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 ego... di paola
 
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Nemmeno il calvinismo più rigoroso può cambiare la natura maschile. Gli uomini olandesi saranno anche due release sopra gli italiani, ma non c'è verso di fargli capire che i vestiti sporchi non volano da soli nella cesta della biancheria.

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 19/10/2014 @ 13:13:13, in diario, linkato 712 volte)
Uno dei miei rituali preferiti è leggere i titoli dei principali quotidiani il mattino presto in treno. A quell'ora sono sufficientemente sveglia per distinguere le parole scritte ma ancora troppo insonnolita per aver voglia di leggere l'intero articolo. Colleziono così una serie di umori giornalistici, trending topics che mi riservo di approfondire col primo caffè. Siccome abbiamo il bene di vivere nell'epoca dello streaming, assisto divertita dal browser al fluido continuum della loro mutazione nel corso della giornata e prelevo la coagulazione su carta dal banco della reception per il viaggio di ritorno.

Ho seguito quindi la ormai annuale diatriba su Zwarte Piet fin dal suo incipit alla fine di agosto, quando un noto grande magazzino ha annunciato che avrebbe rinunciato alla vendita dei rituali dolciumi con la forma del simpatico aiutante di Sinterklaas per rispetto a chi li considera una forma intollerabile di razzismo. Non posso pretendere che vi ricordiate chi sono Sinterklaas e Zwarte Piet quindi, nella migliore tradizione giornalistica, ho provveduto a riassumere i fatti principali nel rettangolo qui sotto. Quello che a me interessa sottolineare non è tanto la validità della diatriba - di cui ho diffusamente scritto un anno fa - quanto il furore con cui il popolo olandese si sta scannando sull'argomento. Non solo il suddetto grande magazzino è stato ricoperto di contumelie via social networks, ma si è addirittura formato un gruppo di boicottaggio che conta centinaia di supporters. Lo stesso trattamento è stato puntualmente riservato al noto supermercato che ha dichiarato di avere nel suo assortimento dolciumi con e senza l'effigie incriminata per rispetto della libera scelta, ma di togliere l'effige di Zwarte Piet dagli addobbi dei negozi per non creare inutili polemiche. Col senno di poi, mi azzardo a dire che entrambe le istituzioni avrebbero fatto meglio ad attuare le modifiche nel più totale silenzio stampa, cosa di cui indubbiamente stanno prendendo coscienza anche i loro responsabili PR. Nel frattempo la polemica ha assunto toni da tragedia greca, con le dichiarazioni di vari sindaci che si schierano pro e contro la tradizione per l'Intocht del 15 novembre e perfino la corte suprema è stata tirata in ballo per sentenziare una volta per tutte se mandare in giro per scuole e piazze atletici ragazzi vestiti da paggetti del XVII secolo col viso integralmente verniciato di nero o marrone scuro a distribuire dolciumi ai bambini rappresenti un'intollerabile forma di razzismo. All'esame della corte suprema ci sono le seguenti alternative: a) viso annerito dalla fuliggine per sottolineare la natura da spazzacamino del Piet b) viso verniciato in un colore dell'arcobaleno a scelta per promuovere la multiculturalità dell'evento. La parrucca coi ricci e l'orecchino alla creola sono già stati eliminati dall'Associazione Amici di Sinterklaas (comitato preposto alla corretta esecuzione del rito) l'anno scorso insieme a una serie di altre caratteristiche considerate altamente denigratorie della razza africana, quindi ormai siamo al giro finale. Qualunque sarà il giudizio della corte suprema, i fanatici della tradizione hanno già perso e si dovranno rassegnare a fare incetta delle ultime parafernali razziste nei negozi che ancora le vendono per conservarle religiosamente. A Gouda appariranno Pieten col viso verniciato da formaggio coi buchi o stroopwafel e tutti ci adegueremo pigramente al nuovo corso delle cose.

Sinterklaas e Zwarte Piet

Ogni anno, per un mese, l’Olanda si trasforma nel paese dei balocchi. La tradizione di Sinterklaas ha origine nel XV secolo, si è evoluta nel Nuovo Mondo in Santa Claus ed è l’equivalente della tradizione di Santa Lucia e/o Gesù Bambino e/o Befana, con interessanti variazioni locali.

Sinterklaas vive in un castello in Spagna e ogni anno arriva in Olanda insieme al suo seguito di aiutanti di origine africana, detti Zwarte Pieten e vestiti come ciambellani di corte del XVII secolo e al suo cavallo bianco Amerigo, a bordo di un vaporetto traboccante di regali. I bimbi scrivono i loro desideri in una letterina che viene lasciata nella scarpa vicino al camino. Gli Zwarte Pieten entrano in casa passando dal camino, prelevano la lettera, lasciano nella scarpa dolci e mandarini e portano la lettera al santo che decide in base alla bontà del bimbo quanti e quali regali gli spettano. La sera del 5 dicembre i bimbi rimettono la scarpa accanto al camino insieme ad una carota per Amerigo e il 6 dicembre mattina la carota è sparita e al suo posto ci sono i regali. Durante la notte il santo, a cavallo di Amerigo, passa in tutte le case - le cui porte sono state nel frattempo aperte dagli Zwarte Pieten con il sistema del camino - lascia i regali e poi riparte per la Spagna. Grazie all’evoluzione della tecnologia e alla diffusione del benessere, la tradizione ha assunto i connotati di una festa nazionale di importanza paragonabile al compleanno della regina e dagli anni cinquanta del secolo scorso l’intero rituale è un evento paragonabile ad un matrimonio della casa reale o ad un’incoronazione. Con la differenza che la casa reale d’Oranje esiste, mentre Sinterklaas è un personaggio totalmente fittizio e per tenerlo in piedi per un intero mese occorre una quantità di determinazione e follia collettiva che è possibile a mio parere solamente qui. Da quando poi l’esistenza di Sinterklaas è stata decretata dalla corte suprema il santo è diventato l’eroe nazionale olandese e ogni freno morale è stato rotto.

La follia collettiva inizia quando nel palinsesto della terza rete di stato viene introdotto il Sinterklaasjournaal (TG Sinterklaas): 15 minuti alle 17:30 da lunedì a sabato con riassunto settimanale la domenica. La concorrente rete commerciale trasmette Club van Sinterklaas in diretta dal castello in Spagna: tre ore al giorno dal 6 novembre al 5 dicembre, maratona non stop la domenica. Le due trasmissioni sono totalmente indipendenti e occorre una robusta sospensione d’incredulità per ignorare le continue discontinuità. Infine Sesame Street – qui talmente popolare da meritarsi una versione con pupazzi e storie autoprodotte – trasmette sempre almeno una puntata in cui i pupazzi interagiscono con Sinterklaas ed i suoi Zwartepieten principali. Gli attori che interpretano Sinterklaas e i suddetti Zwartepieten in tutte le occasioni ufficiali sono attori teatrali di chiara fama.

L’arrivo del santo a metà novembre è un evento live a cui assistono migliaia di persone, ripreso dalla terza rete di stato con anchorman in studio e inviato sul posto, centinaia di comparse in costume, vaporetto, cavallo bianco e sindaco della città-ospite dell’evento (quest’anno Gouda), senza contare le migliaia di repliche dell’evento in ogni paese con più di 5000 abitanti, messe in scena con meno dispiego di mezzi e senza il beneficio delle riprese televisive, ma non per questo meno seguite dalla popolazione locale. Nei supermercati intanto vengono allestite apposite gondole contententi i dolci rituali, nei negozi di giocattoli vengono esposti i cataloghi speciali nei quali i bimbi sceglieranno i regali e le commesse chiedono discretamente agli acquirenti adulti se il giocattolo acquistato è “per il cinque”. A risposta affermativa il giocattolo viene rapidamente impacchettato in una speciale carta da regalo con le effigi di Sinterklaas e Zwarte Piet e fatto sparire in una busta molto anonima.

Nel corso degli anni la tradizione è stata progressivamente adeguata alla morale corrente. Nella versione originale, Zwarte Piet aveva un sacco in cui venivano messi i bambini cattivi che il Sint riportava con lui in Spagna e i bambini cattivi venivano anche minacciati con punizioni corporali, come recita una canzoncina ormai proibita: “Chi è bravo riceve i dolci, chi è cattivo la frusta”. L’uso del sacco e della frusta è stato dismesso negli anni settanta, ma le connotazioni degli Zwarte Pieten sono state messe in discussione solo recentemente, nello specifico da un rapporto di una sedicente collaboratrice dell’ONU nel 2013. In questo rapporto si dichiara che Zwarte Piet viene presentato come l’assistente negro idiota di Sinterklaas. A seguito della polemica, il personaggio è stato modificato in modo da eliminare tutti i tratti caricaturali e denigratori: nel Sinterklaasjournal e in tutte le trasmissioni televisive viene omessa la parola Zwart (nero), dal costume sono state eliminate le labbra pronunciate, l’orecchino alla creola e la parrucca afro. Inoltre è proibito agli attori che interpretano il personaggio parlare con accento caricaturale africano e mostrarsi in alcun modo impacciati o stupidi. I detrattori di Zwarte Piet chiedono che il colore nero/marrone scuro della pelle sia abolito.



Si può leggere l'intera faccenda in svariati modi, si possono tracciare paralleli con altri dibattiti sociali in corso in altri paesi, ci si può schierare con un partito o con l'altro, ma a me viene da pensare che un popolo che occupa il tempo della corte suprema col colore del viso di un personaggio della pantomima natalizia non ha veramente niente di meglio da fare. Evidentemente mi trovo in un Paese in cui il benessere è talmente diffuso e i diritti civili sono talmente evoluti che abbiamo anche il tempo di spaccare il culo ai passeri (qui si dice alle formiche - mieren neuken) sui dettagli più minuti della convivenza sociale. A riprova di quanto questo sia vero è uscito proprio ieri un articolo di ben due pagine sulla decisione di un noto luminare della medicina di rinunciare al diritto di prolungare la sua vita oltre i 75 anni. Il noto luminare, nota bene: dichiaratamente contro l'eutanasia assistita, argomenta che la medicina degli ultimi decenni non migliora più la qualità della vita ma prolunga solo l'attesa della morte e conclude dichiarando che lui rifiuterà ogni controllo preventivo su cancro e altre malattie fatali a partire dai 75 anni e che accetterà solo medicine palliative.

Anche qui mi limito a sottolineare solo la quantità di spazio riservata alla dichiarazione di un singolo individuo, sia pure opinion leader: due pagine con foto al centro del quotidiano. Lo stesso spazio riservato a Ebola, ISIS e alla fine dell'asse franco-germanico nell'assetto del parlamento europeo.

Abbiamo ormai solo problemi di lusso (luxe problemen), come gli imperatori romani che eleggevano cavalli al senato e mettevano orecchini d'oro alle carpe. Sappiamo come è andata a finire.

(articoli correlati: Zwartepiet)
 
Di paola (del 05/10/2014 @ 23:23:23, in diario, linkato 782 volte)
Il 17 settembre 1944 partiva l’operazione più complessa della seconda guerra mondiale. Denominata Operation Market Garden, aveva lo scopo di attraversare di sorpresa il Reno con le truppe alleate arrivate in Europa in seguito allo sbarco in Normandia, partendo dall’Olanda per occupare la regione industriale della Ruhr, allo scopo di provocare un crollo definitivo del nemico e di concludere la guerra entro il Natale del 1944. L’operazione non ebbe successo a causa della scarsa coordinazione delle truppe alleate e delle temperature polari nel tremendo inverno del 1944 che è ricordato con orrore fino ai giorni nostri. In ogni caso, Market Garden ha dispiegato il più alto numero di truppe aviotrasportate dell'intera seconda guerra mondiale e ha segnato l’inizio della liberazione dei Paesi Bassi, occupati praticamente dal primo minuto di guerra nel 1939. Fa niente che nell’operazione gli americani hanno confuso Nijmegen con Kleve e hanno lanciato ben quattro bombe dalla parte sbagliata del confine; gli olandesi annoverano l’episodio nel collateral damage e preferiscono ricordare la traversata della Waal (de Oversteek), avvenuta proprio dietro casa mia e commemorata domenica 20 settembre con spiegamento di mezzi e coordinazione paragonabile all’originale. Credevo di essermi persa la cerimonia del 2004 ma sono stata informata che l’ultima commemorazione risale al 1994 per il cinquantenario. Ecco spiegata l’imprepaprazione degli organizzatori e delle forze dell’ordine che evidentemente contavano su un’affluenza paragonabile a vent’anni fa e si sono trovati di fronte a una fiumana di proporzioni bibliche. E’ stato un miracolo che la cerimonia si sia svolta senza incidenti, ma già alle 16 la polizia invitava la popolazione via TV e radio a non recarsi in città e l’avviso è stato ripetuto in ogni notiziario fino a sera inoltrata. A parte questo mi sono sorpresa a pensare che il bagno di folla finora riservato ad avvenimenti sportivi e ludici fa ben sperare per il futuro. Finché ricorderemo le ragioni della resistenza forse eviteremo gli orrori di un’altra guerra fratricida: un pensiero particolarmente confortante di questi tempi. A questo proposito è stato di grande sollievo leggere proprio stamattina l’intervento di un’esperta di politica russa che argomenta come e qualmente Putin, nella questione ucraina, si sia autorinchiuso in un angolo di impopolarità e impotenza dal quale sarà difficile uscire. E l’Europa lo ha diplomaticamente aiutato passo dopo passo a finire proprio dove volevamo che finisse, in barba agli incitamenti bellicosi di un Obama che si è riscoperto guerriero watusso adesso che perfino l’IS(IS) ha scoperto il potere dei social media.

 

I veterani della seconda guerra mondiale hanno ormai 90 e passa anni: la loro testimonianza si fa sempre più debole e fioca, ma finché centinaia di migliaia di persone in Europa continueranno a celebrare lo sbarco in Normandia, Market Garden e la Liberazione come gli americani riveriscono il ricordo di 9/11, forse la nostra identità non sarà perduta.

 
Di paola (del 13/09/2014 @ 23:23:23, in diario, linkato 947 volte)
Abbiamo avuto quel che si dice un’estate movimentata. Lasciato il gatto prodigo alle cure dei vicini siamo partiti per tre settimane in Sri Lanka con happy end alle Maldive. Appena tornati ci è stato ricordato che avevamo prenotato due micetti e per favore potevamo venirli a prendere subito, infine è arrivata mia madre in visita pastorale per vedere dal vivo suo nipote entrare alla scuola superiore. È andato tutto bene, siamo tutti felicissimi di aver fatto questo viaggio meraviglioso, i micetti sono una fonte di delizia quotidiana e il mio giardino non è mai stato così bello, però adesso sono esausta e sento di aver bisogno di una vacanza. Non ha aiutato il fatto che siamo passati di botto da 28º a 14º, che i nuovi gattini sono arrivati insieme a mia madre e che appena ho messo via i vestiti estivi lavati e ho tirato fuori i pulloverini da mezza stagione è tornato il bel tempo, ma temo che la mia stanchezza abbia ragioni molto più esistenziali. Mi sento come se si sia chiusa una fase della mia vita e se ne sia aperta un’altra, con cui ancora devo prendere confidenza. Tutti i ritmi degli ultimi undici anni sono sconvolti: non solo mi devo abituare ai nuovi orari e rituali scolastici di Matteo, ma anche e soprattutto al mio nuovo status di olandese a tutti gli effetti, al mio nuovo fisico da donna matura e alla consapevolezza che questa è la mia vita, non quella che ho in testa da quando ho lasciato Bergamo per esplorare il mondo. Non è andata esattamente come mi aspettavo, no. Nessun editore mi ha offerto un contratto per pubblicare i miei romanzi o anche solo questo blog e consentirmi di vivere di royalties: gli unici contratti che mi vengono offerti da quando ho smesso di essere una stagista sono quelli che mi obbligano a risolvere i disastri combinati da una manica di maschi incompetenti che oltretutto guadagnano mediamente il 30% più di me. Non sono mai riuscita a rompere questo nodo karmico ed è evidente che in questa vita non ci riuscirò più. Posso al massimo tagliarlo come fece Alessandro Magno col nodo di Gordio e fare un altro salto nel vuoto come nella ormai lontana estate del 2000, ma sono inchiodata dalla responsabilità nei confronti di mio figlio che non è ancora maggiorenne. Non c’è storia: devo battere la stecca per altri sette anni, se tutto va bene.

Intendiamoci, questa vita non è affatto male: ho un marito fighissimo e un figlio bravissimo, abito in una casa circondata da uno splendido giardino, in un tranquillo quartiere immerso nel verde in una città studentesca estremamente ben organizzata e allo stesso tempo rilassata come una località balneare californiana. Ho appena fatto due viaggi meravigliosi e il lavoro mi lascia talmente tanto tempo libero che ho affiancato il giardinaggio alla mia ormai ventennale attività di cuoca dilettante. So bene che la metà dei miei colleghi di lavoro farebbe carte false per avere la mia vita, solo che non è la vita che avevo in mente io. Nella vita che avevo in mente io non c’è nessun treno pendolare, nessun ufficio, soprattutto nessun obbligo di interagire ogni giorno feriale con i suddetti maschi e altre scocciature assortite. Nella vita che ho in mente io ci siamo solo io e il mio PC (adesso iPad e prossimamente Mac), il vikingo, Matteo, i miei gatti, i miei amici e l’inevitabile agente letterario e/o editore che si occupa di fare da tramite tra me e il resto del mondo. Temo che la consapevolezza del fatto che questa vita non sarà mai la mia e soprattutto che le dinamiche del lavoro in cui mi trovo non cambieranno mai mi abbia precipitato nella terza età, quell’età che comincia quando ti accorgi che non sei riuscito a cambiare il mondo e capisci che è stato il mondo a cambiare te.

Non sono triste e tantomeno rassegnata. Insofferente sì, enormemente irritata dal tempo che sta andando nella direzione sbagliata e dall’umanità che mi circonda al lavoro. Proprio sabato scorso mi sono sorpresa a pensare, guardando il fiume attraverso uno spiraglio tra due vie del centro, che vivo davvero in un bel posto e ho avuto un momento di felicità assoluta. Lunedì mattina in treno stavo ancora cercando di guardare il fiume dalla stessa prospettiva ma purtroppo le condizioni al contorno mi erano ostili e il momento di felicità assoluta solo un’ombra nella memoria. Quando ieri sono potuta tornare a quella parte della mia vita che più assomiglia al mio ideale è tornata anche la felicità.

E voglio chiudere in bellezza con l’annuncio del superamento di un nodo karmico altrettanto importante: per il mio cinquantunesimo compleanno mi sono finalmente potuta regalare carta d’identità e passaporto olandese. È per me fonte di stupore continuo constatare che nessuno capisce quanto questo sia importante per me, quanto vada nella direzione del mio ideale di vita insieme al vikingo, a Matteo, ai gatti e alla casa con giardino. Non amo particolarmente l’Italia, ne’ mi sono mai sentita italiana, solo europea e in particolare europea del nord. L’idea di venire a vivere nell’Europa anglosassone aveva già preso forma nel mio primo viaggio in Inghilterra e si è consolidata con i successivi soggiorni-studio in Germania. Se avessi sposato il mio primo fidanzato tedesco, come ingenuamente mi ero illusa di poter fare, avrei preso la cittadinanza tedesca trent’anni fa. Se avessi trovato un fidanzato a Londra, come era mia ferma intenzione, avrei la cittadinanza inglese già da vent’anni e non è un caso che invece da Bruxelles e da Parigi sia scappata a gambe levate: troppo simili a quella parte d’Europa con cui non mi sono mai identificata. Quando ho incontrato il vikingo ho capito che il destino mi stava offrendo un’altra possibilità e l’ho presa al volo: le condizioni al contorno erano tutte favorevoli e ho spiccato il volo. Ma solo adesso capisco di aver raggiunto la destinazione inconscia che ho sempre desiderato: non sono più italiana nemmeno per legge. Mi è consentito conservare il passaporto italiano grazie ad accordi in vigore tra i paesi fondatori dell’unione Europea ma non intendo avvalermi del diritto. E questa consapevolezza è inebriante.

 
Di paola (del 22/07/2014 @ 20:00:02, in diario, linkato 2079 volte)
Ebbene, lo confesso: faccio parte di coloro i quali mettono le foto dei loro gatti su Facebook. Adoro i gatti e ho sempre avuto un gatto in casa a partire da Moonflower detto Moonie: uno splendido gatto bianco che la versione dodicenne di me è riuscita a contrabbandare con la complicità di mio padre – che da bambino a Gravina ne aveva ben cinque - e che mia madre ha impietosamente messo alla porta a seguito della constatazione che il gatto aveva recidivamente fatto la pipì nei suoi gerani e si era affilato le unghie sui suoi tappeti persiani. Dopo una breve convivenza con Briciola, soriana multicolore che parimenti non ha passato il vaglio materno, è arrivato Devil, un micetto randagio di sei settimane che ho salvato da morte certa nella Milano da bere e per il quale il mio capo mi ha concesso un’ora di permesso allattamento giornaliera. A seguito delle cure congiunte di tutta la famiglia il micetto moribondo si è trasformato in uno splendido gattone di razza Savannah che all’età di sei mesi stazzava sei chili e quasi mezzo metro di lunghezza. Dopo lunga consultazione con vari veterinari il campione è stato affidato a un allevatore e ha passato il resto della sua vita in una gatteria sui colli bergamaschi con l’invidiabile professione di gatto da monta.

 Dieci anni dopo ho adottato Tamil: una gatta tortoiseshell talmente anoressica che a due anni pesava tre chili scarsi e aveva l’aspetto di uno sphinx. Dopo un anno abbondante di amorevoli cure e una dieta a base di merluzzo bollito Tamil è diventata una splendida gattona talmente coccolosa che sembrava una ragdoll. A quel punto è stata raggiunta da Twister: una vivacissima gattina color bronzo con tracce di Norvegese della Foresta nel pedigree che, appena svezzata, è prontamente entrata in calore e ha movimentato le nostre notti fino a che entrambe le gatte sono state portate dal veterinario per opportuna sterilizzazione. Il trauma dell’operazione le ha unite e da allora sono state inseparabili, praticamente gemelle diverse: due ciambelle arrotolate una dentro l’altra sulla poltrona del salotto, si muovevano sempre in coppia, mangiavano nella stessa ciotola, facevano pipì nella stessa cassettina e dormivano simmetricamente disposte tra le mie gambe. Quando Tamil è morta dopo diciotto anni di pacifica esistenza nell’appartamento milanese dove ho vissuto per tutti gli anni novanta, Twister non ha retto il dolore e l’ha seguita nonostante la sua giovane età.

Al mio arrivo a Nijmegen ho trovato ad attendermi una fotocopia di Tamil: Minou, che però con Tamil condivideva solo il colore del pelo. La gatta del vikingo infatti mi ha sempre odiato e ha perfino tentato di marcare il territorio nel lettino di Matteo neonato, atto che ha definitivamente compromesso i nostri precari rapporti di formale cortesia. Non si pensi che Minou fosse gelosa solo di me; è sempre stata una gatta estremamente diffidente e selettiva nelle sue amicizie. Non sopportava i bambini e mostrava una forma asettica di affetto solo per il vikingo, per mia madre e per il mio vicino di casa Jan. Matteo ed io ci siamo quindi coalizzati e abbiamo perorato la causa di un gatto supplementare che si è finalmente materializzato il 12 agosto di due anni fa sotto forma di cucciolo magro, pulcioso e imbambolato di provenienza agreste: l’unico della nidiata che non era scappato quando Matteo aveva tentato di prenderlo in braccio, l’unico della nidiata che non riusciva mai a mangiare e che sarebbe sicuramente finito sotto le ruote di un trattore data la sua palese apatia. Con l’istinto materno che mi è ormai saldamente artigliato al cuore, appena l’ho visto ho esclamato: “Questo gatto sta male!” e l’ho portato di corsa dal veterinario, non senza prima averlo spulciato e rifocillato a dovere. Qui il gattino è stato messo in terapia antibiotica intensiva per debellare l’infezione delle vie respiratorie che aveva quasi raggiunto i polmoni e il suo stato di piccolo cucciolo indifeso e in pericolo di vita lo ha trasformato immediatamente nel nostro secondo bambino: un Matteo piccolo che il Matteo pre-adolescente ha subito battezzato Miciu, non a caso il mio personale vezzeggiativo destinato a lui. E per mettere i puntini sulle i ha dichiarato: “Adesso è lui Miciu, io mi chiamo Matteo.” Io e il vikingo ci siamo guardati e abbiamo sfoggiato il sorriso ebete dei neogenitori con allegato occhio umido, poi abbiamo vegliato insieme sul gatto malato, pulendo amorevolmente tutte le sue variegate secrezioni proprio come dieci anni prima. Lo abbiamo imboccato col biberon e col cucchiaino, gli abbiamo spalmato unguenti antibiotici per gli occhi infiammati a causa dell’infezione e ci siamo vicendevolmente accusati di negligenza quando il piccolo è scappato in giardino e si è nascosto su un albero; lo ha trovato Minou, che a parte questo atto di gentilezza ha mantenuto nei suoi confronti un atteggiamento ostile fino alla fine dei suoi giorni. Miciu si è rivelato un cucciolo affettuoso e allo stesso tempo intraprendente: appena è stato in grado di cacciare ci ha regalato quotidianamente piccoli roditori e uccellini, esce di casa al calar della notte e torna alle prime luci dell’alba, aspettando pazientemente che qualcuno gli dia da mangiare accucciato sotto le fronde di una siepe sempreverde in fondo al giardino. Il rituale del mattino è sempre lo stesso: io scendo in cucina, apro la porta, lo chiamo e lui arriva trotterellando lungo il sentiero del giardino. Ci concediamo cinque minuti di coccole e fusa e mentre lui mangia il suo Whiskas io esco di casa piena di peli e odorosa di pino silvestre.

La prima volta che Miciu non è tornato a casa io e il vikingo siamo entrati immediatamente in sbattimento. Lo abbiamo cercato in lungo e in largo e alla fine ho dovuto prendere il treno in ritardo e col groppo in gola. Fortunatamente il gatto prodigo si è appalesato dopo meno di un’ora e così ho potuto iniziare la lunga giornata lavorativa ad Amsterdam senza ulteriori patemi d’animo. La seconda volta era rimasto chiuso per sbaglio nel ripostiglio delle biciclette, dove ha passato una notte credo agitata dato che è balzato fuori incazzatissimo appena il vikingo ha aperto la porta la mattina dopo. Un’altra volta ci ha fatto stare male tutto il giorno e quando ci eravamo ormai rassegnati a mettere una segnalazione sul sito della protezione animali è tornato fresco come una rosa e come se niente fosse. Da allora siamo più rilassati e non cominciamo a iperventilare prima che siano passate dodici ore. Poi, venerdì scorso, il fattaccio. Venerdì scorso, per chi fosse stato distratto, era l’ultimo giorno della Vierdaagse, il primo giorno di temperatura tropicale e soprattutto il giorno dopo l’abbattimento dell’aereo Malaysian Airlines MH17. La sera prima eravamo tutti troppo occupati a capire l’entità del dramma per badare a Miciu, che dev’essere uscito come suo solito dopo cena, ma nessuno si ricorda quando l’abbiamo visto per l’ultima volta. Venerdì mattina non si è ripresentato ai nostri richiami ma io dovevo gestirmi un paio di patate bollenti in remoto e Matteo stava demolendo allegramente la casa insieme a un amichetto, per cui avevo parecchio da fare e solo verso le undici mi sono resa conto che di Miciu non c’era ombra. A quel punto ho cominciato a cercarlo, ma ho rinunciato ben presto perché intanto il termometro aveva superato i 30c e l’asfalto stava cominciando a sciogliersi. Abbiamo ripreso le ricerche al tramonto, scandagliando tutti i giardini limitrofi e i viottoli tra i giardini, senza risultato. Abbiamo aspettato in piedi e a porte aperte fino all’una di notte con la scusa che non si riusciva a dormire dal caldo, poi però ci siamo dovuti rassegnare all’evidenza dell’assenza. Il mattino dopo mi sono svegliata di soprassalto a seguito di un confuso sogno che vedeva il ritorno del gatto, mi sono precipitata giù dalle scale a rischio della vita solo per constatare l’assenza di ogni forma di vita felina e un vikingo abbacchiatissimo che mi ha lanciato uno sguardo da cane ferito. Dopo una mesta colazione e il disbrigo delle pratiche necessarie a segnalare lo smarrimento del felino presso tutti gli appositi siti della protezione animali locale, regionale e nazionale ho annunciato che avrei cercato una coppia di cuccioli da ritirare al ritorno dalle vacanze. L’idea originale era quella di affiancare a Miciu un gattino in sostituzione della deceduta Minou, ma stando così le cose tanto valeva prenderne subito due. “E se torna Miciu?” ha chiesto debolmente il vikingo, senza troppa convinzione. “Se torna Miciu li teniamo tutti e tre. A questo punto non fa differenza.” ho risposto con la decisione che tutti mi invidiano e altro non è che disperazione distillata.

Nel pomeriggio siamo andati a vedere due cuccioli di soriano misto Maine Coon e li abbiamo prenotati per fine agosto. I cuccioli non avevano un aspetto molto sano e il pensiero cinico che se fosse tornato Miciu forse comunque ci saremmo trovati con due gatti mi ha tenuto compagnia tutto il resto della sera e della interminabile notte. Domenica il gran caldo era finito e abbiamo rifatto il giro di tutti i giardini: a quel punto sia su Facebook che per strada tutti ci chiedevano se Miciu era tornato. Al nostro mesto diniego si ritiravano tutti con molto tatto e ci lasciavano al nostro dolore. Per tutto il weekend non abbiamo fatto altro che mettere fuori croccantini e acqua fresca, chiamare a gran voce il nostro Miciu e controllare tutti i siti della protezione animali, ma quando lunedì mattina i croccantini erano ancora intatti e il giro di ricognizione dei giardini non ha dato esito positivo mi sono veramente depressa. Sono arrivata in ufficio con un groppo enorme e un umore pessimo che ho prontamente scaricato su tutti i malcapitati che mi passavano davanti e a questo punto, liberata dalla frustrazione, ho cominciato a ragionare. Miciu è regolarmente chippato, per cui se gli fosse successo qualche incidente la protezione animali ci avrebbe avvertito. Se la protezione animali non ci aveva avvertito potevamo escludere l’omicidio colposo. Tolto l’omicidio colposo restavano tre ipotesi: omicidio doloso con occultamento del cadavere, rapimento e occlusione accidentale in una cantina. Non so chi dei miei amici di Facebook mi ha portato sull’idea dell’occlusione accidentale, ma ricordando l’episodio del capanno delle biciclette e soprattutto le innumerevoli occasioni in cui Miciu si nasconde nella nostra cantina odorosa di scarpe da calcio e doposci e si decide a miagolare per farsi liberare solo quando ha fame, ho formulato un piano d’azione mirato. Sul sito nazionale della protezione animali c’è una pratica app che ti consente di trasformare l’annuncio online in volantino. Detto fatto ho aggiunto alla descrizione già presente l’invito a voler controllare cantine e ripostigli perché Miciu ha l’abitudine di nascondersi in luoghi bui e umidi. Ho stampato 80 copie formato A6 e 10 formato A4 e a casa abbiamo steso un vero e proprio piano di distribuzione non dissimile dai piani che stendo a pagamento per i miei clienti e-commerce, con targeting geosociale e retargeting WOM per ottimizzare i leads. Alle 19 il vikingo e Matteo sono partiti e alle 20 e 30 avevamo già la prima segnalazione. In tutto ci sono arrivate tre telefonate, rivelatesi altrettanti falsi allarmi ma intanto in tutto il borgo di Hees il tam tam del word-of-mouth si era esteso come fuoco sulla sterpaglia e stamattina, al mio richiamo, un Miciu terrorizzato, smunto, afono e traballante è apparso da sotto la siepe e mi è trotterellato incontro. Vi risparmio le scene patetiche che sono seguite; vi dico solo che Miciu ha divorato una lattina formato famiglia di Whiskas e poi ha passato un quarto d’ora a riempirmi di peli e stordirmi di fusa. Alla fine l’ho portato da Matteo e dal vikingo, che stavano ancora dormendo e a quanto mi risulta il gatto prodigo ha passato la mattina a ronfare, mangiare e riprendersi dalla brutta avventura. A me non è rimasto altro da fare che rimuovere tutti gli annunci di smarrimento online e telefonare alla centrale locale per far smettere le ricerche. L’operatrice di turno si è informata sulle condizioni del gatto e mi ha ringraziato per la bella notizia. Sono rimasta interdetta ma poi ho pensato che questa poveraccia passa la vita a contatto con padroni disperati, animali seviziati e cadaveri straziati: solo il giorno prima mi aveva fatto un riassunto delle atrocità del weekend per convincermi che Miciu, fortunatamente, non era tra queste.

Devo concludere che l’intuizione della cantina si è rivelata quella giusta, perché altrimenti non si spiega come mai Miciu fosse così affamato, debole e soprattutto afono stamattina. Il poveraccio si è probabilmente sgolato per ore e ore, chiuso in una cantina i cui proprietari devono essere andati via per il weekend o peggio ancora in vacanza. Solo grazie all’azione di volantinaggio mirato tutti gli abitanti di Hees si sono mobilitati e credo fermamente che i vicini di proprietari in vacanza siano andati in ricognizione nelle case vuote, perché qui si lascia sempre la chiave al vicino quando si va in vacanza proprio per emergenze di questo tipo. Una mia collega mi ha confermato che chiedere nel volantino di controllare le cantine è il call-to-action giusto perché altrimenti nessuno si sente coinvolto: tutti pensano, boh, io non l’ho visto e buttano via il volantino. Invece così l’olandese medio si sente direttamente chiamato in causa e anche se è appena andato in cantina a prendere le patate per la cena, ci ritorna e la perlustra scrupolosamente.

Sto scrivendo col gatto sulle ginocchia, più calmo di stamattina ma bisognoso di affetto e di coccole. Non dubitate che le farò anche a nome di tutti voi, miei lettori affezionati e grande consolazione in questi giorni di smarrimento. Certo non voglio paragonare il nostro piccolo dramma alle catastrofi che negli stessi giorni si sono abbattute copiose sul resto del mondo, ma so che mi capite quando dico che il senso di vuoto che ho provato è paragonabile al lutto per la morte di un conoscente. L’assenza di Miciu è stata palpabile, la sospensione animata che accompagna tutti i drammi in attesa di closure è stata crudele e ieri mi sono ritrovata a pensare che avrei preferito ricevere una telefonata di condoglianze dalla protezione animali piuttosto che passare il resto della mia vita a scrutare il viottolo del giardino e chiamare Miciu tutte le mattine, senza risposta.

 

 
Di paola (del 20/07/2014 @ 23:23:23, in diario, linkato 794 volte)
Mi ha fatto molto ridere la proposta, fatta da un amico di lungo corso, di sottoporre Arjen Robben al test Voight-Kampff per escludere la possibilità che sia un replicante. Sono sinceramente caduta dal pero perché qui Robben non viene considerato migliore di altri calciatori professionisti come per esempio van Persie o Sneijder e atleticamente ha uno status inferiore a quello di Sven Kramer, mentre a sentire l’amico in questione la sua performance durante la semifinale dei Mondiali è stata a dir poco sovrannaturale.

In effetti un aspetto dell’Olanda che ho trattato solo en passant è la resistenza fisica alle condizioni più estreme, che viene coltivata fin dalla culla e ha il suo alfiere in Wim Hof, detto Iceman. Questo pazzo furioso riesce a sopportare temperature estremamente basse per periodi prolungati e mi pare che sbarchi il lunario facendo numeri da circo tipo maratone di corsa al Polo Sud nudo come mamma l’ha fatto, o di nuoto senza muta nel Mare Artico; roba del genere insomma. Naturalmente ha il suo bravo sito e tiene corsi di endurance per altri olandesi pazzi o frustrati in quanto sostiene – e qui nessuno ci trova nulla di strano – che ognuno può allenare il fisico a compiere le stesse prodezze.

Fa niente che studi medici abbiano dimostrato come il patrimonio genetico dei fratelli Hof (Wim ha un gemello con le stesse capacità di resistenza al freddo nonostante lo stile di vita diametralmente opposto) sia totalmente diverso da quello dell’olandese medio, l’ambizione del maschio batavo è di mostrare la propria resistenza fisica a partire proprio dalla sopportazione di temperature artiche in costume adamitico per finire alle varie maratone su ghiaccio e su strada di cui vi ho già ampiamente parlato negli anni scorsi (vedi Elfstedentocht e Vierdaagse). Ma non solo. La risposta standard a chi si lamenta di provare dolore, freddo o stanchezza in qualunque circostanza, comprese le maratone di cui sopra, è Stel je niet aan oppure Aansteller, che tradotto alla meglio vuol dire rispettivamente Non farla così lunga e Pittima. Gli amici del vikingo ancora lo prendono in giro perché nel lontano inverno del 1996, al ritorno da un anno di viaggio itinerante nel sud est asiatico, tremava dal freddo e si metteva sciarpa e maglione. Adesso gira come tutti in maglietta a maniche corte fino a che la temperatura non scende sotto zero, a quel punto si decide a mettersi le polo di cotone a maniche lunghe e a volte perfino un leggero pulloverino da mezza stagione. Cappotto? Sconosciuto. In casa de rigueur la tenuta da basket, canotta e pantaloncini, e piedi nudi. E sorvoliamo sulla lotta continua del termostato che io alzo a 20º e lui abbassa a 18º, senza contare che in camera da letto i termosifoni sono sempre spenti e le finestre sempre aperte. Del resto, come ho già raccontato, “Qui i neonati a partire dal primo mese vengono portati fuori ogni giorno, con qualunque tempo, per il ‘frisse neus’ – cioè finchè il naso del bimbo si raffredda. Questa abitudine viene mantenuta per tutta l’infanzia, dove peraltro viene raccomandato di far dormire i bambini in camere con temperatura non superiore a 18° e di vestirli più leggeri per non surriscaldarli quando hanno la febbre. Passata l’infanzia, la raccomandazione è di dormire con le finestre aperte ed è inutile dirvi che bambini e adulti qui girano mezzi nudi in pieno inverno e le madri si preoccupano di mettere sciarpa e cappello alla prole solo se la temperatura scende sotto zero. Vedo regolarmente con i miei occhi madri con bimbi di due anni nel cestino davanti della bici, sotto la pioggia novembrina, senza cappello o sciarpa e con la giacca aperta su una T-shirt di cotone a maniche corte!”. e il 9 dicembre 2004 annotavo: “temperatura esterna -1º. Matteo torna dalla giornata coi nonni: è stato in macchina con il papà un’ora senza giacca a vento. Scende dalla macchina e fa almeno dieci passi nel gelo prima che io urlando lo afferri e lo porti in casa. A casa constato che il piccolo non ha la dolcevita di lana fornita in dotazione, ma solo una felpina leggera sopra la canottiera. Stringo i denti e prego.”

Ovviamente Matteo ha passato i primi sette anni tossendo e starnutendo da settembre a giugno, con febbre a settimane alterne, più la bronchite e la tonsillite che mi è stato concesso curare con antibiotici. Ma già alla seconda tonsillite il medico ha dichiarato: “Signora, io l’antibiotico glielo prescrivo, però mi faccia la cortesia di aspettare almeno altre 48 ore: se il bambino ce la fa a sfebbrarsi da solo vedrà che questa è anche l’ultima tonsillite.” Dopo esattamente 45 ore Matteo si è sfebbrato e da allora effettivamente non ha più avuto ne’ bronchite ne’ tonsillite, quindi mi tocca anche concludere (a denti stretti) che i metodi batavi effettivamente hanno il merito di temprare il fisico.

Detto questo però il contrappasso per gli olandesi è il caldo. Siamo reduci da ben due giorni di temperatura tropicale, che è la definizione ufficiale ogni qualvolta il termometro della stazione meteorologica cittadina oltrepassa i 30º; sia il vikingo che Matteo hanno superato la dura prova solo restando a mollo nella piscina comunale per tutto l’orario di apertura e passando il resto del tempo in stato semicomatoso, mentre io, fresca come una rosa, li ho finalmente potuti apostrofare con un sonoro “Stel je niet aan!”. E insomma, sono soddisfazioni anche queste.

 
Di paola (del 07/07/2014 @ 23:23:23, in diario, linkato 1709 volte)

Matteo è tornato venerdì pomeriggio dall’8e-jaars kamp, stremato, sporco e soddisfatto come da copione e con questo abbiamo concluso il rito di passaggio più importante dall’infanzia all’adolescenza olandese. La tradizione del kamp – gita scolastica che si tiene alla fine dell’ultimo anno di basisschool, equivalente alla prima media italiana - è molto radicata e il vikingo ha avuto modo di lamentarsi dei tempora et mores, ovvero delle paranoie del XXI secolo che hanno ridotto, in nome della sicurezza, distanza e durata del kamp a una decina di km e poco più di 24 ore. Ai suoi tempi i kamp duravano una settimana e si favoleggia di comunità frisone che mandavano i bimbi addirittura sulle isole del Mare del Nord. Comunque anche così il kamp gode di un rituale immutato negli anni. I bimbi, rigorosamente privati del loro abituale arsenale telematico ed elettronico, si radunano la mattina alle otto sulla piazza della scuola, zaino in spalla e bicicletta a mano. Qui vengono istruiti con precisione militare sul percorso e sullo svolgimento della giornata, indi partono in fila per due tra i saluti, gli auguri e gli applausi di tutti i compagni di scuola più giovani, per l’occasione affacciati alle finestre della scuola. Dopo una robusta pedalata della durata media di un’ora, il drappello arriva alla località bucolica prescelta e viene diviso in squadre, indirizzato alle baracche dove pernotterà e quindi radunato per il rancio. Il resto del pomeriggio viene occupato da classici giochi di squadra di stampo prettamente campagnolo-militare, alla fine dei quali la prima mano di fango è saldamente incrostata all’epidermide. Dopo una cena a base di fricandelle o crocchette e patatine fritte con ketchup e maionese - tradizione onnipresente, pervasiva, capillare, radicata fin dalla più tenera infanzia e causa principale del decesso delle papille gustative della gioventù olandese - si procede con i cori goliardici intorno al falò, la caccia al tesoro, la disco-dance e i marshmallows arrostiti. Alla fine di questa fase la seconda mano di fango è sedimentata sulla prima e i bimbi vengono spediti alle baracche dove trascorreranno le ore che li separano dall’alba. Dopo moltissima agitazione e pochissime ore di sonno i bimbi fanno la tipica colazione olandese a base di pane, hagelslag, surrogato della nutella e variazioni sul tema prima di procedere con l’ultima attività in programma che di solito si svolge in acqua. Al gruppo di Matteo è toccata la gita in canoa sul lago e meno male che nessuno si è ribaltato, altrimenti alle due mani di fango silvestre si sarebbe aggiunto lo strato di fanga lacustre con retrogusto d’alga. Anche così, quando Matteo è tornato a casa, ero indecisa se lavare i vestiti usati o bruciarli direttamente. Alla fine ho messo sia vestiti che pargolo in ammollo per mezz’ora prima di procedere ad una robusta strigliata con spazzola e sapone di marsiglia. Mentre i vestiti giravano in lavatrice col ciclo lungo, un Matteo adrenalinico, rubizzo e luccicante mi faceva la radiocronaca minuto per minuto di tutta l’esperienza, conclusa con la leggendaria frase: “Anche se stanotte ho dormito solo dalle due alle sei non sono affatto stanco e non voglio andare a letto; penso che leggerò un po’.” Ovviamente trenta secondi dopo è stramazzato al suolo ed è rimasto in catalessi per dodici ore.

Mentre Matteo era al kamp, io e il vikingo siamo andati a celebrare la nostra riconquistata libertà nell’odierno ristorante alla moda (De Nieuwe Winkel: buono) e abbiamo steso il piano d’azione per gli anni a venire. E’ un dato di fatto che ormai la nostra discendenza si è sdoganata dall’infanzia: non dovremo più organizzare feste di compleanno e partecipare alle attività scolastiche. La scuola superiore olandese ha una struttura para-univeristaria, con lezioni a tutte le ore del giorno, attività didattiche saldamente organizzate dai mentor che si occuperanno di informarci sul progresso pre-accademico del nostro aspirante entomologo e attività ludiche organizzate dagli amici che già campeggiano in pianta stabile a casa nostra per tutto il weekend. A noi resta la gestione dello studio doposcuola, che dietro consiglio di autoctoni ben informati appalterò all’apposito coach finché il pargolo non dimostrerà di potersela cavare da solo, e quella delle vacanze estive finché il pargolo non potrà viaggiare da solo. Da questa settimana si apre uno spiraglio sull’oceano di libertà che era nostra solo dodici anni fa e che tornerà a travolgerci in ondate sempre più impetuose.

Oggi pomeriggio invece ho compiuto io l’ultimo rito di passaggio dalla nazionalità italiana a quella olandese con la cerimonia di naturalizzazione al comune di Nijmegen. Eravamo una quarantina: la metà proveniva da zone di guerra (Siria, Iran, Iraq, Afghanistan, Sierra Leone, Ucraina), un terzo erano turchi, una manciata di anglofoni, un filippino, un macedone, un cinese, due venezuelane e un gruppo di bambini figli di immigrati che devono essere naturalizzati a loro volta in mancanza dello ius soli. Ma da stasera siamo tutti olandesi: abbiamo giurato fedeltà alla nostra nuova patria(1), abbiamo cantato l’inno nazionale(2) con la mano sul cuore e mercoledì sera ci toccherà tifare per la vittoria dell’Olanda contro l’Argentina. Parigi valeva bene una messa e il grandissimo godimento di fottermene da ora in poi di quel che fanno i politici italiani vale bene una partita di calcio.

(1) Ik verklaar dat ik de grondwettelijke orde van het Koninkrijk der Nederlanden, haar vrijheden en rechten respecteer en beloof de plichten die het staatsburgerschap met zich meebrengt getrouw te vervullen. Dat verklaar en beloof ik.

(2) Wilhelmus van Nassouwe Ben ick van Duytschen Bloedt, Den Vaderland ghetrouwe Blijf ick tot inden doet;  Een Prince van Orangien  Ben ick vry onverveert. Den Coninck van Hispangien Heb ick altijt gheeert.
 
POS
Di paola (del 01/07/2014 @ 21:21:21, in diario, linkato 897 volte)
Mi chiedo veramente perché in Italia qualunque minimo cambiamento dello status quo diventa una tragedia greca. Gli italiani sembrano collettivamente impegnati a lamentarsi dell’indecenza delle proprie condizioni politico-sociali e contemporaneamente a fare resistenza armata alle innovazioni, nella profonda e radicata convinzione che queste siano per definizione un peggioramento delle tanto deprecate condizioni.

Da giorni la mia bacheca Facebook è inondata di insulti all’indirizzo della nuova legge secondo la quale ogni transazione commerciale superiore ai 30 euro debba avvenire via POS. Apriti cielo! Nemmeno vi avessero chiesto di sacrificare il primogento maschio al dio Baal.

A parte il fatto che nessuno si sofferma sul dettaglio non trascurabite che la legge non prevede - per ora - sanzioni per chi ritarda l’adozione del pagamento elettronico, l’atteggiamento di rifiuto a priori è tipico di quella mentalità per la quale l’Italia vanta ancora leggi medievali sul lavoro e sui diritti civili. Sarebbe così semplice rispondere attraverso le apposite istituzioni e lobbies di settore come per esempio la confesercenti: va bene ma vogliamo una riduzione dei costi del servizio e sarebbe ancora più semplice cominciare a dare il buon esempio partendo dalle amministrazioni pubbliche invece di sprecare il fiato in futili geremiadi.

Sapete che l’Italia è l'unico paese della UE che ancora usa i contanti per le transazioni commerciali? Quando sono emigrata Inghilterra, nel 1987, prima ancora di avere una casa avevo un conto in banca perché senza assegni e carta di credito si potevan solo giusto pagare le sigarette dal tabaccaio, la birra al pub e i taxi. In Belgio, nel 1989, mi son dovuta dotare in fretta e furia di una Carte Bleu perché nessun supermercato e nessun distributore di benzina accettava contanti o assegni. In Olanda gli assegni erano già stati integralmente sostituiti dai bonifici nel 2000 mentre il POS, che qui si chiama PIN, è stato introdotto nei supermercati, nei grandi magazzini e nei distributori di benzina per allargarsi progressivamente a tutti gli esercizi pubblici e il tutto è avvenuto senza alcuna protesta, interpellanza o brontolio nonostante i costi di gestione rimangano piuttosto elevati, tanto che i piccoli esercenti inizialmente imponevano di spendere almeno 10 euro per poter usufruire gratuitamente del servizio. Gli stessi esercenti adesso espongono il cartello “PINnen? Ja graag!” (preferiamo il pagamento con POS) e perfino al mercato la metà delle bancarelle oggi è dotata di PIN (rapporto ufficiale della Confesercenti olandese che potete leggere e scaricare cliccando su questo link). Incuriosita ho chiesto alla padrona nonché unica impiegata della pasticceria artigianale di cui sono fedele cliente dal 2001 il motivo del cambiamento di atteggiamento e lei mi ha confessato che da quando ha il PIN non ha più paura di rimanere in negozio da sola ed è sollevata dall’incombenza di dover andare a casa ogni sera con l’incasso della giornata in tasca. All’obiezione squisitamente italiana che i costi del servizio sono sicuramente inferiori in Olanda rispetto all’Italia, rispondo con una sonora smentita. Mi sono informata e vi rimando a questo sito e all’assistenza di Google traduttore per tutte le delucidazioni del caso: www.pinnenzakelijk.nl. Solo considerando i costi per un piccolo artigiano o commerciante senza personale come la pasticcera di cui sopra, minimo bisogna pagare 700 euro per l’acquisto della macchinetta GPRS, più 5 euro al mese per l’assistenza tecnica e naturalmente la commissione al circuito Maestro che immagino sarà uguale in tutta la UE. Il calcolatore del sito di cui sopra mi informa che se passo dal pagamento 100% contanti a 50% contanti e 50% PIN i miei costi di gestione passano da 1300 a 1800 euro all’anno – quindi 500 euro in più, ma se passo da 100% contanti a 100% PIN i costi sono solo 150 euro in più all’anno. Ecco spiegato perchè la fase che stiamo vivendo al momento è la graduale abolizione della possibilità di pagare in contanti tout court, a cominciare dagli uffici della pubblica amministrazione e dai servizi a domicilio. Addirittura si stanno facendo esperimenti per sostituire la carta bancomat con il codice NFC sullo smartphone, per non parlare del fatto che qualunque operazione bancaria può già essere fatta da smartphone e quindi, per assurdo, se ho dimenticato a casa il portafoglio, posso sempre fare un bonifico e infatti capita sempre più spesso che in un gruppo di amici al ristorante una persona paghi il conto con il bancomat e tutti gli altri gli facciano in diretta un bonifico dal cellulare per la loro quota.

Inoltre, già a partire dall’introduzione dell’Euro, nessun distributore bancomat olandese eroga banconote di taglio superiore a 50 euro e nessun esercente le accetta. Le banconote da 500 euro non esistono e quelle da 100 e 200 euro possono essere cambiate solo in banca. Non credo si debbano sprecare teorie complottiste per capire che questa semplicissima misura è una forma molto efficace di riduzione dell’evasione fiscale e che la combinazione di questa con l’assenza di contanti nelle transazioni commerciali porterà un'ulteriore riduzione sia dell’evasione fiscale che della delinquenza comune. Win win!

Quindi, miei cari quasi ex compatrioti, questa volta non avete scuse. Solo ancora un po’ di tempo per abituarvi all’idea che state per entrare, sia pure controvoglia, nel novero dei paesi civili.

 
Di paola (del 15/06/2014 @ 20:20:20, in diario, linkato 682 volte)

Siamo globalmente entrati nelle quattro settimane più merdose dell’anno: i campionati mondiali di calcio, in inglese World Cup, da cui il mio affezionato epiteto - WC.

Ho sempre pensato che, se fondassi un partito politico, il secondo punto del mio programma sarebbe l’abolizione dei campionati professionali di calcio: lo metterei tra il divieto di circolare con automobili che non siano alimentate a energia solare e la liberalizzazione delle droghe di ogni tipo. Questo non tanto perché non mi piaccia il gioco in sé, ma perché aborro sia lo spettacolo inverecondo del tifo con il suo corollario hooligan che l’abominio del calciomercato che ha fatto di questo sport un ricettacolo di corruzione. Se perfino il capo della FIFA viene invitato a dimettersi dopo l’assegnazione dei prossimi mondiali a Dubai non credo di aver bisogno di aggiungere altro. Se aggiungiamo la considerazione che tutti i miliardari sotto i 30 anni sono calciatori e che Cassano e Balotelli sono tra questi, c’è da chiedersi perché gli elettori dei partiti estremisti e i black box non siano già insorti. Poi si ritorna al punto del tifo e degli hooligans e tutto si spiega.

Ho già scritto diffusamente nel 2002 e nel 2010 di come vengono vissute queste quattro settimane a Tulipland e non intendo ripetermi, anche se il comportamento collettivo più scandaloso si è verificato in occasione degli europei del 2008 ed è forse proprio grazie a quell’esperienza che mi pare di notare una maggiore sobrietà dei nativi, sobrietà che spero si conservi almeno finché l’Olanda passerà (se passerà) gli ottavi. A giudicare dai piani di contingenza dei nostri spettabili clienti nessuno sembra avere una gran fiducia nella possibilità che ciò si verifichi, tanto che i giornalisti di settore si stanno interrogando preoccupati sul motivo della disaffezione delle aziende per la sponsorizzazione dell’evento. Sarebbe troppa grazia sperare in serie analisi di rendimento che abbiano una volta per tutte fatto capire l’enorme bolla di sapone che questi eventi calcistici rappresentano, purtroppo finché milioni di spettatori guarderanno le partite in TV e chatteranno sui social la giostra continuerà.

L’aspetto che più mi sconforta quest’anno è il riscontro del tifo da parte di un sempre più nutrito numero di donne che non solo non se ne vanno sdegnate al cinema durante le partite ma stanno pervicacemente attaccate col culo sul divano insieme ai loro uomini, per l’occasione regrediti di vari livelli evolutivi, magari ruttando e grugnendo al par loro. Sono momenti come questi che mi fanno capire come le donne stiano collettivamente e scientemente mandando in vacca decenni di lotte femministe e sono momenti come questi che mi fanno ringraziare la mia veneranda età e l’assenza di prole femminile che mi risparmierà dal ruolo di vittima della società patriarcale di ritorno paventata da Margaret Attwood e Peggy Orenstein.

Purtroppo anche qui sono circondata da appassionati del calcio: sia il vikingo che Matteo sono soci del locale club calcistico e mi deliziano i weekend con levatacce invereconde e montagne di uniformi biancoazzurre da lavare, più una serie di allenamenti infrasettimanali che precludono ogni altra attività ludica o sociale. Vero è che il vikingo accompagna Matteo in tutte queste attività, ma a me è bastato doverlo sostituire in un paio di occasioni per disprezzare ancora di più il calcio anche a livello amatoriale. Non so da voi, ma qui i genitori dei piccoli pulcini si dividono tra repressi che sfogano le loro frustrazioni a bordo campo e ambiziosi che arrostirebbero i figli vivi se questo servisse a farli salire nella graduatoria. In quanto ai dirigenti, è chiarissimo che considerano tutti i pulcini un male necessario e sono solo interessati a selezionare i potenziali giocatori di divisione. Quindi, con buona pace di Salvatores e della Nike, è inutile che il calcio millanti un’origine bucolica e un ruolo affratellante: la realtà odierna è competitiva e corrotta a partire proprio dalle radici.

Per quel che mi riguarda sto occupando le serate di questo mondiale vedendomi gli arretrati di House of Cards e andando a letto presto con i tappi nelle orecchie per non essere svegliata dagli eventuali boati. L’unico aspetto positivo di tutta la faccenda è che durante le partite cala sull’intera nazione un silenzio da coprifuoco e si dorme veramente bene tra il cinguettio degli uccelli, il gracidio delle rane e il frinire delle cicale. Adesso speriamo che l’Olanda venga eliminata agli ottavi e siamo a posto fino a che non ricomincia il campionato.

 
Di paola (del 08/06/2014 @ 13:33:33, in diario, linkato 741 volte)

Gli amici che mi hanno seguito su Facebook sanno che la settimana appena trascorsa a New York è stata un tuffo nell’immaginario collettivo della mia generazione. Per Matteo invece ha rischiato di essere una scocciatura pari al viaggio a Berlino dell’anno scorso, poi siamo andati sulla cima dell’Empire State Building e ho avuto il piacere di vedere mio figlio per la prima volta genuinamente sopraffatto dalla maestosità di Manhattan. Anche senza torri gemelle e il bagaglio di un lustro di film hollywoodiani, New York resta uno spettacolo affascinante e riuscire ad andare ad abitare nel Village continua ad essere il sogno della mia vita. A Matteo andrebbe benissimo perché ha scoperto che nel parco di Washington Square abitano un centinaio di scoiattoli che si affollano curiosi intorno a chiunque abbia un sacchetto di noccioline da offrire, il vikingo ha espresso parere favorevole all'operazione, quindi adesso si tratta solo di ricevere un'offerta di lavoro che ci permetta di pagare gli affitti astronomici in vigore. 

Scherzi a parte, dalla mia ultima visita pre 9/11 New York è diventata una città pulita, curata e soprattutto accogliente: tutti aggettivi che nessuno di noi associa spontaneamente alla capitale morale degli USA. Invece la combinazione di due sindaci illuminati e del trauma nazionale causato dal crollo delle torri ha fatto sì che la popolazione si interrogasse seriamente sulla causa di tanto odio nei confronti di un popolo che crede sinceramente di essere il migliore, il più libero e il più democratico del mondo; il risultato è stato un radicale cambiamento di mentalità per cui oggi i newyorkesi sono dannatamente gentili e si fanno in quattro per aiutarti e farti sentire a casa. Abbiamo alloggiato in un appartamento nella sezione di Harlem sopra la 125º strada, che è ancora abbastanza popolare al contrario della sezione sotto la 125º che è ormai totalmente restaurata e gentrificata; nonostante fossimo gli unici tre visi pallidi in un oceano di sfumature di marrone ci siamo trovati benissimo e non abbiamo mai avuto problemi, anzi, siamo perfino riusciti a farci assegnare un tavolo al Red Rooster, una brasserie dove bisogna prenotare con un mese di anticipo e che vale la pena di visitare solo per farsi risvegliare gli ormoni sopiti dalla menopausa dal nutrito campionario di camerieri color ebano.

Alle attrazioni standard si è aggiunta recentemente (2011) la High Line e a breve sarà possibile visitare il nuovo WTC, l’area devastata dall'attentato interamente restaurata e adibita a centro permanente della memoria. Il nuovo grattacielo Freedom 1, eretto a fianco delle due Pools che segnano il perimetro delle due torri crollate, è quasi completato e le arcologie corollarie saranno probabilmente agibili nel 2015. A parte ciò ho avuto il piacere di notare che le abitudini alimentari locali sono sempre più influenzate dai trend salutistici: non solo il caffè è perfettamente bevibile, ma le brasserie hanno definitivamente soppiantato i fast-food: non ho visto un Mc Donald’s, KFC e Dunking Donut in tutta la settimana, in compenso il nuovo quartiere di Chelsea, con il suo enorme mercato scavato nelle viscere di una vecchia fabbrica, è un omaggio alle calle mediterranee e si trova un Le Pain Quotidien a ogni angolo di strada. Perfino nel popolare supermercato della 129º strada a Harlem il banco della verdura organic è più lungo del banco della verdura regular. Di fatto la ricchezza e la povertà ora si misura in chili: solo le big mamas di Harlem sfoggiano posteriori pachidermici, man mano che si scende lungo la Fifth i posteriori diventano sempre più contenuti e al raffinatissimo ristorante italiano Gigino di Wagner Park (Battery) elegantissimi scheletri pagano trenta dollari per una caprese che resta praticamente intatta a fine pasto.

Infine, mentre in Europa la Le Pen trionfava e Farage parlava con Grillo, qui a New York si celebrava il giorno dei veterani di guerra e la settimana delle forze armate. La seconda notizia nei telegiornali era lo stato della guerra civile in Ucraina e la terza lo scandalo dell’ospedale per i veterani di guerra che ha condotto alle dimissioni di un segretario di stato, il terzo del governo Obama. E concludo con le parole di Luca, un italiano emigrato recentemente a NY: mentre in Europa cambiano i governi ma la politica non cambia mai, qui il presidente fa davvero la differenza. Siamo devastati da otto anni di governo Bush, non abbiamo più nemmeno uno stipendio minimo e l’Obamacare è una grandissima rivoluzione.

So dove andrò quando l’unione europea sarà distrutta dai nuovi fascisti.

 
Di paola (del 23/05/2014 @ 13:33:33, in diario, linkato 793 volte)

Ieri ho compiuto il mio dovere di residente nell’UE e ho votato per la lista dei Verdi, che oggi conta 58 seggi al parlamento europeo – di cui 3 olandesi - ma che le previsioni danno in leggero calo. So che i miei amici italiani voteranno domenica con il resto dell’Europa continentale, ma siccome se tutto va bene io domenica sarò in quel di NYC, la scelta di votare in Olanda è stata dettata dalla praticità. Forse non tutti sanno che, per un bug amministrativo, i residenti italiani all’interno dell’UE possono votare sia per le liste italiane che per le liste del paese di residenza: naturalmente il doppio voto è illegale, ma questo non ha impedito che io ricevessi due certificati elettorali nel 2009. Quest’anno invece, per facilitarmi ulteriormente nella scelta, mi è arrivato a casa solo il certificato elettorale olandese. Ringrazio l’inconscio che mi ha fatto prenotare la vacanza e la imminente chiusura del consolato italiano ad Amsterdam che è sicuramente la causa della mancata spedizione. I miei amici italiani prendano nota che questa è la prova tangibile dei tagli alla politica voluti da Monti.

Alle urne è andato solo il 37% degli aventi diritto e gli exit poll olandesi danno i lib-lab D66 in prima posizione, con un notevole incremento di preferenze. Perdono invece voti sia i popolari del CDA che il PVV di Wilders e questa è l’unica consolazione personale, giacché nel 2009 il voto olandese è andato in massa proprio a Wilders sull’onda emotiva degli avvenimenti nazionali di allora. Questo è anche il motivo per cui scrivo questo articolo. Avevo promesso di non parlare più di politica italiana fino alle prossime elezioni e mantengo la promessa. Capisco benissimo che la situazione politica italiana è da manicomio e capisco anche che gli italiani useranno queste elezioni per mandare un messaggio al governo in carica, non sono scema. Vorrei solo che i miei amici italiani si soffermassero – come ho fatto anch’io – sul vero significato di questo voto. Al di là del messaggio che si vuole mandare al governo in carica, con questo voto voi manderete persone reali in un parlamento dove Forza Italia è nella coalizione dei Popolari, Il PD è nella coalizione dei Socialisti e il Movimento 5 Stelle finirà, che vi piaccia o no, nel gruppo degli indipendenti che di fatto sono tutti i partiti euroscettici e annovera nei suoi rappresentanti la Lega Nord, il Front National della Le Pen, il PVV di Wilders e l’UKIP di Farage. Vi posso altresì assicurare che a Bruxelles nessuno ha tempo di fare i distinguo mentali sempre più bizantini a cui la politica italiana ci ha costretto nell’ultimo decennio e infine non illudetevi che un gruppo, per quanto nutrito, di rappresentanti italiani del M5S abbia un peso politico tale da determinare le scelte del parlamento europeo. La battaglia in corso per il potere in Europa, come potete vedere da questa tabella, è tra i Popolari e i Socialisti: l’ago della bilancia saranno i Liberali dell’ALDE e il movimento post-comunista di Tsipras che si prevede ruberà voti sia ai Socialisti che ai Verdi da me votati.


Per carità non fraintendiamoci: se siete convinti che la UE vada smantellata e che tutto il male dell’Italia sia cominciato con l’Euro, dovete assolutamente votare per i 5 Stelle, ma se come me volete solo che l’UE diventi più a misura di uomo e meno a misura di multinazionali, ci sono almeno due alternative preferibili. La ragione per cui io ho votato Verdi è perché nell’agenda delle altre coalizioni si parla molto di quanto Bruxelles si debba immischiare nella politica degli stati membri, di quanto alto possa essere il debito pubblico, di quanto potere debbano avere le banche e di quanto debbano guadagnare gli operai ma solo i verdi hanno una mission dichiarata sull’economia sostenibile e sull’energia alternativa. So bene che il peso dei verdi continuerà a essere marginale, soprattutto se Tsipras ruberà loro i voti; non mi resta che sperare che ne rubi di più ai socialisti come è avvenuto nelle elezioni amministrative e che l’ALDE li rubi ai conservatori/popolari che per me sono anche gli unici che dovrebbero veramente sparire dalla faccia della terra.

Al di là delle scelte elettorali, vorrei intrattenervi su alcune note di costume. I miei fedeli lettori sono già stati informati che in Olanda non si vota mai la domenica; quello che avevo omesso di dire è che i seggi elettorali non vengono allestiti nelle scuole, ma distribuiti capillarmente in tutti i possibili locali pubblici allo scopo di facilitare il voto senza disturbare le regolari attività feriali della popolazione. Tra questi locali ci sono le stazioni ferroviarie e siccome si può votare in qualsiasi seggio nel comune di residenza, questa volta ho scelto di votare in stazione, più che altro per vedere l’effetto che fa. Immaginate quindi la stazione ferroviaria di Nijmegen nell’ora di punta, con torme di viaggiatori che vanno in tutte le direzioni, annunci continui dagli altoparlanti, musica unza unza dai negozi e il vocalizio di sottofondo che contraddistingue i luoghi affollati. Immaginate quindi in questa ordinaria follia una bolla di silenzio e vuoto, nella quale una fila ordinata di persone si srotola ad arco per arrivare a un tavolo con tre scrutatori accanto al quale un bidone in tutto e per tutto simile a quelli che usiamo per la raccolta dei rifiuti biologici funge da raccolta delle schede votate. Di fronte al bidone, perpendicolare al tavolo con gli scrutatori, un separé di compensato con quattro loculi chiusi solo su tre lati e dotati di tavolo e matita copiativa rossa. Gli scrutatori e i votanti si muovono silenziosamente e senza indicazioni se non l’imitazione dei gesti dell’elettore precedente, creando un effetto non dissimile a quello di una catena di montaggio. Vi dico solo che di fronte a me c’erano quindici persone e il tempo tra il mio arrivo nella coda e l’inserimento della scheda votata nel bidone è stato di 3’24”. Altra nota di colore: uno scatolone di cartone accanto al tavolo dalla parte della coda e destinato a fare da ricettacolo di tutte le buste e le lettere che accompagnano il certificato elettorale e che quasi tutti avevano con sé. Un’efficienza mostruosa e di una semplicità quasi zen, che dedico a tutti quelli che mi chiedono che cosa mi piace dell’Olanda.

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