si trovano adesso nell’imbarazzante situazione di essere d’accordo con Wilders.
E quali provvedimenti contiene la finanziaria, che deve garantire all’Olanda un disavanzo sotto 3% come richiesto dalla UE? Innalzamento graduale dell’età della pensione da 65 a 67 anni nel 2024, cioè un anno prima dell’accordo in vigore, innalzamento dell’IVA al 21%, congelamento degli stipendi degli impiegati statali e prelievo una tantum sui redditi alti, (= >€54.000 lordi/anno), introduzione di un’imposta sul traffico automobilistico, raddoppio della prevista imposta sui redditi bancari, incremento dell’onere delle imprese in caso di licenziamento, incremento dell’imposta su alcool tabacco e bibite (!), incremento dell’equo canone e infine una diminuzione delle agevolazioni fiscali sui mutui per la casa, parzialmente compensata dall’abbassamento della tassa sull’acquisto. In cambio, i partiti dell’opposizione hanno ottenuto l’eliminazione delle nuove imposte su cultura e sanità (ticket) e di quasi tutti tagli di spesa sulla cultura, sull’istruzione pubblica, sui mezzi pubblici e sull’aiuto ai paesi in via di sviluppo, in altre parole tutte le concessioni fatte da Rutte a Wilders dalle elezioni del 2010 a oggi.
Di seguito un sunto dei commenti degli oppositori e della nuova coalizione informale.
Wilders (PVV) “Abbiamo detto no alle imposizioni dei burocrati di Bruxelles che pesano solo sul portafoglio dei pensionati. Questo accordo raffazzonato va bene solo ai mulini a vento e agli attivisti ambientali sussidio-dipendenti.
Samsom (PvdA) “Non abbiamo potuto contribuire a questo compromesso, che è iniquo, che pesa solo sugli impiegati statali e sui pensionati. Se avessimo potuto contribuire a questo accordo, il pacchetto di misure sarebbe stato ben diverso.”
Roemer (SP) “Propongo che il ministro specifichi nella sua lettera a Bruxelles: valido fino al 12 settembre (le prossime elezioni n.d.r.).”
Rutte (VVD) “La politica olandese ha mostrato il suo lato migliore in questo momento di estrema difficoltà. I miei più sentiti complimenti al ministro delle finanze e ai rappresentanti dei cinque partiti e che hanno reso possibile questo accordo.”
Anonimo CDA: “Quello che a Rutte non è riuscito in sette settimane è riuscito a Jan-Kees (CDA, ministro delle finanze) in due giorni.”
Sap (Groenlinks) “Siamo estremamente felici di aver potuto porre fine al vento di destra che soffia nel nostro paese.”
I sindacati sono unanimi con SP, PvdA (e PVV, ma nessuno lo fa notare) nel dichiararsi contrari all’innalzamento dell’età pensionistica che rischia di creare un nutrito gruppo di esodati e al congelamento degli stipendi che impoverisce ulteriormente la classe impiegatizia che non vede un aumento da due anni e che secondo questo accordo non lo vedrà per i prossimi due.
Imprenditori e finanzieri invece sono unanimi con Rutte e i suoi nuovi alleati nello sperticarsi a lodare il senso di responsabilità dei parlamentari nonostante un buon numero di nuove imposte li colpiscano direttamente. E’ evidente che lasceranno ai lobbysti il compito di far scivolare nell’oblio le misure meno favorevoli e scaricheranno su clienti e impiegati tutto il resto. Intanto l’indice AEX è salito e lo spread è calato e questo è tutto quello che importa qui per tirare avanti.
Il secondo aspetto interessante di questa settimana è stato il repentino rovesciamento di fortuna di Wilders, la cui ascesa sembrava inarrestabile e che ora si trova in un pozzo nero da cui sarà difficile emergere. Il suo populismo sta mostrando le corde e i suoi cavalli di battaglia sono caduti uno dopo l’altro di fronte al pragmatismo olandese.
Nessuno condivide la sua visione folle di uno sganciamento dell’Olanda dalla UE, soprattutto dopo i fiumi di inchiostro spesi in propaganda negativa sui ‘mangiatori d’aglio’ (= PIGS = Portogallo Italia Grecia Spagna) che rischiano di mandare a puttane l’Euro con il loro disavanzo di spesa. Che l’Olanda debba attenersi alle regole della UE è fuori discussione, che queste regole si traducano in lacrime e sangue per i cittadini è altrettanto scontato: gli olandesi sono profondamente calvinisti e non bastano certo vent’anni di capitalismo sfrenato per sopprimere secoli di sacrifici per il bene comune.
Che qualcosa andasse modificato nelle agevolazioni fiscali sui mutui per la casa lo sanno anche i bambini: dalla crisi del 2008 siamo qui tutti con le chiappe strette pensando a che cosa succederebbe se anche qui la classe media non potesse più pagare gli altissimi mutui, incoraggiati esclusivamente dalle aberranti agevolazioni fiscali finora godute in un gioco perverso che ha indebitato i privati cittadini e ha arricchito le banche. Nessun olandese sano di mente oggi si azzarda a stipulare un mutuo del 130% sul valore della casa come avrebbe fatto vent’anni fa senza battere ciglio e le banche hanno già rispolverato i vecchi mutui a riscatto lineare, spariti negli anni novanta e ora incoraggiati da costose campagne pubblicitarie. Il fatto che dall’anno prossimo per legge non sarà più possibile stipulare un mutuo superiore al 100% del valore d’acquisto e il riscatto lineare sarà obbligatorio per poter fruire delle agevolazioni fiscali è il minimo sindacale per arginare l’anomalia che rischia di far crollare le banche come tessere del domino.
Che l’innalzamento dell’aspettativa di vita stia mandando a puttane i fondi pensione è una realtà che a quanto pare solo pensionati e sindacati si rifiutano di accettare. Eppure è stata spiegata con linguaggio da prima elementare dagli economisti americani già negli anni novanta. I calcoli sui contributi pensione sono stati fatti negli anni sessanta e si basavano su un’aspettativa di vita media di 76 anni. Oggi l’aspettativa di vita media è di 79 anni e in Olanda si parla addirittura di 82 anni. Morale: ci mancano da tre a sei anni di contributi a testa, ergo dobbiamo lavorare da tre a sei anni in più per pagare le pensioni attuali. Più terra terra di così non si può ed è perfettamente inutile impuntarsi (anche se io per prima contavo di andare in pensione l’anno prossimo e potete capire quanta gioia provi nel sapere che dovrò lavorare ancora diciotto anni). In alternativa, o riduciamo le pensioni attuali del 10% oppure smettiamo di curare le malattie a tutti i pensionati così muoiono prima. E non pensiate che queste opzioni non siano al vaglio dei governi. In Olanda per esempio la mutua non è più sovvenzionata dallo stato dal 2006, i costi delle assicurazioni private salgono esponenzialmente ogni anno e l’accesso a medicine e ospedali è contingentato. Se va avanti così, un pensionato con la minima non potrà più usufruire di cure specialistiche entro cinque anni. In quanto alla riduzione delle quote pensionistiche attuali, qui la propaganda è già iniziata, per cui è solo questione di tempo.
Per finire, la lotta contro l’Islam su cui adesso Wilders punta tutte le sue carte ha smesso di interessare l’opinione pubblica da quando Al Qaida e Bin Laden non possono più essere usati come capri espiatori di tutti i mali del mondo ed è diventato evidente che i veri terroristi sono ariani come Breitvik.
Ma io ho scritto questo articolo per invitare i miei lettori a cercare le differenze tra la situazione italiana e quella olandese. Scrivo un pezzo sull’argomento a scelta di chi ne trova più di dieci. Meditate gente, meditate!
 
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