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 ego... di paola
 
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Sono emigrata in Olanda per amore quindici anni fa. Nei primi dieci anni ho intrattenuto i miei amici sulle usanze olandesi, poi ho cercato di far loro vedere come sono assurde le vicende italiane viste da qui. Adesso racconto semplicemente quello che mi succede.

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 11/05/2014 @ 00:00:39, in diario, linkato 3638 volte)
Per festeggiare la comunicazione che la mia richiesta di naturalizzazione è stata sottoposta all'attenzione di sua maestà e per accontentare i sempre più numerosi amici italiani che esprimono un impellente desiderio di emigrare, adatto un bellissimo articolo riferito ai tedeschi che potete leggere qui. Volete diventare olandesi come me? Continuate a leggere.
1. Impara a mangiare salame e formaggio a colazione
Caro amico italiano. Sei atterrato a Schiphol pieno di speranze e valigie e ti appresti a vivere la tua avventura olandese. Hai dormito probabilmente in un b&b o da un conoscente e ti sei alzato pieno di energie. Scendi dalla ripidissima scala che conduce alla sala da pranzo con il desiderio legittimo di una sana colazione a base di cappuccino e brioche, o più prosaicamente caffellatte e biscotti del mulino bianco. Scordatelo. La colazione olandese è molto simile alla colazione tedesca e si basa essenzialmente sul consumo di quantità smodate di pane spalmate di margarina (che qui chiamano burro ma non fidarti: solo il roomboter è vero burro) e completate da una nutrita varietà di salumi e formaggi affettati o paté di varia natura. Il companatico dolce è rappresentato essenzialmente dal surrogato della nutella oppure dalla granella di zucchero e cioccolato chiamata hagelslag: ambedue immangiabili, meglio ripiegare su miele e marmellata o appelstroop (vedi punto 3). Se è domenica compare in tavola anche l'uovo alla coque. I tuoi ospiti ti faranno scegliere tra the o caffè. Se non ti piace il caffè americano e cerchi di salvarti optando per il the ti verrà servita acqua tiepida e ti verrà offerta una scatola di bustine Pickwick in una varietà di gusti egualmente disgustosi. Bevi l'acqua tiepida e cerca il primo Starbucks appena uscito di casa: fortunatamente adesso ce n'è uno in ogni stazione ferroviaria. Se non sei in centro ad Amsterdam non cercare un bar aperto per la colazione: non esistono. Appena hai una casa tua compra immediatamente una macchina Nespresso e prova sistematicamente tutte le cialde in commercio finché non trovi quella che più si avvicina al gusto della moka. Inutile portarti la moka a meno che non sia disposto a passare la tua vita nei negozi specializzati per il rifornimento di caffè macinato ad hoc. Se invece ti piace il the, cerca il più vicino negozio specializzato che vende the sfuso o di marche inglesi: al supermercato trovi al massimo Lipton e Twinings Earl Grey.
2. 50 sfumature di pane
Siccome il pane ha un'importanza spropositata come vedrai anche al punto 4, è meglio che ti faccia subito una cultura sul pane olandese. Il pane bianco viene relegato solo ad alcune speciali occasioni (vedi punto 3) e ha una cattiva reputazione. Gli olandesi che vogliono mantenere lo stile di vita spartano e punitivo che per loro e sinonimo di sano (gezond) mangiano pane a cassetta integrale (volkoren) o pseudo integrale (bruin), multigrano o di segale, spesso nella variante con lievitazione naturale (zuurdesem), occasionalmente ripieno di semi, uvette, noci, fichi e datteri in tutte le possibili varianti. La cosa migliore da fare è andare nel reparto panetteria del supermercato e comperare sistematicamente tutto l'assortimento oppure provare ogni giorno una varietà diversa alla mensa della ditta dove lavori: in un paio di mesi ce la puoi fare a distinguere le varietà principali. Se il pane a cassetta proprio non ti piace, c'è sempre il pane turco e una certa varietà di panini al latte, con e senza uvette. Adesso si trovano perfino ciabatta, baguette e sfilatini sempre più simili all'originale. Infine le bagels con salmone e philadelphia sono un must del brunch domenicale.
3. Impara la gestione del companatico
Ogni tipo di pane richiede uno specifico companatico (beleg). Il pane a cassetta bianco viene usato principalmente in combinazione con l'hagelslag e tutte le sue variazioni compresa la granella di anice, con la pseudo nutella, la marmellata e l'appelstroop, che e una composta densa di mele. L'appelstroop si può anche usare al posto della margarina sul pane integrale in abbinata al formaggio, che qui è praticamente solo il gouda nelle tre stagionature-base: giovane, maturo o vecchio. Il formaggio stagionato a sua volta si può anche usare come farcitura nel panino al latte e uvette. Il panino al latte bianco senza uvette si farcisce anche di filet americain, che è una specie di tartare di carne cruda molto speziata, oppure con la kroket, una crocchetta impanata e fritta a base di farina, latte, carne, fecola e strutto, che grazie al cielo non viene servita per colazione ma solo per pranzo o come snack. Passando ai salumi, il prosciutto crudo e abbastanza raro, mentre abbondano, come in Germania, prosciutto cotto in dieci varianti, wurstel giganti in versione affettata o spalmabile e salami a pasta fine. Per chi non ama il maiale c'è il filetto di pollo e le versioni halal dei wurstel, oppure si passa direttamente ai formaggi spalmabili tipo milkana o philadelphia e infine quello che gli olandesi definiscono insalata: una composta a base di maionese e svariati ingredienti tra cui eventualmente anche qualcosa di vagamente vegetale. Questa però non si mangia a colazione ma solo a pranzo, come il filet americain e la kroket. Le bitterballen, che sono kroketten più piccole e rotonde, invece si mangiano con l'aperitivo e senza pane.
4. Impara a bere latte a pranzo
Se come me non riesci a mangiare niente a colazione e vivi di yogurt fino all'ora di pranzo, ti aspetta una grossa delusione. A pranzo si mangia la stessa varietà di cibo che si mangia a colazione, con la variante liquida del latte freddo al posto del caffè americano. Se l'idea di un bicchiere di latte freddo insieme al pane e margarina non ti alletta puoi sempre bere il karnemelk (latte acido dal gusto vagamente simile allo yogurt) oppure un succo di arancia o uno smoothie, ma solo nei posti più fighetti. A casa tua naturalmente puoi farti un piatto di pasta ma non farlo sapere in giro. Ah, prima di dimenticarmi: qui la pizza si mangia solo di sera, quindi se vuoi mangiare pizza a mezzogiorno devi comperare quella surgelata al supermercato. Negli ultimi anni si e fatta strada l'abitudine americana di mangiare soup & salad, cioè una minestra calda e un'insalata dove la componente vegetale è superiore alla maionese ma solo in posti di lavoro abbastanza grandi da potersi permettere un servizio di catering e dove la presenza femminile è preponderante. I veri uomini mangiano pane e kroket con un bicchiere di latte gelato.
5. Impara a cenare alle sei del pomeriggio
A meno che tu non faccia parte dell'élite internazionale di stanza ad Amsterdam o Den Haag ti conviene cenare alle sei di sera in modo da poter raggiungere gli amici al bar (kroeg) dopocena, cioè alle sette. Non ti conviene andare al bar a digiuno perché nei bar olandesi non si trova niente da mangiare a parte noccioline o patatine e dopo due pinte di birra a digiuno non sei più in grado di camminare. A cena puoi mangiare quello che ti pare, tanto qui non ti invita nessuno a casa per cena e se ti invitano ti consiglio di trovare una scusa o mangiare prima. Un invito al ristorante si accetta sempre, ma non aspettarti che la cena ti sia offerta, quindi portati dietro una calcolatrice e abbastanza contante in tagli misti per sbrigare la magagna del conto nel minor tempo possibile e dartela a gambe prima di venir trascinato in discussioni estremamente imbarazzanti per un italiano ma perfettamente normali per gli olandesi.
6. Impara ad uscire di casa coi capelli bagnati
Non è obbligatorio ma ti eviterà lo shock del primo appuntamento dal parrucchiere, quando dopo averti lavato e tagliato i capelli ti toglieranno la mantellina e ti accompagneranno alla cassa. Se vuoi che il parrucchiere li asciughi devi insistere molto e alla fine una scocciatissima inserviente ti passerà le mani tra i capelli reggendo il phon come se puzzasse e appena hanno smesso di gocciolare ti butterà fuori. Se invece ti alleni a uscire di casa senza asciugare i capelli, in poco tempo impari come farteli asciugare dal vento in tre minuti: pratico ed economico, soprattutto perché qui può cominciare a piovere da un momento all'altro in qualunque stagione dell'anno e con cielo di qualunque sfumatura di grigio. Assicurati quindi di avere un taglio che sopporta bene l'effetto permanentemente umido.
7. Maniche corte, pantaloni di lino e sandali a partire dal 21 marzo
Il 21 marzo e primavera, quindi basta vestiti invernali. Non importa se fuori ci sono sei gradi, le donne olandesi si mettono camicette di cotone, pantaloni di lino e sandali. Gli uomini invece vanno in giro con le maniche corte anche in pieno inverno e usano il piumino solo sulle piste da sci. E' permesso rimettersi i vestiti invernali solo alla fine di settembre. In compenso sarà un sollievo non dover più stare dietro alla moda perché tanto qui se ne fregano tutti. Compra vestiti da Zara, Mango o H&M come tutti e risparmia i soldi per le cose che contano davvero, come le tasse, il mutuo e le assicurazioni.
8. Impara la parsimonia
E a proposito di risparmio, non sei olandese se non sei zuinig, cioè spilorcio come Paperon de Paperoni. Apri subito un account su marktplaats (ebay) e cerca di comperare tutto quello che puoi di seconda mano. Vendi tutta la roba che non usi su marktplaats e vantati con gli amici del profitto che hai fatto. Spulcia tutte le offerte speciali sui volantini pubblicitari - te ne arrivano a casa 35 alla settimana - e per non perderti nemmeno un'occasione abbonati ai vergelijkingsites, i motori di ricerca online che confrontano i prezzi di tutti i possibili prodotti e servizi. Iscriviti a tutti i possibili programmi fedeltà dei tuoi negozi preferiti e metti la tessera fedeltà del supermercato nel portachiavi: è uno status symbol. Abituati a sostenere lunghe discussioni sul rapporto prezzo-qualità di qualunque cosa a cominciare dalle spese quotidiane ma non credere a chi giura che la carne della Lidl è buona come quella del macellaio: gli olandesi hanno le papille gustative azzerate da secoli di cavoli e patate e non distinguono il filetto di manzo dall'hamburger di Mc Donalds. Tutti i soldi che hai risparmiato non andando dal parrucchiere, non comperando vestiti alla moda e usando gli accorgimenti di cui sopra ti serviranno per poterti permettere di mangiare cibo commestibile quotidianamente. Infatti, se vuoi mangiare con gli standard italiani devi spendere il doppio per una qualità appena tollerabile. Pretendere di mangiare 100% biologico equivale a finanziare una dipendenza dalla cocaina.
9. Impara ad andare in bicicletta
Anche se gli olandesi preferiscono passare ore in coda in autostrada ogni giorno piuttosto che prendere un treno o un autobus, la bicicletta e il mezzo di locomozione urbano preferito e i bambini olandesi imparano ad andare in bicicletta appena sanno camminare. Se intendi formare una famiglia qui oppure ti porti i figli al seguito sappi che il tuo dovere è quello di insegnargli ad andare a scuola in bicicletta e accompagnarli sulla tua finché non sono in grado di farlo. Inoltre devi imparare ad usare la bicicletta su ogni strada, in ogni condizione meteorologica e con carichi pesanti. Se intendi fare vita sociale notturna la bicicletta e l'unica possibilità che hai di tornare a casa perché guidare in stato di ubriachezza o - dio non voglia - sotto sostanze stupefacenti è il modo più veloce per finire in galera senza passare dal via e il servizio taxi è carissimo nonché in mano a dilettanti delinquenti. Come ciclista godi di diritti quasi divini: hai precedenza su tutto e tutti, puoi andare impunemente contromano e sul marciapiede, però ricordati di portarti dietro le luci di riserva perché se i vigili urbani ti beccano senza luci sono 30 euro di multa e qui le multe non te le toglie nessuno.
10. Impara l'olandese
Fuori dalle grandi città portuali (Amsterdam, Utrecht, Den Haag, Rotterdam) gli olandesi parlano un pessimo inglese, incomprensibile se non hai studiato il tedesco e se non conosci gli idiomi olandesi più comuni. Il problema è che credono di parlare inglese benissimo e si stupiranno moltissimo che tu non li capisca. Inoltre loro non capiranno te, che come tutti gli italiani hai una pronuncia piuttosto mediterranea e tendi ad usare tutte le parole di provenienza latina al posto dell'equivalente anglosassone. Questo darà luogo a moltissimi equivoci e, siccome gli olandesi sono troppo educati (o arroganti) per ammettere di non aver capito, ogni conversazione apparentemente innocua si trasforma presto in un campo minato. A meno che tu non abbia la fortuna di lavorare in una multinazionale americana composta solo di expats imparare l'olandese è un requisito fondamentale per trovare lavoro e aspirare ad una vita sociale di base. Inoltre, se i partiti xenofobi riusciranno a demolire ulteriormente la UE, potresti presto essere costretto a fare un corso di inburgering come gli extracomunitari. Se parti con una buona base di inglese ce la puoi fare, ma solo se parti con una buona base di tedesco ce la fai senza esaurimento nervoso. Se il tedesco ti sembra una lingua difficile e foneticamente ostica, sappi che la fonetica olandese sta a quella tedesca come la carta vetrata sta al cartone: da quando ho imparato l'olandese i tedeschi mi sembrano tutte checche. Se il tedesco ti sembra pieno di eccezioni, l'olandese ne ha il doppio. L'unica consolazione è che poi l'inglese ti sembrerà una lingua facilissima, soprattutto perché qui i programmi non vengono doppiati, quindi ogni serie TV o film se ti va bene è in inglese coi sottotitoli in olandese. Detto tra noi, guardare la TV olandese è anche il modo più veloce di imparare l'olandese ma solo se il tuo inglese è a livello madrelingua.
11. Fatti piacere il pattinaggio su ghiaccio
Tra novembre e marzo qui ci sono i campionati di pattinaggio e siccome l'Olanda ha sbaragliato tutti i concorrenti alle ultime Olimpiadi per quattro anni non si parlerà d' altro. Impara bene tutte le varietà di pattinaggio e fatti una cultura sulle celebrità locali. Entro gennaio fatti una cultura sull'Elfstedentocht in modo da capire i discorsi eccitati dei presentatori televisivi e perché tutti improvvisamente cominciano a trapanare il ghiaccio nei canali. Per maggiori informazioni leggi Elfstedentocht.
12. Assicurati
Un vero olandese è assicurato dalla punta dei piedi alla cima dei capelli. Le assicurazioni di base comprendono: auto, pensione integrativa, mutuo, casa, responsabilità civile, viaggi, furto e incendio di tutto quello che possiedi, sia in casa che fuori casa, assistenza giuridica, salute, vita e funerale in caso di morte. I vergelijkingsites sulle assicurazioni sono talmente tanti che è stato formato un vergelijkingsite per i vergelijkingsites. Lo sport principale dell'olandese medio è quello di passare da un'assicurazione all'altra ogni anno nel vano tentativo di spendere meno e ottenere di più. Il tentativo è vano perché tutte le società di assicurazione sono saldamente in mano a tre banche che controllano prezzi e prestazioni alla faccia del libero mercato. Arrenditi all'evidenza che è impossibile avere il prezzo più basso e fai solo le assicurazioni obbligatorie: solo per finanziare quelle ti va via un quarto dello stipendio.
13. Comperati uno smartphone
Senza smartphone ormai è impossibile espletare le funzioni più basilari della vita olandese e di conseguenza il tempo che gli olandesi impiegano a scegliere il contratto telefonico per lo smartphone sta superando il tempo che impiegano a scegliere le assicurazioni. Non solo qui ormai si compra, si prenota e si paga tutto online, ma sono in corso esperimenti per sostituire la carta bancomat con lo smartphone. Lo smartphone è anche indispensabile durante le code in autostrada o nei viaggi in treno come testimoniano queste foto.
Ti sarà di consolazione sapere che in Olanda trovi il wifi praticamente ovunque e il 3G anche in aperta campagna, inoltre le tariffe telefoniche sono decisamente convenienti rispetto all'Italia, anzi, butta proprio via la SIM italiana: grazie a Neelie Kroes, dal 1 agosto con un contratto olandese hai la tariffa unificata in tutta Europa (ecco a che cosa serve la UE). Appena sottoscritto il contratto per la SIM olandese, scarica le 20 apps che tutti gli olandesi hanno: facebook, twitter, linkedin, whatsapp, youtube, skype, marktplaats, netflix, lo streaming della TV (uitzendinggemist), la tua radio preferita, il tuo giornale preferito, la tua banca, il tuo supermercato, tutti i negozi online come Zalando, Zara e H&M, l'orario dei treni, quello dei mezzi pubblici, il meteo in tempo reale (buienradar), lo stato delle code in autostrada in tempo reale (vid) e ovviamente tutti i vergelijkingsites come tripadvisor, booking.com e airbnb.
14. Comperati un tablet
Lo smartphone va bene per quando sei in giro ma il tablet è de rigueur sia a casa che in ufficio e sta praticamente sostituendo laptop e TV. Portati avanti col lavoro e non farti cogliere impreparato, soprattutto se vuoi vedere lo streaming di uitzendinggemist o di netflix su uno schermo decente.
15. Impara quali regole si possono trasgredire
Vivere in Olanda è come stare nella matrice dell'omonimo film: alcune regole si possono piegare, altre si possono rompere, ma nessuno ti dice quali. Gli olandesi in bicicletta per esempio possono infrangere impunemente una serie di regole del codice stradale che gli stessi individui in auto non si sognerebbero mai di non rispettare. Passare col rosso, oltre ad essere pericolosissimo, è multato al 99,9% se si è in auto, in bicicletta è più che tollerato ma non va mai fatto in presenza di vigili urbani altrimenti scatta la multa. I pedoni passano col rosso anche di fronte a un vigile urbano, tanto che ad Amsterdam adesso i semafori ti dicono quanti secondi mancano al verde allo scopo di scoraggiare tentativi suicidi. Pagare il biglietto sui mezzi pubblici sembra uno sport poco praticato, soprattutto ad Amsterdam, mentre superare i limiti di velocità è fonte di multa sicura. Le tasse e l'IVA invece si pagano religiosamente come pure tutti i servizi specialistici. Il pagamento in nero di idraulici e muratori ufficialmente non esiste; in pratica però tutti hanno un "mannetje", prevalentemente polacco, per lavoretti all'italiana, solo che non solo non se ne vantano ma negano l'evidenza con la stessa faccia tosta con cui un italiano nega i tradimenti, quindi per un expat è praticamente impossibile entrare in contatto con questi personaggi se non per caso o dopo abilissime trattative diplomatiche. In Olanda, come è noto, il consumo di marjuana è tollerato ma non la coltivazione e tantomeno la vendita, quindi anche qui si cammina su un terreno minato e ricordati che tutti gli impiegati statali di qualsiasi grado sono diversamente corruttibili, nel senso che nessuno di noi expat è mai riuscito a farsi fare un minimo favore o sconto da nessuno di loro mentre, a giudicare dagli scandali in corso, gli autoctoni ci riescono benissimo. Il mio consiglio: non provarci nemmeno.
16. Fatti piacere cavoli, patate e mele
La probabilità di essere invitati a cena da un olandese tende a zero, non perché gli olandesi non siano conviviali, ma perché il cibo non rientra nella definizione di convivialità (vedi punto 25). Se però devi per forza andare a cena a casa di qualche olandese, preparati alla tragedia del pasto caldo olandese che ti farà rimpiangere i panini all'hagelslag. Cavoli, patate e mele sono gli ingredienti dominanti di ogni cena olandese: esistono qui più di dieci varietà di questi vegetali e ti verranno servite di preferenza bollite fino alla morte o fritte nello strutto o tutt'e due insieme, il tutto senza sale. Se c'è carne sarà quasi sicuramente di maiale e il tutto verrà accompagnato dall'orribile appelmoes. Per ulteriori informazioni leggi 5 boterhammen en een waarme maaltijd.
17. Maionese sulle patatine fritte e senape sulle bitterballen
Le patate fritte stanno all'Olanda come il Sauerkraut sta alla Germania. In ogni ristorante vengono servite di default insieme al secondo - non occorre ordinarle e te le portano anche se dici che non le vuoi. Insieme alle patate fritte arriva immancabilmente una vaschetta di maionese, come tutti quelli che hanno visto Pulp Fiction ormai sanno, perché in Olanda sulle patate fritte non si mette il ketchup ma la maionese. La passione per le patate fritte è tale che qui si trovano friggitorie (snack bar) ad ogni angolo di strada e perfino self service nelle stazioni ferroviarie. Insieme alle patate fritte si possono degustare kroketten, frikandellen e kaassoufflé e non ti dico altro che mi viene la nausea ma puoi sempre leggere l’articolo che ho dedicato all’argomento e che si chiama, appropriatamente, Recessie.
Invece le bitterballen, per ragioni che ancora mi sfuggono, vengono sempre servite nei borrel (aperitivi) insieme alla birra e vanno mangiate con la senape. Non c'è veramente nulla di più olandese delle bitterballen per cui, il giorno in cui ho festeggiato l'esito del mio esame di inburgering, ho offerto 100 bitterballen ai miei colleghi e sono sparite nel giro di 10 minuti.
18. Bevi birra direttamente dalla bottiglia
Con questo punto si apre il capitolo convivialità olandese. Esistono due forme di convivialità e sono la forma alcolica e la forma analcolica. La forma analcolica comporta il consumo di caffè americano e un solo biscotto secco, la forma alcolica comporta il consumo di ettolitri di birra. Tieni presente che gli olandesi reggono la birra meglio degli inglesi e regolati di conseguenza. Impara a bere la birra direttamente dalla bottiglia dopo averla aperta con un colpo secco sul bordo del tavolo oppure con l'accendino bic o con la chiave del lucchetto della bicicletta. L'uso dell'apribottiglie è da checche ma fortunatamente la maggior parte delle birre in bottiglia adesso viene dotata di un tappo a corona che si può aprire senza; in alternativa appendi un mini-apribottiglie al portachiavi e coprilo con la mano mentre apri la bottiglia per far credere che stia usando la chiave di casa. Se non ti piace la birra sei nei guai. Non bere mai vino in un bar olandese (kroeg) e non accettare mai vino alle feste dove il padrone di casa è olandese: 9 volte su 10 è tannino puro comprato alla Lidl. Se hai bevuto più di due bicchieri del vino locale cerca di vomitare al più presto se non vuoi passare una notte d'inferno.
19. Impara la diplomazia olandese
La prima cosa che un olandese dirà a un italiano è che gli olandesi sono diretti e dicono pane al pane e vino al vino, di conseguenza detestano le forme di cortesia mediterranee per le quali fare domande dirette e dire quel che si pensa è maleducato. In realtà quello che gli olandesi intendono è che LORO possono apostrofarti con il massimo disprezzo e insultarti in ogni possibile maniera, ignorando contemporaneamente ogni tua richiesta con la scusa che non capiscono i tuoi bizantinismi, mentre TU non puoi azzardarti a fare alcuna osservazione che non sia men che lusinghiera nei loro confronti. Quindi abituati a incassare sorridendo e a formulare risposte adeguate ispirandoti liberamente agli insulti britannici. Lady Violet, duchessa-madre di Downton Abbey, sia il tuo esempio e mentore.
20. Detesta cordialmente i tedeschi
L'Olanda, come è noto, è stata la prima nazione ad essere stata occupata dai tedeschi all'inizio della seconda guerra mondiale e quel che è peggio, gli invasori hanno requisito tutte le biciclette olandesi per farne metallo da cannoni. Nel 1974 poi l'Olanda è stata derubata dalla Germania della vittoria alla coppa del mondo di calcio da un gol al 43° minuto. Tra i due affronti il secondo è quello che gli Olandesi non hanno ancora perdonato. Inoltre i tedeschi danno terribilmente fastidio agli olandesi perché obbediscono l'autorità, seguono le regole e in generale sono sempre i primi della classe, mentre gli olandesi coltivano con cura un'immagine anarchico-ribelle e sono notoriamente cultori del 6 politico. I nostri vicini dell'est è il termine più gentile con cui vengono definiti i tedeschi e se si vuole insultare un olandese basta dire che la sua lingua è più simile al tedesco che all'inglese - che detto tra noi è la pura verità e la dimostrazione di quanto sia falsa la pretesa di sincerità degli olandesi di cui al punto precedente. Qualunque sia il tuo credo politico e sportivo, ti conviene dire che tuo nonno era nella resistenza e che anche tu trovi il gol di Müller un sopruso intollerabile.
21. Venera la tua auto più di te stesso
Non ho alcuna evidenza per sostenere che l'auto sia una forma di compensazione per l'olandese medio, al contrario direi che se c'è un popolo in Europa che non ha bisogno di compensare sono proprio gli Olandesi. Ma in qualche modo l'auto per l'olandese medio è una forma di status sociale irrinunciabile. Pur di possedere un'auto di grossa cilindrata l'olandese venderebbe l'anima al diavolo: ho visto managers piangere perché le nuove regole aziendali non consentivano loro l'auto della cilindrata desiderata e direttori generali tirare la trattativa allo spasimo pur di ottenere una BMW al posto dell'Audi. Che poi la massima ambizione automobilistica dell'olandese medio non è la Ferrari o la Porsche, ma il modello più grosso delle tre volumi tedesche oppure il SUV 4x4, quindi è proprio una questione di dimensione: per questo la smart in Olanda non ha mai avuto successo.
Una volta ottenuta l'auto desiderata, l'olandese medio la curerà come un fiore delicato, la laverà da cima a fondo ogni sabato mattina e correrà dal carrozziere al minimo graffio. Gli olandesi sono infatti esterrefatti dallo stato in cui l'italiano medio tiene la sua auto: per loro è incomprensibile che un'auto circoli liberamente graffiata e impolverata. Siccome anche i tedeschi la pensano così, fattene una ragione: finché gli italiani non venereranno le loro auto non avranno accesso al gotha anglosassone della UE, nemmeno con spread, PIL e debito pubblico nella norma.
22. No sex, no drugs, al massimo rock'n'roll
Non farti ingannare dal fatto che Amsterdam sia la capitale del vizio, che in ogni città si trovano coffee shops (dove si vende marjuana, non caffè) e rosse buurt (vetrine delle prostitute): sono tutte attività per turisti o emarginati (asociaal, aso's). Non a caso apartheid è il dono linguistico dell'Olanda al mondo. Droga e prostituzione sono la dimostrazione più lampante dell'apartheid: entrambe accuratamente circoscritte in località ben precise, note alle forze dell'ordine e dalle quali l'olandese medio si tiene molto alla larga. A differenza dell'inglese che sfoggia il suo hangover come una medaglia, l'olandese che si è lasciato andare ad una notte brava la mattina dopo si dà malato e smaltisce la sbornia in perfetto isolamento. I controlli del datore di lavoro cominciano con molto tatto solo al secondo giorno di malattia; nessuno ti chiede come va se ti ripresenti in ufficio dopo un solo giorno di malattia e tutti fanno finta che le 24 ore precedenti non siano esistite. Quindi, regolati di conseguenza e soprattutto a) non abusare mai di sostanze stupefacenti in presenza di amici e colleghi olandesi e b) evita di parlare di sesso - anche legittimo - perché gli olandesi sono molto più puritani di quanto gli faccia piacere ammettere: li metteresti inutilmente in imbarazzo e ti precluderesti ogni ulteriore contatto sociale. Se ti mancano argomenti di conversazione buttati sul rock'n'roll.
23. Mantieni buoni rapporti con i tuoi medici di fiducia in Italia
In Olanda pagherai circa 100 euro al mese per godere di un servizio di assistenza sanitaria da noi expat definito paracetamoldienst, perché l'unico tipo di assistenza di cui godrai sono le visite di 10 minuti del medico della mutua che ti prescriverà una settimana di paracetamol (tachipirina) per qualunque disturbo tu abbia. Scordati di poter bypassare il medico della mutua per accedere a prestazioni specialistiche di qualunque genere, scordati cliniche private, specialisti in nero e scorciatoie di ogni tipo, scordati medici compiacenti che ti prescrivono antibiotici al primo mal di gola e soprattutto scordati scatole intere di antibiotici di marca. Se riesci a farti prescrivere un antibiotico questo ti verrà erogato come il metadone, cioè nella quantità esatta che ti serve per completare la cura e per di più solo nella sua componente base, confezionata dall'industria farmaceutica con cui la tua assicurazione ha la convenzione. I farmaci in Olanda sono per legge senza marca quindi è perfettamente inutile che ti affanni a chiedere Ciproxin o Lexotan, al massimo ti verrà data ciprofloxacina o bromazepan. Impara i nomi su wikipedia. Se stai veramente male e non riesci a convincere il medico della mutua olandese a farti visitare da uno specialista locale ti conviene prendere appuntamento col tuo specialista di fiducia e saltare sul primo volo Ryanair per l'Italia. Per maggiori informazioni leggi Maledetta mutua!
24. Credi in Sinterklaas
Caro amico italiano, sei arrivato quasi alla fine di questo processo di integrazione, nel frattempo l’estate è passata senza che te ne accorgessi ed è tornato l’inverno. E’ ora che ti prepari con dovizia alla festa più importante dell’anno, che non è Natale ma il compleanno di San Nicola il 6 dicembre, che però si festeggia il 5 sera. A questo evento ho dedicato ben cinque articoli quindi non ti resta che leggerli in ordine cronologico: 2001, 2008, 2009, 2010, 2013.
25. Impara il galateo
Ed eccoci arrivati all’ultimo baluardo della vita in Olanda: le convenzioni sociali. Finora sei stato occupato ad imparare la lingua e le principali strategie di sopravvivenza e il tuo esotismo ti è stato perdonato con grande magnanimità e condiscendenza. Ma adesso che hai deciso di rimanere in Olanda non puoi più permetterti la maleducazione di non farti baciare da tutti il giorno del tuo compleanno e andare ai matrimoni vestito meglio dello sposo. E piantala di mettere in imbarazzo i tuoi vicini continuando a chiedere loro di venire a cena da te: più di un caffè e di un biscotto non sta bene. Smettila di cercare di attaccare discorso con i tuoi compagni di viaggio in treno e mettiti gli auricolari come tutti. Rispetta le zone silenziose e soprattutto impara a riconoscere e rispettare i rituali delle diverse religioni. Non chiedere perché i negozi chiudono alle 18 e al sabato alle 17 – gli Olandesi dicono che è per rispetto della famiglia e della religione ma noi Italiani sappiamo che il contratto nazionale di lavoro considera ogni attività lavorativa dopo le 18 dei giorni feriali straordinario notturno e il sabato straordinario festivo e nessun datore di lavoro olandese è così sprecone da pagare il personale più dello stretto necessario: vai in silenzio a fare shopping online come fanno tutti.
Buona permanenza a Tulipland!
 
 
Di paola (del 28/04/2014 @ 21:01:21, in diario, linkato 664 volte)
Premetto che, come atea, dò ai santi nominati dal Vaticano lo stesso valore dei vincitori dell'Eurosong Festival: un concorso canoro rilevante solo per i proletari dell’Europa dell’Est. Ciò detto mi stupisco all'accanimento di amici, conoscenti e perfino rispettabili giornalisti contro la canonizzazione di GPII. E’ un po’come indignarsi perché anche quest’anno all’Eurosong Festival ha vinto una canzone dal dubbio valore artistico e una performance da baraccone. E chi se ne frega? Che cosa mi sposta nella vita?
Seriamente, che cosa mi sposta nella vita la canonizzazione di un sostenitore di dittatori fascisti e preti pedofili? Mi duole dirlo ma avvallo di dittature totalitarie e pedofilia sono solidi valori della chiesa cattolica del XX secolo. In questo GPII è stato pienamente in linea con la tradizione e per questo viene premiato dalla setta vaticana. Anche i santi del passato non erano moralmente migliori: mi pare di ricordare che Santa Rita da Cascia, protettrice delle famiglie, perdonò gli assassini del marito, ma quando capì che i suoi figli volevano vendicarsi, preferì vederli morire piuttosto che vederli responsabili di atti di violenza che avrebbero messo in pericolo la loro anima. Logica impeccabile secondo la chiesa cattolica.
Apparentemente la dicotomia tra quello che una parte dei cattolici vuole dal Vaticano e quello che il Vaticano vuole dai suoi fedeli si fa sempre più grande e qui devo dar ragione al mio amico Maffa che mi ricorda continuamente come i dogmi religiosi non siano negoziabili per cui o li accetti in toto o ti chiami fuori dalla setta. Io mi sono ampiamente e da lungo tempo chiamata fuori, ma sembra che molti di coloro che si definiscono cattolici vorrebbero invece abolire una serie di dogmi e accogliere una serie di valori non contemplati dalla fede. I personaggi di riferimento di questi cosiddetti cattolici sono i vari preti ribelli da Don Mazzi a Oscar Romero e quindi è comprensibile che costoro non si possano riconoscere nella canonizzazione di GPII. Mi viene spontaneo suggerire a questi cattolici di rivolgere lo sguardo oltre la siepe vaticana: anche restando nel cristianesimo ci sono almeno tre varianti religiose più tolleranti e meno dogmatiche del cattolicesimo. Se poi ci si avventura ad est delle religioni mediorientali si trova una gamma vastissima di risposte più o meno democratiche all’innato bisogno di spiritualità che contraddistingue la razza umana. Budda, Confucio e Lao Tzu non solo non sono santi, ma nemmeno santificano la vita e la morte. Dovendo per forza scegliere di aderire a qualche culto so dove andrei a rifugiarmi, invece di ostinarmi pervicacemente a combattere battaglie perse nel tentativo di piegare il cattolicesimo a mia immagine e somiglianza.
In Olanda è uscito oggi un rapporto dell’agenzia centrale per la statistica sulla relazione con la religione cristiana e sebbene il cattolicesimo sia ancora la religione più praticata (circa 4 milioni contro 1,8 milioni di protestanti), il 70% della popolazione si dichiara atea (21%), agnostica (16%) o non praticante (33%). Le chiese sono sempre più vuote, meno della metà dei giovani sotto i 25 anni riceve un’educazione religosa, meno del 60% ha fiducia nelle istituzioni religiose. Questo non toglie che gli Olandesi si ritengano mediamente molto spirituali, ma la loro spiritualità è largamente centrata sulla realizzazione del sè, cioè sul dio interiore che è anche al centro delle religioni orientali di cui sopra. Questo li porta ad un sano pragmatismo che riconosce nell’istituzione ecclesiastica lo stesso valore di un servizio di pubblica utitità come l’azienda per l’energia elettrica: secondo la maggioranza degli Olandesi la chiesa serve principalmente a celebrare matrimoni e commemorare i defunti, anche quelli collettivi, risultato di guerre o catastrofi. Una cerimonia come quella di ieri in Piazza San Pietro non li indigna ne’ li disgusta: li lascia blandamente indifferenti, sicuramente più indifferenti dell’Eurosong Festival. E questi non sono gli intellettuali, questo è l’atteggiamento mainstream degli under 65!
Che differenza con lo sbrocco di Odifreddi su Repubblica: quello sì che mi ha lasciato attonita. Da dove viene tutto questo disprezzo, questa veemenza censoria? Perché un intellettuale che si presume quantomeno agnostico si indigna al legittimo delirio di ottocentomila fedeli che acclamano la canonizzazione di un paio di Papi ne’meglio ne’peggio della schiera di santi che li ha preceduti? La conclusione dell’intervento poi è degna degli anatemi dei papi medievali: «Santissimi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, pregate per loro, che ne hanno bisogno. E pregate anche per i politici cattolici, di nome o di fatto, che oggi affollano il sagrato di san Pietro: fareste veramente un miracolo, se ce li toglieste di torno. Se poteste far crollare, oltre alla croce della val Camonica, anche la cupola di Michelangelo, provocando un’ecatombe di papi e cardinali, oltre che presidenti e politici, vi saremmo veramente grati.»
In questa frase c’è tutta l’essenza dell’italianità e la ragione per cui il baratro culturale tra nord e sud Europa è destinato ad allargarsi sempre di più. In Olanda, come in tutti i paesi che hanno bruciato i conventi cattolici nel XVI secolo per protesta contro lo strapotere della multinazionale vaticana, non si invoca più un deus ex machina che ci liberi dal male. Il dissenso oggi si esprime disertando le chiese, ignorando i fanatici religiosi, non votando i politici da cui non ci si sente rappresentati e battendosi per il mantenimento dei fondamentali diritti civili tra cui quello della libertà di religione. Se si è in disaccordo con le scelte vaticane basta non andare in Piazza San Pietro e non seguire la copertura mediatica dell’evento, ma un evento che è capace di attirare ottocentomila fanatici da tutto il mondo va rispettato e analizzato. Nel rapporto olandese si legge che il cristianesimo sta migrando dal Nord al Sud del mondo. Se questo è vero si possono fare due cose: o facilitare il trasloco della sede del Vaticano in America Latina o sfruttare l’opportunità economica che il turismo religioso del Vaticano porta in Italia – vi assicuro che un Olandese, per quanto ateo, agnostico e materialista, non avrebbe dubbi sul da farsi.
Dietro questa veemenza e questo disprezzo per chi ancora crede in un Dio onnipotente e nei suoi rappresentanti terreni si nasconde certamente l’esasperazione per l’ingerenza del Vaticano nella società civile italiana e questa ingerenza, più che disprezzabile, è imperdonabile. Ma invece di cercare di cambiare il cattolicesimo o i cattolici, l’opinione pubblica olandese e i suoi rappresentanti politici pretenderebbero la fine dello status quo: lascerebbero il Vaticano libero di continuare a proclamare santi e beati a suo piacimento ma sarebbero inflessibili sul richiedere, fuori da Piazza San Pietro, il rispetto delle leggi dello Stato con tutte le conseguenze del caso, a cominciare dal pagamento delle tasse sulla proprietà per finire con la proibizione dell’obiezione di coscienza nell’esercizio di qualunque funzione pubblica. Se Papa Francesco si opponesse a questa richiesta, l’opinione pubblica olandese e i suoi rappresentati politici gli farebbero presente che si può sempre tornare all’opzione 1 e trasferire baracca e burattini in America Latina.
La società civile italiana si deve tirare insieme abbastanza per formulare una tale richiesta e per farla applicare dalle apposite istituzioni statali invece di farsi venire la bava alla bocca per un rito che non la riguarda e pregare un firmamento di santi in cui non crede per liberarsi dai politici che lei stessa ha votato. Amen.
 
Di paola (del 16/04/2014 @ 00:00:01, in diario, linkato 1421 volte)
Tra qualche mese festeggerò un importante anniversario: avrò passato più della metà della mia vita lavorativa fuori dall’Italia e potrò quindi fregiarmi del titolo di esperto del lavoro all’estero. Lo so che questo titolo non esiste, lo creo io e metto la mia esperienza a disposizione di chiunque ne voglia approfittare, come per esempio tutti i miei amici italiani che insorgono puntualmente contro qualunque modifica del loro sacrosanto contratto di lavoro, con una veemenza fondamentalista che non si applica più nemmeno ai dieci comandamenti.
La mia prima esperienza di lavoro all’estero risale al 1987, quando sono stata “seconded” (oggi si direbbe outplaced) all’headquarter londinese della multinazionale americana per cui lavoravo. Godevo allora di un particolare contratto che mi assicurava il rientro in sede dopo 24 mesi in una posizione equivalente a quella che avevo lasciato. Godevo inoltre di un’indennità di trasferta che mi avrebbe consentito di traslocare i miei beni avanti e indietro e di prendere in affitto un alloggio adeguato al mio status lavorativo. A prima vista quindi condizioni d’oro, che alla realtà dei fatti si sono rivelate farlocche come le sorprese nelle uova di pasqua. L’affitto di un monolocale in una zona che non avrebbe richiesto un viaggio di più di 30 minuti per recarmi al lavoro costava quanto il mio stipendio netto mensile, l’abbonamento ai mezzi pubblici costava tre volte quello di Milano e la maggior parte degli alimentari costava il doppio che in Italia. Per fare un piccolo ma significativo esempio, le mele venivano vendute a 50p cadauna (mille vecchie lire). Per quasi due anni ho vissuto in appartamenti condivisi con due o tre altri co-inquilini ai margini della zona 2, cioè nella cintura suburbana fuori dalla Londra che i turisti conoscono, pagando l’equivalente milanese di un bilocale in Corso Buenos Ayres, e mi sono sciroppata 40 minuti di metropolitana per due volte al giorno per andare a lavorare nella City. Non ero un’eccezione, continuavo ad essere una privilegiata, perchè la maggior parte dei miei colleghi autoctoni viveva in stanzette di 6mq in tristissime comuni studentesche nella zona 3 insieme agli immigrati pakistani o nel sottoscala dell’appartamento di qualche spocchiosa Sloane Ranger (ricca ereditiera) e, come ho scoperto poi, era in rosso perenne sulla carta di credito perché con lo stipendio standard di un impiegato del terziario avanzato non poteva permettersi alcuno dei costosi passatempi di cui Londra abbonda. Ho prontamente adeguato il mio stile di vita a quello della popolazione locale e quando son tornata in Italia non avevo letteralmente nessun vestito con cui avrei potuto circolare a Milano senza essere scambiata per una battona. Al di là di questo, Londra mi ha insegnato che i concetti di straordinario pagato e indennità di licenziamento sono peculiarità del tutto italiane. Non solo tutti gli impiegati di qualsiasi livello lavoravano regolarmente fino a notte fonda per far fronte alle deadlines sempre più strette delle gare di appalto, ma quando la filiale londinese ha perso un cliente importante sono state licenziate dieci persone con un preavviso di quattro settimane e zero ammortizzatori sociali; il preavviso di quattro settimane era la prassi in caso di licenziamento per ristrutturazione aziendale, in caso di licenziamento per giusta causa non c’era preavviso e metto tutti i verbi al passato solo perché non so se queste leggi sono ancora in vigore nell’era post-tatcheriana. Quando ho espresso il mio stupore per la totale mancanza di diritti dei lavoratori inglesi, l’impiegata dell’ufficio del personale ha fatto spallucce e mi ha assicurato che tutti i licenziati avrebbero trovato lavoro nel giro di pochi giorni perché a Londra il mercato del lavoro era estremamente dinamico. Non ho potuto verificare la veridicità delle sue affermazioni perché sono stata trasferita a Bruxelles con l’unico vero contratto d’oro che io abbia avuto in vita mia e infatti quando ho annunciato alla stessa impiegata del personale la mia intenzione di voler tornare in Italia ha esclamato genuinamente orripilata: “Are you crazy?”. Come darle torto, comunque, per ragioni che oggi appaiono ridicole, ho usato tutto il mio potere contrattuale per convertire il contratto di “secondment” in un contratto di trasferta e sono rientrata nel libro paga della filiale italiana pur lavorando in Belgio e in seguito a Parigi. Non sono quindi in grado di fare paragoni con i contratti in vigore in quei paesi, posso solo dire che anche lì il concetto di straordinario pagato non si applica ai colletti bianchi.
Da quando sono in Olanda, sono soggetta al normale contratto in vigore per i lavoratori di questo Paese che prevede per tutti i nuovi assunti un contratto a tempo determinato rinnovabile per un totale di 36 mesi o 3 contratti, che nel mio caso si è tradotto in un contratto annuale. Ricordo ancora che il 15 dicembre del 2001 ho chiesto al mio capo se dovevo ripresentarmi in ufficio dopo capodanno, stante che il mio contratto sarebbe scaduto e non avevo alcuna notizia sul suo eventuale rinnovo. Con grande nonchalance il mio capo mi ha chiesto se avrei preferito un secondo contratto annuale o un contratto a tempo indeterminato, con altrettanta nonchalance gli ho espresso la mia preferenza per un contratto a tempo indeterminato vista la mia intenzione di rimanere in Olanda e senza rendermene conto ho ottenuto qualcosa di assolutamente eccezionale. Quando ho cambiato di nuovo lavoro ho dovuto lottare con le unghie e coi denti per ottenere la garanzia della commutazione del primo contratto annuale in assunzione a tempo indeterminato con un preavvviso di quattro mesi e questa è – vi assicuro – l’unica ragione per cui ancora ho un lavoro. Infatti un mese dopo la firma del contratto a tempo indeterminato il mio capo è stato licenziato e ho fatto due anni di purgatorio per far passare l’incazzatura al nuovo management che considerava la mia assunzione a tempo indeterminato un sopruso bello e buono.
Un contratto a tempo determinato si chiude con preavviso massimo di quattro settimane e zero liquidazione, quindi in Olanda ogni datore di lavoro ha diritto a tenerti per 36 mesi e poi sbatterti fuori a calci in culo e vi assicuro che numerosi conoscenti non sono mai arrivati al rinnovo del primo contratto annuale e passano da una ditta all’altra senza riuscire a farsi assumere. Invece, in caso di licenziamento per ristrutturazione, chi può vantare almeno due anni di servizio ha diritto a 1/3 dello stipendio mensile per ogni anno di contratto e questo è quanto. Se si fa ricorso al giudice territoriale si può arrotondare questo importo con un conquibus frazionale. In caso di licenziamento per giusta causa invece si viene prelevati di peso dalla scrivania e accompagnati alla porta dopo il sequestro di eventuale laptop, cellulare e badge aziendale e non so nemmeno se viene liquidato l’ultimo stipendio o si decurtano i giorni che mancano alla fine del mese. A seguito del licenziamento si può chiedere il sussidio di disoccupazione e questo viene elargito per un massimo di tre anni con obbligo di cercare attivamente un altro posto di lavoro e accettare qualunque lavoro venga proposto. Per poter continuare ad usufruire del sussidio occorre presentare ogni mese documentazione dettagliata dell’attività di ricerca di lavoro sotto forma di letere spedite e colloqui effettuati. Attenzione però: il sussidio di disoccupazione si ottiene solo se si può dimostrare di non avere altro reddito oltre quello di lavoro, quindi se si ha una casa di proprietà occore venderla per poter continuare a mangiare.
I fortunati che ottengono un contratto a tempo indeterminato godono poi delle condizioni standard del contratto nazionale del lavoro: 80% della mensilità lorda come tredicesima, nessuna quattordicesima, 4 settimane di vacanze pagate, congedo maternità di 26 settimane e congedo matrimoniale di 1 settimana. E per finire, l’età della pensione minima è stata portata da 65 a 67 anni senza ammortizzatori sociali, il che significa che gli esodati (tra cui mio suocero) si arrangiano con i risparmi per fronteggiare i mesi scoperti. Qui non si lamenta nessuno, anzi, sono tutti convinti di vivere nel paese che più tutela le condizioni dei lavoratori e questo è sicuramente vero per quel che riguarda i colletti blu e il settore pubblico, dove i giorni di vacanza sono molti di più e gli straordinari vengono pagati. Di contro però lo stipendio medio è molto basso, tanto che quando una mia solerte amica, impietosita dal mio perenne stato di pendolare, mi ha proposto di mandare il mio curriculum all’università di Nimega per un posto da coordinatore, ho dato un’occhiata allo stipendio e mi son ripresa zitta zitta il mio treno per tornare a Amsterdam.
 
Di paola (del 23/03/2014 @ 16:16:16, in diario, linkato 772 volte)
Vi porto in viaggio con me in una realtà parallela. A Tulipland, il 19 marzo scorso, si è votato per la rielezione dei consigli comunali. Come, mi direte voi, di mercoledì? Certo, a Tulipland si vota sempre di mercoledì; i seggi sono aperti dalle 7:30 alle 20:30, si può votare anche nelle principali stazioni ferroviarie mentre si va o si torna dal lavoro e per le elezioni amministrative si può votare anche per procura. Gli aventi diritto al voto sono tutti i maggiorenni residenti, di qualsiasi nazionalità. Solo per le elezioni politiche si richiede la nazionalità olandese ai residenti e possono votare anche gli Olandesi non residenti.
Si vota – alle amministrative come alle politiche - con sistema proporzionale puro, che a Nijmegen ha prodotto una dozzina di liste tra cui tre liste locali e due fantasiose liste di simpatici burloni. Lo spoglio delle schede finisce sempre prima della mezzanotte, vengono fatte due proiezioni intermedie e i risultati definitivi sono sempre pubblicati sui quotidiani del mattino dopo, sul web e in TV sono ovviamente disponibili in tempo reale. Del resto, con 9 milioni di aventi diritto al voto, il 53,8% di votanti e un seggio elettorale in ogni quartiere non ci si potrebbe aspettare altro.
La campagna elettorale è cominciata un mese fa con gli spot televisivi del ministero dell’interno che annunciavano la data delle elezioni e ci esortavano ad usufruire del nostro diritto di voto. Tre settimane fa sono arrivate a casa le schede elettorali insieme alle liste dei partiti in gara e due sabati fa un ragazzo in pile e sciarpa azzurra tentava vanamente di distribuire volantini della ChristenUnie ai passanti che scantonavano perché Nijmegen è una città rosa: colore-simbolo degli attivisti omosessuali e gradazione indicativa della coalizione di giunta. Il consiglio comunale è storicamente composto da una maggioranza di verdi (GroenLinks), laburisti (PvdA) e democratici laici (D66), con una robusta opposizione del partito comunista che qui si chiama Socialistische Partij (SP). I movimenti religioso-bigotti (CDA, CU, SGP) e i movimenti di destra (PVV, VVD) hanno pochissimi elettori e ancor meno simpatizzanti.
I quotidiani hanno dedicato una pagina al giorno all’argomento, con fumosissime interviste ai politici locali delle grandi città su temi specifici alle città stesse e ancor più fumose dissertazioni di carattere didattico sulla differenza tra il voto locale e il voto nazionale. Se escludiamo il giovinotto della ChristenUnie, fino a lunedì non ho avuto il bene di vedere una sola faccia di politico locale ne’ un manifesto o un volantino elettorale. Poi sono spuntate un paio di facce note della politica nazionale che esortavano a votare questo o quello schieramento dalle affissioni a pagamento e il tra lunedì e martedì mi sono stati dati ben tre volantini tre mentre andavo alla stazione e questo è stato tutto. Mi son trovata nell’imbarazzo di non avere la più pallida idea di chi e per che cosa votare, per cui sono andata a spulciare i siti dei partiti della coalizione e, per far piacere al vikingo, anche del SP. Alla fine ho deciso di votare GroenLinks, unicamente perché il tono di voce con cui spiegavano il loro programma mi è risultato più empatico della freddezza clinica dei D66 e delle geremiadi del SP, in realtà i programmi sono identici: ulteriore ampliamento della rete ciclistica e autoferrotranviaria, sgravi fiscali per tutte le iniziative private volte alla raccolta dell’energia solare, finanziamenti all’infrastruttura sanitaria locale, continuazione delle opere di restauro e manutenzione del patrimonio architettonico cittadino, ampliamento della collaborazione tra scuola e mondo del lavoro e tutte quelle belle cose che tanto fanno piacere a noi progressisti di sinistra. In quanto ai laburisti, votati alle scorse elezioni comunali, ho deciso che non sono più degni del mio voto nemmeno a Tulipland, giacché non si sono nemmeno sforzati di copiare il programma dei verdi o dei D66 ma hanno piastrellato il sito con una collezione di banalità ideologiche da nauseare perfino i dirigenti del partito comunista cinese, senza degnarsi di dirci quali azioni concrete avrebbero intrapreso per il benessere della nostra bella città.
Non sono stata l’unica a pensarla così e il PvdA ha avuto la più sonora batosta elettorale dall’anno della fondazione, perdendo un terzo dei voti rispetto ai già magri risultati elettorali del 2010 a favore dei partiti locali, dei D66 e del SP.
A Nijmegen il SP è diventato il primo partito, seguito a strettissimo giro da GroenLinks e D66. La notizia della storica sconfitta laburista è stata però appannata da una notizia ancor più storica che troneggia tutt’ora sulle prime pagine dei quotidiani e tiene impegnati i social networks. Il populista nazionale Geert Wilders, che concorreva col suo partito-monade PVV solo in due comuni è riuscito a perderli tutt’e due con una mirabile pisciata fuori dal vaso ed è solo grazie a lui che giornalisti e opinionisti politici hanno ancora un lavoro. Il bastardo ossigenato, sponsorizzato da istituzioni filo israelitiche,  ha pronunciato le seguenti parole in un comizio nel Grand Café de Tijd a Den Haag (la traduzione è mia e l’originale è qui):
Wilders: “Vorrei avere una risposta da voi tutti sulle seguenti tre domande. Tre domande che definiscono il nostro partito, il Partito per la libertà (sic). Per favore, date una risposta chiara.”
[le domande sono: 1) volete più o meno Unione Europea?  2) volete più o meno PvdA? Il pubblico reagisce un po’confuso ed esitante.]
Wilders: “E la terza domanda è … non potrei dirlo perché poi mi denunciano e forse qualche burocrate del D66 mi fa il processo. Ma la libertà di opinione è un bene comune. Non abbiamo detto niente che non si possa dire, non abbiamo detto niente che non sia vero. Volete voi, in questa città e in Olanda, più o meno Marocchini (meer of minder Marokkanen)?”
[il pubblico scandisce compatto “Meno, meno, meno!” per una ventina di volte]
Wilders: “Bene. Allora questo è quello che faremo (Dan gaan we dat regelen).”
Dal momento in cui Wilders ha pronunciato queste parole hanno dato le dimissioni dal suo partito cinque parlamentari in segno di protesta, sono state fatte innumerevoli denunce per istigazione all’odio razziale da parte di privati cittadini e svariate organizzazioni, sono state scritte lettere aperte a pioggia e sono partite numerose catene sui social, tra cui la più simpatica è quella dei selfies di oriundi marocchini con il passaporto olandese sotto l’hashtag #BornHere. Il PVV ha perso la metà dei suoi già scarsi voti alle elezioni locali e i sondaggi nazionali lo danno in picchiata. Quel che è ancor più confortante, come dice lo stimato opinionista Bas Heijne sull’NRC di ieri, è che dopo questa dichiarazione nessun politico si sente più in dovere di fare concessioni al Wilders in nome della libertà di espressione e della democrazia. Traspare da tutte le sue parole un silenzioso sospiro di sollievo, riecheggiato da Caroline de Gruyter a pagina 11, che titola il suo editoriale addirittura “Nessuna legge può colmare il vuoto morale”.
E qui finisce il vostro viaggio nella mia realtà parallela. Una realtà dove le elezioni si svolgono con calma, compostezza e senza fronzoli e dove il populismo viene sonoramente punito dall’elettorato a favore del pragmatismo e della concretezza. Perché se Wilders è il più pittoresco dei populisti olandesi, il populismo di Rutte (VVD) e Samsom (PvdA) è solo meno verbalmente spregevole, ma entrambi si sono distinti per la loro totale inettitudine al governo dopo mirabolanti promesse elettorali che tali sono rimaste. E, come ci ricorda Zihni Ozdil, anche per l’impunito razzismo strisciante che ha permesso a Wilders di far da catalizzatore di tutto l’odio che i loro partiti hanno contribuito a seminare in questo decennio.
 
Di paola (del 10/03/2014 @ 23:23:23, in diario, linkato 800 volte)
Stamattina mi è partita la scheggia. Lo so, dovrei elevarmi oltre la mondanità e meditare ma invoco le attenuanti del caso: è lunedì mattina, ho passato il weekend in amena compagnia di bucati arretrati e di una gatta incontinente, sono in pilota automatico in attesa della mia quotidiana dose di caffeina e l’unica cosa che il cervello mi consente è scorrere i post di facebook.
 
Premetto che dopo Natale ho diligentemente eseguito la purga annuale delle pagine e dei contatti, proprio per evitare di irritarmi inutilmente al display quotidiano di insulti, gattini e appelli a guardare video rivelatori di arcane verità. Nonostante ciò, un contatto di provata fiducia ha risposto ad un post del suo cerchio sociale e grazie al nuovo algoritmo di Zuckenberg mi si è aperto il post originale anzichè la sua risposta. Sono arrivata a metà del terzo paragrafo prima che il mio cervello registrasse l’errore, purtroppo la scheggia era partita in contemporanea.
 
La prendo alla larga così intanto mi calmo. Negli anni novanta una serie televisiva dal titolo X-Files prendeva amabilmente in giro i fanatici del complottismo che vivono in perenne stato di guerriglia con il mondo dell’informazione ufficiale: un terzetto di sterotipati personaggi aveva la funzione di comic relief in una trama basata sulla paranoia personale di un agente FBI la cui sorella era stata rapita dagli alieni. Il protagonista della serie e i suoi compagni di scorribande nel mondo delle leggende metropolitane vivevano in un mondo in cui l’Apollo 11 non è mai allunato, JFK è ancora vivo e nell’Area 51 viene custodito il cadavere di un ET insieme ai resti della sua navicella spaziale e a poco a poco trascinavano nella loro paranoia un medico legale scettico, seguace della scienza e della razionalità materialista.
 
Oggi i nerds di X-Files potrebbero aggiungere alle loro paranoie sui segreti di stato anche tutte le paranoie sulle multinazionali che ci somministrano cibi velenosi e onde magnetiche letali oltre che negarci la possibilità di curare cancro e AIDS con rimedi naturali conosciuti da secoli agli sciamani, per non parlare della vaccinazione obbligatoria contro ogni malattia conosciuta, di cui ho già ampiamente discusso l’estate scorsa (vedi Radicali Liberi). Queste paranoie sono costantemente alimentate sui social networks da un battaglione di utenti comuni, gente come me e voi che però – a differenza di me e dei contatti che mi sono rimasti dopo la purga – diffonde in continuazione catene di santantonio che iniziano in uno dei seguenti modi (o variazioni sul tema):
a)      La sconvolgente verità su...
b)      Incredibile scoperta che nessuno ci dice
c)      Vediamo chi ha il coraggio di diffondere questo post
 
Se analizziamo le fonti, scopriamo poi che i siti/blog da cui partono queste catene sono sempre gli stessi e non faccio i nomi per non dare loro più copertura mediatica di quanta già hanno. Ho impiegato i miei primi anni di Facebook ad individuare ed eliminare tutti questi siti/blog dalla mia bacheca e a sviluppare un’attenzione selettiva per tutti i post dei miei “amici” più impressionabili, ma la scheggia di stamattina è partita da un post – non a caso proveniente dal primo dei siti che ho eliminato – che tocca un’altra paranoia a mio parere totalmente italiana.
 
Il post argomentava le ragioni per cui la vittoria de “La grande bellezza” nella notte degli Oscar era nota da almeno sei mesi. Per la cronaca, il produttore del film, Nicola Giuliano, ha prontamente smentito uno per uno gli argomenti addotti, la smentita è stata pubblicata dal sito in questione senza ulteriori commenti e questo dice tutto quel che c’è da dire sull’affidabilità degli autori del blog. Quello che invece a me fa venire la nausea è la mania di voler sempre buttare fango addosso a chiunque faccia qualcosa – qualunque cosa - in Italia. Partendo da Sorrentino, stroncato dalla critica italiana al punto che sono andata a vedere il film controvoglia, trascinata a forza dal vikingo, e ho passato i primi tre minuti col broncio prima di venir rapita dal fascino delle immagini e dei personaggi, per arrivare a casi ben più eclatanti e per non buttarla in politica vi parlo solo del Papa.
 
Io sono atea convinta, tanto che Matteo non è ne’ battezzato ne’ educato secondo i dogmi di qualsiasi religione. Ma non posso sopportare tutti quelli che continuano a ripetere che questo Papa è un furbacchione che ce la metterà in quel posto quando meno ce lo aspettiamo. Sarà anche vero ma intanto questo furbacchione sta dicendo e facendo cose che io in cinquanta anni di vita non ho mai visto fare a nessun membro del clero cattolico, se non a casi isolati come la buonanima di don Mazzi - che non ha mai avuto alcuna influenza sul resto del clero - e al mio catechista della cresima don Maurizio - che è stato addirittura fatto emigrare in America Latina per stroncare la pericolosa crescita della sua influenza nella comunità cattolica bergamasca. Come poi questo Papa ce la possa mettere in quel posto quando meno ce l’aspettiamo mi è del tutto oscuro, in quanto (vivaddio) viviamo in un mondo in cui nessuno viene costretto a seguire i dogmi della religione cattolica nemmeno se battezzato e cresimato. Personalmente, in questo momento storico, se proprio devo temere qualcosa è il dilagare dell’islamismo radicale, non del cattolicesimo gesuita.
 
Se la mania italiana del complottismo e della dietrologia non avesse delle conseguenze disastrose sul piano pratico non mi sarebbe partita la scheggia. Invece questo post mi ha fatto tornare in mente un articolo sulla proposta di legge elettorale Renzi-Berlusconi, letto sul Fatto Quotidiano prima dell’ultima purga, in cui l’autore argomentava che proprio questa caratteristica è la causa dell’immobilismo italiano, in quanto invece di incoraggiare le proposte di innovazione con un dibattito costruttivo, gli italiani spendono tutte le loro energie nel demolire ogni nuova proposta e nel difendere la loro posizione distruttiva con ogni argomentazione, anche la più assurda. Nei lontani anni settanta è uscito un film (che non ho visto) intitolato Un ufficiale non si arrende mai nemmeno di fronte all'evidenza, firmato Colonnello Buttiglione. A me pare che gli italiani siano diventati tanti colonnelli Buttiglione, per cui preferiscono affannarsi a spiegare la vittoria di Sorrentino agli oscar con una teoria complottista piuttosto che ammettere di aver avuto torto nel definire il film la grande schifezza e vanno a scavare nell’immondizia giovanile del Papa per giustificare la teoria secondo cui ogni cosa che fa è finalizzata ad affilare la lancia che ci metterà in quel posto prima o poi.
 
Sapete che vi dico? Una risata vi seppellirà. Anzi, vi ha già seppelliti, firmato Jep Gambardella.
 
Di paola (del 03/03/2014 @ 01:01:01, in diario, linkato 696 volte)
In attesa di sapere come tutti voi se il film di Paolo Sorrentino abbia vinto l’Oscar, mi sono concessa una pausa di riflessione su questo concetto, aiutata peraltro dalla ripetitività molesta di Fabio Fazio che ha ripetuto la parola “bellezza” ben 248 volte durante le venti e passa ore di trasmissione del Festival di Sanremo. Il mio innato cinismo mi ha spinto dapprima alla considerazione che la definizione di bellezza di Fazio è sempre più sinonimo di gerontofilia, sfiorando pericolosamente la necrofilia, poi però mi sono guardata dentro, come tutti noi dovremmo fare più spesso, e mi sono chiesta perché sia diventato sempre più normale, quasi doveroso parlare del male di vivere ed essere accusati di buonismo e qualunquismo se ci permettiamo di soffermare lo sguardo sulla bellezza dell’umanità.
 
So che il solo leggere queste parole vi sta provocando un conato di vomito. Trattenetevi. Vi chiedo solo un minuto di sospensione di incredulità. Se proprio non ce la fate vorrei esortarvi a vedere almeno la seconda puntata della fiction RAI “Non è mai troppo tardi”: avete pagato il canone, ne avete diritto, non dovete vergognarvi e siccome è anche disponibile gratis in streaming su rai.it non avete scuse. Oltretutto non si tratta di fiction ma solo della sceneggiatura di un fenomeno televisivo reale che è alla base dell’odierna pedagogia telematica e ha permesso, cinquanta anni fa, ad almeno trentacinquemila (si dice addirittura un milione e mezzo) analfabeti italiani di prendere la licenza di quinta elementare. La grande bellezza.
 
Per quelli che sono rimasti a leggermi invece vorrei fare una piccola digressione.
 
L’angoscia e la paura sono due concetti distinti. Si ha paura quando il pericolo è concreto e vicino, per esempio: mia nonna aveva molta paura di essere sepolta viva durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale e io ho sempre paura di uno scontro quando l’automobile di fronte a me frena di colpo. Invece l’angoscia è un sentimento di paura per un pericolo indefinito nel tempo e nello spazio e la mia generazione è stata sistematicamente nutrita di angoscia fin dalla culla. Eravamo in pieno boom economico ma anche in piena guerra fredda e i racconti orripilanti delle nostre nonne sui bombardamenti e le fucilazioni della seconda guerra mondiale uniti alle funeste previsioni degli opinionisti più accreditati di un’ecatombe nucleare prossima ventura hanno plasmato la nostra infanzia. Abbiamo trascorso l’adolescenza nei funesti anni di piombo e ci siamo abituati a considerare le sparatorie e le bombe eventi di normale amministrazione. Nel mio piccolo, mi sono guadagnata un trenta e lode in letteratura inglese per aver assecondato le paranoie del professore di turno che credeva nel Grande Fratello governativo e vi prego di notare che tutto questo avveniva al tempo in cui i telefoni avevano la rotella e Berlusconi era proprietario solo di Canale 5.
 
Recenti studi dimostrano poi che l’angoscia è un sentimento più facile da attivare e più difficile da disattivare della fiducia nel futuro in quanto fa presa su ancestrali meccanismi di autodifesa: è quindi ovvio che noi ci troviamo molto più a nostro agio in uno stato di angoscia permanente, come diceva giusto Orwell che – senza il conforto di studi sociologici avanzati - aveva già previsto tutto questo nel dopoguerra. La bellezza è per noi pensiero debole, ha solo associazioni negative e ci sentiamo colpevoli nell’indulgere in passatempi futili mentre il mondo va a puttane.
 
Ma il mondo va davvero a puttane? Oggettivamente no. Oggettivamente il mondo sta progredendo faticosamente ma abbastanza inesorabilmente verso l’era dell’acquario. La nostra aspettativa di vita è elevatissima, la violenza è ai minimi storici e tutto questo va di pari passo con l’alfabetizzazione e l’istruzione di fasce sempre più ampie della popolazione mondiale, per cui si potrebbe tranquillamente concludere che oggi l’unico nemico da combattere per conquistare il paradiso è l’ignoranza. L’ignoranza si combatte con la bellezza, perché per apprezzare la bellezza occorre avere tempo a disposizione, per avere tempo a disposizione occorre non avere bisogno di occuparsi dei bisogni primari 24/7 e per non doversi occupare dei bisogni primari 24/7 occorre avere un contesto sociale che ci assicuri la soddisfazione di questi bisogni. Tutte queste condizioni oggi sono presenti, ma nessuno ci sta insegnando ad apprezzare la bellezza. Perché?
 
È ovviamente una domanda retorica: ignorance is strength, l’ignoranza del popolo è la forza dei suoi governanti, il terzo paradigma dell’Ingsoc. Gli altri due paradigmi: war is peace, la guerra è pace (nessuna novità, lo dicevano anche i romani: si vis pacem para bellum) e freedom is slavery, la libertà è schiavitù e infatti oggi come ai tempi della mia infanzia siamo schiavi della libera informazione, che ci inchioda davanti a vari schermi nella rincorsa continua all’ultima catastrofe e a poco a poco ci fa credere che il mondo sia fatto solo di disgrazie.
 
Nel 1984 la Apple produsse il famoso spot televisivo in cui una ragazza androgina correva nella platea di iloti a bocca aperta davanti al mega televisore formato schermo cinematografico e lo spaccava con una mazza (grandissima paraculata perché la Apple, come tutte le industrie, non vuole affatto liberare la gente dal grande fratello ma vuole solo spodestare il grande fratello esistente e sostituirsi a questo). Io non voglio spaccare niente, voglio solo cercare la bellezza con tutti i mezzi che ho a disposizione e in tutti i modi che posso. Anche la televisione del Grande Fratello può essere fonte di bellezza: basta guardare Non è mai troppo tardi invece di Ballarò e perfino una trasmissione di puro intrattenimento come quella di Enrico Brignani offre più perle di saggezza di una rissa a Servizio Pubblico o dell’ossessione per i social network di Gazebo.
 
Per trovare la bellezza non occorre andare a Firenze a vedere il David di Michelangelo e gli Uffizi. La bellezza comincia dal parco che anche oggi ho ripulito dalle lattine e dalle cartacce, dal sorriso del bambino a cui ho regalato un giocattolo che Matteo non usa più, dal ringraziamento della mia vicina ottantenne per i biscotti fatti in casa che le ho portato. La bellezza è in tutti gli atti di rispetto per il prossimo che posso realizzare in una giornata qualunque: la bellezza, a differenza dell’angoscia, è tangibile qui e adesso e il futuro si costruisce con quello che facciamo oggi.
 
Voi che cosa avete fatto oggi di bello?
 
Di paola (del 16/02/2014 @ 23:23:23, in diario, linkato 699 volte)
Una delle piccole gioie della mia vita è cucinare piatti sempre più complessi nella mia spaziosa cucina Ikea con l’iPad appeso alla ringhiera dello scaffale delle spezie a tenermi compagnia. A seconda del giorno imposto lo streaming di a) la Bomba (Radio Deejay) b) Che tempo che fa (Rai3) c) un film scelto su Netflix.
Settimana scorsa stavo preparando il curry di pollo allo yogurt e coriandolo mentre in sottofondo Claudio Magris discorreva con Fabio Fazio dei social networks e accusava “la tendenza che tanta parte della nostra cultura spinge ognuno a concentrarsi non sul mondo ma sui propri fegatini, scoprire che una frase detta da una zia cinquant’anni fa ci ha condizionato più di quanto ci abbia condizionato la seconda guerra mondiale o la crisi economica. Questa è la vera impudicizia: mettere in primo piano le nostre piccolezze private.” Questa frase mi ha riattivato un circuito di neuroni e appena messo il pollo a stufare sono corsa a verificare il passaggio di «Va’ dove ti porta il cuore» (Susanna Tamaro, Baldini&Castoldi, 1994): “A te che hai letto la storia di quegli anni soltanto sui libri, che l’hai studiata invece di viverla, sembrerà strano che di tutti i tragici avvenimenti di quel tempo non abbia mai fatto cenno. C’era il fascismo, le leggi razziali, era scoppiata la guerra e io continuavo soltanto a occuparmi delle piccole infelicità personali, dei millimetrici spostamenti della mia anima. Non credere però che il mio atteggiamento fosse eccezionale, al contrario.”
Ecco, avrei voluto ribattere a Claudio Magris e a Fabio Fazio, ecco la semplice verità. Non è impudicizia figlia della nostra cultura: si chiama vita ed è la vita di tutti i milioni di esseri umani che non hanno l’opportunità e l’inclinazione al successo accademico, politico, artistico o anche solo televisivo. Non a tutti è data la possibilità di scegliere se postare su facebook la loro ultima cena al ristorante o pubblicare un saggio sui segreti di stato. Non a molti interessa scrivere un saggio sui segreti di stato e ancor meno ne sarebbero capaci. Infine solo uno di questi riuscirebbe comunque a farlo pubblicare e quindi ad avere la possibilità di essere invitato da Fabio Fazio a parlarne in TV. Il resto del mondo ha solo millimetrici spostamenti della sua anima e piccole (in)felicità personali da raccontare e oggi può usare i social network per raccontarli ad amici e conoscenti geograficamente lontani. Semmai sono i VIP che dovrebbero smettere di usare i social network per prolungare la loro ubiquità logorroica anche in rete e in questo almeno il comportamento del Magri è coerente.
Tornando ai miei millimetri di vita, mi trovo precisamente nella situazione descritta dalla Tamaro. Il 2014 sarà ricordato per una serie di drammatici avvenimenti di cui io sono solo una delle tante spettatrici impotenti. Che cosa posso fare io se Letta è stato esautorato da Renzi? E restando più vicina a casa, che cosa posso fare io se Plasterk (lo so che non sapete chi è, ma qui è sulle prime pagine di tutti i giornali da una settimana) decide di non dimettersi nonostante il furore dell’opposizione e perfino del suo stesso partito? In questo momento la mia vita fa il pendolo tra le grane che mi devo smazzare in ufficio e il CITO toets (vedi B.T.S.) di mio figlio che deciderà del suo futuro accademico. Questa settimana sono stata a visitare quattro scuole superiori, ho parlato con un numero imprecisato di genitori e insegnanti fino a farmi venire il mal di testa e ho passato le notti sul laptop a sfornare una strategia dietro l’altra per rispettare scadenze imposte da clienti a cui francamente non gliene può fregar di meno dei miei problemi privati. Matteo è come al solito impenetrabile e il CITO ha 50% di probabilità di essere un successo o un disastro. Il giudizio degli insegnanti gli preclude comunque già la strada che porta all’università e solo una prestazione accademica eccezionale nel primo anno di scuola superiore (brugklas = classe-ponte) la può riaprire. Secondo il vikingo ci sono più probabilità che il famoso cammello passi per la cruna del famoso ago e il mio orgoglio materno deve arrendersi all’evidenza che mio figlio è ancora più interessato a Clash of Clans che alla storia medievale, anche se in questa settimana mi ha stupito con tre effetti speciali, già diligentemente condivisi su facebook.
Al rientro della seconda giornata di CITO: “E’andata bene, meglio di ieri. Ho cominciato a capire come funziona il meccanismo: sono sereno.” Per la cronaca, nello stesso giorno Poetin abbracciava un’orripilata e impotente Irene Wust, pattinatrice olandese vincitrice dell’oro nei 3000 metri, Renzi diceva a Letta di star sereno e Plasterk scampava per una manciata di voti alla mozione di sfiducia dell’opposizione sull’affaire NSA.
Alla lettura della notizia che gli olandesi rinunciano ai gioielli e agli orologi per comperarsi l’ultimo modello di iPhone: “Anch’io sto risparmiando per comperarmi un laptop.” Alla mia domanda del perché avesse bisogno di un laptop, giacché possiede ben un PC e un iPhone e può usare il mio iPad anche a scuola, ha ribattuto: “Perché quando vado ad abitare da solo mica posso portarmi dietro il PC: devo avere un portatile.” Il vikingo ha alzato gli occhi dal giornale per puntualizzare che gli avremmo permesso di traslocare solo al termine della scuola superiore, cioè fra sei anni, non al termine della scuola elementare, cioè fra sei mesi e il pargolo ha alzato gli occhi al cielo come tutti gli adolescenti di tutti i secoli passati e ha detto: “Duh! Lo so, è per questo che comincio a mettere via i soldi adesso, hai idea di quanto costa un laptop?” e a questo punto nessuno di noi ha avuto più niente da dire. Per la cronaca, nello stesso giorno il governo-Letta cadeva, le ferrovie statali olandesi annunciavano il primo bilancio negativo in 20 anni e l’Olanda usciva ufficialmente dalla recessione con una crescita del PIL di 0,7% nel 4 trimestre.  
E infine, tornato da scuola, ha mollato la cartella per terra e ha annunciato: “Vado a giocare da Maxim, a che ora devo essere a casa?” Poi è rimontato in sella alla bicicletta ed è sparito dietro l’angolo della nostra strada per affrontare il mondo senza la mia protezione. Con la gola secca e la testa in fiamme ho acceso l’iPad e ho seguito il suo cammino verso la libertà con la funzione “Find my iPhone”. Impudica? Ai posteri l’ardua sentenza.
 
Di paola (del 02/02/2014 @ 14:44:44, in diario, linkato 771 volte)
Tra le molte riflessioni che le parole del deputato grillino De Rosa alle parlamentari piddine mi hanno suscitato, la più profonda e spassionata è stata l'analisi della mia carriera. Ho detto spesso, anche dalle pagine di questo diario, che mi ritengo una ragazza molto fortunata in quanto nata nell'ultimo anno del baby boom e quindi inconsapevole beneficiaria del boom economico degli anni sessanta e delle conquiste femministe degli anni settanta: due concetti che oggi suonano esotici ma che sono stati l'imprinting della mia generazione.
 
Ho fatto carriera esclusivamente grazie alle mie abilità intellettuali e ad un clima sociale favorevole (sia pure controvoglia) all'emancipazione femminile. Per parafrasare John Prentice in Indovina chi viene a cena, ho sempre avuto l'impressione che tutti si sentissero in dovere di aiutarmi a far carriera per dimostrare di non essere sessisti. Fino ad un certo punto naturalmente, perché ogni donna prima o poi si trova a fare i conti con quello che nel mondo anglosassone viene chiamato il soffitto di cristallo. Ebbene, ogni volta che ho sbattuto contro il soffitto di cristallo ho fatto un passo indietro. Non ho mai rinunciato alla mia - peraltro già scarsa di natura - femminilità e ho preferito lottare per il diritto alla mia dignità di donna, moglie e madre piuttosto che avere un posto nel consiglio d'amministrazione.
 
Detto questo però, va anche detto che non sarei mai potuta arrivare dove sono oggi senza essere emigrata. In Italia infatti ho sempre fatto pochissima carriera, semmai sono stata frenata e sabotata in tutti i possibili modi dal gotha della dirigenza maschile ed è solo grazie alla decisione del tutto fortuita di accettare un posto di lavoro all'headquarter londinese dell'agenzia in cui languivo che la mia vita ha avuto una svolta positiva. Non che a Londra siano meno sessisti che a Milano, per carità, ma gli anglosassoni hanno almeno il merito di essere decisamente meno maschilisti e patriarcali degli italiani e mi spiego con alcuni esempi.
 
Nella mia vita professionale italiana sono stata chiamata fica secca da un amministratore delegato a cui evidentemente non andava giù il fatto che fossi totalmente immune al suo fascino, sono stata avvertita più volte che se non fossi stata accondiscendente con un certo direttore servizio clienti la mia carriera ne avrebbe risentito, ho dovuto parare con una diplomazia di cui non sapevo di essere capace le avances molto eloquenti di un altro amministratore delegato alle feste aziendali e infine ho dovuto subire l'umiliazione di sentirmi dire da un direttore creativo in presenza di altri colleghi: "Se ti piace la Mercedes classe A ne possiamo parlare, secondo me te la meriti." Il tutto condito dal noto sguardo lascivo che ti spoglia e valuta consistenza e dimensioni dei tuoi organi riproduttivi.
 
Episodi di questo genere, del tutto normali in Italia, sono impensabili nei paesi anglosassoni. Nei paesi anglosassoni i maschi preferiscono sicuramente una donna che mette la famiglia prima del lavoro e fanno copiose battute sull'intelligenza inferiore delle biondine, ma nessun maschio anglosassone civilizzato si permetterebbe mai di proporre prestazioni sessuali in cambio di avanzamenti di carriera: una tale pratica sarebbe giudicata degradante e indegna, oltre che avere possibili conseguenze penali in quanto nelle aziende anglosassoni vige il reato di sexual harassment. Quindi se il direttore creativo di cui sopra si fosse trovato qui anziché a Milano, io lo avrei potuto tranquillamente denunciare per sexual harassment all'ufficio personale, forte della testimonianza dei miei colleghi, e il suddetto sarebbe stato ufficialmente ripreso dalla direzione se non addirittura licenziato. Un consigliere comunale del PvdA (partito laburista) di Nijmegen, scoperto nel parcheggio a farsi soddisfare oralmente da una collega del VVD (partito liberale) è stato costretto a dare le dimissioni e a lasciare la città. Un consigliere comunale di Wassenaar che durante una festa, completamente ubriaco, ha minacciato una collega di darle una lezione con i suoi venti centimetri di frusta (o parole di questo genere) è stato puntualmente denunciato ed è sotto processo.
 
A questo punto riportiamo le parole di De Rosa nel contesto. Inutile dire che in un contesto parlamentare anglosassone un deputato di qualsivoglia natura politica mai e poi mai si sarebbe permesso di profferire tali parole, forse nemmeno di pensarle, ma certamente non di esprimere il concetto in quei termini. Nella malaugurata ipotesi - che resta un'ipotesi del tutto teorica - che le parole gli siano potute sfuggire dalla bocca in un momento di particolare frustrazione, sarebbe seguito un massacro mediatico di proporzioni bibliche che avrebbe portato alle sue dimissioni fulminee e ad un processo penale. La deputata oggetto dell'insulto si sarebbe trovata in un quadrato di protezione formato da tutti gli altri deputati, soprattutto maschi, e mai e poi mai avrebbe risposto con una battuta sarcastica sdrammatizzando l'accaduto.
 
E questo, si badi bene, senza nemmeno considerare la veridicità delle parole pronunciate, perché in tutti i paesi anglosassoni la forma ha un'importanza assoluta rispetto al contenuto, come ho potuto ampiamente sperimentare sulla mia pelle. Già il solo fatto di essere di sesso femminile ed emigrata da un paese mediterraneo è un notevole handicap di partenza che devo compensare con prestazioni intellettuali di gran lunga superiori alle prestazioni ottimali di un maschio autoctono. Passati i mesi in cui stavo seguendo un corso per imparare l'olandese, non mi è stato più fatto alcuno sconto linguistico, per cui ho sempre dovuto prestare un'attenzione spasmodica alle parole che uso e nessuno si mostra minimamente comprensivo del fatto che non sono madrelingua, quindi che a volte mi possono mancare le sottigliezze semantiche per dibattere al livello richiesto: cazzi miei, per dirla all'italiana. Ultimamente perfino i miei difetti di pronuncia vengono sottolineati con una persistenza che mi fa capire come anche il periodo di saldi sull'accento esotico sia finito. In poche parole, qui ci si aspetta che se vuoi fare la dirigente aziendale rispetti le regole e il codice della dirigenza aziendale olandese, altrimenti puoi pure tornare a fare la casalinga marocchina: a lei si richiede solo che sappia esprimersi in olandese a livello di sopravvivenza, lo stesso livello che veniva richiesto negli anni trenta del secolo scorso a mia nonna, sposina ventenne emigrata da un paesino del napoletano nell'inospitale clima bergamasco, con il solo bagaglio culturale di una licenza di quinta elementare. Non a caso mia nonna è l'unica in famiglia che ha sempre parlato un perfetto italiano da radio RAI del dopoguerra con un vaghissimo accento toscano, senza mai abbandonarsi ad alcuna espressione dialettale: mi ha detto semplicemente che un minimo segno di accento napoletano era sufficiente per non essere servita nei negozi in cui doveva andare a fare la spesa.
 
Ripenso spesso a mia nonna, soprattutto in questi tempi turbolenti e confusi. Ripenso alle battaglie che ha dovuto condurre per essere rispettata e lasciata in pace (accettata mai) nella società borghese bergamasca del secolo scorso. Penso con affetto alla fatica con cui giorno dopo giorno si è adattata agli usi e ai costumi di un popolo barbaro, ai lunghi inverni freddi, alle brevi estate appena tiepide, alla mancanza dell'abbraccio caldo della sua famiglia e della sua terra d'origine. La sua vita è l'immagine della vita di tutte le donne che decidono di fare carriera senza accettare compromessi degradanti e so che se mia nonna fosse viva oggi non avrebbe parole di comprensione per il linguaggio di De Rosa e dei suoi colleghi di partito. Come non ne ho io.
 
 
Di paola (del 12/01/2014 @ 16:17:18, in diario, linkato 701 volte)
Ci sono poche cose che mi irritano quanto i giudizi sparati a vanvera su argomenti di cui si conosce poco o niente. Certo non possiamo pretendere di essere esperti in qualunque materia dello scibile umano e se ognuno di noi si limitasse ad esprimere giudizi esclusivamente sulle cose di cui ha perfetta cognizione di causa le conversazioni sarebbero noiosissime e soprattutto molto brevi. Però una cosa è la conversazione tra amici al bar o dal parrucchiere e una cosa totalmente diversa è fare dichiarazioni per iscritto sui quotidiani o sui social network. Qui le regole che vigono nelle conversazioni tra amici non possono essere traslate pedissequamente perché primo: verba volant scripta manent e secondo: il pubblico dei quotidiani e dei social network è infinitamente più vasto dei nostri amici al bar. Ho già avuto modo di esprimere il mio sdegno per la barbarie della cosiddetta democrazia del web e non intendo tornare su quell’argomento fino alle prossime elezioni. Questa premessa mi è servita solo per affrontare l’argomento espresso nel titolo e su cui mi sono accuratamente preparata, grazie alla mia trentennale esperienza in materia, alle numerose pubblicazioni che posso vantare e all’aiuto di una collega che non vuole essere nominata ma la cui professionalità è indiscussa.
Pochi giorni prima della fine dell’anno, nel teatrino della cosiddetta politica italiana, Grillo e la Lega hanno invitato il pubblico a disertare le televisioni durante il discorso di Napolitano e Berlusconi ha minacciato un contrattacco mediale poi svaporato. Il 2 gennaio tutti i giornali hanno aperto le prime pagine esultando sul fallimento del boicottaggio congiunto e i grillini delusi hanno come al solito urlato al complotto arrampicandosi sugli specchi di una share in calo. Vi risparmio i messaggi che son finiti sulla mia bacheca – uno squallido display di arroganza unita ad ignoranza crassa: due difetti che, presi separatamente sono sopportabili, ma insieme formano un cocktail che risveglia la bestia che dorme dentro di me. E quindi ecco la mia risposta da esperta del settore.
Il discorso di Napolitano è stato seguito più o meno dallo stesso quantitativo di persone che lo ha seguito negli scorsi quattro anni. Millantare una crescita di 150 mila spettatori è statisticamente inesatto, in quanto i dati si basano su un campione 5.666 famiglie, 10.520 televisori e 14.700 individui (vedi sito ufficiale Auditel), non sono un censimento di tutti i televisori in Italia. Il margine di errore statistico su un’audience di 10 milioni è superiore a 150 mila spettatori, nel 2013 come in tutti gli anni precedenti. Quello che si può ragionevolmente affermare è che la quantità di ascoltatori del discorso di fine anno è stabile negli ultimi cinque anni e in calo rispetto agli anni precedenti, quando gli ascoltatori erano un milione in più di adesso. Il calo più forte si riscontra tra il discorso del 2007 e quello del 2008 e le cause del calo non sono pertinenti alla questione in oggetto.
Invece è esatto sostenere che la share di ascolto è in calo, ma non è esatto sostenere in base a questo dato che il discorso sia stato un flop perché la share degli anni scorsi era di pochi punti superiore e bisogna tornare al 2010 per trovare una share significativamente superiore a quella del 2013.
Soprattutto non è esatto attribuire il calo di share al boicottaggio in quanto la share rappresenta solamente la proporzione degli ascoltatori televisivi che erano sintonizzati su un determinato canale (o combinazione di canali) rispetto al totale degli ascoltatori televisivi in quel momento. Quindi un calo di share non vuol dire che gli ascoltatori se ne erano andati dalla TV ma semplicemente che stavano guardando un altro programma televisivo. Siccome poi il numero di ascoltatori del discorso del presidente è comparabile all’anno precedente, una share inferiore vuol solo dire che c’erano più persone davanti ai televisori dell’anno precedente.
Se poi vogliamo metterci a contare anche quanti erano gli ascoltatori tra 15 e 54 anni andiamo a finire in un ginepraio di contraddizioni, in quanto il trend degli ultimi anni non è univoco: anche nel 2010 e nel 2011 la share tra gli under 54 era inferiore al 2012, ma come ho detto prima la share non dipende dal numero di persone davanti al televisore, ma solo dalla distribuzione delle persone all’interno dell’audience televisiva globale. Quindi una share bassa tra gli under 54 vuol dire solo che questi - più di altri - stavano guardando altri programmi televisivi. Non vuol dire affatto che avessero spento il televisore e tantomeno che fossero su internet.
Quello che invece nessun giornale ha scritto è che negli ultimi due anni la share di ascolto della finale del festival di Sanremo - che non viene mandata in onda a reti unificate ma solo su Raiuno - è comparabile alla share di ascolto del discorso del Presidente a reti unificate. Questo è l’unico dato veramente indicativo sull’importanza relativa di un evento rispetto all’altro e con questo dato vi lascio, pronta ad approfondire l’argomento su richiesta.
Nota a margine: in Olanda il discorso di fine anno non lo fa ne’ il re ne’ il primo ministro. Il delicato incarico è affidato ogni anno ad un comico diverso ma sempre molto dissacrante, satirico e politically incorrect. Quest’anno Theo Maassen ha avuto una share di ascolto del 26% e nessun quotidiano ha sprecato una riga sulle sue prestazioni rispetto ai comici degli anni scorsi.
 
Di paola (del 30/12/2013 @ 13:31:13, in diario, linkato 746 volte)
Nella mia vita precedente, quella della donna in carriera milanese, la palestra occupava uno spazio rilevante nei miei rituali giornalieri. Nella mia vita attuale invece mi arrabatto come posso e in tredici anni ho cambiato almeno quattro palestre prima di gettare la spugna e arrendermi all’evidenza che la possibilità di una soddisfacente sessione giornaliera in una palestra vicino a casa o meglio ancora al posto di lavoro proprio non c’è. C’è invece la possibilità di fare lunghe corse nei numerosi e tranquilli parchi intorno casa e così il mio rituale giornaliero adesso prevede una bella camminata a passo sostenuto (mi dicono che adesso si chiama mindful walking) sul circuito da 3,5 km nel parco tra casa e scuola di Matteo prima di fare colazione. Per più di quattro anni mi sono puntualmente indignata ogni mattina e specialmente la mattina della domenica nel rilevare la presenza di sempre più frequenti rifiuti abbandonati sul percorso dalla gioventù adolescente e spensierata che passa le ore serali sulle panchine mangiando, bevendo e fumando abbondantemente. Il fatto che ogni piazzola preveda un paio di cestini dei rifiuti accanto alle suddette panchine non sembra essere stato registrato dalle loro coscienze civiche, oppure i codici adolescenziali odierni prevedono lo sprezzo dell’educazione a priori. In ogni caso il parco è sempre più sporco e questo è anche in buona parte dovuto al taglio dei costi comunali: se fino alla crisi finanziaria del 2008 gli spazzini comunali pulivano con solerzia svizzera ogni mattina tutte le strade della ridente cittadina che mi ospita, oggi lo fanno con molta meno frequenza e anche molta meno solerzia a giudicare dallo stato di abbandono di certe aiuole un po’ defilate nei quartieri popolari. A queste sconsolanti premesse si aggiunge il degrado progressivo e inesorabile del controllo sociale grazie al quale chi butta rifiuti per terra o peggio ancora fuori dal finestrino può contare anche qui su una crescente impunità.
Devo dire che la tentazione di mettermi a raccogliere i rifiuti abbandonati si è fatta in questi anni sempre più forte, ma solo pochi mesi fa si è trasformata in pratica, molto probabilmente grazie alla combinazione dei nostri pranzi filosofici del venerdì e di un innocente volantino dell’associazione di quartiere che ci esortava ad adottare un pezzo del parco e a tenerlo pulito, stante la conclamata situazione di degrado. Fatto sta che una domenica mattina di qualche mese fa, al dispiego usuale di lattine abbandonate ai piedi delle panchine della piazzola dove si trovano anche i giochi per i bambini piccoli e numerosi cestini dei rifiuti, mi è salita la rabbia e ho cominciato a raccogliere e buttare nei cestini tutto quello che trovavo sul mio cammino. L’esperienza mi ha talmente gratificato che il giorno dopo ho allargato il mio raggio d’azione alla piazzola successiva, poi ho progressivamente mappato la locazione di tutti i cestini dei rifiuti nel parco e adattato il mio percorso in modo da raccogliere rifiuti sulla maggiore superficie possibile, fino ad arrivare ad invertire il senso di marcia per rendere la raccolta più efficiente (ci sono infatti più cestini nel verso opposto a quello da cui partivo). Una domenica mi sono fatta accompagnare da Matteo e insieme abbiamo bonificato un pezzo di parco notoriamente dimenticato perfino dagli spazzini più solerti e infine, il 25 dicembre, mi sono armata di guanti di gomma e numerosi sacchetti e ho raccolto sistematicamente tutti i rifiuti sparpagliati dalla tempesta del 24 sera: è stato il mio regalo di natale al quartiere.
A questo punto vi aspetterete un lieto fine o una conclusione col botto. Mi dispiace deludervi. Vorrei potervi dire che il mio esempio è stato seguito da altri volontari o che i giovani si sono accorti della presenza dei cestini, ma non è così. Nessuno mi ha ringraziato e tutti quelli che mi vedono all’opera fanno del loro meglio per ignorarmi. Da parte mia limito la raccolta al weekend, quando non ho l’angoscia di dover correre a lavorare, e limito il mio raggio d’azione ad un pezzo ben preciso del parco dove la presenza dei cestini è tale da non farmi fare chilometri carica di detriti. E questo è quanto.
 
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Tutti i post della sezione FEUILLETON sono un'opera di fantasia. Ogni riferimento a persone, situazioni, avvenimenti reali o realmente accaduti è puramente casuale nonchè involontario.

Disclaimer 2

Invece tutti i post della sezione DIARIO si riferiscono a persone, situazioni e avvenimenti reali.





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