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 ego... di paola
 
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Nemmeno il calvinismo più rigoroso può cambiare la natura maschile. Gli uomini olandesi saranno anche due release sopra gli italiani, ma non c'è verso di fargli capire che i vestiti sporchi non volano da soli nella cesta della biancheria.

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 12/07/2015 @ 11:40:12, in diario, linkato 766 volte)

Sapevo benissimo per chi stavo emigrando: un hippy che viveva nella cantina di una casa studentesca, aveva sì e no tre magliette senza buchi, girava per casa palle all’aria e aveva come ideale di vita The Big Lebowsky. Amo Martien (il vikingo) incondizionatamente, come amo il frutto dei nostri cromosomi congiunti, Matteo. Ma mi incazzo anche, quotidianamente, alla totale indifferenza con cui vengono accolte le mie richieste di mantenere un minimo sindacale di ordine e pulizia nella casa che dividiamo con i nostri tre gatti. A ben vedere i tre gatti sono più ordinati degli M&M’s. Se non altro non lasciano per terra vestiti e asciugamani sporchi, piatti da lavare sopra la lavapiatti vuota, un tappeto di briciole sotto il tavolo e un quintale di cianfrusaglie sparpagliate per ogni dove.

È vero che le apparenze ingannano sempre. Quindici anni fa ero rimasta affascinata dalla buona educazione del vikingo che – disordine a parte – si lavava e si pettinava scrupolosamente ogni dodici ore e lasciava il bagno immacolato, lavava e asciugava i piatti dopo ogni pasto, lavava, stendeva e piegava con cura la biancheria, passava l’aspirapolvere in continuazione e gestiva il complicato sistema della spazzatura differenziata senza fare un plissé. Ah, i bei tempi della Nieuwe Nonnendaalseweg!

Sarà stato l’arrivo di Matteo a sconvolgere il delicato equilibrio della nostra convivenza post-studentesca o il trasloco in una casa di nostra esclusiva proprietà? La seconda che hai detto, direbbe Guzzanti. Le doti casalinghe del vikingo spiccavano positivamente nel confronto con i coinquilini di allora: veri studenti scapestrati, sporchi e disordinati. Nel contesto di una convivenza coniugale invece spiccano negativamente tutti quegli aspetti che non avevo notato, peraltro accecata dalle fiammeggianti chiome del vikingo e dalla giostra dei miei ormoni. Ora che i suoi capelli stanno diventando grigi e la menopausa ha placato i miei ormoni, i miei occhi sono sempre più spalancati sull’inconciliabile diversità degli standard maschili. Perché è evidente che le nostre nozioni di igiene, pulizia e ordine viaggiano su due binari irrimediabilmente paralleli. Gli M&M’s mi considerano una nevrotica non soltanto perché non tollero l’utilizzo di mollette spaiate sullo stendibiancheria (lo ammetto, questa è una vera nevrosi) ma perché mal sopporto i mucchi di biancheria stesi sul dorso delle sedie in attesa di essere piegati e le pile di libri, giornali e quaderni sparsi su tutti i tavoli del soggiorno. Matteo in particolare non sopporta la mia mania di esigere che si presenti a tavola con le mani lavate col sapone; per il vikingo un rapido sfarfallio di dita sotto un parco rivolo d’acqua del rubinetto è più che sufficiente. E curiosamente, il vikingo non tollera le briciole lasciate sotto il tavolo della sala da pranzo e corre a prendere l’aspirapolvere dopo ogni pasto, ma ignora allegramente le briciole sul pavimento della cucina e le impronte di scarpe infangate in ingresso. E a proposito di scarpe, per quanti armadietti, appendini e scatoloni io comperi, le scarpe degli M&M’s conoscono solo un ripostiglio: il pavimento dell’ingresso.

 
Di paola (del 05/07/2015 @ 14:09:16, in diario, linkato 703 volte)
Oggi invasione di formiche. Gli M&M's in preda al panico: credo sia la prima volta che ne vedono una. Del resto l'ultima ondata di caldo risale al 2003, quando Matteo aveva meno di un anno e io ho invitato i miei a passare l'estate qui con le leggendarie parole: "al massimo 25º e di sera viene perfino freddo." Segue una settimana a 35º anche di notte. Come ieri. Tornando alle formiche, non e stato furbo ieri sera lasciare i bicchieri con i resti di limoncello sul piano di lavoro (per quanto mi sgoli non riesco a far capire che con la stessa fatica si mettono nella lavapiatti dieci centimetri sotto) e il vikingo mi accoglie al risveglio con la rassicurazione: "abbiamo pulito tutto, ma continuano a venire, ci vuole sempre un po' prima che si accorgano che qui non c'è più niente da mangiare." E se ne va a fare jogging. Io mi guardo intorno: il pavimento è pieno di briciole, il piano di lavoro pure, fuori un savoiardo abbandonato in mezzo al tavolo. Questo è il concetto di pulizia degli M&M's. Credo di aver trovato l'idea per il mio blog: la mia vita con due pirla (nel senso di proprietari di un pene). Che ne dite? Interessa?
 
Di paola (del 20/06/2015 @ 20:06:15, in diario, linkato 668 volte)

Ieri dopo la scuola Matteo è stato invitato da un compagno di classe a un allenamento di judo nel suo dojo. Benissimo. Dove abita il compagno di classe e dov'è il dojo? A Beuningen. L'indirizzo di casa è presto dato, ma già il numero di telefono si rivela un ostacolo. Stijn (il compagno di classe) non se lo ricorda. Mi dà invece il suo cellulare. L'indirizzo del dojo è sul sito, ma Stijn mi dice che il sito non è aggiornato. Il dojo ha traslocato da poco nel piazzale del Mc Donald's di Beuningen. "Se vai nel parcheggio del Mc Donald's lo vedi subito: è di fronte." Conclude laconico Stijn e i due ragazzi partono in bicicletta.

L'allenamento finisce alle 20:30, il Mc Donald's di Beuningen dista 8km da casa nostra, le piste ciclabili corrono lungo l'autostrada, in mezzo ai campi. Dico a Matteo che lo vengo a prendere, così facciamo la strada di ritorno insieme. Va bene tutto ma un bambino di 12 anni che torna a casa da solo in bicicletta in mezzo ai campi al tramonto sembra la sequenza iniziale di tutti i film dell'orrore che ricordo.

Prima di partire controllo con il tracciatore GPS dell'iPhone che il pargolo (o perlomeno il suo telefono) si trovi dove mi è stato detto. Non conosco Beuningen, non sono mai stata al Mc Donald's e ho solo una vaga idea di dove si trovi. Il viaggio mi sembra eterno, ma finalmente il GPS mi annuncia che sono arrivata a destinazione. Mi trovo in uno di quei terribili centri commerciali vicino all'uscita dell'autostrada, quelle colate di cemento dove giganteschi magazzini di mobili e giardinaggio si alternano a fast food joints, bowling alleys e ristoranti cinesi. Il tracciatore indica una palestra di kickboxing al primo piano. Un po' perplessa ci vado, ma Matteo e Stijn non ci sono. Il Mc Donald's è cento metri più avanti, raggiungo il parcheggio e mi guardo attorno. Proprio di fronte c'è l'insegna di un dojo. Sono perplessa: il nome sull'insegna non è quello che mi ha comunicato Stijn. Ma è l'unico posto possibile: ci sono parcheggiate di fronte una decina di biciclette e quindi deve essere per forza giusto. Ma non lo è. La porta è chiusa, nessun segno di vita. In un secondo passo dalla perplessità al panico. Sono da sola in un centro commerciale deserto e non so dove si trovi mio figlio.

Solo il GPS dell'iPhone mi informa che la destinazione è stata raggiunta e che il telefono di Matteo si trova nella palestra di kickboxing o - per essere precisi - nel parcheggio antistante la palestra. Respingo le Immagini di cadaveri nel bagagliaio di auto parcheggiate che la mia mente mi serve in automatico e faccio l'unica cosa possibile: telefono a Matteo. Una due, tre, quattro volte, muovendomi nel parcheggio come un automa, cercando di captare il suono del suo cellulare.

L'agonia dura fino a quando Matteo, dieci interminabili minuti dopo l'ultima chiamata, mi richiama e mi chiede perché non sono venuta a prenderlo. Con moltissima fatica riesco a farmi dire dove si trova. Una palestra di fitness a trenta metri dalla palestra di kickboxing, nascosta tra due enormi magazzini di cucine e materassi. La mia angoscia si scioglie appena scorgo la sua bicicletta innocentemente parcheggiata sotto un portico defilato. Salgo le scale della palestra come nella scena finale di Notorius, il telefono al posto di Ingrid Bergman. Lo stomaco è chiuso e il nodo si scioglierà solo a casa dopo un bicchiere di vino.

 
Di paola (del 25/03/2015 @ 22:03:15, in diario, linkato 532 volte)
Intendiamoci bene. Se avessi voluto fare la madre casalinga mi sarei sposata a 21 anni e avrei sfornato almeno 3 marmocchi prima dei 30. Il fatto che mi sia sposata a 44, abbia avuto il mio unico figlio a 39 e sia dirigente aziendale da quando avevo 27 anni mi pare sia un indicatore sufficiente delle mie priorità. Pertanto considero questo weekend lungo una punizione per peccati che devo aver commesso in vite precedenti.

Vikingo a Montreal da giovedì. Colf malata da martedì. Entrambi tornano - se tutto va bene - tra martedì e mercoledì prossimo. E quindi io devo prontamente improvvisarmi madre casalinga e pure single per tutto il weekend e buona vacanza. Poi vediamo come torno in ufficio mercoledì.

Giovedì: corsa col cardiopalma al treno dopo l'ultima riunione per accogliere il pargolo di ritorno da scuola e costringerlo a fare i compiti mentre contemporaneamente finivo i lavori con scadenza ravvicinata. Poi correre a fare la spesa, cucinare la cena, mettere a nanna il pargolo, dare da mangiare ai gatti, pulire la cassettina.

Venerdì: fare tutte le pulizie arretrate, tre bucati, la spesa grossa, la manutenzione dei gatti, portare il pargolo dal dottore, sgolarsi inutilmente per fargli fare i compiti. Preparare la cena e mettere a letto il pargolo.

Stamattina: andare al mercato e preparare il pargolo per la partita di calcio settimanale.

Ora.

Qui si dice: tot hier en niet verder (fino a qui e non oltre).

Se fossi veramente madre single, delle due l'una: o Matteo a calcio non ci andrebbe proprio o sarebbe una di quelle attività che si gestirebbe in totale autonomia come i videogames e Youtube. Avendo invece un regolare marito, questa è una delle cose che spettano a lui. Io non ne voglio sapere proprio niente. Al massimo lavo le divise sporche.

Invece.

Stamattina mi sono staccata le tonsille per staccare Matteo dall'iPad e poi dal Topolino e costringerlo a vestirsi. All'ennesimo tentativo inutile sono dovuta scendere all'unica tattica che funziona: "Va bene. A me del calcio non me ne frega un cazzo. Tu fai quello che vuoi ma stasera niente sushi, iPad e iPhone sequestrati e a papà lo spieghi tu perché non sei andato alla partita."

Dopo 5 minuti Matteo era vestito, la borsa era pronta e siamo arrivati al campetto con ben 5 minuti di anticipo. Adesso però a me serve un litro di Lexotan. Non ce la posso fare.

 
Di paola (del 08/03/2015 @ 20:30:30, in diario, linkato 602 volte)
Signore, amiche, sorelle,

Gli americani dicono: There ain't such a thing as a free lunch. Infatti la cena di stasera è a carico delle commensali. L’aperitivo lo offre Traianus ma nemmeno quello è gratis, perché dovete sopportare il mio discorso di benvenuto. Tranquille: sarò breve.

La giornata internazionale delle donne, che celebriamo oggi, è una festa recente. E’ stata istituita nel 1911 in Europa e commemora la morte di 123 operaie nell’incendio della fabbrica di Triangle (NY). L’incendio è in realtà avvenuto il 25 marzo, ma non stiamo a sottilizzare. In questa giornata ci soffermiamo a valutare la nostra fortuna di essere emigrate in un paese in cui la parità di diritti tra uomini e donne è sancita dalla legge. Un paese in cui il soffitto di cristallo è uno dei più alti in Europa (c’è sempre margine di miglioramento) e in cui l’approvazione della Risoluzione Tarabella, calendarizzata per domani al parlamento europeo, è solo una conferma delle norme in vigore. Infatti qui le donne hanno “il pieno controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all'aborto; con misure e azioni volte a migliorare l'accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili.” Tutte cose che la risoluzione Tarabella auspica per quei paesi della UE che sono rimasti indietro.

In questa giornata ci soffermiamo anche a considerare quanto la nostra situazione sia unica nel panorama mondiale, che vede la maggioranza delle donne ancora trattate come proprietà dell’uomo e merce di scambio e non mi soffermo sulle atrocità commesse in nome di presunte norme morali o religiose ma voglio solo ricordare che le atrocità sono di tutti i tempi e di tutte le religioni, come testimonia l’omicidio di Ippazia, filosofa e matematica martire della ragione nelle lotte tra Vescovo Cristiano e Prefetto pagano, assassinata nel marzo 415 ad Alessandria d'Egitto dai jihadisti di allora: i parabolani, un gruppo di partigiani cristiani sostenitori del vescovo Cirillo: un uomo che “prese a dominare la cosa pubblica oltre il limite consentito all’ordine episcopale.”

I maschi dominatori sono una costante della nostra specie: ha evidentemente a che fare con il testosterone, ci tocca farcene una ragione. Farcene una ragione non vuol dire però assolutamente assecondare o peggio ancora approvare le idee e i comportamenti di questi ricettacoli di testosterone in eccesso. Questo è essenzialmente il messaggio femminista. Non sono i maschi dominatori che ci devono spaventare: le armi per combatterli le abbiamo, fosse anche solo perché li abbiamo prodotti noi. Quello che ci deve preoccupare, oggi come ai tempi di Ippazia, sono le donne che li approvano, li sostengono e così facendo perpetuano il modello femminile passivo, succube e schiavo.

Ho sempre pensato che se le donne di Alessandria fossero scese in strada contro i parabolani o avessero anche solo aperto le porte per accoglierla, forse Ippazia non sarebbe stata fatta a pezzi. Invece se ne sono state chiuse in casa, molte di loro avranno pensato che quella puttana di Ippazia aveva quello che si meritava e quelle che non lo pensavano sono state prese a sberle dalle madri. Per questo ci sono voluti mille e seicento anni di lotte femministe per avere, almeno sulla carta e solo in una piccola parte del mondo, gli stessi diritti degli uomini.

Ricordiamoci che i diritti acquisiti, pagati col sangue delle generazioni precedenti alla nostra, sono fragili come ragnatele e si possono spezzare in qualunque momento. Non diamo nulla per scontato e proteggiamo la nostra situazione privilegiata. Non consentiamo ad alcun vescovo Cirillo di farci ripiombare nel medioevo da cui siamo con tanta fatica uscite.

Grazie e buon appetito.

 
Di paola (del 18/01/2015 @ 09:09:09, in diario, linkato 794 volte)
Questa mattina mi sono svegliata (da cui il titolo) e invece di trovare l’invasore ho trovato una persona diversa dentro di me. Una persona che guarda all’Italia col divertito distacco degli autoctoni e con il bonus di chi ha superato la paura di un rimpatrio forzato. Una persona che non soffre più per le dichiarazioni di Salvini, ma legge con piacere commenti di giornalisti indipendenti – ovviamente olandesi - sull’evoluzione del sentiment nazionale verso gli immigrati musulmani.

Dai fatti di Parigi è evidente che l’integrazione sociale in Olanda è molto più evoluta del resto d’Europa. Non è sempre stato così. Nel 2004 abbiamo avuto anche noi un attacco alla libertà d’opinione: un manipolo di fanatici armati ha ucciso a sangue freddo Theo van Gogh, colpevole di aver diretto e co-prodotto Submission, un cortometraggio non favorevole alla cultura islamica la cui autrice – Ayan Hirsi Ali – è stata prontamente messa sotto scorta per evitare ulteriori drammi. Allora le reazioni sono state tali da portare un consistente quantitativo di voti a Geert Wilders e ad autorizzare Rita Verdonk a dare un bel giro di vite alle politiche migratorie. Oggi, dopo soli dieci anni, Rita Verdonk è sparita dall’orizzonte politico e a Wilders non viene più data la minima copertura mediatica. Le sue dichiarazioni a proposito di Charlie Hebdo non sono state rese note, in compenso dai newssites ai talk shows passando per giornali e telegiornali è tutto un tripudio di condanna, unità e ora e sempre resistenza: atei, cristiani, ebrei e musulmani tutti abbracciati in piazza contro il nazismo jihadista. Atei, già, perché la notizia del weekend è che per la prima volta in Olanda ci sono più atei che credenti e sebbene il 53% creda in una vita dopo la morte, solo il 17% si dichiara fedele a un culto religioso contro 25% di atei dichiarati.

Come non essere fiera di vivere in un paese del genere? Come non essere ottimista di fronte a un popolo che innalza un bel dito medio corale di fronte all’emergenza terroristica? Che poi, quale emergenza terroristica? Perfino il nostro premier ha rassicurato tutti che le misure antiterroristiche già in vigore sono perfettamente adeguate al pericolo di attentati e poi in Olanda mica abbiamo agents provocateurs del livello di Charlie Hebdo, quindi al massimo ci dobbiamo preoccupare di rimpatriare gli ultimi militari dall’Irak e dall’Afghanistan e siamo a posto. Militari il cui compito – si badi bene – è quello di impartire alla polizia locale un training antiterrorismo, mica altro.

E che dire delle nostre periferie? Dei nostri terreni di incubazione per potenziali terroristi? Dall’attentato a Theo van Gogh il lavoro sotterraneo dell’apparato statale è stato indefesso: senza proclami e fanfare sono state isolate le moschee a rischio, espulsi gli ayatollah estremisti, iniziati corsi di integrazione culturale nei quartieri problematici e la preoccupazione principale del governo resta quella di evitare ogni possibile radicalizzazione.

Non so voi, ma io mi sento molto più sicura in un paese dove l’apparato statale fa di tutto per evitare i conflitti potenziali e neutralizza scientemente, in modo non violento e non coercitivo, tutti i potenziali troublemakers. La capacità di autoigiene di questo popolo è assolutamente ammirevole, anche se il prezzo da pagare è il cronico sottosviluppo di agents provocateurs.

Non fraintendiamoci, in Olanda Charlie Hebdo non sarebbe proibito, semplicemente sarebbe morto di morte naturale, per totale assenza di interesse e di lettori o - in caso estremo - per un deciso e pacifico intervento legislativo. In Olanda non è proibito quasi niente per cui abbiamo avuto fino a pochissimo tempo fa anche un partito dichiaratamente pedofilo. Finché questo si è tenuto nei ranghi invisibili del bon ton lo si è tollerato, ma appena gli scandali dei preti e dei maestri pedofili hanno cambiato la direzione dell’opinione pubblica, il partito è stato messo al bando senza troppe discussioni con una sentenza della Corte Suprema. Lo stesso vale per associazioni più o meno discutibili che sono sopravvissute solo fino a che le azioni dei loro membri non hanno causato danni alla società.

La vicenda di Ayan Hirsi Ali è emblematica. A seguito dell’assassinio di Theo van Gogh, questa è stata protetta dallo stato per molti anni, ma constatato che la sua unica ragione d’essere sembrava quella di avvelenare il dibattito sull’integrazione con dichiarazioni anti-islamiche assolutiste, in chiaro contrasto con le politiche governative, le è stato detto chiaramente che non si poteva più considerare persona da proteggere a carico dello stato e che le spese per la scorta armata e l’appartamento sorvegliato se le doveva pagare da sé. Al che la nostra, offesissima, è emigrata negli Stati Uniti: good riddance.

Lo stesso vale per Geert Wilders: agent provocateur di professione. Lo si è tollerato non senza molto imbarazzo fino a che le sue dichiarazioni xenofobe (vedi Gemeenteraadverkiezingen) hanno messo in pericolo la pacifica convivenza multiculturale a cui il governo tanto tiene. Da allora è in totale discredito e tutti gli hanno voltato le spalle, compresi i suoi elettori. Idem ditto per Rita Verdonk che si è autoaffondata con una campagna elettorale fondata esclusivamente sulla paura del diverso e sulla criminalizzazione degli immigrati.

È bello vivere in un paese dove le regole sono chiare. È bello sapere che ti è permessa qualunque cosa non sia contraria alle politiche e alle leggi in vigore, leggi e politiche peraltro di un liberismo fin troppo sfrenato, unito però a un rigidissimo codice di comportamento. È bello anche sapere che grazie a ciò, forse, ci sarà risparmiato l’orrore di una strage.

Ma soprattutto è bello sapere che, stamattina, mi sono svegliata per la prima volta sentendomi olandese e quindi anche questo diario è giunto al suo naturale compimento.

Addio Tulipland. Tot ziens in Nederland.
 
Di paola (del 09/01/2015 @ 10:10:10, in diario, linkato 822 volte)
Avrebbe dovuto essere un articolo sulle nefaste conseguenze dei botti di capodanno ma da mercoledì pomeriggio i morti di capodanno hanno lasciato il podio ai morti di Parigi.

Per cui.
Chiariamo subito una cosa.

Le vignette di Charlie Hebdo sono volgari, offensive e personalmente non mi fanno nemmeno ridere. Forse non sono abbastanza sofisticata per capirle, forse sono troppo vecchia o forse non sono abbastanza francese. Whatever.

Detto questo.
L’attentato di mercoledì è mostruoso e ingiustificabile. Punto.

I colpevoli vanno arrestati e puniti secondo le leggi in vigore in Francia e solo perché mi ritengo una persona sufficientemente civilizzata non propongo di applicare la legge del taglione. I mandanti dei colpevoli vanno ricercati, arrestati e puniti secondo le leggi in vigore nella Comunità Europea. Punto.

Tutto il resto è chiacchiera oziosa. E in questi due giorni non ho sentito altro che chiacchiere oziose, ma soprattutto dichiarazioni da far rizzare i capelli e prudere le mani. E dire che pensavo di aver selezionato con cura i miei amici di Facebook.

Ho letto cose che voi umani non potete capire. Ho letto che dare la vita per difendere opinioni che non si condividono sembra un po’ troppo, ho letto che quelle vignette erano davvero troppo irrispettose e che forse un po’ i vignettisti se la sono cercata. Ho letto anche che siamo in guerra con l’Islam, popolo di barbari che vogliono distruggere la nostra civiltà con la loro religione di m….

La fiera dell’egoismo e della xenofobia insomma.

Poi è arrivato Ahmed Aboutaleb e mi ha riportato nel mondo dei sani.

Chi è Ahmed Aboutaleb? E’ il sindaco di Rotterdam, laburista, di origine marocchina, musulmano e figlio di un imam. Ahmed Aboutaleb, poche ore dopo la notizia dell’attentato, ha dichiarato alla stampa che se qualcuno dei musulmani residenti in Olanda non condivide i nostri principi e le nostre leggi tra cui la libertà di espressione o trova la satira troppo offensiva è caldamente invitato a fare le valigie e andarsene a quel paese. Dopodiché ha riunito tutti gli imam delle moschee di Rotterdam e gli ha strizzato ben bene i coglioni ottenendo la promessa di massima collaborazione con le autorità e infine ha tenuto un discorso in una piazza gremita di cittadini, condannando l’attentato senza mezzi termini e dichiarando la sua solidarietà con il sindaco e i cittadini di Parigi: normalement je suis le maire de Rotterdam mais aujourd’hui je suis Charlie, ha detto. Tutto è stato ripreso dalle telecamere e tutto è disponibile su YouTube alla voce Aboutaleb, oltreché sul mio account di Facebook. Non stiamo a sprecare altri link.

Ahmed Aboutaleb ha detto quello che ogni musulmano olandese (jihadisti esclusi) pensa ma non ha il coraggio di dire. Ci vogliono più persone come lui in Europa e spero per la Francia che ce ne siano abbastanza anche lì. Sull’Italia, no comment.

Ai miei amici che fanno ancora fatica a capire perché è importante arrivare a dare la vita – se necessario – per difendere la libertà, anche quella di pubblicare vignette volgari e offensive, non citerò ne’ Voltaire ne’ Brecht ma rivolgo l’invito a (ri)vedere un film del 1988 di Jonathan Kaplan: The Accused. Il film è ispirato ad un fatto autentico avvenuto in un bar di New Bedford, Massachusetts, nel 1983 (Wikipedia). La trama: Sarah Tobias è una ragazza della classe meno abbiente e meno istruita che beve, fuma, parla come uno scaricatore di porto, si veste come una zoccola e la dà via a destra e a manca. Il suo comportamento induce tre ragazzotti altrettanto stupidi a pensare che una gang bang sul flipper del bar locale le farebbe piacere e procedono a violentarla per quindici lunghissimi minuti tra le urla di incitamento degli avventori che non sono scappati via. I quindici minuti vengono ripresi dal regista in tutto il loro orrore e il film prosegue con il tormentato percorso legale di Sarah per riuscire a far riconoscere il reato di stupro per i tre aggressori e il reato di istigazione a delinquere per gli avventori. La ragione per cui questo film è importante è che Sarah Tobias non è una donna di buon senso e il suo comportamento non è ne’ prudente ne’ esemplare. Ma nessun comportamento, per quanto offensivo, può mai autorizzare a pensare che sia giusto ricorrere alla violenza come ritorsione e il compito della società civile in cui ci vantiamo di vivere è di difendere il diritto di Sarah Tobias di darla via a chi vuole e di vestirsi da zoccola, non di giustificare i suoi aggressori. Se non siamo d’accordo, come dice Aboutaleb, possiamo fare le valigie e trasferirci in uno dei paesi dove le norme morali, civili e legali sono più consone al nostro sentire. Ce ne sono abbastanza a questo mondo, nella mia modesta opinione pure troppi.

I vignettisti di Charlie Hebdo sapevano benissimo quello che facevano. Sapevano benissimo che cosa rischiavano. Il minimo che possiamo fare è schierarci dalla loro parte, anche se non ci hanno mai fatto ridere e anche se ci hanno offeso. Non c’è altro da dire.

Normalement je suis Paola Cassone, mais aujourd’hui je suis Charlie.

 
Di paola (del 30/12/2014 @ 11:11:11, in diario, linkato 679 volte)
Anche quest’anno sta per finire. Mi torna in mente l’unica canzone di Dalla che mi piace: L’anno che verrà. L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando: è questa la novità.

Per la prima volta in quattordici anni di convivenza il vikingo mi ha chiesto che cosa voglio fare l’anno prossimo, quali mete voglio raggiungere. E io, dopo una pausa riflessiva di qualche decina di secondi, gli ho risposto gravemente: voglio un nuovo forno perché questo cuoce sempre meno bene e non mi posso permettere una prestazione subottimale per le mie ricette.

Penso che in questa risposta sia racchiuso tutto il consuntivo di quest’anno, delle mete che abbiamo raggiunto insieme e del cammino che ancora ci resta da fare. E’ stato un anno interessante, nell’accezione cinese del termine. E’ stato un anno di forti alti e bassi e un anno in cui, per citare Jep Gambardella, la più sorprendente scoperta che ho fatto è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare. Girata in positivo, questa scoperta diventa: devo cercare di occupare tutto il tempo che mi resta a fare solo cose che mi piacciono. Viaggiare, cucinare, passare tempo coi miei M&M’s, i miei gatti e i miei amici che - grazie a Facebook - sono ormai tutti sempre con me quando voglio. Non ho più tempo da dedicare a persone e cose che detesto e infatti, appena preso coscienza di ciò, ho preso la cittadinanza olandese, ho prenotato due viaggi all’estero invece di tornare a San Remo e infine ho fatto decluttering tra i miei impegni: dalla fine dell’estate mi rifiuto categoricamente di stare nella stessa stanza con persone di cui non condivido ne’ ideali ne’ stile di vita ne’ modus operandi in nome di una convivialità formale. Li ho definiti jihadisti e la definizione comprende una gamma eterogenea di individui accomunata dal fanatismo o anche solo dalla devozione nei confronti di missions che non condivido. Basta. Fuori dalla mia vita.

Per tornare al forno, questo è un modello Neff del 1980, ereditato insieme alla casa e sopravvissuto alla ristrutturazione della cucina per la sua provata resa e qualità. Ma è un modello ormai anacronistico: consuma una quantità di energia smisurata, non prevede la cottura microonde, oltre al timer non funziona più nemmeno la luce interna e le guarnizioni sono talmente logorate che mantenere la temperatura di cottura costante è impossibile. La sua era è chiaramente finita e sostituire guarnizioni e lampadina (ammesso sia possibile) non lo renderà un forno adeguato alle esigenze del terzo millennio.

Questa è stata la seconda scoperta di quest’anno. Il XX secolo è definitivamente morto. Sepolto. Non tornerà più. Inutile affollare la casa e la memoria di reliquie senza senso. Non sono ancora arrivata a buttare via gli LP di vinile ma sarà il prossimo passo. Ho già regalato all’esercito della salvezza tutte le mie gonne a tubo e i tailleur strizzati degli anni novanta, perché se anche tornassero di moda la mia veneranda età mi impedirebbe di metterli. Ho fatto piazza pulita della vecchia elettronica, delle cassette a nastro, dei walkman, delle vecchie radio e dei vecchi GSM, ancora perfettamente funzionanti ma resi obsoleti dal progresso; anche il Sony Trinitron e il video 4:3 han preso il viale del tramonto. Del XX secolo mi rimangono, oltre ai suddetti LP, solo i libri di carta a cui non rinuncerò finché l’alternativa non sarà altrettanto eterna: gli e-books attuali sono pratici ma non ancora sostitutivi. Proprio oggi, per accontentare il vikingo che ancora rimane pervicacemente aggrappato al secolo scorso, sono andata nel suo negozio di dischi preferito e ultimo baluardo rimasto a Nijmegen della musica su supporto materiale. Appena entrata mi ha preso una tristezza infinita, la stessa tristezza che mi prende quando entro in un negozio di paese con derrate impolverate e cagnolini di ceramica. Basta: è finita l’era delle molecole e siamo entrati nell’era dei bits. Resistance is futile. Perfino l’NRC Handelsblad si sta arrendendo all’idea che non ci sarà mai più una ripresa dell’economia materiale: i consumi di beni materiali calano, la richiesta di beni virtuali cresce, l’economia di scambio, di condivisione, di time sharing è una realtà che non è più possibile ignorare.

E quindi via il vecchio forno: il 2 gennaio andremo alla showroom Neff di Kleve per vedere che cosa offre la tecnologia oggi. Magari non sarà nemmeno un forno quello che compreremo, magari sarà l’abbonamento a un forno virtuale gestito in time sharing. Op naar de volgende! (avanti verso quel che verrà).  

 
Di paola (del 12/12/2014 @ 15:15:15, in diario, linkato 726 volte)
Mai come quest’anno sono stata ansiosa che passasse il 5 dicembre, la pakjesavond (sera dei pacchetti) di una tradizione che l’80% degli olandesi reputa irrinunciabile e una minoranza sempre più agguerrita bolla come intollerabile razzismo (ref: Luxe Problemen). La magia di Sinterklaas è sparita nella nostra famiglia ben prima che i dimostranti invadessero le piazze e si facessero arrestare in nome di un colore – devo dire per fortuna – così al nostro Matteo sono state risparmiate le risse hooligans e gli insulti sui social in tenera età. Non ho invidiato i bambini che a Gouda e Amsterdam sono stati costretti a fare da spettatori della follia dei loro genitori.

Una follia che sembra ormai segnare questo inizio del terzo millennio e che si esplicita in una sempre più marcata intolleranza per qualunque infimo dettaglio che non sia esattamente confome alle nostre aspettative, mentre intorno a noi crolla la società costruita dai nostri nonni dopo l’ecatombe di due guerre e il fanatismo religioso fa più vittime dell’ebola. Ormai non si boicottano le industrie perché avvelenano i cittadini, si boicottano i supermercati che decidono di non vendere cioccolato a forma di testa di moro. Si esigono le pubbliche scuse di un nerd che osa indossare una camicia hawaiana con donnine nude al posto delle palme in nome di un femminismo che tollera i soprusi ben peggiori del maschilismo di ritorno (ref: Parliamo di sesso) e si minaccia di morte – di MORTE – la presentatrice di un programma per bambini rigorosamente politically correct mentre politici che istigano l’odio razziale continuano ad avere spazio nelle piazze e sui mezzi di comunicazione. E’ di oggi la notizia che il nostro Salvini locale, il famigerato Wilders, ha confermato ai giudici che lo stanno processando per istigazione all’odio razziale di non aver fatto o detto nulla di male quando alla vigilia di elezioni (sonoramente perse) ha promesso ai suoi seguaci meno marocchini in Olanda (ref: Gemeenteraadverkiezingen).

Oggettivamente, volendo evitare polemiche, il nerd avrebbe potuto scegliere un’altra camicia per presentare al mondo il suo successo scientifico e i supermercati avrebbero potuto astenersi dal diramare comunicati stampa sui dettagli delle loro politiche commerciali. Come pure avrebbe fatto bene il sindaco di Maastricht, già coinvolto in uno scandalo a causa della sua passione per giovinotti di discrezione più scarsa della loro età, a mantenere la promessa di morigerare i suoi costumi invece che farsi beccare in flagrante con un giovinotto più giovane del precedente ancorché maggiorenne. Trattavasi di una trappola abilmente tesa al sindaco infoiato dall’editore di un programma televisivo senza scrupoli, ma questa non è un’attenuante. In un mondo dove ogni fotogramma della nostra vita viene inchiodato per sempre nella capiente memoria della cloud, il minimo che si possa pretendere è il ritorno al pudore vecchio stile quantomeno in apparizioni pubbliche e, per chi riveste cariche pubbliche, anche in privato. Se invece si ambisce ad essere perennemente sotto i riflettori mediatici, il comportamento da seguire è quello di Wilders e delle sorelle Kardashian. Senza naturalmente scusarsi mai e sopportando stoicamente le conseguenze dei propri atti.

Come ha infatti puntualmente fatto il sindaco di Maastricht, che ha deciso di dimettersi dalla carica nonostante il suo comportamento non costituisca reato e nonostante il suo partito gli avesse rinnovato ufficialmente la fiducia. Come dire: mi avete incastrato, andate a quel paese e vediamo se adesso che non sono più sindaco mi lasciate trombare in pace chi voglio io. Da allora è costantemente sulla prima pagina di tutti i quotidiani e ha un posto fisso in tutti i talk show televisivi. Praticamente un eroe. Un paladino del diritto alla privacy e alla libertà di scelta sessuale.

Tutti noi naturalmente sappiamo che le dimissioni sono state tutt’altro che spontanee e che il rischio di ricaduta con un giovinotto dalla parte sbagliata della maggiore età ha pesantemente condizionato le scelte del partito e del personaggio. La morale è salva, la forma anche, siamo tutti felici e buon natale.

E invece no, perché l’azienda che ha pagato di tasca sua uno spot televisivo di ben 3 minuti con un remake all’olandese di We are the World e l’invito a regalare una cena di natale ai senzatetto è stata puntualmente crocifissa dall’opinione pubblica, indignata dal presunto astronomico compenso pagato agli artisti olandesi per la produzione dello spot. L’opinione pubblica olandese avrebbe potuto anche indignarsi per il costo della trasmissione dello spot, che come sanno tutti i miei ex colleghi pubblicitari è almeno il doppio di tutta la produzione compensi compresi e a nulla sono valse le proteste degli artisti che giurano di aver ricevuto solo poche migliaia di euro - praticamente un rimborso spese.

Perché anche se il costo della pubblicità televisiva è ancora un’informazione riservata a pochi addetti ai lavori, siamo tutti abbastanza scafati per capire che anche con le poche migliaia di euro che gli artisti dichiarano di aver ricevuto si sarebbero potute comperare centinaia di cene di natale per i senzatetto, si sarebbero potuti filmare i senzatetto che mangiavano e si sarebbe potuto chiedere alle emittenti televisive di mandare in onda il film senza pretendere di essere pagate al secondo come per i normali spot pubblicitari.

E forse è proprio questa la chiave dell’intolleranza dilagante. Ci siamo accorti che la nostra sfera di influenza è diventata troppo piccola per poter ancora operare i cambiamenti profondi nella società che sono stati possibili nel dopoguerra e negli anni settanta. Quindi siamo coralmente e inconsciamente impegnati in uno step change pragmatico: scegliamo i bersagli più facili e ci accaniamo su quelli. Gli ossi duri come Wilders li lasciamo alla giustizia e intanto non li votiamo. L’imprenditore che fa il furbo invece lo mandiamo affanculo e boicottiamo le sue promozioni, il politico colto in flagrante atto impuro lo facciamo dimettere, al nerd un paio di schiaffi così magari comincia a pensare come si sentirebbe lui se la sua capa si presentasse in laboratorio con una camicetta fantasia di cazzi, tutti più grossi del suo. In quanto al colore degli aiutanti di Sinterklaas, come dicono gli inglesi, the cat is out of the bag: non saranno mai più neri. E’ solo un dettaglio, ma un dettaglio importante.

Solo il futuro ci dirà se l’intolleranza a oltranza sarà in grado di operare cambiamenti positivi a livelli più alti. Negli anni ottanta a New York la polizia ha cominciato ad arrestare chiunque non pagava il biglietto in metropolitana e nel giro di due anni la criminalità è tornata sotto il livello fisiologico. Fa ben sperare.

 
Di paola (del 10/11/2014 @ 16:00:00, in diario, linkato 923 volte)
Ottobre è stato un mese lunghissimo ed è cominciato il 20 settembre, quando il vikingo, di punto in bianco, mi ha annunciato che il suo datore di lavoro gli aveva proposto un contratto biennale, in qualità di sostituto del direttore finanziario, che prevede tre giorni di lavoro in una sede distante 40 km da Nijmegen e Matteo ha preso la sua prima insufficienza alla nuova scuola superiore.

Io ero reduce da una gara estenuante su un cliente che ci ha tenuto sulla corda per più di sei mesi, quindi esausta e assolutamente non in grado di fronteggiare questa nuova crisi. Ho dovuto invece stringere i denti e riplasmare tutta la mia vita intorno al nuovo impegno lavorativo del vikingo e alla necessità assoluta di ripetizioni e sorveglianza continua per Matteo. Vi risparmio i dettagli penosi e la collezione di malattie psicosomatiche che mi sono prontamente arrivate a testimonianza dello stress. Vi dico solo che ho consumato più Lexotan nelle scorse settimane che nell'intero annus horribilis del burnout del vikingo (nota bene: causato dallo stesso lavoro che sta facendo adesso) e che ho dovuto condurre trattative estenuanti su tre fronti. Finalmente, da settimana scorsa, Matteo ha cominciato a prendere voti decenti e io sono entrata in un contratto part-time al 70%: praticamente stacco la spina del PC il venerdì pomeriggio e la riattacco il martedì mattina.

Mentre mi abituo a questa nuova fase della mia vita, vi intrattengo sul sistema scolastico olandese che, come vi avevo anticipato, prevede che i bimbi passino dalla scuola elementare monomaestra alla scuola superiore con modello didattico universitario senza il buffer della scuola media, provocando scientemente un profondo shock da cui la maggior parte dei preadolescenti si riprende solo al terzo anno. Nella serata informativa ci è stato infatti comunicato con studiato sadismo che se il primo anno (la famigerata brugklas ovvero classe-ponte) ci sembra un inferno, il secondo è anche peggio. Ci è stato inoltre ricordato che i nostri figli non hanno alcuna speranza di riuscita senza un costante allenamento extra scolastico che ci dobbiamo naturalmente sobbarcare noi, perché le ripetizioni a cura di insegnanti privati profumatamente pagati su cui io tanto contavo sono solo una profilassi di base. La serata informativa si è svolta nell'ultima settimana di ottobre, quando io personalmente ero sul punto di tagliarmi le vene per lo stress, ha avuto il solo merito di farmi capire che la mia condizione è assolutamente nella media e che un nutrito drappello di autoctoni sono messi peggio di me. Di contro, mi ha aperto gli occhi su un sistema che fa acqua da tutte le parti, con docenti che si comportano come se i bambini fossero bestiame e ad ogni domanda rispondono col mantra: "devono imparare ad organizzarsi da soli".

Ora, qualunque madre di un maschio dodicenne medio sa che l'unica cosa che i bimbi a quest'età imparano ad organizzarsi da soli sono i videogames, i social networks, l'app store e youtube. Se poi riescono anche a gestirsi la preparazione delle svariate borse per i molteplici allenamenti sportivi che frequentano con passione, possiamo dire di aver raggiunto il nirvana pre-adolescenziale. Pretendere che un dodicenne sappia gestire orario delle lezioni, materiale didattico e scadenze dei compiti in classe è pura utopia; credere che dotare i pargoli di iPad con agenda elettronica e svariate applicazioni didattiche sia una valida soluzione al problema è semplicemente criminale. Quando abbiamo fatto notare al corpo docenti che a causa della totale carenza di adeguati protocolli IT i nostri figli ci gabbano regolarmente sull'uso didattico dell'iPad (ovvero dicono che stanno studiando e invece giocano), le insegnanti responsabili si sono guardate con quell'espressione vuota che ho imparato a decodificare negli autoctoni come SYSTEM FAILURE. Quando abbiamo chiesto perché i nostri figli sono stati dotati di iPad senza un adeguato protocollo IT che impedisca il download dei games, il mantra è diventato: "la tecnologia si evolve ad un ritmo tale che anche per noi è difficile anticipare le conseguenze." Questa è quasi sicuramente stata la risposta che hanno dato anche Nobel e Oppenheimer in occasioni simili, per cui ce la mettiamo in saccoccia e speriamo in qualche nerd che sviluppi l’applicazione iPad che blocca automaticamente tutti i videogames, i social e soprattutto youtube e li sblocca solo quando sono stati fatti tutti i compiti previsti dall'agenda elettronica. Giuro che diventerebbe milionario.

Bottom line: ho a che fare con una manica di dilettanti arroganti allo sbaraglio anche a scuola di Matteo e questo se non altro è l'unico punto di contatto con il mio campo di esperienza lavorativa e la luce in fondo al tunnel. Adesso occupo i miei giorni liberi nella supervisione dei compiti di tutte le materie alfa, il vikingo si occupa di supervisionare i compiti  di tutte le materie beta, paghiamo profumatamente un'insegnate per le ripetizioni di ortografia e grammatica olandese e speriamo di cavarcela.

Unica nota positiva in questo quadro sconfortante è che la tecnologia avanzata ci permette la completa tracciabilità del progresso scolastico del pargolo. Non solo vediamo i suoi voti in tempo reale ma possiamo controllare quali lezioni sono previste per la settimana, per quali materie sono previsti compiti in classe e se Matteo è arrivato alle lezioni con tutti i libri e i quaderni richiesti. La cloud fa il resto e se Matteo non torna a casa all'orario previsto posso vedere dove si trovano il suo iPad e il suo iPhone e se non altro sperare che il proprietario sia nei paraggi perché ovviamente non risponde alle nostre telefonate disperate, come da job description dell'adolescente telematico.

Concludo con una nota che non so ancora se definire tragica o comica. Ci è stato chiesto se i nostri figli raccontano spontaneamente la loro giornata scolastica o per lo meno rispondono alle nostre domande in merito. A unanime risposta negativa ci è stato chiesto se avessimo provato a comunicare con loro tramite what's app. E' seguito un silenzio sgomento nel quale si è inserita la voce irritante della docente di olandese che con tono trionfante ci ha annunciato: "Funziona." Abbiamo insaccato di nuovo e diligentemente abbiamo digitato il nostro primo messaggio what's app ai nostri figli. Nel giro di pochissimi secondi è risuonato un ping corale e gli sguardi di tutti i genitori di sono riversati sugli smartphone illuminati. Sembrava una scena di Metropolis, ma da allora Matteo si degna di rispondere alle mie domande sulla scuola: la linea di comunicazione tra le nostre generazioni si è aperta. G.G!

 
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