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 ego... di paola
 
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Sono emigrata in Olanda per amore quindici anni fa. Nei primi dieci anni ho intrattenuto i miei amici sulle usanze olandesi, poi ho cercato di far loro vedere come sono assurde le vicende italiane viste da qui. Adesso racconto semplicemente quello che mi succede.

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 16/06/2013 @ 19:19:19, in diario, linkato 813 volte)
Nelle immortali parole dell'ex zarina Maria Feodorovna, nonna di Anastasia nell'omonimo film del 1956, ho raggiunto l'età per cui sesso dovrebbe significare esclusivamente genere. Invece mi trovo da qualche giorno a compiere una riflessione sul sesso inteso come scambio di fluidi e altro materiale organico tra due persone di genere opposto: l'unica forma di sesso che conosco e di cui mi sento autorizzata a parlare.
 
La riflessione è iniziata su un virtuale lettino terapeutico, quando la psicologa incaricata di fornire una diagnosi alla mia stanchezza e insonnia cronica dell'ultimo anno mi ha fatto il terzo grado sul mio curriculum sentimental-sessuale. Non ho mai avuto problemi a parlare di sesso; questa volta però potevo leggere sul viso della giovane dottoressa (deve avere al massimo 35 anni) espressioni che spaziavano dall'incredulità all'orrore e siccome non credo di aver avuto una vita sessuale particolarmente fuori dagli standard della mia generazione - anzi, semmai il contrario - mi sono sentita in dovere di interrompere lo stream of consciousness con una didascalia a beneficio delle nuove generazioni, ovvero, che tutto quello che le stavo raccontando doveva essere visto nello Zeitgeist degli anni settanta, di cui io ero una degli ultimi rappresentanti. Al che la dottoressa, visibilmente sollevata, ha commentato: "E' vero: a quei tempi si era tenute ad essere facili."
 
Il suo commento mi ha lasciato interdetta per un paio di secondi, abbastanza per consentirle di passare alla domanda successiva e, siccome eravamo a fine seduta, me ne sono andata albergando nel subconscio un fiocco di disagio che nel corso dei giorni si è trasformato in una valanga. Perché sono stata chiamata molte cose nella mia vita, ma donna facile proprio mai, nemmeno quando - per usare l'espressione in voga all'epoca - prima si scopava e poi si facevano le presentazioni: "Come hai detto che ti chiami?" da Saturday Night Fever resterà la battuta emblematica della nostra generazione. Ho potuto quindi misurare la distanza abissale tra la mia generazione, fresca di lotte femministe, e la generazione delle nuove principesse Disney di cui Peggy Orenstein, femminista americana contemporanea di Erica Jong, parla nella sua pessimistica opera Cinderella ate my daughter, che a mio modesto parere dovrebbe essere lettura obbligatoria nelle scuole medie. Mi pare arrivato il momento di chiedersi come si sia potuti arrivare al nuovo puritanesimo che mi bolla come una vittima dell'obbligo di darla via e mi pare che sia doveroso cercare di far capire alle ragazze, che oggi si fanno supinamente trattare alternativamente da schiave o da puttane da maschi(listi) sempre più radicali, come era inebriante per noi poter fare sesso con chiunque, in qualunque momento e in qualunque modo si volesse, senza per questo dover mettere in questione la nostra dignità e autostima.
 
Certo, anche durante la mia gioventù c'erano ragazze che si sentivano in dovere di darla via per essere considerate parte del gruppo: la stupidità è una costante in tutte le generazioni. E c'erano quelle che invece la centellinavano per ottenere il massimo profitto materiale da ogni prestazione: la prostituzione è il mestiere più antico del mondo. La maggioranza più o meno silenziosa invece, grazie alla rivoluzione sessuale, godeva di una libertà e di un'autonomia di scelta che probabilmente resterà unica nella storia del XX secolo. Adesso invece mi pare di capire che in Italia i maschi si sentano in diritto di picchiare e uccidere le donne come noi, cioè quelle che pretendono di poter decidere della loro vita sentimental-sessuale in autonomia. E mi pare di capire che questo diritto derivi dal fatto che questi maschi si sentano protetti da una certezza nuova e antica: la certezza di poter contare sulla complicità della società maschile e sulla sottomissione della società femminile contemporanea. Fino ad ora ero convinta che questo fosse un retaggio della cultura patriarcale mediterranea strenuamente difesa dalla lobby vaticana, ma le parole della psicologa locale, unite a tanti altri segnali più o meno sottili nel paese che mi ospita, mi fanno pensare che il movimento restauratore sia molto più ampio, transnazionale e generazionale.
 
Non a caso, Peggy Orenstein distribuisce equamente le responsabilità tra uomini e donne americani emancipati e culturalmente progrediti: l'aspetto più inquietante di questa cultura conservatrice non è tanto la risorta violenza maschile, quanto la passività femminile, che sembra accettare e validare i comportamenti più vetero-puritani. L'analisi della Orenstein è più o meno condivisibile, ma sicuramente vale la pena di chiedersi perché le donne collettivamente sembrino aver rinunciato a lottare per i propri diritti e addirittura per quelli delle proprie figlie.
Che molte donne della mia generazione si siano ritirate su posizioni conservatrici perché la libertà sessuale le ha gettate nello sconforto e nella confusione, posso ancora arrivare a concepirlo: vale a dire che lo accetto come dato di fatto senza capirlo e cercando di giudicarlo il meno possibile, ma che le madri della mia generazione non abbiano educato le figlie a difendersi dal maschilismo di ritorno è semplicemente criminale.
 
Voglio dire, tra i tanti nomi che mi sono stati affibbiati, castrante è stato senz'altro il più ricorrente: le donne della mia generazione sono spesso state accusate di intimidire i poveri maschietti indifesi, nonché di essere la causa della confusione d'identità degli stessi. Sarà pure così (e francamente chissenefrega), io ricordo invece che la mia determinazione e fermezza è stata l'arma antistupro più potente e ha tenuto alla larga tutti i maschi indesiderati. Ma c'era di più. Nel decennio in cui sono stata giovane e single sapevo di poter contare sulla tacita solidarietà dell'universo femminile a me coetaneo; a quanto pare è proprio questa solidarietà che è venuta a mancare. Nel secolo scorso nessuna psicologa si sarebbe permessa di marcare un (passato) comportamento sessuale consapevolmente libero e aperto come meretricio; questo era appannaggio esclusivo delle madri nate prima della guerra, non ancora emancipate o sufficientemente acculturate e per questo impietosamente emarginate dall'onda impetuosa delle giovani donne che reclamavano il diritto di poter decidere del loro destino. Chi si ricorda l'inno "Tremate, tremate, le streghe son tornate"? Dove sono le streghe oggi? Peggy Orenstein direbbe che sono state avvelenate dalle principesse. Principesse senza amiche e con un solo obiettivo nella vita: trovare il principe azzurro, aggiudicarselo a gomitate e sgambetti e vivere per sempre felici e contente, relegate nel gineceo da cui le loro madri a fatica erano riuscite a uscire.
 
Come abbiamo potuto permettere che questo accadesse?
 
In ogni caso le parole della mia psicologa sono contrarie all'etica professionale e da denuncia all'albo, denuncia che sicuramente sporgerò se alla prossima seduta non avrò le scuse della sopraddetta: questa strega è ancora in servizio.
 
(articoli correlati: retrofemminismo e madri seriali)
 
Di paola (del 09/06/2013 @ 23:23:23, in diario, linkato 2010 volte)
Da quando mi onoro di annoverare le ferrovie nazionali olandesi tra gli stimati clienti della ditta che mi passa lo stipendio grazie al quale - fra le altre cose - vi intrattengo, mi è fatto esplicito divieto per contratto di esprimere opinioni men che lusinghiere sul cliente in questione e sui prodotti e servizi da esso erogati, pena il licenziamento in tronco. Ai fini legali dichiaro pertanto che questo articolo si propone esclusivamente di denunciare la scarsa professionalità della AnsaldoBreda, che ha sabotato il servizio internazionale ad alta velocità tra Amsterdam e Bruxelles, cooperazione tra le ferrovie nazionali olandesi e belghe, con la fornitura di un prodotto non corrispondente agli standard richiesti e disonorando ripetutamente i termini del contratto. Dichiaro altresì che mi limito in questa sede a tradurre e riassumere gli articoli pubblicati dalla stampa olandese, in particolare dal quotidiano a cui sono abbonata (NRC Handelsblad), la cui reputazione di obiettività e rigore giornalistico è nota.
 
Giacché la stampa italiana non dà il minimo spazio a quello che qui occupa le prime pagine dei quotidiani da dicembre e nelle ultime settimane anche gran parte delle pagine oltre la prima, vi aggiorno stringatamente, utilizzando all'uopo il testo della conferenza stampa di Marc Deschemaeker (CEO delle ferrovie Belghe) del 31 maggio u.s.
 
Addì 20 maggio dell'anno del signore 2004, a seguito di apposita gara d'appalto, i vertici congiunti delle ferrovie nazionali belghe e olandesi ordinarono a AnsaldoBreda la costruzione e la consegna di 19 treni V250 (denominati Fyra) che avrebbero dovuto garantire il servizio giornaliero sulla linea ad alta velocità tra Amsterdam e Bruxelles. Di questi, 3 sarebbero stati presi in gestione dalle ferrovie belghe e 16 dalle ferrovie olandesi. Il contratto prevedeva la consegna dei treni nel corso del 2007, di fatto i primi nove treni sono stati consegnati solo nel corso del 2012 e il servizio ai viaggiatori è potuto iniziare ufficialmente solo il 9 dicembre 2012. Nel corso del primo mese di servizio si sono verificati tanti e tali malfunzionamenti da costringere le ferrovie belghe e olandesi a sospendere l'utilizzo dei treni e ripristinare il servizio intercity antecedente. Il 24 gennaio l'AnsaldoBreda è stata ufficialmente richiesta di risolvere i problemi tecnici entro tre mesi. Da allora decine di tecnici dell'AnsaldoBreda si sono trasferiti a Watergraafsmeer, presso Amsterdam, ma dopo quattro mesi di lavoro non sono ancora in grado di risolvere i problemi, definiti dal direttore dell'AnsaldoBreda Giuseppe Marino in una conferenza stampa alla fine di gennaio "perfettamente risolvibili in poche settimane" (visto coi miei occhi e sentito con le mie orecchie - n.d.a.).
 
In conclusione, dopo sei anni di ritardo, l'AnsaldoBreda non è stata in grado di consegnare un solo treno in grado di espletare le funzioni per il quale era stato acquistato e questa è la ragione per cui le ferrovie belghe hanno deciso di terminare il contratto addì 31 maggio 2013. Analoga decisone delle ferrovie olandesi è seguita a ruota, ratificata dal ministero dei trasporti tra il 4 e il 6 giugno. Nello stesso periodo è stata istituita un'inchiesta parlamentare allo scopo di stabilire come sia stato possibile affidare l'incarico ad un produttore la cui esperienza nel settore non è mai stata brillante, come testimoniano i casi della California e della Danimarca, dove treni dello stesso produttore hanno avuto analoghi problemi tecnici.
Per i curiosi specifico che i problemi tecnici spaziano da portiere che si bloccano o si staccano, a infiltrazione di acqua e neve nelle condutture elettriche mal schermate, a cavi insufficientemente protetti che vengono rapidamente erosi dal naturale movimento del treno, alla ruggine su lastre di lamiera, che si staccano dalla base e dal tetto al raggiungimento della velocità di crociera di 250 km/h. Il rapporto tecnico è una galleria di orrori la cui lettura sconsiglio a chi come me dipende dal buon funzionamento dei treni per recarsi quotidianamente al lavoro e a casa.
 
Al di là di ogni considerazione ovvia per qualunque italiano medio che abbia una superficiale conoscenza delle meccaniche che regolano gli appalti delle grandi opere pubbliche, mi voglio soffermare sul fatto che, da qualunque parte lo si voglia prendere, l'affaire-Fyra non può essere considerato altro che una debacle del sistema politico-economico in cui viviamo: un sistema che da decenni non ha più come obiettivo il servizio ai cittadini, ma logiche di profitto a beneficio di singoli individui e specifici enti pubblico-privati. L'analisi fornita in questi giorni dal NRC Handelsblad è impietosa quanto corretta ai limiti del rigore scientifico. Non è tanto importante sapere se e chi ha preso soldi da chi, quanto constatare che ancora una volta l'applicazione pratica di teorie economiche in voga negli anni novanta ha portato a decisioni funeste le cui conseguenze stiamo pagando tutti oggi.
 
Come scrive Tom-Jan Meeus a pagina 15 del NRC Handelsblad dell'8 giugno scorso, le radici del problema affondano nel 1993 e cioè all'epoca in cui sono state varate tutte le privatizzazioni degli enti statali in base alla convinzione assoluta che la privatizzazione avrebbe favorito la qualità del servizio. Oggi sappiamo che tutto quello che la privatizzazione ha portato - salvo pochissime eccezioni - è una crescita esponenziale dei costi dei servizi per i cittadini senza alcun incremento della qualità, anzi, generalmente si assiste ad un livellamento verso il basso della qualità del servizio privatizzato in nome del profitto e dell'utile per gli azionisti. In particolare, tornando al caso Fyra, ha fatto sì che le ferrovie nazionali abbiano pagato al gestore dell'infrastruttura un prezzo astronomico per la concessione della linea ad alta velocità, il che inevitabilmente ha portato a dover risparmiare sulla materia prima e cioè sui treni stessi.
 
In base al ragionamento del Meeus, se le ferrovie nazionali non fossero state costrette a pagare la concessione al gestore della rete - in quanto ente pubblico e gestore dell'infrastruttura come parte integrante del servizio - ci sarebbe stato denaro a sufficienza per acquistare i treni migliori - presumibilmente i Thalys francesi - e non i meno cari, cioè quelli offerti dall'AnsaldoBreda.
 
Qui invece mi permetto di dissentire, nel pieno rispetto delle opinioni e dei fatti. Nel 1993 non ero in Olanda e quindi non conosco le motivazioni per le quali oltre a privatizzare le ferrovie, la gestione dell'infrastruttura sia stata separata dalla gestione del servizio, ma azzardo l'ipotesi che ciò sia stato fatto per consentire a gestori di servizio alternativi di poter fruire dell'infrastruttura, come già è avvenuto con successo nel caso della telefonia. Nel caso dell'alta velocità quindi, azzardo l'ipotesi che il gestore dell'infrastruttura, liberato dall'obbligo di interloquire con un unico gestore di servizio, avrebbe potuto e dovuto dare l'appalto della linea Amsterdam-Bruxelles a chi garantisse il miglior servizio possibile - presumibilmente le ferrovie nazionali francesi, che hanno una provata esperienza in fatto di alta velocità in patria. Il fatto stesso che le ferrovie olandesi hanno dovuto svenarsi per ottenere l'appalto del servizio senza nemmeno possedere un treno che potesse percorrere la tratta, sposta l'intero oggetto del contendere. La mia modestissima e personalissima opinione è che se un'inchiesta parlamentare debba essere fatta, questa debba concentrarsi sul perché le ferrovie olandesi abbiano voluto a tutti i costi l'appalto dell'alta velocità internazionale anziché concentrare le energie sul servizio nazionale e perché il gestore dell'infrastruttura ha preferito affidare il servizio a un gestore sprovvisto di treni e di esperienza anziché ad un gestore provvisto di tutte le possibili qualifiche.
 
Qui mi fermo e lascio ad ognuno trarre le proprie conclusioni. Per la cronaca: gli analisti olandesi sono concordi nell'opinione che l'inchiesta parlamentare non sarà di alcuna utilità e che l'unica soluzione sensata sia di utilizzare i treni Thalys sulla tratta - non ho capito bene se in gestione alle ferrovie olandesi o no, ma non importa.
 
Concludo dichiarando che sono sempre più imbarazzata dalla scarsa professionalità dimostrata da un'azienda italiana e se non fosse che la burocrazia olandese mi sta mettendo a dura prova sulla procedura di naturalizzazione avrei già bruciato il passaporto a scopo dimostrativo.
 
Di paola (del 17/05/2013 @ 19:19:19, in diario, linkato 1890 volte)

Riprendo la mia relazione della settimana scorsa ben riposata e dotata di tutti i comfort del caso.

Dopo un intervallo lavorativo di tre giorni, siamo ripartiti alla volta di Bergamo, che i miei lettori più affezionati sanno essere la mia città natale: una città da cui sono fuggita appena maggiorenne per raggiungere quella che al tempo credevo sarebbe stata la mia città d'elezione, cioè Milano. Per una come me, che ha girato l'Europa da quando ho potuto legalmente mettere piede in un aereo senza accompagnamento dei genitori, è difficile definire un'origine; se me la chiedono (e credetemi, me la chiedono in continuazione) dico che sono di Milano.

A Milano ho abitato - tanto per non smentirmi - in ben cinque case. La prima non era nemmeno una casa, ma un dormitorio per ragazze gestito dalle suore in piena Brera, che però nel 1982 non era ancora la zona fighetta che è diventata in seguito, ma una versione milanese della Soho londinese, con bar malfamati e molte coppie clandestine di svariate tendenze sessuali che si nascondevano negli angoli bui. Da lì sono scappata insieme alla mia compagna di stanza che aveva trovato un monolocale in un quartiere molto meno affascinante, fortunatamente solo per pochi quanto sofferti mesi, perchè il caso che contraddistingue la mia vita e per questo chiamo destino mi ha fatto bere una birra con una ragazza che aveva due colleghe che stavano cercando una terza coinquilina per condividere l'affitto di un appartamento enorme in uno stabile signorile di via Donatello. E così sono approdata in quella che sarebbe stata la mia casa per due magnifici, intensi e indimenticabili anni mentre intorno a me esplodeva la Milano da bere. E l'ho bevuta, eccome se l'ho bevuta la Milano in cui tutto sembrava possibile, in cui la mattina ti chiedevi se con il buono pasto da duemila lire saresti riuscita a pagare il panino-pranzo al bar e la sera ti rimpinzavi di prosciutto crudo e caviale rosso alla festa di Retequattro al palazzo reale di Monza. La Milano in cui l'industria televisiva ha dato una botta di culo all'industria pubblicitaria e ci ha lanciato tutti nella vita holliwoodiana - almeno - quella che ci sembrava la vita holliwoodiana dopo l'austerity degli anni di piombo: roba da pezzenti a paragone della vita degli operatori della finanza dieci anni dopo, transeat. La Milano del Plastic, dei videobar, della Tecoteca e dell'Odissea 2001, dove ho visto tutti i gruppi della new wave inglese dai Cure ai Virgin Prunes. La mia Milano: quella che mi porterò sempre nel cuore. Purtroppo tutti i bei sogni finiscono presto e da via Donatello sono dovuta emigrare in via Casoretto, il cui unico pregio era quello di essere dietro via Leoncavallo, così in caso di necessità potevo svicolare senza farmi notare quando i concerti diventavano troppo trucidi. Il purgatorio di via Casoretto - sospeso per consentirmi di girare ancora un po' a Londra e Bruxelles - è terminato con l'arrivo del mio nuovo fidanzato, per intenderci, quello che mi ha portato la reliquia del muro di Berlino e che mi ha portato poi a vivere con lui in via Plinio.

Mi scuso per la lunga premessa, ma non saprei come altro descrivere l'emozione che mi lega a Milano. Nella casa di via Plinio, che da due anni non è più mia, ho vissuto ininterrottamente per dieci anni ed è stata fino a poco fa l'unica casa in cui ho vissuto così a lungo. In quella casa ho costruito la mia vita, portando con me solo la mia enorme collezione di dischi e libri che mi ha sempre seguito ovunque e talmente poche altre cose che quando Diana è venuta per la prima volta a trovarmi ha esclamato, nell'ordine: "Ma questa casa è vuota!" e "Ma non hai niente da metterti! Urge andare a fare shopping." Abbiamo fatto shopping selvaggio per dieci anni, perchè intanto la Milano da bere era finita ma l'iperconsumismo era appena cominciato. Così quando nel dicembre 2000 ho fatto le valigie, ho dovuto costatare sconsolata che gli scatoloni a disposizione avrebbero a malapena coperto i libri, i dischi (nel frattempo complementati dai CD), lo stereo, il PC e i vestiti delle ultime tre stagioni. Tutto il resto avrebbe dovuto rimanere nei capienti armadi di via Plinio e solo due anni dopo, quando anche in Olanda le cose si erano stabilizzate, ho potuto dare ordine di portare via i miei vestiti ormai vintage insieme alla mobilia. Dopodichè il mio ex fidanzato, ridotto al ruolo di comproprietario, mi ha annunciato che i traslocatori si erano dimenticati di svuotare il ripiano in alto della libreria, dove ancora soggiornava la mia collezione di Cuore e Frigidaire, più una serie di manuali e testi inerenti al mio lavoro. Al che ho pronunciato le fatidiche parole: "Tienili lì che uno di questi giorni passo a prenderli."

Da quel giorno sono passati altri dieci anni e finalmente settimana scorsa sono andata a rilevare le ultime cose che ancora ricordavano la mia presenza in quella casa. Siamo dovuti calare con l'auto di famiglia dal capiente bagagliaio perchè abbiamo colto l'occasione di rilevare anche il mio corredo, che giaceva da più di trent'anni a casa di mia madre e che mi spettava di diritto dal momento in cui il vikingo ha fatto di me una donna onesta. In verità tengo di più alla mia collezione di Cuore e Frigidaire che al servizio di posate d'argento e alle lenzuola di lino ricamate a mano da mia nonna, che sono stupende ma non sono mai appartenute alla mia vita passata, se non in forma di lunghissime discussioni tra mia madre e mia nonna. Per poter fare entrare quel corredo nella mia vita attuale dovrei andare ad abitare a villa Certosa e francamente non ci penso nemmeno. Le mie amiche italiane - espatriate e non - mi suggeriscono di utilizzare il corredo per gli ospiti, ma forse non si rendono conto che se mi arriva un ospite all'anno è già tanto: basterebbe un solo lenzuolo, una parure di asciugamani e la metà delle posate. Ci penserò: c'è sempre la possibilità che un giorno decida di appendere i GRP al chiodo e apra un bed & breakfast di lusso in campagna.

La spedizione milanese mi ha dato anche modo di consumare due aperitivi in compagnia degli amici storici e di quelli virtuali: è stata come sempre una grande emozione ritrovarsi o incontrarsi per la prima volta e scoprire che si possono continuare i discorsi aperti su facebook come se ci fossimo parlati solo il giorno prima: in questo la rete è veramente imbattibile. Poi a cena nel luogo della memoria per antonomasia: Aimo e Nadia, che già da anni ha compiuto la transizione da ristorante a tempio della memoria culinaria dei fondatori. E' stata insomma una full immersion nel passato con sprazzi di presente che tutti noi abbiamo cercato di ignorare per non rovinare l'atmosfera.

E' stato bello ma faticoso e come sempre sono contenta di essere tornata a casa, dove mi aspettava l'appuntamento al comune per la naturalizzazione. Ma questa ve la racconto la prossima volta.

 
Di paola (del 15/05/2013 @ 23:23:23, in diario, linkato 845 volte)
Sono reduce da una settimana a dir poco frenetica. Colpa delle regole ferree della ditta che mi sponsorizza il pane quotidiano, secondo le quali non posso prendermi le ferie quando voglio ma solo quando è garantita la presenza di un parigrado. Giacchè due parigrado sono a casa col burnout e un terzo è in congedo maternità, quest’anno le mie ferie sono a singhiozzo: tre giorni a Berlino in occasione dell’incoronazione il 30 aprile e tre al paesello natale in occasione dell’ascensione il 9 maggio.
A Berlino siamo andati in treno: cinque e passa ore di noia mortale perché gli intercity su quella tratta non prevedono ne’ wifi ne’ caricabatterie. Non mi è rimasto altro che tornare alla carta stampata, che però non riesce più a donarmi quegli intervalli di straniamento che mi donava prima di diventare un’anziana presbite. Ho fatto del mio meglio per interessarmi alla storia dell’Inghilterra edoardiana e alla guida turistica della città che stavamo per visitare ma ho finito per appisolarmi a Hannover e svegliarmi a Spandau. E da quel momento ho potuto dolorosamente misurare la voragine generazionale che mi separa dal vikingo e da mio figlio.
Sono stata a Berlino solo una volta in precedenza, nel luglio del 1980, a seguito del sorteggio a un programma tipo Erasmus che si proponeva di stringere legami di amicizia tra la Germania e l’Italia. Per quasi un mese, una trentina di studenti di quarta liceo provenienti da tutta Italia sono stati ospiti della Bundesrepublik Deutschland a Wurzburg, con un nutrito programma di visite culturali sulla Weltanschauung tedesca postbellica e una robusta dose di propaganda anticomunista, culminata appunto con la visita a Berlino, di cui ho un ricordo lirico e vividissimo. Ricordo la visita al museo Pergamon che ancora custodisce due delle sette meraviglie del mondo, passando per l´infame Checkpoint Charlie e la sorveglianza DDR talmente esagerata da rasentare la farsa; ricordo il luogo dove fino a vent’anni prima c’era stata Potsdamer Platz, murata, con cinque vie che finivano nel nulla e il commento fanatico della guida: “Abbiamo deciso di non ricostruire questa parte della città: quando il muro cadrà torneremo ad usare queste strade e restaureremo la piazza.”; ricordo le lacrime di un vecchio affacciato alla finestra di una casa murata insieme alle altre ormai vuote, una casa che non era ancora stata sostituita dalle lastre di cemento seriali che sono cadute con tanto fragore solo nove anni dopo; ricordo la Brandenburger Tor, vista da una distanza di sicurezza e di culo, col filo spinato, i sacchi di sabbia e le sentinelle che sembravano SS e invece erano sovietiche. E naturalmente ricordo la Gedächtniskirche, angosciante monumento alla follia umana, con la sua torre spezzata in mezzo alle luminarie avveniristiche della Kurfürstendamm. Di Berlino mi è piaciuto tutto, perfino il muro che allora non era ancora ricoperto da tutti i graffiti che ora lo iconizzano e come tutti gli adolescenti della mia generazione ho guardato a bocca aperta il TG di quel gennaio 1989 quando i lastroni hanno cominciato a cadere e perfino nel delirio di quella serata ho provato una fitta di dolore per la mia gioventù finita. La mia gioventù, fatta di contrapposizioni politiche insanabili, sensi di colpa, martellamento costante dell’atrocity exhibition dell’ultima guerra, permeata dalla certezza granitica che ce ne sarebbe stata una nuova e saremmo tutti morti prima di arrivare a trent’anni, finiva quella sera davanti ai lastroni che cadevano e che aprivano un enorme varco buio entro il quale precipitavano tutte le mie certezze: non sarei morta, non ci sarebbe stata la terza guerra mondiale e il comunismo non sarebbe stata la risposta ai mali del mondo capitalistico.
Di tutto questo non c’era traccia nel viso annoiato di mio figlio e in quello neutro del vikingo mentre il paesaggio di Spandau si trasformava in quello di Charlottenburg e poi di Tiergarten. Lui nell’estate del 1980 giocava a pallone con gli amichetti nel campetto sotto casa dopo aver fatto lo stesso CITO toets di prova che Matteo sta facendo in questi giorni: la Germania divisa, il muro, Berlino erano tutte nozioni scolastiche alquanto prive di significato e l’unica cosa che si ricorda veramente sono i graffiti sui pezzi di muro venduti per cinque fiorini dagli studenti che erano andati a Berlino nel 1989. Io un pezzo di muro da cinque marchi ce l’ho ancora: religiosamente conservato in un cassetto dopo essere stato portato dal mio (allora) futuro fidanzato – che era uno di quegli studenti andati appositamente a Berlino per assistere allo storico evento - e esposto per dieci anni nel nostro salotto a Milano come mia madre espone l’argenteria a casa sua.
Poi, mentre io mi godevo lo spettacolo di una città oscenamente aperta, il vikingo e Matteo aspettavano pazientemente che io finissi di fotografare tutte le reliquie di muro, la Brandenburger Tor da tutti i lati e una Potsdamer Platz integralmente ricostruita e talmente piena di arcologie avveniristiche che la Kurfürstendamm dei miei ricordi diventa Cenerentola al ballo dopo mezzanotte. Per tutti i tre giorni di permanenza non ho fatto altro che ripercorrere i luoghi della memoria diventati attrazioni turistiche ma anche - con l’ironia che è possibile solo a Berlino – ritornati a essere luoghi di due memorie: quella della guerra e quella del dopoguerra. Ho potuto ammirare la meticolosità con cui il percorso del muro è stato inciso in pavé sul cemento con placche commemorative in ottone e lastre originali accuratamente preservate e protette dalle Belle Arti. Ho potuto altresì ammirare la freddezza clinica con cui la sede della Gestapo è stata spianata e riconvertita in un purgatorio di immagini che dimostrano come sia stato possibile trasformare la Repubblica di Weimar nell’incubo nazista in meno di un anno. Io che ho letto la biografia di Hitler scritta da Ian Kershaw in due volumi da 800 pagine cad. mi ero persa questo dettaglio: nella mia mente il nazismo era un processo durato quasi un decennio, invece è stato un processo completato in nove fasi tra il gennaio e il settembre 1933, come chiaramente illustrato dai nove placard della Topgraphie des Terrors che ho pazientemente tradotto in italiano e olandese ad un annoiatissimo Matteo. Infine ho ammirato la cura con cui i simboli di Berlino Est sono stati reintegrati nel paesaggio: dalle Trabant agli Ampelmannen, che ora illuminano anche i semafori della parte ovest oltre che essere diventati oggetto di culto: il mio unico acquisto è stato una custodia iPhone (rigorosamente kitsch) con l’Ampelmann rosso e la Fernsehturm di Alexanderplatz. Matteo invece si è fiondato nel Lego store e al reparto giocattoli della KaDeWe, ha preteso un pomeriggio allo Zoo, una gita in barca e una in pallone e in generale ha staccato gli occhi dal suo iPhone solo per mangiare e dormire. L’unico contributo attivo del vikingo alla gita è stato quello di rendermi edotta del fatto che la traduzione corretta della famosa frase di Kennedy è “sono un krapfen”, per il resto ha subito le mie emozioni senza condividerle e dato che nemmeno il cibo berlinese gli è piaciuto più di tanto, credo che abbia archiviato questa gita sotto le cose che vanno fatte e menomale che l’abbiamo fatta così non ci pensiamo più.
Adesso avrei voluto parlarvi della mia gita nell’altro luogo della memoria che è la combinazione Milano/Bergamo, ma è mezzanotte e vi rimando alla prossima puntata.
 
Di paola (del 28/04/2013 @ 23:23:23, in diario, linkato 846 volte)
Secondo le statistiche del paese in cui vivo, data la mia ormai veneranda età, ci sono otto possibilità su dieci che io sappia navigare su internet, una su tre che usi i social network quotidianamente e una su venticinque che abbia un blog. Inoltre sono una donna e per di più alloctona, il che alza significativamente la soglia probabilistica. Più della metà dei miei lettori residenti in Olanda di fatto non ha un profilo facebook e legge questo articolo sul PC di lavoro o dei figli. Questo in un paese dove solo il 3% delle famiglie non ha accesso a internet. In Italia invece l’Audiweb riporta che ben un terzo delle famiglie non ha alcun accesso a internet, che il 90% degli utenti internet ha un’età inferiore ai 35 anni e che infine solo 14 milioni di italiani dichiarano di usare internet quotidianamente.
Stando così le cose, parlare di democrazia del web in Italia mi pare una vera e propria castroneria: il popolo del web è una casta tanto quanto la sua tanto deprecata classe politica. Una casta sulla cui onestà intellettuale si possono esprimere gli stessi dubbi che costantemente vengono esternati sull’onestà tout court degli esponenti delle istituzioni.
Potrei fermarmi qui se non fosse che da due mesi ho un groppo alla gola sempre più grosso e un nodo allo stomaco sempre più grande e siccome la ragione per cui scrivo è che solo attraverso la scrittura riesco a trovare la pace, continuo.
In questi due mesi ho litigato con quasi tutti i miei “amici” italiani. Le virgolette sono de rigueur, in quanto ormai i miei rapporti con gli italiani sono mediati da facebook e quindi mi trovo ad interagire con persone che normalmente avrei considerato semplici conoscenti e che invece grazie alla regola transitiva di Zuckenberg sono diventati amici. Facebook è una livella: tutti si possono permettere di commentare su tutto, a proposito e a sproposito, e lo fanno con un accanimento e una mancanza di pudore che non ritenevo possibile. Ho passato una quantità sconsiderata di tempo a spiegare le mie ragioni a perfetti sconosciuti prima di rendermi conto dell’assurdità della situazione e poi ho dovuto imparare molto alla svelta come censurare gli interventi indesiderati sui miei post. Adesso ho anche imparato a non rispondere alle provocazioni e, se riesco a mettere un filtro sul contenuto degli aggiornamenti automatici che mi arrivano, troverò finalmente la pace. Mi permetto di esprimere, una volta per tutte, la mia opinione urbi et orbi sul mio blog, che non si prefigge nemmeno lontanamente di essere democratico e tantomeno obiettivo, poi chiuderò per sempre questo discorso.
L’invereconda bagarre scatenata intorno all’elezione del capo dello stato, finita con lo stupro di Napolitano, per il quale tutti i rappresentanti di parlamento e senato dovranno rendere conto a Dio (se ci credono) e alle proprie coscienze (se ce le hanno) mi ha definitivamente dissociato da una patria che già da anni sento sempre più lontana. Il nome di Rodotà su cui i grillini hanno centrato la loro campagna è stato puramente strumentale: Rodotà è semplicemente il primo della lista che ha accettato di essere candidato. Se avesse rifiutato, come saggiamente hanno fatto sia Gabanelli che Strada, i grillini avrebbero urlato il nome di Zagrebelsky, o Imposimato, o Bonino, o Caselli, e perfino il nome di Prodi con la stessa convinzione, totalmente impassibili al dato numerico ridicolmente basso dietro ai nomi proposti. Chiamare Rodotà la volontà del popolo è semplicemente da idioti, non solo perché l’elezione del capo dello stato non è una decisone popolare ma parlamentare, ma perché 4677 voti rappresentano lo 0.0096% di quel popolo che il M5S dice di rappresentare.
Sia chiaro che, personalmente, non ho un’opinione negativa o positiva su Rodotà. Non me ne frega niente - con rispetto parlando – di Rodotà. Allo stesso modo non ho un’opinione su tutti gli altri candidati, salvo che non avrei appoggiato l’elezione di Gabanelli, Strada o Fo alla presidenza della repubblica per ovvi motivi di competenza e nel caso di Fo anche di età. Opinione a quanto pare condivisa anche dagli stessi candidati.
Sia chiaro anche che con questo non voglio assolutamente giustificare il comportamento altrettanto strumentale del PD, che ha dato prova di essere totalmente indegno della fiducia accordatagli – spero per l’ultima volta - dai suoi elettori. Ho già espresso la mia opinione su Bersani in tempi non sospetti; ho trovato incomprensibile la sua elezione alle primarie del PD e questo – fra le altre cose – mi ha portato alla decisione di non dare il mio voto a quel partito. Dal PD non mi aspettavo niente, dal M5S, francamente, molto di più.
Per un movimento che proclama di essere espressione dei cittadini che gli hanno dato i voti grazie ai quali ora si trova alla camera e al senato, trovo alquanto singolare la reazione alla richiesta dei suddetti di un dialogo con il PD per evitare il governo di larghe intese con il PDL. La richiesta è stata spazzata via con irritazione e il corollario allucinante che i cittadini che si esprimevano in questo senso sono degli imbecilli che non hanno capito nulla del M5S e che hanno sbagliato a votarlo. Di questo sicuramente ci ricorderemo alle prossime elezioni – se e quando ci saranno.
Con questa singolare manifestazione di chiusura, il M5S si è dimostrato alquanto selettivo nell’ascolto della sua base e pertanto non può proprio permettersi di accusare il PD di non aver ascoltato la propria sulla candidatura di Rodotà.
Allo stesso modo, un movimento che ha dichiarato fin dall’inizio di non gradire appoggi da parte di nessun’altra forza parlamentare in quanto tutte egualmente colpevoli di far parte della casta, non si può stupire della compattezza del parlamento di fronte alle proposte, anche condivisibili, fatte però in un clima di aut aut in cui il M5S non rappresenta nemmeno un quarto del potere contrattuale.
Come diceva l’immortale Totò: acchi nisciuno è fesso. I 738 voti su 997 per Napolitano sono uno schiaffo al M5S dato all’unisono da tutto il parlamento, perfino da chi forse avrebbe pure votato Rodotà e sicuramente da chi aveva votato Prodi e si aspettava che i grillini appoggiassero la sua candidatura. Uno schiaffo che era a quel punto anche l’unica risposta possibile a un gruppo di potere congelato su una posizione non condivisa da nessun altro, nemmeno da Rodotà, che infatti, di fronte alla candidatura di Prodi, si è prontamente offerto di fare un passo indietro. Inutile dire che il M5S non ha ascoltato nemmeno Rodotà, perché il M5S apparentemente non ascolta nessuno che non sia Grillo o Casaleggio più una non meglio precisata posse di fanatici scarsamente rappresentativa del suo elettorato e ancor meno dell’Italia.
E quindi spazziamo il campo dagli specchietti per le allodole e dalle cortine di fumo. Quello che gli elettori del M5S non hanno capito, la ragione per cui hanno sbagliato a votarlo, è che nell’agenda del M5S non c’è mai stata la presa di responsabilità di formare un governo, da soli o insieme a chicchessia. Il M5S è una banda di guastatori mandata da Grillo&C in parlamento all’unico scopo di dimostrare il teorema dell’inciucio tra PD e PDL. Solo così il M5S può assicurarsi un futuro di opposizione a oltranza, in barba a tutti i commentatori che hanno accusato il M5S di non avere strategie ma solo tattiche. La strategia c’è: eccome! Solo che non è mai stata spiegata se non agli eletti della casta grillina.
Inoltre, sempre per fare chiarezza, il M5S non è antiberlusconiano. Nonostante gli insulti e gli epiteti all'indirizzo dello psiconano, i grillini si guardano bene dall’attaccare il PDL direttamente perché sanno bene di non essere all’altezza della sfida. Perciò hanno già accettato la sopravvivenza di Berlusconi come collateral damage necessario per dimostrare il teorema e costringere gli elettori del PD bona fide ad abbandonare la nave dell’inciucio e unirsi alle fila del movimento.
E a questo punto mi fermo e chiudo per sempre il discorso. Il teorema è stato dimostrato. Il governo PD-PDL è una realtà. Da questo momento Grillo ha sulla coscienza le conseguenze della valanga che ha liberato e spero solo che viva abbastanza per vederne l’epilogo. Da Tulipland: good night and good luck.
 
Di paola (del 24/04/2013 @ 18:18:18, in diario, linkato 871 volte)
Mentre in Italia continuano le prove di guerra civile, qui in Olanda ci si prepara per l'incoronazione del nuovo re. Che è stata decisa e preparata da 45 anni, cioè da quando la allora principessa Beatrix, figlia primogenita della regina Juliana, partorì un bel maschietto biondo e rubicondo a cui venne dato il nome di Willem-Alexander.
Per noi sudditi c’è un che di rassicurante nel sapere che il nostro futuro re è stato messo in condizione  fin dalla più tenera infanzia di poter esercitare il suo ruolo di leader della nazione con tutti gli strumenti educativi che il denaro dei contribuenti hanno permesso. Il pargolo è stato educato nelle migliori scuole pubbliche olandesi, ha fatto due anni di servizio militare nella Regia marina più un corso di specializzazione per diventare ufficiale, dopodichè ha seguito un corso di laurea in storia alla prestigiosa università di Leiden, dove si è laureato con una tesi sulla risposta dell’Olanda alla decisione della Francia di De Gaulle di lasciare il comando della NATO. Inoltre, da quando è maggiorenne, è anche membro del Consiglio di Stato, sotto la direzione della madre. Infine è un portavoce a livello mondiale del patrimonio idrico, recentemente  in qualità di chairman del consiglio dell’ONU per il l’igiene idrica (General's Advisory Board on Water and Sanitation).
Quando una quindicina di anni fa è stato evidente che, nonostante tutti gli sforzi congiunti degli apparati monarchici, il (ormai non più tanto) giovane erede al trono manteneva un comportamento privato dissennato e poco consono al ruolo che gli sarebbe spettato, tanto da meritarsi il nomignolo di prins pils (principe della birra), la madre – si dice consigliata da un ex primo ministro molto vicino alla casa reale – ha fatto quello che fanno tutte le madri: gli ha trovato una moglie che lo mettesse in riga. La principessa Máxima néé Zorreguieta Cerruti, oltre a essere bellissima è anche singolarmente intelligente e carismatica e ha fatto innamorare in un batter d’occhio una nazione per natura scettica e poco incline alle emozioni. Già all’annuncio del fidanzamento nel 2001 è stato chiaro che il principe Alex non avrebbe mai più toccato un boccale di birra e dopo il matrimonio si è messo a lavorare sodo per dimostrare che la sua scatola cranica conteneva almeno la metà dei neuroni di quella della moglie, la quale mieteva intanto successi internazionali con la sua incessante attività nel campo dell’integrazione degli immigrati in Olanda e dell’emancipazione femminile, armata di un sorriso irresistibile e un accento accattivante.  
La regina Beatrix appartiene a quella generazione di nati prima della Guerra che antepone il dovere a qualunque altra cosa. La sua vita non è stata facile: ha dovuto ridare credibilità ad una casa reale provata dai molti scandali legati alla controversa figura di suo padre e dalla demenza precoce di sua madre, che aveva sfoggiato un comportamento talmente eccentrico da costringerla all’abdicazione nel 1980. Certo, in confronto alle prove a cui è stata sottoposta la sua compagna generazionale Elizabeth II, Beatrix se l’è cavata con un paio di crisi economiche, un fallito attentato, sette o otto cadute di governo e la vergogna di dover stringere la mano a Geert Wilders nel primo governo Rutte. La sua vita privata però non le è stata amica. A parte le marachelle di Alex, il secondogenito principe Friso è quello che le ha dato i maggiori grattacapi e il dolore infinito di vederlo diventare un vegetale a seguito di un incidente sciistico, a conclusione dell’ecatombe che aveva visto spegnersi nel giro di un anno il suo amatissimo marito Claus, la madre e il padre. Nonostante la sua sempre impeccabile linea di governo, le fotografie degli ultimi anni mostrano una Beatrix provata dalla vita, che stringe metaforicamente i denti di fronte ad un compito ormai per lei privo di significato. Già dopo la morte di Claus tutti si aspettavano che abdicasse, ma Alex si era appena sposato e la sua immagine pubblica non era ancora matura. Beatrix ha stretto i denti e si è concentrata sulla prima delle tante crisi di governo che hanno contrassegnato l’ultimo decennio. Dopo l’incidente sciistico di Friso la sua abdicazione era non solo scontata ma un atto dovuto. Purtroppo Beatrix si stava ancora lavando le mani dopo averle strette a Wilders e in uno dei suoi comunicati ufficiali del periodo è stato chiaramente non-detto che sarebbe morta piuttosto che vedere l’Olanda in mano ai barbari. E così ha dovuto sopportare un altro annus horribilis, terminato quando il governo Rutte è crollato grazie all’inevitabile sgambetto di Wilders sulla finanziaria e le nuove elezioni hanno chiaramente indicato un governo di larghe intese tra partito liberale e partito laburista, che è stato formato senza tante storie e sta proseguendo indisturbato nella linea dell’ultimo ventennio, ovvero, non decidere niente di fondamentale salvo modi sempre più creativi per aumentare le tasse riducendo al contempo i servizi sociali e generalmente tirare a campare sulle spalle di quanto fatto dai governi laburisti degli anni settanta.
Una delle prime mozioni totalmente superflue passata dal nuovo governo è stata quella di ridurre ancora di più i già ristretti poteri politici della casa reale, escludendola di fatto da qualsiasi ruolo nella nomina del premier e dei suoi ministri e a questo punto Beatrix ha pensato che il suo dovere era davvero finito e che adesso la forbice per tagliare i nastri alle inaugurazioni dei musei la poteva tenere anche Alex.
Così il 30 aprile prossimo festeggeremo per l’ultima volta il compleanno della regina (Koniginnedag) e dall’anno prossimo festeggeremo il compleanno del re il 27 aprile, data di nascita di Willem-Alexander. Il nostro futuro re ha insistito moltissimo su questo dettaglio, tanto per far vedere chi porta i pantaloni in casa reale da adesso in poi. Sua madre, nata il 31 gennaio, aveva invece deciso di non cambiare la data della festa di compleanno della regina in omaggio alla madre nel cui regno la festa era stata istituita: così vi potete rendere conto della differenza di stile tra madre e figlio. Alex inoltre ha rilasciato insieme alla moglie un’intervista televisiva, seguita dal 50% della popolazione (l’annuncio dell’abdicazione di Beatrix invece dal 73%), nella quale il ruolo di Máxima è stato chiaramente ridimensionato, tanto che tutti i commentatori non hanno potuto non sottolineare quanto William-Alexander sia stato dominante e perfino condiscendente nei confronti della moglie, il cui accento straniero sembrava un filino più forte del solito e che si è dovuta perfino far aiutare dal marito su una domanda difficile. Un grandissimo teatrino ad usum delfini, tristemente necessario, cui Máxima si è dovuta piegare in nome della ragion di stato anche se ha chiaramente non-detto in tutta l’intervista che la contropartita per il suo ruolo di moglie sottomessa era già in tasca.
Infatti la futura regina aveva dichiarato ben prima della trasmissione dell’intervista che non vedeva l’ora di proseguire nel ruolo che era stato di Beatrix; una dichiarazione che ha sollevato un discreto polverone, in quanto Máxima potrà sì fregiarsi del titolo di regina ma certamente non del ruolo di Beatrix, che spetta al marito. La dichiarazione è stata subito ritrattata e corretta, ma Máxima è troppo intelligente per aver usato le parole a caso. E questo ci rassicura moltissimo. Perchè parliamoci chiaro, William-Alexander è e resterà sempre nei nostri cuori il principe della birra.
Comincio a rivalutare la monarchia. Perlomeno, quella olandese.
 
Di paola (del 29/03/2013 @ 17:17:17, in diario, linkato 2259 volte)
Credo di potermi definire un’esperta di turpiloquio. Del resto faccio parte della generazione che per prima ha letto Porci con le Ali, Frigidaire e il Male. A diciotto anni ero già in grado di esprimere i miei concetti intercalando un cazzo ogni tre parole, a ventitré avevo già sostituito il cazzo con la minchia in quanto, nelle immortali parole del mio primo fidanzato e maestro di perversioni assortite, la minchia è più grande. Non ero un’eccezione, semmai una late adopter, in quanto i miei coetanei usavano un vocabolario ben peggiore fin dalla prima liceo. A trentaquattro anni il mio turpiloquio era così leggendario che nel regalarmi il libro «English as a Second F*cking Language» (Sterling Johnson, ESFL University Press 1995), il mio collega americano ha detto: “Surely more a memory aid than learning material for you.” Ho scansito la copertina per gli increduli.
In uno dei primi post da Tulipland, quando ancora questo blog era una newsletter, dichiaravo “Semi-lingua madre o no, fatto sta che adesso posso mandare a cagare chi voglio in cinque lingue e non mi pare male.” Adesso i miei amici italiani mi chiamano la Littizzetto dei poveri e se fossero fans di Dexter mi chiamerebbero Debra f*cking Morgan. I miei colleghi olandesi sono molto meno spiritosi e ho già ricevuto svariate note di demerito dalla direzione per le mie espressioni politically incorrect.
Stabilite con ciò le mie credenziali in materia e spazzato via ogni dubbio che la sottoscritta sia una puritana, il dispiegamento di turpiloquio cui assisto da ormai troppo tempo nelle più disparate sedi istituzionali italiane mi disgusta e irrita oltre ogni limite, ovvero, mi ha profondamente scassato i coglioni (che come tutti sanno sono più pesanti delle balle).
Il mio disagio è cominciato quando per la prima volta sono tornata in vacanza in Italia dopo anni di Cote d’Azur e ho avuto modo di rivedere tutte le serie americane del XXI secolo doppiate in italiano. Sono rimasta di stucco nel sentire i doppiatori pronunciare parole come vaffanculo (traduzione di f*ck you), cazzo (traduzione di W.T.F.) e fottuto bastardo (traduzione di motherf*cker) in prima serata. Mai prima avevo udito pronunciare queste parole in televisione, sebbene i telefilm americani ne siano abbondantemente infarciti – cosa che ho appreso solo quando sono emigrata in Olanda dove non viene doppiato niente. Ho chiesto delucidazioni a mia madre, che al contrario di me è una vera signora e ignora il significato degli insulti più basici e lei, con un gran sospiro di rassegnazione, mi ha detto che questo era il contributo delle televisioni commerciali alla cultura italiana. Ora, è vero che io lasciato l’Italia ormai 13 anni fa, ma è anche vero che ho assistito in prima persona alla nascita e all’affermazione delle televisioni commerciali italiane: posso vantare (se questo è un vanto) di aver stretto la mano a S.B. alla presentazione del palinsesto Publitalia dell’autunno 1983, quando era solo il proprietario di Canale 5 e Italia 1. Vi posso assicurare che fino a quando sono emigrata, alla fine del 2000, i doppiatori Mediaset non si sognavano nemmeno di tradurre letteralmente le F-words, ma usavano le parole più politically correct che il vocabolario italiano consente. Ricordo però che proprio nel 2000 è stato trasmesso per la prima volta in Italia il primo reality show della storia: il Grande Fratello (nota bene – creazione olandese di John de Mol). Appuntatevi questa osservazione e proseguiamo.
Con l’avvento di facebook ho fatto conoscenza con il popolo del web e il blog di Grillo e con l’avvento di rai.it ho potuto finalmente vedere i monologhi di Luciana Littizzetto di cui tutti mi parlavano. Si era nel lontano 2008. Arriviamo al 2012, dove in una mail privata esprimevo il mio sdegno per il linguaggio di Grillo con queste parole: “Ho solo molto ma molto fastidio per [Grillo] perché preferirei che il portavoce del partito a cui darò il mio voto non mi ricordi Bossi. Tu che hai lavorato in comunicazione come me sai quanto è importante l'immagine pubblica e anche (non far finta di no) che Grillo e il M5S non sono due cose disgiunte. Il fatto che lo faccia gratis, per amore ecc. ecc. non è un'attenuante ai suoi modi. Nemmeno a casa mia permetterei che si esprimesse così, figurati in un comizio. Glielo scrivo anche sul blog, se serve a farlo smettere.”
Che cosa mi aveva fatto indignare in questo modo? L’ineffabile facebook m’informa che il link allegato al messaggio è stato cancellato o i miei diritti di visione sono stati revocati, ma credo non sia difficile scegliere nel robusto campionario di insulti con cui il messia di Genova durante i suoi comizi apostrofava praticamente tutti quelli che non erano in piazza in quel momento. Dal Vaffanculo Day in poi è stato un crescendo d’improperi che sono solo meno fastidiosi delle battute di S.B. perché non denigrano la figura femminile. Ci ha pensato Battiato a sfondare il divisorio che separa la volgarità generica da quella maschilista con l’invito in sede parlamentare europea alle meretrici parlamentari italiane di andare a esercitare il mestiere altrove. Grillo ha subito specificato sul suo blog quali sarebbero stati i loro primi clienti e la ciliegina sulla torta gliel’ha messa quel grandissimo saccente di Marco Travaglio, informando dalle pagine web del suo giornale noi poveri ignoranti che Battiato, quale intellettuale, ha il diritto sacrosanto di épater le bourgeois con il linguaggio che ritiene più appropriato. Dunque se S.B. dice alla Merkel che è una culona inchiavabile diventiamo gli zimbelli d’Europa mentre F.B. può permettersi di dare delle troie a tutte le parlamentari italiane (sia pure della legislatura scorsa) impunemente. Questo è interessante perché in un colpo solo sdogana l’uso del turpiloquio in sede istituzionale e ne stabilisce le categorizzazioni: espressione artistica se proviene da intellettuali, altrimenti volgare.
Ora, già faccio fatica a coniugare Battiato con intellettuale, perché tirarsela da intellettuale non ne dà automaticamente la qualifica; se così fosse allora io me la tiro da strafiga e domani Dior mi offre un contratto pubblicitario in sostituzione di Charlize Theron. Transeat.
Invece trovo curioso che un giornalista – in particolare uno che ha la puzza sotto il naso permanente come Travaglio – non trovi niente di strano nell’utilizzo del turpiloquio in luoghi istituzionali e/o da parte di rappresentanti istituzionali. Soprattutto perché nella stessa frase si riferisce agli italiani con il simpatico epiteto di cloroformizzati.
A Ma’, che sta addì?
Sei cloroformizzato anche tu da un decennio abbondante di reality shows, telefilm americani fedelmente tradotti, Luciana Littizzetto, barzellette di S.B. e linguaggio elettorale di Bossi e Grillo, per non parlare del popolo del web, se non ti accorgi della differenza che c’è tra dire porca troia quando ti pesti un pollice nella portiera dell’Audi e dare della troia alla Gelmini di fronte ai membri del parlamento europeo. Guarda che stai confondendo il parlamento con il MOMA e gli interventi dei deputati con le installazioni di Yoko Ono.
Ho avuto modo di dire qualche mese fa che l’italiano medio è talmente privo del più basilare senso di educazione civica che nemmeno si accorge della monumentale quantità di infrazioni che commette quotidianamente, per cui è diventato normale parcheggiare in divieto di sosta, davanti ai passi carrai, sulle strisce pedonali, non rispettare le precedenze, guidare contromano, buttare rifiuti vari  per terra o dal finestrino fino ad arrivare all’evasione fiscale e allo sversamento di rifiuti tossici in mare. Ora costato che lo stesso italiano medio è stato talmente diseducato dai mezzi di comunicazione di massa nell’ultimo decennio che addirittura giustifica un linguaggio da scaricatore di porto (senza offesa per la categoria) perfino in parlamento.
La colpa non è – si badi bene – dei reality shows e dei telefilm americani, perché quelli sono trasmessi da tutte le televisioni europee, ma in nessun paese europeo (almeno, non del Nord Europa) il turpiloquio esce dal confine di questi programmi anzi, non appare nei sottotitoli e viene censurato nei reality. La colpa è di chi ha il potere e la capacità di fare da cassa di risonanza a questo linguaggio su tutti i possibili mezzi di comunicazione di massa, dal (tele)giornale al talk show fino ad arrivare ai dibattiti pubblici in parlamento. La colpa è dei rappresentanti dello spettacolo, della cultura e della politica che non si fanno scrupolo di moderare il linguaggio di fronte a microfoni e telecamere e – fatemelo dire – dei giornalisti avidi che collezionano ogni soundbyte volgare e lo buttano in pasto all’audience web, televisiva, radiofonica o di carta stampata invece di – fatemelo dire - CENSURARLO.
Si è fatto un gran parlare in questi mesi di moralizzazione della politica. E a ragione. A quando la discussione sulla moralizzazione dei mezzi di comunicazione? Forse dovremo sacrificare le battute della Littizzetto - che io adoro - ma se questo è il prezzo da pagare perché a nessuno venga in mente di prendere le difese di Battiato come ho visto fare in questi giorni, è un prezzo che vale la pena di pagare.
 
Di paola (del 13/03/2013 @ 19:30:19, in diario, linkato 822 volte)
Quando pensi di aver vissuto a sufficienza in Olanda per conoscerne abitudini e idiosincrasie principali, l’Olanda ti sorprende con effetti speciali. Mi sto ancora riprendendo dall’ultimo shock culturale e non sono proprio sicura di avere il coraggio di riportare fedelmente quello che mi ero proposta di fare, segno che la mia italianità è più forte di qualunque decondizionamento. Mi faccio forza pensando ai cardinali in conclave e vi parlo del programma propedeutico all’adolescenza prodotto dalla sanità locale, ovvero: ecco dove vanno a finire i soldi delle nostre tasse.
La prendo alla larga, raccontando prima il programma propedeutico alla scelta della scuola superiore, che qui – a differenza dell’Italia - segue immediatamente la scuola elementare, senza l’intermezzo della scuola media. Nel 2009 avevo illustrato i metodi educativi della scuola elementare, ripromettendomi di parlarvi della scuola superiore non appena Matteo fosse stato ammesso al CITO toets del groep 8: un questionario che tutti I bimbi devono completare a metà dell’ultimo anno di scuola elementare e il cui esito è determinante ai fini della carriera scolastica successiva. Tanto per darvi un’idea, solo il punteggio massimo dà diritto alla frequentazione del liceo classico o scientifico. Basta un decimo di differenza nel punteggio per essere indirizzati a una scuola professionale, che a sua volta non consente l’accesso all’università. Il CITO toets è fonte di enorme stress tra genitori e figli e le mie amiche beneinformate hanno già cominciato a massaggiarmi come allenatori di pugilato con consigli su come allenare il pargolo a ottenere il punteggio massimo. Per la cronaca, Matteo frequenta ancora il groep 7, ma come dicono tutti qui, non è mai abbastanza presto per cominciare l’allenamento e infatti la scuola di Matteo sottopone periodicamente gli alunni del groep 7 a CITO toets di prova. Oltre a ciò, per lo stesso principio che è meglio portarsi avanti col lavoro, i pargoli vengono caldamente invitati (= obbligati) a visitare gli open day delle scuole superiori della città per cominciare ad orientarsi nella scelta. Fortunatamente per me è il vikingo che si sciroppa le procedure bizantine di questo evento, comunque io sono rimasta a bocca aperta quando Matteo è tornato da uno di questi open day con le braccia cariche di dépliant illustrativi e gadget promozionali di qualità professionale: più che dépliant illustrativi alcuni sembravano il catalogo del club med e tra i gadget c’erano giocattoli elettrici, USB sticks, berretti, borse portadocumenti, copri sellini per bicicletta e altri articoli di cancelleria di qualità nettamente superiore a quelli che diamo noi ai nostri clienti.
Nella serata propedeutica all’open day, i rappresentanti di tutte le scuole superiori si sono organizzati in veri e propri stand fieristici all’interno di una di queste. La visita di quattro stand è durata tre ore!
Nell’open day vero e proprio, il vikingo mi ha telefonato stremato due ore dopo la partenza con l’annuncio che avevano appena finito il giro della prima scuola e che ci sarebbero volute almeno altre due ore per visitare la seconda, per cui la visita delle altre due scuole in programma avverrà l’anno prossimo. Le amiche beneinformate mi dicono che questa è la norma.
A me è bastato leggere un paio di pagine di un dépliant illustrativo per essere sparata nell’iperspazio. Non solo veniva spiegato - dettagliatamente e con linguaggio altamente divulgativo - tutto il programma didattico semestre per semestre, ma veniva illustrato con dovizia di particolari e materiale fotografico tutto l’apparato di supporto a partire dalla biblioteca, la sala informatica, la mensa , il bar e la palestra – inutile dire – tutto nuovissimo e sfavillante, con arredamento e attrezzature che io finora ho solo visto nei telefilm americani. In una di queste scuole c’era perfino la piscina olimpionica; mancava solo il beauty center, ma non il personal trainer, in quanto la prassi prevede che ogni neostudente venga assegnato ad un docente-mentor che si occupa di seguirne il progresso educativo e di consigliarlo nella scelta del pacchetto delle materie più idonee alle sue capacità. Ah, stavo quasi dimenticando di dire che queste sono tutte scuole pubbliche, cioè finanziate con i soldi delle nostre tasse, gratuite e aperte a tutti i residenti.
Non mi ero ancora ripresa dal viaggio nell’iperspazio scolastico che Matteo veniva convocato dal pediatra dei servizi sociali per la visita obbligatoria (se ne fa una a 5 anni e una nel groep 7). La lettera accompagnatrice spiegava per filo e per segno che cosa sarebbe stato visitato e chiedeva espresso consenso ai genitori, cui veniva inoltre richiesto di compilare un questionario di due pagine sullo stato di salute psicofisica del bambino.
Al ritorno dalla visita, Matteo ha prodotto tre libriccini di cui era stato omaggiato. Il più piccolo informa il pre-adolescente sui rischi dell’alcol sul cervello in crescita, con esplicite illustrazioni e dati scientifici, il più grosso è dedicato ai genitori e contiene tutte le istruzioni per l’uso di un ragazzo nel periodo di transizione tra infanzia ed età adulta, senza lasciare alcuno spazio all’immaginazione e all’iniziativa personale. Come dire: se anche dopo aver letto questo non ce la fai, è meglio che tuo figlio venga affidato ai servizi sociali.
L’ultimo di questi libriccini, subito ribattezzato da Matteo e dai suoi compagni di classe «Spermaboekje» (Il manuale dello sperma), spiega dettagliatamente che cosa succede al corpo e alla psiche di un ragazzo durante l’adolescenza. Vi dico solo che ho avuto una vampata di rossore alla seconda pagina e all’ultima ho controllato di non aver messo per sbaglio una pasticca di XTC al posto del dolcificante nel the che si stava raffreddando sul tavolo. Vi traduco fedelmente alcuni passaggi salienti che corredo con le corrispettive pagine scansite dal libretto, a riprova della fedeltà della traduzione.
Che è quest’umidità? La tua prima eiaculazione.
Sogno bagnato: molti ragazzi hanno la loro prima eiaculazione di notte. Questo si chiama anche «sogno bagnato». Il tuo pisello diventa duro mentre dormi, per esempio perché stai sognando qualcosa di eccitante, ma anche no. E allora viene fuori un po’ di sperma dal tuo pisello, che provoca una sensazione di umido nel letto quando ti svegli.
Erezione: un pisello duro si chiama anche un’erezione. A partire dall’adolescenza hai molto spesso un’erezione. Per esempio se pensi a qualcosa di eccitante, ma alle volte anche così di colpo, magari nei momenti in cui assolutamente non vuoi che succeda. In quei casi ti puoi sentire a disagio perchè hai paura che qualcuno ti veda. Ma è una cosa che capita a molti ragazzi.
Masturbazione: Giocare col tuo pisello si chiama masturbazione, sesso con te stesso o autoerotismo. I ragazzi la chiamano anche farsi una sega. Tiri indietro la pelle del prepuzio e poi la tiri avanti e da questo movimento ricavi una piacevole sensazione. Il tuo pisello diventa duro (hai un’erezione). Se vai avanti col movimento puoi venire. Masturbarsi è molto comune e non fa affatto male.
Venire: se stai giocando col tuo pisello perché ti dà una piacevole sensazione, puoi avere un orgasmo. Questo significa che la sensazione di piacere diventa sempre più forte finché non hai una scarica elettrica. Questo si chiama venire. A partire dalla tua prima eiaculazione, dal tuo pisello fuoriesce sempre sperma quando vieni.
Batticuore.
C’è qualcuno che ti piace più degli altri? Un ragazzo o una ragazza? Qualcuno che guardi spesso, magari di nascosto, e a cui pensi continuamente? Forse sei innamorato?!
Come ci si sente? Se sei innamorato, puoi sentirti pieno d’energia. Oppure diventi svagato. Vuoi stare vicino a lei (o lui) continuamente, ma puoi diventare anche molto nervoso quando ti trovi vicino a lei o a lui.
Innamorato di un ragazzo.
Non tutti i ragazzi s’innamorano delle ragazze. Si possono innamorare allo stesso modo di un ragazzo. Oppure certe volte di un ragazzo e altre volte di una ragazza.
Omo o bisessuale. I ragazzi che s’innamorano di altri ragazzi vengono chiamati omosessuali. […] Se ti innamori a volte di una ragazza e a volte di un ragazzo, questo si chiama essere bisessuali.
Sono omosessuale? La maggior parte dei ragazzi scoprono durante l’adolescenza se si sentono più attratti dai maschi o dalle femmine Alcuni ragazzi sanno già da quando sono piccoli che si sentono attratti dai maschi, altri no. Può darsi benissimo che tu non lo sappia ancora. Prendi tutto il tempo che ti serve per scoprirlo! Pensi di essere omosessuale? E’ un pensiero normale in questa fase della tua vita. Spesso lo sai con certezza solo dopo l’adolescenza. In ogni caso prova a godere del fatto di essere innamorato, sia che si tratti di un ragazzo o di una ragazza.
Non c’è niente di male. L’omosessualità è tanto normale quanto l’eterosessualità. Solo ci sono meno omosessuali che eterosessuali. Alcune persone possono reagire in modo strano se dici di essere omosessuale. Forse puoi avere paura che i tuoi amici comincino a darti fastidio o non ti accettino? Prendi tutto il tempo che ci vuole per gestire consapevolmente quello che senti e che pensi e raccontalo ai tuoi amici solo quando sei sicuro di sentirtela. Rifletti: non stai facendo niente di sbagliato se t’innamori di un ragazzo.
Lascio anche a voi il tempo di riprendervi e non faccio ulteriori commenti. Poi mi dite chi sono il nuovo papa, il nuovo presidente della repubblica e il nuovo primo ministro: magari gli mando il link di questo articolo, così, tanto per aggiornarli sulla realtà parallela in cui vive il resto dell’Europa.
 
Di paola (del 02/03/2013 @ 20:29:50, in diario, linkato 880 volte)
Adesso mettetevi nei miei panni. Come faccio a spiegare agli olandesi che il M5S ha la maggioranza dei voti ma la metà dei seggi del PD alla camera e che Berlusconi ha meno voti di Bersani al senato ma più seggi? E soprattutto, come faccio a spiegargli che Grillo non ha vinto niente non essendo nemmeno candidato?
Son tornata in ufficio martedì mattina, totalmente scombussolata dai risultati delle elezioni italiane, e ad aspettarmi c’erano tutti i miei colleghi col sorrisetto ironico che sfoggiano ogni volta che possono denigrare qualche straniero. L’ultima volta era stato ai mondiali del 2008, ma questa volta la situazione è indifendibile.
Vi stupirà sapere che lo shock principale qui non è tanto che abbia vinto un clown, come simpaticamente viene definito nel giro dell’Europa-bene il M5S, ma che Monti sia stato votato solo dal 10% degli elettori e Berlusconi sia stato votato dal doppio. E’ questo che gli olandesi (e il resto del mondo anglosassone, se interpreto bene gli articoli apparsi nell’ultima settimana) non capiscono. Il resto per loro è colore locale: l’ennesima prova che gli italiani sono dei simpatici burloni e si meritano di essere commiserati e commissariati dall’Europa calvinista.
Fortunatamente, spiegare perché Monti è stato punito dall’elettorato italiano più di Berlusconi non è stato difficile, peccato che non sia pubblicabile: tengo famiglia e mi piacerebbe arrivare viva al prossimo giro elettorale.
V’intrattengo invece sul perché ho votato M5S e fino ad ora non me ne sono ancora pentita.
Intendiamoci molto ma molto bene. A me Beppe Grillo, nella sua veste politica, sta profondamente sui coglioni. Lo considero un sessantottino vaneggiante, non sopporto le sue esternazioni infarcite d’insulti ed evito accuratamente di leggere il suo blog, ascoltare i suoi comizi e reagire allo spam di post con cui inonda facebook. Se Beppe Grillo si fosse candidato alla Camera o al Senato in questo giro elettorale non lo avrei mai votato. Ma Beppe Grillo non si è candidato e il M5S non è l’immagine di Beppe Grillo. Il M5S è un esperimento politico estremamente interessante, promettente e soprattutto necessario a cui ho deciso di dare la mia adesione con il voto. Non so se avrà successo, non lo sa nessuno: gli esperimenti servono proprio a questo. Il punto è un altro.
Ho votato M5S principalmente perché è dal 1981 che do il mio voto alla sinistra laburista in tutte le sue fantasiose sigle e coalizioni, ma in tutti questi anni mai una volta mi sono sentita rappresentata dalle scelte parlamentari, governative e politiche di chi ho votato. Al contrario, ho avuto la netta percezione di essere presa per il culo. Percezione che negli ultimi anni è diventata una certezza.
Io non so se il PD sia in combutta col PDL come sostiene Grillo. Diciamo anche che preferisco non saperlo, almeno per non sentirmi ulteriormente presa per i fondelli. In ogni caso la dirigenza del PD è una manica d’incapaci, Bersani in primis, che sarà anche un galantuomo, ma non sa da che parte si comincia a fare politica.
La sinistra laburista, dopo le battaglie degli anni settanta culminate nella débâcle delle BR, ha completamente perso la sua identità. Non è stata in grado di cavalcare l’onda della moralizzazione provocata da Di Pietro ai tempi di Tangentopoli, lasciando campo libero al materialismo capitalista rappresentato da Berlusconi, non è stata in grado di rispondere adeguatamente alle pulsioni xenofobe della Lega e se Fini non avesse deciso di sfasciare il partito vetero-fascista che aveva ereditato, non sarebbe stata in grado nemmeno di contrastare l’onda dell’ultradestra che puntualmente fa capolino nei paesi germanici.
In particolare, negli ultimi cinque anni, non è mai stata in grado di sfruttare le opportunità che le sono state servite su un vassoio d’argento da tutta la società civile e perfino dal presidente della repubblica. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il governo-Monti.
Napolitano aveva saggiamente diviso i compiti: ha incaricato Monti di fare il lavoro sporco necessario per ridarci credito in Europa e Bersani di riformare la politica interna in modo da presentarsi alle elezioni con il merito di aver fatto sparire il porcellum e aver introdotto tutte quelle regole che avrebbero favorito una classe politica meno corrotta. Risultato? Monti ha fatto tutti i suoi compiti e Bersani non è riuscito a far passare nemmeno una delle leggi che andavano modificate. Siamo andati a votare col porcellum, stipendi e benefici di parlamentari e senatori sono rimasti inalterati, non abbiamo una legge anti corruzione, non abbiamo una legge contro il conflitto di interessi. Come ciliegina sulla torta, l’inettitudine di Bersani ha consentito a Berlusconi di ripresentarsi come se nulla fosse e di prendersi pure 10 milioni di voti alla camera.
In qualunque holding privata il consiglio d’amministrazione avrebbe licenziato Bersani a calci in culo e probabilmente anche chiuso l’azienda-PD. In Italia ora si pretende che il M5S gli dia la fiducia, altrimenti Bersani sarà costretto a fare il governissimo con Berlusconi.
Ma siete rincoglioniti?
Alla domanda di una possibile alleanza con il PD, il portavoce M5S di turno ha risposto: ”Nessuna fiducia a priori. Se Bersani vorrà proporre l'abolizione dei contributi pubblici ai partiti sin dalle ultime elezioni lo voteremo di slancio (il M5S ha rinunciato ai 100 milioni di euro che gli spettano), se metterà in calendario il reddito di cittadinanza lo voteremo con passione.”
Risposta esatta!
In quanto al PDL – se non l’ha già detto Grillo lo dico io – invece di pensare al governissmo fa meglio a cominciare mettersi a 90º e pregare che il M5S usi la vaselina.
Chi ha votato M5S non ha votato i vaneggiamenti di un saltimbanco, ha votato la speranza che questi deputati facciano quello che il PD è palesemente incapace di fare: restituire dignità alla classe politica italiana. Dopodiché, se riusciranno anche a far passare le leggi sociali che ci traghetteranno dal medioevo al ventunesimo secolo, meglio ancora. Ma io non arrivo a sperare tanto. Perché so bene com’è insidiosa la politica italiana e so ancora meglio che nessuno si può far garante dell’onestà e della morigeratezza di tutti i neo-senatori e neo-parlamentari del Movimento.
A me basta la soddisfazione di sapere che mi sento finalmente rappresentata da gente che ha i miei stessi problemi e obiettivi, walks the talk, ha un codice di comportamento rigoroso e misure di sicurezza per garantire l’applicazione delle norme condivise, è guidata da passione politica e non da interessi privati e si riterrà soddisfatta solo se riuscirà a cambiare le regole della politica italiana.
Sono inesperti? Meglio. Saranno più motivati a imparare. E per far peggio di quel che han fatto i cosiddetti politici esperti dell'ultimo ventennio come minimo questi devono davvero mangiare i bambini.
Un’ultima cosa: non si chiamano grillini. Questo è il nome che i giornalisti gli hanno dato. Chiedete loro come preferiscono essere chiamati. Li trovate tutti su facebook, twitter e sui siti web del M5S. Alzate il culo e aiutateli a fare la rivoluzione: fate almeno questo.
 
Di paola (del 26/02/2013 @ 00:43:02, in diario, linkato 958 volte)
Chi di voi si ricorda il film «Nove settimane e mezza» (Nine and ½ weeks), che nel 1986 ha fatto di Mickey Rourke e Kim Basinger due icone sexy? Il film – che pure mi ricordo aver fatto parecchio scalpore - non era nulla di speciale e le scene di sesso erano da educande a paragone di «Histoire d’O», ma per gli standard di Holliwood era il confine massimo cui si poteva arrivare in quegli anni.
Per recensire i dodici anni e mezzo di esilio volontario che ho appena festeggiato insieme ai testimoni del tempo passato, mi chiedo che standard devo adottare. Secondo gli standard milanesi degli anni novanta questi due lustri e mezzo sono stati sicuramente scevri di eventi, perfino noiosi. Secondo gli standard londinesi degli anni ottanta sono stati addirittura da ospizio. Mai una volta mi son risvegliata in una casa sconosciuta a fianco di uno sconosciuto, mai una volta mi son detta “Mai più ‘sta roba.” abbracciando la tazza del WC per tenermi in equilibrio mentre restituivo alla rete (fognaria) il contenuto del mio stomaco e mai una volta ho pianto sui cocci del mio cuore infranto dall’ennesimo stronzo maledetto. I concerti cui son stata si contano sulla punta delle dita e le serate in discoteca (o l’equivalente contemporaneo) su quelle di una mano sola. Ho fatto un solo viaggio intercontinentale nuovo (Sud Africa, 2010) e son tornata due volte negli Stati Uniti, per lavoro e controvoglia. Ho traslocato solo due volte; da via Plinio a Rozenstraat (via delle rose) e da Rozenstraat a Perzikstraat (via delle pesche). Il viaggio più avventuroso è stato quello della mia convivenza col vikingo, commutata in matrimonio sei anni fa praticamente all’insaputa di entrambi, che ancora guardiamo le fedi con stupore e ci dimentichiamo regolarmente di festeggiare il nostro anniversario. E naturalmente lo tsunami che porta il nome di Matteo e che ha lasciato cicatrici perenni sul mio corpo e sul mio spirito: l’esperienza della maternità è stata pari ad un viaggio interstellare in hyperdrive e mi ha scaraventato in un universo parallelo che al confronto tutta la serie di Star Trek è una passeggiata al parco. Curiosamente, nessuno dei miei amici vecchi e nuovi sembra dar rilevanza allo sconvolgimento che la convivenza con un essere umano autoprodotto ha comportato. Un essere umano che quotidianamente mi sbatte in faccia l’immagine riflessa della mia personalità al quadrato, compressa in 34 chili e 140 centimetri (e ancora non è arrivato all’adolescenza; sono terrorizzata solo al pensiero dell’inserimento di questa variabile nel nostro precario equilibrio). Tutti gli olandesi invece si chiedono e mi chiedono come abbia fatto a lasciare la dolce vita italiana per il gelido nord.
Alla luce dei risultati delle elezioni testè pubblicati direi che lasciare l’Italia è stata una scelta estremamente lungimirante, se pure del tutto indipendente dagli avvenimenti politici. La realtà è che da quando ho posato gli occhi sul vikingo quel lontano 8 agosto del 2000, in me si è immediatamente manifestata la consapevolezza che ogni attimo di separazione sarebbe stato come camminare su cocci di vetro a piedi nudi respirando zolfo. In confronto, la rinuncia a pizza, mozzarella, sole e compagnia cantante è stata una bazzecola. Le pizze surgelate dell’Albert Heijn mi tengono in vita tra una vacanza italiana e l’altra, ho imparato ad apprezzare la mozzarella Santa Lucia e per il resto vado alla sauna dove mi bombo di infrarossi e  UVA. La decisione di partire non è stata difficile, il difficile è ricordarmi ogni giorno perchè l’ho fatto, mentre aspetto l’ennesimo treno in ritardo, sferzata da vento gelido e pioggia, mentre Matteo mi fa uscire dai gangheri per la quindicesima volta in quindici minuti, mentre il vikingo mi chiede seraficamente che cosa intendo dire con “Perchè non hai fatto il bucato?” di fronte al cesto della biancheria traboccante. Ma gli anniversari servono proprio a questo: a ricordare quello che la quotidianità cancella. Per questo il vikingo ed io abbiamo voluto festeggiare il nostro viaggio insieme alle persone più care. E’ stata una bellissima festa. Oggi ritorniamo a spalare la merda quotidiana.
 
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