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 ego... di paola
 
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Sono emigrata in Olanda per amore quindici anni fa. Nei primi dieci anni ho intrattenuto i miei amici sulle usanze olandesi, poi ho cercato di far loro vedere come sono assurde le vicende italiane viste da qui. Adesso racconto semplicemente quello che mi succede.

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di paola (del 22/12/2013 @ 12:40:40, in diario, linkato 782 volte)
Venerdì scorso io e il vikingo siamo andati a pranzo da Brood op de Plank, una panetteria biologica che fa lavorare solo handicappati - concetto molto popolare a Nijmegen che vanta ben tre locali: la pasticceria Coffyn, il caffè Blixem e la panetteria di cui sopra. Abbiamo preso il menù del giorno che prevedeva zuppa di cipolle, sandwich integrale ai quattro cereali con formaggio e pastrami, panino ai semi di girasole con burro e marmellata di lamponi, accompagnato da tapenade, micro-insalata e micro-macedonia di frutta, il tutto per la modica cifra di 10 euro a persona.
Mentre aspettavamo l’ordinazione, abbiamo intavolato un discorso sulla politica, partendo dal concetto ormai trito e ritrito che stiamo vivendo in diretta il crollo del capitalismo e che tirando le somme dell’ultimo secolo c’è da dar ragione a Kent Brockman (The Simpsons) nella celebre battuta: “I’ve said it before and I’ll say it again: democracy simply doesn’t work!”
Del resto anche Platone non riteneva la democrazia la forma migliore di governo, essendo questa costantemente a rischio di degenerare nel populismo. E la democrazia di Platone era molto diversa dalla democrazia odierna, dato che il voto era consentito solo ai maschi adulti e non schiavi: praticamente un 20% scarso della popolazione totale. Nei tempi sempre più lontani della mia gioventù si inneggiava invece alla democrazia proletaria, cioè al governo da parte di quelli che per Platone erano gli schiavi. L’Unione Sovietica e la Cina ci hanno fatto vedere i risultati pratici dell’applicazione della teoria e non c’è da state allegri.
O no?
Il 9 dicembre sono stati pubblicati i risultati di una ricerca della Gapminder Foundation, chiamata Il test dell’ignoranza. Dieci semplicissime domande sullo stato di avanzamento della civiltà mondiale a cui meno dell1% degli intervistati – tutti occidentali con istruzione superiore alla media – ha saputo dare una risposta esatta. Se volete cimentarvi col test il link è qui. Io ho azzeccato 4 domande su 10, il vikingo solo una.
La verità (se esiste una verità) è che la nostra visione del mondo è distorta dalla disinformazione mediatica che non ha nulla da invidiare alla propaganda di orwelliana o staliniana memoria. Ignoriamo quindi che l’80% dei bambini NEL MONDO viene vaccinato contro le malattie più gravi entro il primo anno di età, che l’istruzione scolastica femminile è solo mediamente di un anno inferiore a quella maschile, il che vuol dire che solo il 20% della popolazione mondiale è analfabeta e lo stesso 20% vive in condizioni di estrema povertà. Ignoriamo che il reddito medio giornaliero pro-capite si trova nell’intorno dei 10 dollari e che il tasso di natalità è stabile, non in crescita, perché la combinazione di alfabetizzazione e elevamento dalle condizioni di povertà estrema porta al controllo delle nascite in tutto il mondo. Ignoriamo soprattutto che la popolazione dell’Asia è il 50% della popolazione mondiale e quindi nelle statistiche ha un peso molto superiore a quello dell’Europa e dell’America messe insieme. Noi invece tendiamo a pensare che il modello coloniale Euroamericano sia ancora il modello sociopolitico dominante e questo è il nostro enorme errore di valutazione. Mentre l’Europa si avvita in una spirale di pessimismo e xenofobia come ai tempi della guerra dei 100, 80 e 30 anni, l’Asia si è evoluta in modo alternativo e pacifico, con forme di governo molto più simili all’utopia platonica e oggi è il modello di riferimento a cui dovremmo guardare, con buona pace di tutti coloro che sono ancora schiavi dell’ideologia democratico-proletaria e anche con buona pace dei pochissimi che ancora credono nel modello capitalistico. Io personalmente non ho mai creduto ne’ nell’una ne’ nell’altro e sebbene il modello cinese non rappresenti il mio ideale non ho mai fatto mistero della mia predilezione per il modello della “dittatura illuminata” (la definizione è quella del Lonely Planet e la dice lunga sui nostri pregiudizi) che vige a Singapore e che rispecchia tutto sommato il modello della polis ateniese dei tempi d’oro. Il vikingo è anarchico di natura e quindi preferisce il modello indonesiano-thailandese di caos entropico all’asetticità di Singapore, ma ci siamo trovati d’accordo sull’idea di aggiungere a tutte le prossime schede elettorali l’opzione NONE OF THE ABOVE (nessuno dei soprascritti) che, se risultasse vincente, obbligherebbe a ripetere le elezioni con nuovi candidati. L’idea non è nostra ma è quello che noi personalmente voteremo alle prossime elezioni politiche.
Buon 2014.
 
Di paola (del 23/11/2013 @ 11:11:11, in diario, linkato 1593 volte)
Mentre impacchettavo i regali per il 5 dicembre ieri sera mi sorprendevo a riconsiderare l’intera discussione sugli Zwarte Pieten, discussione che finora mi aveva solo superficialmente irritato e fornito numerose occasioni di esercitare il turpiloquio per cui vado internazionalmente famosa nei confronti della sedicente rappresentante dell’ONU (subito smentita dalla stessa ONU) che, con un’altamente faziosa analisi della festa di Sinterklaas in Olanda, ha scatenato una valanga di polemiche con i toni da stadio che contraddistinguono la comunicazione mediatica del nostro secolo. Finita la bagarre mediatica con la cronaca dell’approdo tranquillo e pacifico del Sint a Groningen, la mia mente si è liberata dall’odio e ho potuto analizzare spassionatamente questa innocente festa per bambini nell’ottica razzista.
Avendo vissuto il fenomeno Sinterklaas da emigrata adulta e quindi priva di ogni riferimento o imprinting culturale, non posso che testimoniare a favore della sua innocenza e ribadire il fatto incontestabile che nessun bambino in Olanda associa spontaneamente gli Zwarte Pieten agli schiavi neri del XVII secolo. Per arrivare a questa associazione bisogna aver come minimo studiato la storia degli usi e costumi della società olandese ai tempi della VOC, materia che nell’attuale sistema scolastico olandese è appannaggio di pochi eletti e sicuramente non viene impartita prima che la sospensione di incredulità dei bambini nei confronti del Sint sia stata pragmaticamente interrotta da solerti insegnati e genitori all’età di nove anni in occasione dell’ingresso nel groep 6 (quarta elementare).
Posso testimoniare al contrario che i bambini ai quali la ricorrenza è dedicata vivono gli Zwarte Pieten come eroi positivi e fonte di pura adorazione, tanto che la massima aspirazione di ogni bambino dai due anni in su è quella di diventare aiutante di Sinterklaas e i negozi di giocattoli vendono all’uopo in questo periodo una quantità inimmaginabile di costumi da Piet. Tutti i bambini hanno nel guardaroba infantile il caratteristico cappello con la piuma se non addirittura la divisa regolamentare da paggetto del XVII secolo con tanto di orecchino alla creola, parrucca nera riccia e magari anche il make-up nero (si noti bene: non testa di moro ma proprio nero). Nel programma scolastico della scuola materna e elementare di novembre è previsto un corso di ginnastica particolare al termine del quale il bambino orgogliosissimo riceve un diploma da Piet a testimonianza della sua capacità di camminare sui tetti e infilarsi nei camini.
Ma - e questo è il punto – questo vissuto è frutto di un paziente e costante adattamento della tradizione originale, che è effettivamente molto crudele e razzista, alle convenzioni della nostra società attuale. La legge che vieta in Olanda ogni riferimento alle espressioni «negro»  o «nero» è di questo secolo: nel 2007 è stato cambiato per legge il nome dei dolci al cioccolato conosciuti come Negerzoenen e la televisione di stato ha smesso di usare il termine Zwarte Piet a favore del neutrale Piet. Nel 2009 sono state bandite tutte le canzoncine che fanno riferimento alla frusta con cui il Sint originariamente picchiava i bambini cattivi, mentre il sacco in cui l’originale Zwarte Piet metteva i bambini cattivi per portarli in Spagna era stato convertito nel sacco in cui gli attuali Pieten mettono i regali la notte del 5 dicembre prima della mia emigrazione ed è quindi probabilmente l’unica modifica che risale al secolo scorso. Infine è del 2010 la discussione sulla mitra del Sint che, con la presenza della croce, discriminerebbe credenti di religione diversa dal cristianesimo e questa ha portato alla modifica della divisa ufficiale: oggi la croce sulla mitra è solo una decorazione di passamaneria.
La polemica di quest’anno se non altro è servita a modificare il protocollo comportamentale dei Pieten: è fatto specifico divieto agli aiutanti di Sinterklaas di parlare con accento africano, di fare battute stupide, di fingersi impacciati e di inscenare scenette da slapstick, insomma, di introdurre qualsiasi elemento derogatorio nella loro interpretazione. Inoltre da quest’anno i Pieten non portano più l’orecchino alla creola e il colore rosso acceso delle labbra non travalica le labbra stesse: unito al fatto che il ruolo viene rigorosamente interpretato da adulti ariani dipinti di nero questo dovrebbe evitare ogni possibile riferimento razziale. Se poi spariranno anche i ricci afro dalla parrucca la trasformazione in spazzacamino barocco sarà completa. Intanto i maggiori ospedali infantili hanno annunciato che  ogni effigie dei Pieten sparirà dalle decorazioni stagionali per non turbare la sensibilità dei piccoli pazienti.
E questa è stata la ragione per cui l’intera discussione mi è tornata prepotentemente in mente ieri sera. Ho guardato per la prima volta coscientemente la carta con cui stavo impacchettando i regali e mi sono accorta che l’immagine di Zwarte Piet ivi raffigurata è quanto di più beceramente razzista si possa immaginare: in tutta la parafernalia che si compera in ogni cartoleria e supermercato olandese il tempo si è fermato agli anni cinquanta del secolo scorso. Ho guardato con orrore gli gnomi negroidi con espressioni idiote che costellavano ogni possibile decorazione, dai nastri alle etichette al sacco di juta e ho buttato via tutto. Perché proprio questo è il pericolo del razzismo e io come donna dovrei saperlo bene: che le associazioni sono talmente radicate da diventare invisibili. Non esagero se dico che il razzismo sparirà dalla tradizione di Sinterklaas solo quando ogni singolo negozio olandese sarà liberato dalla carta con cui tutti noi inconsapevolmente incartiamo i regali per i nostri figli, anno dopo anno, perpetrando il pregiudizio e favorendo fin dalla più tenera infanzia le associazioni subliminali che li accompagneranno tutta la vita.
 
Di paola (del 10/11/2013 @ 17:17:17, in diario, linkato 1046 volte)
Adesso che il vikingo non lavora più a Veeneendaal il venerdì, abbiamo preso questa bella abitudine di andare insieme a pranzo in uno dei numerosi caffè studenteschi per i quali Nijmegen va giustamente famosa e tra un'insalata e un cappuccino ci sforziamo di virare la conversazione su argomenti meno mondani della lavatrice da riparare e della prossima rata di tasse da pagare. Data la nostra natura romantica e idealista scivoliamo molto presto lungo il piano inclinato dell'etica e solo la consapevolezza di dover essere a casa prima del pargolo di ritorno dalla scuola ci fa arrestare prima della metafisica.
 
Uno dei nostri argomenti preferiti - o più accuratamente la nostra personale ossessione - è il modo in cui noi, inteso come nucleo familiare consistente in due adulti, un minorenne e due gatti, possiamo contribuire a fare del mondo un posto migliore in cui vivere e far diventare maggiorenne il frutto dei nostri cromosomi combinati. Quello che mi affascina sempre di queste conversazioni è la constatazione continua che le nostre differenze culturali sono azzerate dall'imprinting contadino-cattolico che ci accomuna: un imprinting risalente alla generazione dei nostri nonni, ma non per questo meno radicato. Un imprinting che ci fa stare saldamente coi piedi per terra, che ci obbliga moralmente a rispettare la legge anche quando questa non è a nostro vantaggio, che ci impedisce di vivere al di sopra delle nostre possibilità, che ci ha finora protetto dalle sirene del consumismo, del populismo e di tutti gli altri ismi della turbolenta società di inizio millennio.
 
Abbiamo quindi cominciato a fare l'elenco di tutte le azioni consapevoli che abbiamo intrapreso da quando siamo insieme per minimizzare il nostro impatto ambientale e massimizzare il nostro impatto sociale e siamo arrivati, prima che il caffè fosse servito, alla sconsolante conclusione che la nostra sfera d'influenza si fa ogni giorno sempre più piccola. Peggio ancora, la complessità esponenziale in cui la società dell'economia globale ci ha lanciato ci paralizza in un perenne senso di colpa e stato di impotenza. Siamo diventati paperless per salvaguardare la rainforest ma veniamo ora informati che il nostro smodato consumo di elettronica è la prima causa delle guerre civili in Africa e delle penose condizioni di lavoro dei minorenni in Cina. La nostra richiesta di prodotti biologici viene additata come causa primaria delle frodi alimentari cui i produttori si sentono costretti per venire incontro a una domanda crescente a cui non possono far fronte nel breve periodo e la nostra pervicace rinuncia al consumo ipertrofico di beni usa-e-getta è la causa della crisi economica globale. Già mi vedo in un futuro non lontano venire accusata dell'aumento del cancro alla pelle attraverso l'installazione di pannelli solari sul tetto e se questo vi sembra assurdo, pensate solo che il crollo dell'industria automobilistica e la richiesta crescente di servizi di trasporto pubblici vengono considerati sintomi preoccupanti della crisi economica anziché un segnale di svolta positivo nelle emissioni di gas tossici e nella dipendenza dai combustibili fossili.
 
Come se non bastasse, non ci è più nemmeno chiaro se sia meglio che lavoriamo fino a 70 anni per non pesare sulle generazioni future con le nostre esose richieste pensionistiche oppure che ci togliamo il prima possibile dal mercato del lavoro per garantire l'occupazione giovanile. Ci siamo spinti in pensieri eversivi come l'eutanasia del modello Kevorkian e il controllo delle nascite del modello cinese e qui abbiamo dovuto constatare che perfino in Olanda la tendenza è diventata quella di prolungare la vita a qualsiasi costo e di impedire la morte anche a chi la chiede a gran voce, in nome di un conclamato diritto alla vita che è stato subdolamente trasformato in un dovere.
 
Abbiamo concluso che la società in cui viviamo è riuscita a trasformare in doveri tutti i diritti per cui abbiamo lottato nel secolo scorso e questo adesso ci impedisce non solo di decidere se vivere male a lungo o morire presto e senza soffrire, ma anche di definire il bene e il male.
 
Poi si è fatto tardi e abbiamo pagato il conto.
 
Di paola (del 29/09/2013 @ 20:20:20, in diario, linkato 847 volte)

Gli italiani non finiranno mai di stupirmi. Pretendono che il Papa sdogani aborto e omosessualità e vogliono costringere Barilla a mettere una famiglia gay nei suoi spot pubblicitari, ma non si sognano nemmeno di fare sit-in davanti a Montecitorio per costringere il parlamento ad approvare una legislazione dignitosa per le coppie di fatto, omo o etero che siano. Tantomeno vanno a manifestare di fronte a Palazzo Madama per esortare il senato a non fare melina sulla decadenza di Berlusconi. No, gli italiani hanno imparato l'arte della protesta e del boicottaggio e la usano per obiettivi totalmente futili. Lo stato italiano è in mano a una banda di delinquenti corrotti che si stanno spartendo gli ultimi centesimi del denaro pubblico ma i miei compatrioti si indignano perché il ministro Kyenge propone di eliminare la dicitura mamma e papà nei documenti ufficiali - cosa che fralaltro sarebbe solo in linea con le pratiche degli stati del Nord Europa e anche il primo micropassettino nel riconoscimento delle coppie di fatto.

E' in momenti come questo che ringrazio il destino di avermi fatto emigrare e conoscere paesi dove le priorità governative sono un filo più strutturate e gli apparati pubblici un filo meno corrotti. Paesi dove la mobilitazione popolare è un filo più pragmatica e i boicottaggi sono mirati alle pratiche industriali che attentano alla nostra salute.

Per mettere le cose nella giusta prospettiva, vi ricordo che l'Olanda ha il primato nell'adozione di legislazione a favore di minoranze etniche, gay, coppie di fatto, eutanasia, aborto, droghe leggere e prostituzione ma qui nessuno si sogna di chiedere all'Unilever di cambiare la propria strategia di comunicazione: vi posso assicurare che in nessuno spot televisivo di produzione olandese i prodotti vengono presentati da una coppia gay, ma nemmeno musulmana, indonesiana o antillana. Al massimo gli attori hanno occhi e capelli scuri, ma con moderazione. All'Unilever è stato invece richiesto che smetta di usare uova e polli di batteria nei suoi prodotti, insieme alla riduzione di sale, zucchero e conservanti. Dopo cinque anni di continuo pressing e discreto boicottaggio da parte delle associazioni dei consumatori e quelle animaliste, da quest'anno su tutte le confezioni di prodotti alimentari Unilever appare la rassicurazione che le richieste sono state esaudite.

Al Papa l'unica cosa che viene richiesta è il pagamento dei danni per gli abusi sessuali commessi dai rappresentanti della Chiesa e quello che il Papa dichiara a proposito di aborto e omosessualità non viene nemmeno pubblicato, a meno che non siano dichiarazioni di apertura e queste meritano al massimo un trafiletto di dieci righe. Invece al governo viene richiesto di tutto e di più, tanto che la recentissima nozione per cui se ti si rompe la lavatrice non puoi più chiedere un sussidio statale per ricomprarla è attualmente fonte di grande indignazione. Su argomenti più seri, come la salute pubblica, basta che un solerte giornalista della TV di stato mandi in onda un servizio-denuncia per far scatenare una valanga di dimostrazioni, proteste, interpellanze e interrogazioni che puntualmente finiscono con l'annuncio ministeriale di opportuni provvedimenti riparatori.

Mentre vi parlo è in corso una battaglia sui controlli alimentari e in particolare l'industria della carne è sotto accusa. I primi siluri mediatici sono stati lanciati due settimane fa e il telegiornale di ieri annunciava una petizione delle associazioni dei consumatori per il ripristino di controlli più severi, quei controlli che nel corso dell'ultimo quinquennio sono spariti dal protocollo governativo con la scusa dei tagli alla spesa pubblica unita all'azione indefessa delle lobby industriali. State sicuri che tra un paio d'anni i protocolli verranno ripristinati: è solo questione di tempo e tenacia e agli olandesi la tenacia non manca certo.

Prendiamo il caso delle biciclette. E' noto che l'Olanda vanta la rete ciclistica più capillare d'Europa, quel che è meno noto è che la situazione attuale ha radici recentissime. Dalla metà degli anni cinquanta all'inizio degli anni settanta le automobili, incoraggiate dalla nota multinazionale di origine olandese Shell, hanno progressivamente invaso tutte le strade e gli automobilisti si comportavano da padroni arroganti, proprio come oggi in Italia. All'ennesima notizia di un ciclista ucciso da un pirata della strada, gli olandesi sono scesi in piazza: hanno formato catene umane e si sono sdraiati sulle strade di maggior traffico per impedire alle auto di passare. Lo hanno fatto sistematicamente per quasi un decennio, finché il governo ha ceduto alla pressione popolare e ha varato una serie di provvedimenti che hanno portato alla costruzione di piste ciclabili su tutte le strade cittadine. La Shell ha avuto come contropartita la costruzione di molte autostrade e l'esclusiva della distribuzione di carburante su queste, perché sia ben chiaro che l'Olanda è tutto fuorché un paese socialista: qui regnano le banche e la suddetta Shell, insieme alle altre multinazionali meno note al pubblico italiano ma non meno letali. Qui le decisioni vengono prese sempre e solo in nome del dio denaro e dei suoi sacerdoti in giacca e cravatta e gli olandesi - a ben guardare -non sono nemmeno più onesti di un italiano medio: una recente quanto spiritosa ricerca dimostra che la probabilità di vedersi restituire un portafoglio smarrito è più alta a Bombay che ad Amsterdam.

Scherzi a parte,la criminalità organizzata è floridissima anche in Olanda, con tanto di cartelli della droga e famiglie criminali, ma esiste anche un apparato che la combatte veramente e un apparato che si occupa di sanzionarla in base alle leggi in vigore: law & order senza effetti speciali ma con apprezzabli risultati.In altre parole, qui c'è abbastanza gente che rispetta l'etica professionale e ancora abbastanza educazione civica e coscienza sociale per limitare gli abusi al minimo fisiologico.

Ma che parlo a fare? Mentre scrivo questo articolo Guido Barilla è stato costretto a fare autodafé televisivo nella migliore tradizione della Santa Inquisizione e Berlusconi sta dettando le condizioni di governo come da vent'anni a questa parte. I tweets del M5S parlano di notte dei lunghi coltelli e tutti sono pronti a tornare alle urne col porcellum.

Vi meritate quello che avete. Da Tulipland passo e chiudo.

 
Di paola (del 22/09/2013 @ 13:31:13, in diario, linkato 3241 volte)

Il terzo martedì di settembre in Olanda è Prinsjesdag: una tradizione che deriva dall'Inghilterra, dove la regina è membro del parlamento e apre ufficialmente i lavori ogni anno con appropriata cerimonia. Nella politica olandese invece il re non conta ormai un beato cazzo e viene usato solo come simpatico soprammobile dello Stato, ovvero, ha una funzione puramente cerimoniale e diplomatica. Tra i suoi obblighi c'è quello di introdurre la presentazione del piano finanziario che il governo ha preparato - definito con tipica ironia anglosassone miljoenennota - con un discorso che sta a metà tra lo State of the Nation americano e la predica dei pastori protestanti la domenica mattina.

Quest'anno per la prima volta è toccato al neoinvestito Willem-Alexander, accompagnato dalla sempre impeccabile Mxima, in una creazione di Jan Taminiau di color oro che forse si voleva richiamare al colore della carrozza cerimoniale ma che formava un contrasto stridente con il contenuto del discorso e quello della già ampiamente trapelata miljoenennota. Anche questo fa parte della tradizione: il contenuto della miljoenennota viene sempre "accidentalmente" scoperto da qualche solerte giornalista pochi giorni prima della pubblicazione; addirittura l'anno scorso si poteva leggere "per errore" sul sito del ministero. Tutta la nazione era stata quindi ampiamente preparata ad ascoltare le parole di scarna consolazione del re, propedeutiche alla richiesta di maggiori sacrifici per fronteggiare la crisi.

E quali sarebbero questi sacrifici? La solita macedonia di tagli all'istruzione, alla cultura, alla sanità e alle pensioni con accise e tasse a pioggia per colmare le casse della macchina statale sempre più avida, con la promessa che questa sarebbe stata davvero l'ultima volta e che il deficit statale sarebbe stato fatto rientrare con tagli alla difesa e alla burocrazia. Grosso sbadiglio. Credibilità zero. Commenti prevedibili da parte dell'opposizione e dei giornalisti. Anche in Olanda è passato l'acquisto di una ventina di F35 in nome della necessità di contribuire alle operazioni di pace, mentre si chiudono caserme e si licenziano migliaia di militari. Anche in Olanda non è stata modificata alcuna norma strutturale, per cui i proprietari di case di lusso continuano a ricevere spropositati rimborsi sugli interessi dei mutui astronomici concessi dagli stessi banchieri che hanno causato la crisi, mentre gli handicappati non hanno più diritto all'assistenza sociale. Fin qui nulla di nuovo e vi prego di notare che - vicende giudiziarie di Berlusconi a parte - il governo di larghe intese olandese non ha nulla da invidiare a quello italiano in quanto a inettitudine. Ma quello che a me personalmente ha fatto sganasciare dalle risate (a denti stretti) è stato lo slogan lanciato prima dal WimLex e poi ribadito dal ministro delle finanze: oggi passiamo dallo stato assistenziale allo stato partecipativo. Che vorrebbe dire in parole povere: i soldi son finiti, arrangiatevi! Quindi gli ottantenni incontinenti non avranno più diritto all'assistenza di una nurse professionista pagata dallo stato ma si dovranno far cambiare il pannolone dai figli. Basta andare in giro con le scootermobile sovvenzionate perché le gambe non ti reggono più: da adesso se vuoi uscire di casa ti fai sorreggere dalla vicina oppure fai in time sharing con lo scooter del vicino invalido. Insomma, l'Olanda si sta italianizzando a tempo record. I giornali del weekend hanno naturalmente speso pagine e pagine sull'argomento e pubblicizzano i network sociali di mutua assistenza, come la banca del tempo e i siti di scambio di cortesie per cui, se ti si è scaricata la batteria dell'auto, ti iscrivi all'apposito club di quartiere virtuale, inoltri la tua richiesta e aspetti fiducioso che il vicino di casa si connetta, legga il messaggio e accetti di aiutarti in cambio di un altro favore da riscuotere in futuro, il tutto regolato da un apposito listino prezzi.

Qui mi sorgono spontanee un paio di osservazioni. Primo: a che cosa ci siamo ridotti se per chiedere al vicino di casa di darti una mano con l'auto che non parte invece di suonare il campanello devi iscriverti ad un sito internet e monetizzare il suo aiuto? Vorrei che tutti noi facessimo un minuto di silenzio e riflettessimo su questa ennesima aberrazione della cosiddetta società civile.

Secondo: quando ero piccola, rimanevo sempre affascinata dal cartello che trovavo appeso nei negozietti e nei bar di provincia, quei locali poveri che esponevano polverosi cagnolini di ceramica e altri soprammobili altrettanto kitsch: "Per colpa di qualcuno non si fa più credito a nessuno". Un fulgido esempio di come la saggezza popolare antica sia ancora perfettamente in grado di spiegare le complessità moderne. Lo stato assistenziale olandese è stato distrutto dalla miopia degli amministratori e dall'ingordigia (senza arrivare alla disonestà) dei beneficiari, che hanno per decenni approfittato di concessioni regali, in base alle quali chiunque in possesso di appropriati requisiti di età e reddito poteva fruire di servizi gratuiti anche se non ne aveva bisogno. Come dice la mia amica Anita, oriunda olandese emigrata dopo l'università e rientrata pochi anni fa in patria, in Olanda vivi bene solo se sei molto ricco o molto povero. Per cui per assurdo, io che lavoro full-time mi son sempre dovuta pagare asilo e doposcuola a prezzo pieno, mentre genitori che possono dichiarare un reddito inferiore perché lavorano part-time hanno finora potuto richiedere il rimborso delle spese per un servizio di cui non fruivano! Io mi tengo il mio paio di occhiali pagati a caro prezzo finché non cadono a pezzi mentre la mia donna delle pulizie finora poteva cambiarne uno all'anno gratis. Pensionati perfettamente capaci di reggersi sulle proprie gambe andavano a far la spesa in scootermobile sovvenzionati dallo stato solo perché ne avevano diritto (se pensate che stia esagerando vi invito a venire qui e contare gli scootermobile parcheggiati all'uscita di un qualunque supermarket, ma dovete fare in fretta perché la revoca della concessione è già entrata in vigore), per non parlare di tutti gli anziani perfettamente in salute che per decenni hanno avuto diritto a una nurse gratuita che si occupava anche delle pulizie di casa e che adesso reagiscono indignati alla nozione che l'aspirapolvere se lo devono passare da soli o pagarsi la colf come fanno tutti gli altri. Infine - e questo è l'esempio più scandaloso - la lobby dei proprietari di case di lusso è riuscita ancora una volta a tenersi tutti i vantaggi fiscali acquisiti su mutui astronomici contratti prima della crisi mentre chi deve comperare una casa adesso si deve impegnare a restituire il mutuo in tempi brevi e con rimborsi sempre più ridotti.

Personalmente il mutuo l'ho già estinto perché la pratica olandese di vivere a credito mi ha sempre ripugnato e la disfatta dello stato sociale mi lascia blandamente indifferente: era ampiamente prevedibile e posso dire di non aver avuto alcuna parte in essa, avendo sempre pagato lo scaglione più alto di tutte le tasse grazie al mio reddito supermodale. Mi dispiace solo di dover constatare la fine del sogno americano che è stato anche nostro e che si è infranto contro la realtà di un popolo sempre più abituato a godere di privilegi acquisiti e che ora di fatto impedisce a qualsiasi governo di implementare le riforme strutturali che sarebbero necessarie. Mi dispiace di dover constatare la mancanza di coraggio dei vari governi ormai palesemente schiavi delle lobby industriali internazionali: lo scandalo degli F35 ne è solo l'ultima rappresentazione e quella che accomuna la mia nuova e vecchia patria. Potrei dissertare ancora per pagine sulla mancanza di una chiara politica ambientale che ci costringe a cercare gas col fracking mettendo a rischio sismico intere regioni invece di sfruttare le enormi distese di tetti per impianti di sfruttamento dell'energia solare, ma so per esperienza che l'argomento non interessa nessuno dei miei lettori per cui mi fermo qui e vi fornisco la lista degli articoli correlati, scritti in tempi non sospetti, per opportuna meditazione.

(articoli correlati: Royalty, Equità fiscale, Schiavitù, Elenchi, Italiaanse toestanden, C'è poco da ridere, Malcostume mezzo gaudio)

 
Di paola (del 10/09/2013 @ 22:22:22, in diario, linkato 847 volte)
E così la Microsoft si è pappata la Nokia. Non c’entra niente con quello di cui originariamente volevo parlarvi ma la notizia mi ha colpito come un fulmine a ciel sereno e da allora sono in lutto profondo manco fossi finlandese. In realtà il test sulla mia cittadinanza interiore su facebook ha dato come risultato svedese, quindi un po’ scandinava dentro (ma molto dentro) devo pur essere. Tornando alla Nokia, il torcicollo non mi sta passando e a questo punto sono praticamente sicura che non si tratti di torcicollo ma di RSI provocata dal maledetto touchscreen dell’iPhone che il diavolo se lo porti. In quindici anni di sms selvaggi sul mio fedele Nokia non ho mai avuto un disturbo che fosse uno, mentre un anno scarso di iPhone mi ha ridotto a implorare la fisioterapista di staccarmi la spalla per non sentire più il dolore.
Ancora non riesco a capacitarmi dell’accaduto. Solo cinque anni fa la Nokia era il produttore di GSM più fighi al mondo, come ha fatto a prendere una serie di cantonate così grosse, una dietro l’altra? L’accanimento su Symbian ha del masochismo puro: perfino la modestissima sottoscritta consigliava ai suoi clienti nel 2010 di realizzare le apps in Android oltre che IOS e allora non avevo nemmeno visto un iPhone o un Galaxy da vicino!
Sarà perché per me la distinzione tra telefono e netbook palmare è sempre ben chiara e infatti, come dichiaravo a gennaio, per telefonare uso il mio Nokia 6500c e per lavorare l’iPhone quando non posso usare l’iPad, che tra i due è sicuramente il prodotto migliore. Ormai sto tenendo insieme il Nokia con lo scotch per non dovermi arrendere all’egemonia del touchscreen anche nel weekend. Sabato scorso ho fatto un lunghissimo giro in centro per trovare una degna sostituzione del telefono, ma più che scatole nere di dimensioni sempre più grandi non ho visto. E dire che la conquista più grande della Nokia (e anche della Motorola a dire il vero) è stata la miniaturizzazione del GSM: gli ultimi modelli prima della rivoluzione iPhone erano veri e propri gioielli, adesso siamo tornati ai livelli dei primi cellulari: ci manca solo la batteria a tracolla e poi il cerchio sarà completo (questione di mesi, con quel che succhiano le apps e lo streaming). La mia unica speranza è che la Microsoft lasci Nokia libera di continuare a produrre i GSM (o come si chiamano adesso «feature phones») per il terzo mondo: ho già adocchiato un negozio libanese nella zona meno chic di Nijmegen che ha in vetrina reperti assolutamente vintage in colori improbabili. Tralaltro sembra che i biechi manager Apple stiano per fare uscire un iPhone 5S in versione gold e platinum e una serie di iPhone 5C in colori sgargianti apposta per il terzo mondo: roba che Steve Jobs si sta rivoltando nella tomba. A questo punto tanto vale prendersi un Nokia 301 o anche 105 silver, che fralaltro ha l’opzione dual SIM e una batteria che dura una settimana, alla faccia della mela avvelenata che dura tre ore scarse.
Ma non vi annoio ulteriormente con la mia nostalgia per i bei cellulari di una volta e invece passo subito alla novità che sta tenendo tutti gli olandesi con la lingua fuori, ovvero Netflix. In quanto a teaser, Netflix ha fatto tesoro delle lezioni di marketing di San Steve e ci titilla da prima dell’estate con l’annuncio della rivoluzione televisiva, ovvero la TV on Demand: all-you-can-watch film e serie TV per 10 euro al mese. Capirai che novità! E’ dal 1992 che gli americani ci martellano i coglioni con l’annuncio della TVoD e abbiamo dovuto aspettare la bellezza di vent’anni e la banda larga per avere un servizio che ci è stato promesso quando ancora il PM Di Pietro interrogava Mario Chiesa sulle tangenti per gli appalti edilizi milanesi. Mi vien da dire: fusse che fusse la vorta ‘bbona! Così smetto una buona volta di pagare il canone e aspettare che la televisione di stato si degni di comprare i diritti dei programmi che mi piacciono e mi guardo Dexter direttamente dall’iPad come il 50% delle famiglie olandesi. Ho già scaricato la app e aspetto che si apra la vendita online di abbonamenti. Scommetto che entro cinque anni a partire da domani la televisione farà la fine della Nokia. Coraggio, ex compatrioti, c’è speranza anche per voi. Controllate quando apre Netflix in Italia e correte a comperarvi il tablet se non lo avete ancora fatto.
 
Di paola (del 25/08/2013 @ 12:12:12, in diario, linkato 1787 volte)

Non so voi, ma a me questa storia che i 50 sono i nuovi 40 non convince per niente. Mi sono svegliata ieri con un accenno di sciatica, un feroce torcicollo e una simpatica varietà di disturbi associati alla menopausa tra cui l'abituale cistite. Dieci anni fa non avevo niente di tutto questo e se mi veniva la cistite non era certo per scompensi ormonali.

In verità vi dico che, senza il conforto del botox e delle drastiche cure anti-age cui le attrici holliwoodiane si sottopongono, avere cinquant'anni oggi equivale ad averli avuti dieci, venti, trenta e forse perfino quaranta anni fa: son sempre dieci anni più di quaranta e la drammatica soglia della terza età. Negare gli acciacchi ostentando comportamenti giovanili non fa altro che peggiorare i sintomi e mascherare le rughe dietro chili di make-up correttivo e chirurgia plastica serve solo a farsi compatire da figli e amiche - queste ultime naturalmente lo faranno alle nostre spalle, mentre ai primi si riconosce almeno il merito dell'onestà.

Ma non è il decadimento fisico che mi preoccupa, anche se la lotta ai suoi sintomi ormai occupa il 99% del mio tempo libero, quanto l'invecchiamento spirituale che mi terrorizza e che combatto ancora più strenuamente. Sono circondata da ex ragazzi degli anni settanta che tuonano da tutti i possibili podi al decadimento dei costumi nei giovani d'oggi, paragonando i loro comportamenti scellerati a quelli esemplari della nostra generazione e ne resto sgomenta. Che cosa ha fatto sì che i miei coetanei abbiano potuto rimuovere tutti gli orrori della nostra adolescenza ricordando solo i pochissimi aspetti dignitosi ed edificanti che oltretutto ai tempi consideravamo solo delle enormi scocciature?

Voglio dire, non è che noi si passasse il tempo a studiare i diari di Che Guevara e ripassare i discorsi di Martin Luther King. Chi si dedicava all'impegno politico lo faceva in massima parte perché le compagne la davano più facilmente delle sanbabiline, senza pretendere di essere portate a cena in costosi ristoranti alla moda e senza l'obbligo dei regali che le altre invece attaccavano alla figa come un cartellino del prezzo al pari delle odierne veline. In quanto ai rapporti sociali, noi non avevamo a disposizione tutta la tecnologia odierna e invece di nasconderci dietro un iPhone molto più semplicemente facevamo uno spropositato uso di alcol e droghe: leggetevi le statistiche. Quanti dei compagni di scuola dei vostri figli sono morti di overdose? Quanti stanno in comunità di recupero? Confrontate i dati con quelli dei vostri compagni di scuola. La discriminazione per gli omosessuali e il bullismo ai nostri tempi erano semmai molto più diffusi di adesso, non certo meno. L'unica differenza è che le vittime della discriminazione e della violenza si comportavano da vittime: stavano zitte e si portavano dentro il fardello sempre più grande dell'emarginazione e se la disperazione le portava fino al suicidio, le ragioni del gesto non venivano pubblicate su facebook ma morivano con loro.

E per finire con la tiritera classica contro videogames e serie televisive che istigherebbero alla violenza, vi esorto a ricordare che gli anni della nostra adolescenza sono stati puntellati da incredibile violenza ad ogni livello, dalle bombe indiscriminate alle sparatorie mirate alle semplici missioni punitive a base di sprangate e catenate in faccia con cui i nostri compagni di classe si dilettavano quotidianamente (e non apro il capitolo delle violenze carnali). Il fatto che gli atti di violenza si nascondessero dietro un colore politico non li edifica e non li rende migliori dell'assassinio random di un passante ad opera di tre debilitati che non avevano niente di meglio da fare. Semmai c'è di positivo che adesso l'orrore della vacuità esistenziale di questi individui è esposto di fronte agli occhi di tutti per quello che è e non può millantare alibi ideologici fragili come carta velina.

Ecco, io accetto le rughe, i chili in più, i capelli grigi e tutte le paturnie della menopausa ma non posso accettare di trasformarmi in mia nonna e nelle nonne di tutte le generazioni, che leggono ossessivamente la cronaca nera per trovare conferma delle loro paranoie, terrorizzate da un mondo che non gli appartiene e non capiscono più. Non facciamo finta di non sapere che anche trent'anni fa eravamo terrorizzati dal mondo che ci circondava; l'unica differenza è che allora avevamo energia fisica e mentale in esubero per buttarci nella mischia e qualche volta uscirne anche vincitori. Mi piacerebbe spendere la poca energia che mi rimane per conservare lo spirito battagliero e critico della mia adolescenza: piuttosto che farmi clisteri al caffè per combattere la cellulite mi impegno a combattere il culto di un'era idilliaca che non è mai esistita e vi invito a fare altrettanto.

 
Di paola (del 11/08/2013 @ 22:44:22, in diario, linkato 810 volte)

Subito dopo aver scritto l'articolo del 28 aprile ho avviato le pratiche per la naturalizzazione olandese, un'intenzione che avevo da anni ma che la costituzione del governo di larghe intese PD-PDL con la connivenza del M5S da me votato ha trasformato in azione concreta. Ho quindi consultato l'apposito website governativo e preso appuntamento al comune di Nijmegen per l'espletamento della pratica, che grazie alle nuove leggi comunitarie non è più automatica per i residenti da 15 anni e/o coniugati con un cittadino olandese da 5 ma prevede una lunghissima e costosa procedura burocratica.

Come indicatomi al telefono mi sono diligentemente presentata allo sportello comunale con un documento d'identità e l'attestato di conoscenza della lingua olandese a livello quasi madrelingua conquistato nel lontano 2001. L'impiegato preposto ha per prima cosa testato la mia idoneità alla richiesta; verificato che sono effettivamente residente a Nijmegen dal 15 dicembre 2000 e che sono sposa di un autoctono dal 23 febbraio 2007 come da me dichiarato, mi ha informato ufficialmente che in base agli accordi in vigore potrò conservare il passaporto italiano (ho diplomaticamente evitato di rivelargli la mia intenzione di non avvalermi del diritto) e infine mi ha chiesto l'attestato di conoscenza della lingua. Esaminato il certificato della scuola ha fatto un sorrisetto satanico e ha gettato il foglio sul tavolo con un chiaro gesto di disprezzo. "Questo attestato non vale niente." mi ha comunicato trionfale. Alla mia domanda di spiegazioni mi ha pomposamente informato che l'unico attestato di conoscenza della lingua olandese riconosciuto ai fini della naturalizzazione è quello rilasciato da una scuola superiore olandese al termine del regolare corso di studi quinquennale oppure dal DUO. Alla mia domanda di che cosa fosse il DUO non è stata data alcuna spiegazione se non l'indirizzo e il numero di telefono della sede di Nijmegen e l'impiegato ha concluso la conversazione con la richiesta di ripresentarmi in possesso di un certificato adeguato, senza il quale lui non avrebbe potuto inoltrare la richiesta al servizio immigrazione. A nulla sono valse le mie proteste e richieste di aggiramento dell'ostacolo con eventuali dichiarazioni giurate del mio datore di lavoro sulle mie abilità linguistiche, anzi, ho avuto la netta impressione che l'impiegato in questione provi un piacere sadico nell'informare gli aspiranti cittadini olandesi dei loro doveri linguistici solo al termine dell'appuntamento.

Siccome la burocrazia olandese quando ci si mette riesce ad essere peggiore di quella italiana e per di più gli impiegati statali olandesi sono diversamente corruttibili (nel senso che se lo sono, seguono codici diversi da quelli mediterranei, quindi a noi ignoti), piena di frustrazione repressa ho dovuto ripigliare la bicicletta e cercare la sede DUO di Nijmegen, che fortunatamente è a poche centinaia di metri dal comune. Qui arrivata ho avuto un'ulteriore doccia fredda: un sobrio cartello dattiloscritto mi avvertiva che dal 13 febbraio 2013 Nijmegen non è più sede di esami e che i candidati debbono rivolgersi alle sedi di Eindhoven, Zwolle, Rijswijk, Rotterdam o Amsterdam - tutte distanti più di 100 km da Nijmegen. Di conseguenza all'interno della sede, la cui funzione principale sembra quella di fornire un finanziamento agli studi della scuola superiore e universitaria olandese a studenti indigenti, nessuno sapeva darmi informazioni sulle modalità degli esami ai fini della naturalizzazione e mi sono dovuta accontentare di leggere una serie di brochure divulgative tra loro contraddittorie.

Alla fine della lettura ero talmente confusa che ho annotato il numero di telefono del servizio informazioni e ho aspettato che l'ufficio riaprisse il giorno dopo per chiedere delucidazioni verbali. Una gentile signorina mi ha consigliato di candidarmi agli esami di inburgering (= integrazione culturale) in quanto egualmente validi ai fini della richiesta di cittadinanza ma molto più facili degli esami di lingua veri e propri. L'esistenza di tali esami non risultava dalle brochure e deve essere ricercata su un apposito sito di istituzione talmente recente da non essere noto neppure all'impiegato comunale. Questo si spiega perché la questione è tuttora molto delicata e complessa. L'introduzione degli esami di inburgering è stata fortemente voluta dai partiti xenofobi che hanno preso seggi in parlamento dal 2002 al 2010 e implementata dal ministro Rita Verdonk (equivalente della Gelmini) in tempi strettissimi con il risultato prevedibile che ogni anno le modalità di esecuzione devono essere modificate a seguito delle proteste dei candidati. Una mia amica che lavora all'istituto nazionale di lingua olandese e tiene regolarmente conferenze sull'argomento è apertamente scettica sulla capacità di tali esami di dimostrare l'effettiva conoscenza della lingua e della civiltà olandese da parte di uno straniero. Inizialmente le domande erano talmente difficili che nemmeno un olandese nato ed educato qui sapeva le risposte. Modificate, queste sono risultate talmente facili che perfino una casalinga marocchina analfabeta appena immigrata aveva più del 60% di probabilità di fornire risposte esatte. La versione odierna è un tale Frankenstein che Windows al confronto è un sistema operativo elegante. Purtroppo però tutti noi aspiranti sudditi di sua maestà Alex dobbiamo passare sotto le forche caudine del rituale che prevede ben cinque materie (cultura generale, scrittura, lettura, pronuncia e comprensione uditiva) al costo di 50 euro per materia, da pagare anticipatamente e non rimborsabili. Per ulteriori 63 euro a materia si può acquistare un manuale con esempi di domande e risposte e infine chi vuole può seguire un corso della durata di sei mesi propedeutico all'esame di cultura generale. Quando i miei amici e conoscenti olandesi hanno saputo che avrei dovuto sostenere l'esame la loro reazione standard è stata di irrefrenabile ilarità, seguita dal commento che sarei passata a occhi chiusi (qui si dice con due dita nel naso) e probabilmente avrei segnalato agli esaminatori tutti gli errori nel testo. Questo mi ha molto confortato, ma non del tutto rassicurato.

La trafila burocratica di iscrizione ha occupato tutto il mese di maggio e buona parte della mia scarsa pazienza. Anche qui ho avuto la netta impressione che la difficoltà burocratica fosse studiata appositamente per saggiare la motivazione degli aspiranti candidati perché di fatto senza ottima conoscenza della lingua, dedizione caparbia e nervi d'acciaio non si può arrivare alla fine della procedura. A metà giugno ho ricevuto la lettera che mi indicava le modalità di pagamento a seguito del quale avrei ricevuto la comunicazione della data dell'esame, che è arrivata con studiato sadismo durante le vacanze estive e con tono perentorio mi convocava il 9 agosto ad Amsterdam per una maratona di otto ore in cui tutte le materie sarebbero state passate in rassegna. Il tono di voce della lettera era un'altra prova di forza: se il testo fosse stato scritto in tedesco sarebbe stato giudicato un crimine nei confronti dell'umanità. La sequela di minacce iniziava dalla prima frase e terminava con l'ultima, dove si dichiarava che se non ci si fosse presentati mezz'ora prima dell'orario stabilito ogni diritto all'esame sarebbe decaduto. Tale evenienza si sarebbe verificata anche in caso di disturbo durante lo svolgimento dell'esame stesso, di presenza di materiale elettronico o scritto nella sala dell'esame e così via.

Il giorno dell'esame mi sono trovata in compagnia di una ventina di aspiranti candidati di cui solo un altro occidentale di mezza età, probabilmente slavo o scandinavo e un misto di antilliani, indocinesi e mediorientali tra cui anche l'immancabile casalinga in burka, accompagnata dalla vicina di casa olandese e dotata di un iPhone in custodia bling bling con cui comunicava al marito lo svolgimento della giornata. Rinchiuso tutti i nostri averi negli apposti armadietti siamo stati chiamati nell'aula dell'esame e abbiamo iniziato con il famigerato questionario di cultura generale. Qui la mia indignazione ha raggiunto nuove vette. Tanto per cominciare non c'era nessuna domanda di cultura vera e propria ma solo domande di vita pratica (tipo se il medico di base è pagato dalla mutua e quale assicurazione copre i danni provocati a terzi), poi i protagonisti delle scenette di vita quotidiana su cui le domande sono basate erano tutti marocchini immigrati scarsamente integrati visto che dimostravano di non conoscere le convenzioni più basilari della società in cui vivevano. Infine tutte le domande erano altamente suggestive e alcune di queste non potevano per definizione avere una risposta giusta perché si basavano su situazioni in cui solo il buon senso e l'educazione personale fornivano il codice di comportamento. Emblematica la situazione di Mohamed che si ferisce ad una mano durante un lavoro di falegnameria domestica per il quale è chiaramente non qualificato e va al pronto soccorso. Nella sala d'attesa attacca discorso con il vicino di sedia e gli racconta dell'infortunio. Il suo interlocutore dichiara che Mohamed è stato poco furbo e la domanda è: che cosa è meglio che faccia Mohamed? a) cambia posto b) dà ragione al suo interlocutore c) risponde che sarà poco furbo il suo interlocutore. Nelle parole del mio vicino di casa, la situazione è totalmente irreale perché un olandese non attaccherebbe mai discorso con un vicino di sedia al pronto soccorso e tantomeno gli racconterebbe la ragione del suo infortunio. In quanto al resto, come previsto dai miei conoscenti ho dato tutte le risposte alle scarsamente impegnative domande in un quarto del tempo previsto e ho avuto il piacere di notare che anche un buon numero di indocinesi e mediorientali era nella mia stessa situazione. In particolare un giovanotto di chiarissima intelligenza superiore alla norma e di fattezze somatiche che lo stigmatizzano come indonesiano delle Molucche, soffriva visibilmente all'idiozia della procedura cui è stato indubbiamente costretto per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno (questa è la mia ipotesi personale perché da buoni olandesi non abbiamo scambiato nemmeno una parola nelle lunghe pause tra una materia e l'altra che ci vedevano vicini di sedia nella sala d'aspetto). Solo il test di pronuncia mi ha messo a dura prova perché a differenza degli altri doveva essere ancora la versione originale e quindi di un livello di difficoltà decisamente superiore.

Qui ho avuto l'impressione che la volontà del governo sia quella di impedire la promozione al primo colpo per poter fare ancora un po' di soldi a spese dei candidati. Saprò infatti solo fra quattro settimane se sono stata promossa o se devo ripetere alcune materie e non mi stupirei di dover ripetere l'esame di pronuncia. Wordt vervolgt (= continua).

(articoli correlati: Verkiezingen 2010 e integratie)

 
Di paola (del 20/07/2013 @ 16:16:16, in diario, linkato 781 volte)

Siamo tornati anche quest'estate a Sanremo, nel nostro fidato condominio extralusso dove da ormai sei anni affittiamo un microappartamento con grande terrazzo fiorito di fronte alla piscina con acqua di mare, vanto locale.

Come ogni anno ho passato le prime 24 ore di permanenza a litigare con il personale Vodafone italiano per riuscire ad ottenere quello che mi spetta di diritto e che la Vodafone olandese mi ha già elargito senza che io alzassi un dito. Fortunatamente il servizio 190 funziona - perché credo debba attenersi a standard internazionali - e grazie a questo, al wifi gratis dei numerosi ristoranti sanremesi e alla nostra ormai numerosa dotazione iPhone-Pad (2 cad.) sono riuscita a ricaricare le SIM italiane e a chiudere un contratto internet per l'iPad che ho regalato a mia madre, cosicché anche lei ha finalmente potuto accedere al magico mondo del web, devo dire con un entusiasmo che mi ha ripagato delle sofferenze amministrative subite. A questo proposito voglio fare un plauso alla nostra (olandese) Nellie Kroes che si batte da anni al parlamento europeo per eliminare il roaming all'interno della UE e che, grazie alla sua determinazione, molto probabilmente vedrà i suoi sforzi coronati l'anno prossimo: ecco un esempio di politico utile alla comunità.

Sistemate le questioni informatiche ho potuto immergermi nel colore locale e per ben tre settimane ho cercato di mitigare l'irrefrenabile irritazione che mi attanaglia ogni volta che calo in Italia, con una percentuale di successo inferiore agli anni scorsi, il che vi dovrebbe dare un'idea abbastanza precisa del mio livello di ebollizione. Purtroppo l'attrattiva di sole pizza e mandolini prevale su ogni altra considerazione, soprattutto perché mai come quest'anno ho sofferto il freddo fino alla partenza, avvenuta sotto la proverbiale pioggia gelida, sferzata dal vento, ad una temperatura di 14°. Così nell'ordine mi sono sciroppata: a) le beghe sulla piscina condominiale, rifatta a norma ASL da una ditta locale e quindi corredata da una serie di simpatiche incongruenze e guasti assortiti; b) la nefandezza degli automobilisti locali con contorno di parcheggi abusivi sulla pista ciclabile e nei posti riservati alle biciclette; c) l'arroganza crescente dei proprietari di motorini che, non potendo sfogare la loro mancanza di virilità dall'alto di un SUV, infestano ogni spazio lasciato libero con mostri a due ruote sempre più priapici; d) i titoloni dei quotidiani che nell'ordine ci hanno deliziato con le prodezze di Grillo contro Napolitano, Calderoli contro la Kyenge, la diplomazia kazaka contro il Viminale, i giudici contro Mora-Fede-Minetti, altri giudici contro l'ineffabile comandante Schettino, altri giudici ancora contro il presunto accordo stato-mafia, Renzi contro tutti e perfino Dolce e Gabbana contro l'insostenibile leggerezza del comune di Milano che ha osato chiamarli evasori fiscali (e qui mi chiedo veramente: dove sta la notizia???). Non sarò fortunatamente qui per assistere all'inevitabile bagarre che farà seguito alla sentenza della Cassazione sul processo Mediaset il 30 luglio, ma son già ampiamente nauseata e anelo di tornare ai nostri scandaletti da dilettanti, che oltretutto vengono risolti nel giro di pochi mesi, con moderata attenzione mediatica, sanzioni esemplari e - ça va sans dire - dimissioni fulminee degli implicati.

Visto che comunque devo passare il tempo fino all'aereo che mi riporterà nel gelo nordico, mi son data al pettegolezzo sotto l'ombrellone e ho raccolto una serie di gustosi improperi incrociati che mi hanno sempre più convinto di essere capitata nell'ultimo romanzo di Camilleri, anche se siamo 1500 km al nord di Vigàta. Romanzo piuttosto deludente, a proposito, al contrario degli altri romanzi italiani letti quando lo sconforto si faceva troppo denso: Non so niente di te di Paola Mastrocola e Io che amo solo te di Luca Bianchini. Quest'ultimo in particolare mi ha fatto molto ridere, non solo per la brillante ricostruzione dell'isteria crescente alla vigilia di un matrimonio pugliese da trecento e passa invitati, per il pantagruelico menù e per la incessante sequela di foto e video con pose e parenti sempre più improbabili, ma per il soave vizio tutto italiano di accanirsi a negare la realtà per salvare le apparenze - roba che fa impallidire Orwell e il suo 1984.

Nel romanzo del Bianchini, che consiglio a tutti i miei lettori, il fratello dello sposo è notoriamente omosessuale, ma tutti i parenti, amici, conoscenti e compaesani, invitati o meno al matrimonio, si compiacciono per la sua decisione di farsi accompagnare alla cerimonia e alla festa da una fidanzata di facciata per non far sfigurare la famiglia. Prego trovare le dieci similitudini con i vari processi in corso a Milano e con il pasticcio kazako.

Buone vacanze e buona fortuna.

 
Di paola (del 07/07/2013 @ 19:01:32, in diario, linkato 1788 volte)

Vi ho parlato anni fa della "Bible belt" olandese: la regione da cui sono emigrati Amish e Quaccheri, la regione in cui la religione domina ogni attività sociale, dove le donne vestono ancora di nero come le bisnonne dell'Italia del sud, i padri hanno diritto di prelazione su tutte le femmine della famiglia e tutti vanno in chiesa la domenica mattina ad ascoltare le prediche apocalittiche dei pastori calvinisti riformati; la regione che è di fatto l'equivalente cristiano dei talebani afghani e che - tra le mille regole bislacche - impone ai genitori di non vaccinare i figli per non contravvenire alla volontà divina di vita e di morte. Una regola questa che più dell'incesto fa regolarmente tuonare d'indignazione medici e giornalisti, ma contro cui nessuno osa opporsi in virtù del libero arbitrio.

Mentre vi scrivo, nella regione dei calvinisti riformati olandesi è in corso una forte epidemia di morbillo: più di 200 casi accertati e più di 50 ricoveri d'urgenza per complicazioni polmonari. Peter Heerschop ha commentato nella sua rubrica satirica del venerdì su Radio 538 che a quanto pare Dio proibisce di vaccinare ma non di farsi salvare la pelle in ospedale. L'ha presa meno bene Rosanne Hertzberger nella sua rubrica settimanale del sabato sull'NRC e - insieme all'indignazione standard - ci ha messo il carico da novanta ricordando il mirabile flop della sanità olandese in merito ad un'altra vaccinazione, quella contro il cancro al collo dell'utero, la cui campagna nazionale di qualche anno fa è franata contro un potere ancor più radicale della religione: quello dei social networks. A seguito della propaganda negativa circolata viralmente sui soliti noti Twitter, Facebook e YouTube, meno del 20% delle ragazze richiamate per la vaccinazione si è effettivamente presentata e il programma è stato chiuso in fretta e furia a seguito della valanga di proteste scritte al sito del ministero dall'80% delle ragazze ribelli. La Hertzberger concludeva la sua rubrica commentando cinicamente che la barbarie si è definitivamente impossessata della civiltà se un video su YouTube ha più credibilità delle circolari del ministero della sanità e che in fin dei conti siamo tutti un po' calvinisti riformati, ovvero, bigotti ignoranti se basta non vedere più bambini in sedia a rotelle, vittime della poliomielite, per dimenticarsi che le vaccinazioni salvano la vita.

Qui invece mi permetto di dissentire, forte delle mie quattro vaccinazioni obbligatorie (tetano, polio, difterite e vaiolo) e delle ben più numerose vaccinazioni subite da mio figlio (tetano, polio, difterite, pertosse, influenza, morbillo, orecchioni, scarlattina, rosolia e meningite C). Mettere sullo stesso piano morbillo e poliomielite è puro terrorismo sanitario, lo stesso terrorismo che ha fatto scoppiare la psicosi dell'influenza suina cinque anni fa. Lo stesso terrorismo che spaccia un vaccino non testato contro il cancro al collo dell'utero come indispensabile profilassi alla pari dell'antimalarica nelle foreste tropicali. A prescindere dal fatto che non credo nelle statistiche altrettanto terroristiche della cosiddetta controinformazione (i veri bigotti) sui danni delle vaccinazioni, non credo nemmeno nell'accanimento terapeutico del XXI secolo, che impone ai nostri figli ancora lattanti una batteria di vaccinazioni, la cui validità è ancora tutta da dimostrare, per malattie che tutti abbiamo fatto e per le quali la mortalità o il collateral damage non è minimamente paragonabile a quello del vaiolo, della difterite, del tetano e della polio. Io li ricordo ancora i poveri bimbi storpi della mia generazione, ma come ricordo loro, non ricordo alcun bimbo morto per morbillo come invece ora si vuol far credere: il morbillo lo abbiamo avuto tutti, come gli orecchioni e la rosolia e vivaddio anche l'influenza, senza per questo rimetterci la pelle o rimanere storpi o idioti per il resto della vita. Inoltre ricordo alla smemorata Hertzberger che se un video su YouTube ha oggi più valore di una circolare del ministero della sanità olandese, questo è interamente colpa della sanità olandese che si è ampiamente resa ridicola nel corso dell'ultimo decennio con la già citata profilassi contro l'inesistente pericolo dell'influenza suina, con il mantenimento nella profilassi obbligatoria del vaccino contro la pertosse in flagrante sprezzo della constatazione che tale vaccino non serve a una cippa e con l'informazione contraddittoria sulla vaccinazione per meningite C. In tempi non lontani, la sanità olandese non era favorevole a tale vaccinazione, adducendo articolate e documentate obiezioni al riguardo, pubblicate su appositi poster e leaflet a disposizione del pubblico in qualunque consultorio medico. Poi, improvvisamente, la vaccinazione è diventata obbligatoria: sono bastati 12 casi di meningite con esito mortale per far firmare le necessarie circolari in fretta e furia. Non sono certo una fanatica delle teorie complottiste ma in questo caso non occorre scomodare Assange e Snowden per capire che le lobby farmaceutiche hanno il potere di far girare la cosiddetta opinione pubblica a loro piacimento e meno male che ogni tanto gli va buca, social networks o meno.

Nonostante abbia fatto vaccinare mio figlio - contro ogni pensiero razionale, in qualità di madre inesperta, insicura e quindi facile vittima del terrorismo sanitario, sia ben chiaro - spero proprio che i calvinisti riformati resteranno liberi di non far vaccinare i loro figli contro orecchioni e morbillo, così magari riusciremo anche a dimostrare che questa vaccinazione è totalmente inutile se è vero che basta entrare in contatto con una persona malata per contrarre la malattia in forma acuta, come è stato documentato non più tardi di tre anni fa in occasione di una mini epidemia sviluppatasi nel circuito universitario di Utrecht. Allora una decina di studenti regolarmente vaccinati è stata contagiata da una coppia di studenti non vaccinati e ha passato una pessima settimana in ospedale, non senza aver prima a sua volta contagiato un cerchio di amici ancor più ampio durante un rave. Il redattore ipotizzava che la scarsa igiene e l'abbondante promiscuità del circuito studentesco sia stata la causa dell'epidemia e finiva con la polemica di prammatica sulla mancata applicazione del protocollo sanitario nella regione calvinista riformata. Poi, come era apparsa, la notizia è sparita dalle pagine scientifiche del giornale dove era relegata e ognuno è libero di trarre le conclusioni che crede, ma a mio modesto parere c'è abbastanza materia per mettere in discussione la validità del protocollo di vaccinazione statale.

E magari usiamo il potere dell'opinione pubblica più utilmente per cercare di risolvere la piaga dell'incesto tra i calvinisti riformati, che ne dice egregia dottoressa Hertzberger?

 
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