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 ego... di paola
 
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Sono emigrata in Olanda per amore quindici anni fa. Nei primi dieci anni ho intrattenuto i miei amici sulle usanze olandesi, poi ho cercato di far loro vedere come sono assurde le vicende italiane viste da qui. Adesso racconto semplicemente quello che mi succede.

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di paola (del 06/04/2016 @ 10:36:46, in diario, linkato 778 volte)
Concita de Gregorio ha recentemente scritto che il silenzio è l置nica forma di dissenso ormai concessa nella cacofonia di insulti incrociati che sono diventati i social networks. Nell置ltimo mese mi sono quindi concentrata sul mondo al di fuori dallo schermo dello smartphone e ho concluso che la distanza del mondo analogico dal mondo digitale è veramente grande, per nostra fortuna.

Nel mondo analogico la gente si incontra, si parla, si sorride, si aiuta e si sostiene a vicenda. Non occorre fare la volontaria al locale centro assistenza profughi per incontrare belle persone; basta una visita al museo per godere di un inaspettato scambio culturale con visitatori casuali in vena di chiacchiere e perfino un pranzo random tra colleghi, fitto di scambi di opinioni sulle questioni più mondane, si rivela utile perché sapere l段ndirizzo giusto per trovare pantaloni e magliette che non si dissolvano al contatto con il suolo o con il detersivo migliora la qualità della vita almeno quanto la visione dei capolavori di Jeronimus Bosch.

Grazie ad uno di questi scambi di opinioni sono anche riuscita a leggere un libro che consiglio caldamente, Plato and platypus walk into a bar: uno spassosissimo compendio di storia della filosofia raccontata attraverso una serie di barzellette esemplificative. Una di queste riguarda il dissenso insanabile tra atei e religiosi. Il dissenso è insanabile perché le due categorie umane hanno una visione del mondo totalmente opposta: le prime credono che l置omo abbia inventato dio e le seconde che dio abbia inventato l置omo. Una discussione tra atei e religiosi è pertanto completamente inutile perché non cè alcun argomento comune su cui poter discutere, come mirabilmente illustrato da questa barzelletta:

Una donna molto pia esce tutte le mattine di casa e declama: 泥io sia lodato!
Il suo vicino di casa ateo le risponde tutte le mattine: 哲on cè nessun dio.
Questa storia va avanti anni e anni e ad un certo punto la pia donna si trova in tali difficoltà finanziarie da non potersi più nemmeno permettere di comperare cibo con cui sfamarsi. Allora esce di casa e implora dio di darle il cibo che le manca.
Il giorno dopo davanti alla sua porta cè un sacchetto pieno di cibo fresco. La pia donna ringrazia dio del miracolo e a questo punto il vicino ateo esce di casa e dice: 的l cibo l檀o comprato io: non cè nessun dio. La donna non batte ciglio e declama: 泥io sia doppiamente lodato: per avermi dato questo cibo e per averlo fatto pagare a Satana.

ネ quindi chiaro perché ogni dibattito sui social sia perfettamente inutile e si trasformi presto in gazzarra da stadio. Non ci può essere dialogo tra persone con visioni opposte del mondo e infatti nel mondo analogico queste persone non vengono mai in contatto e se lo fanno l段ncontro dura generalmente il tempo necessario per capire che aria tira e darsela a gambe. Nel mondo digitale invece queste persone sembrano caparbiamente alla ricerca della rissa continua. La barzelletta di cui sopra non ci dice come ha reagito l誕teo all置ltima invocazione della donna ma basterebbe metterla su Facebook per saperlo. Volontari?

Se il dissenso tra atei e religiosi è insanabile, altri dissensi lo sono molto meno. Ad esempio il pernicioso dibattito vegani contro carnivori. Qui il punto di incontro cè perché entrambi i gruppi sono interessati alla salute personale ma non ci si trova d誕ccordo sulle modalità. Uno studio medico recentissimo, pubblicato il 29 marzo nella rivista Molecular Biology and Evolution, ci viene incontro.

Questo studio dimostra che la capacità di processare i grassi omega 3 e 6 contenuti nei vegetali è appannaggio esclusivo di coloro che possiedono nel loro patrimonio genetico un particolare genoma. Queste persone si trovano prevalentemente in Asia e Africa e solo in minima parte in Europa e Nord America. Questa è la ragione per cui la maggioranza degli europei non può beneficiare di una dieta vegetariana o vegana.
Lo studio continua ipotizzando che la maggior incidenza del genoma in questione presso le popolazioni asiatiche e africane sia dovuta alla tradizionale dieta che privilegia cibi di origine vegetale e quindi nel corso dei secoli ha selezionato naturalmente le persone provviste del genoma più appropriato.
Questa ipotesi non è nuova: l誕vevo infatti letta almeno una trentina di anni fa in un libro di antropologia. Credo che la novità stia nel fatto che ora l段potesi antropologica sia stata scientificamente provata con uno studio ad ampio raggio. Quindi si può concludere che chi ha in dotazione il patrimonio genetico adeguato si deve preoccupare di salvaguardare il patrimonio vegetale della terra e chi dipende dal regno animale per la sopravvivenza si deve preoccupare di salvaguardare le condizioni di vita dei suoi amici animali.

Mi pare un buon inizio per una discussione proficua, purché fuori dai social.
 
Di paola (del 08/02/2016 @ 15:35:15, in diario, linkato 1260 volte)
I 28 giorni di alimentazione supermetabolica sono passati, ho perso solo 4 dei 9 kg promessi ma in compenso sono rientrata nella mia taglia pre-menopausa senza aver mai sofferto la fame e soprattutto, dopo le prime settimane di rodaggio, sono talmente abituata alle acrobazie gastronomiche della Pomroy che non ho alcuna voglia di tornare alla mia vecchia routine alimentare, sicuramente meno faticosa ma provatamente dannosa alla salute e alla linea. Ho deciso quindi di continuare a oltranza il regime supermetabolico con il miraggio di poter un giorno rientrare in tutti i tubini di Aspesi e Lucio Costa che stanno in naftalina dalla nascita di Matteo. A scopo dimostrativo, beninteso: a parte un paio di evergreen tutto il resto del guardaroba sopravvissuto alle purghe dell'anno scorso è da sera e a meno di non dare una svolta alla mia vita sociale non vedo molte occasioni in cui sfoggiarlo.

Ho considerato che in fondo essere ortoressica è meno impegnativo che essere vegetariana e sicuramente meno fastidioso del veganesimo. Non ho infatti nessuna intenzione di convincere amici e parenti a seguire questo regime alimentare e non ho motivi etici da sbandierare, non voglio salvare il mondo e difendere i diritti degli animali. Semplicemente questo regime alimentare mi provoca una sensazione di benessere, mi dà energia e mi toglie i chili superflui: ragione necessaria e sufficiente per proseguire. In più boicotta le sofisticazioni alimentari e l'industria OGM e sostiene l'agricoltura e l'allevamento biologico a chilometro zero: bonus di impatto sociale non trascurabile. Dopo tutte queste belle considerazioni mi sono apprestata a uscire dalla clausura volontaria in cui mi rinchiudo ogni gennaio e la realtà mi ha dato il solito pugno in faccia.

A parte il fatto tutt'altro che trascurabile che seguire questo regime alimentare al ristorante è praticamente impossibile, perfino amici e conoscenti non si stanno rivelando affatto comprensivi. A quanto pare avere un metabolismo bradipico non viene considerato uno stato di malattia (lo è a tutti gli effetti e la causa prima dell'obesità) e la richiesta di preparare cibi che rispettino il decalogo della Pomroy viene giudicata a dir poco bizzarra. Ne ho sentite di tutti i colori, a partire dal: "ma che vuoi che ti faccia un piatto di pasta ogni tanto, basta non esagerare." Per finire con: "Ma come, non vieni all'high tea? E perché?".

Cerco di non incazzarmi perché lo stress mette le ghiandole surrenali in stato di allerta, ma non posso fare a meno di pensare che c'è molta strada da fare se le persone come me sono tutt'ora considerate ingorde senza controllo anziché portatrici di handicap. Non è colpa mia se mangiare un piatto di pasta mi fa ingrassare un chilo ogni volta, chilo che non se ne andrà se non a prezzo di diete ipocaloriche contro natura e tornerà puntualmente al prossimo sgarro. Non è nemmeno colpa mia se le modificazioni genetiche e le sofisticazioni industriali del cibo che mangiamo sono la seconda causa dell'obesità dilagante oltre che causa di tutte le intolleranze alimentari di questo secolo. Però è un fatto che se dichiaro un'intolleranza alimentare tutti si fanno in quattro per offrirmi piatti compatibili alle mie esigenze, se invece dico che sono costretta a tenere permanentemente in allenamento il metabolismo per non ricadere nella spirale dell'accumulo incontrollato dei grassi (con tutte le conseguenze del caso) vedo sorrisini di scherno dietro ogni sguardo politically correct se non addirittura sguardi decisamente ostili.

Nel gruppo di supporto su facebook - gruppo di cui non tesserò mai abbastanza le lodi - vengo in contatto quotidianamente con testimonianze dell'incomprensione sociale a cui noi ipometabolici siamo sottoposti. Siccome non siamo vegani fanatici non ce la prendiamo col mondo: siamo talmente abituati alla mancanza di comprensione e rispetto che trovare sempre nuove scuse e intolleranze immaginarie per essere lasciati in pace è diventato un riflesso automatico. Ma non è giusto. Non è ammissibile essere trattati diversamente dagli intolleranti alle più svariate categorie alimentari, non è ammissibile che i ristoranti non prevedano varianti supermetaboliche al pari delle varianti vegetariane e vegan. Oltretutto le varianti supermetaboliche metterebbero d'accordo un po' tutti perchè sono all'80% vegane e non contengono la maggior parte degli allergeni più comuni. No, non ha affatto senso. Ma per fare sì che l'opinione pubblica cambi occorre un atto di coraggio. Occorre uscire dall'ombra, sfidare lo status quo, esporsi al pubblico ludibrio. Basta scuse e basta sotterfugi.

E quindi faccio pubblicamente coming out. Sono un' ipometabolica. Sono una portatrice di handicap ormonale. Per riuscire a mantenere un peso nella norma sono costretta a mangiare solo alimenti integri, cioè non intaccati dalla lavorazione industriale: senza conservanti e additivi, non geneticamente modificati come il grano, il latte, il mais e la soia, senza zuccheri raffinati, senza caffeina e senza alcol. Tutti questi elementi mandano in tilt il mio già debole metabolismo e fanno sì che io accumuli grassi in continuazione, anche se mangio solo un panino e poi vado a correre per mezz'ora. Sono sempre stata così, fin da quando sono nata, non ho scelto io di essere così e l'industria alimentare del XX secolo ha fatto il resto.

Ecco fatto. E non rompetemi i coglioni che ho già abbastanza da fare a leggere tutto l'elenco degli ingredienti dei prodotti confezionati e studiare il significato di ogni acronimo sui cibi freschi. La mia non è una vita facile e se non ne siete convinti la prossima volta che vi mettete in bocca qualcosa, qualunque cosa, provate a pensare che cosa contiene prima di deglutire. Poi ne riparliamo. Intanto, se volete che venga a cena, pranzo, merenda o qualunque altra attività comprendente consumo di bevande o alimenti, fate il favore di lasciarmi portare il mio cibo da casa senza cercare di convincermi a mangiare il vostro e possibilmente senza fare battute di spirito fuori luogo. Altrimenti, amici come prima e ci vediamo già mangiati.

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Di paola (del 23/01/2016 @ 12:55:18, in diario, linkato 1192 volte)
Nemmeno avevo finito di ricevere i commenti sull置ltimo post che mi dovevo rimangiare il buon proposito fatto alla vigilia della rituale dieta di gennaio. Siccome sono convinta che nulla avviene per caso, devo concludere che questi tre anni da apprendista cuoca sono solo stati la preselezione per la dieta del supermetabolismo di Haylie Pomroy. Come tutte le diete la promessa è di dimagrire mangiando e perdere tutti i chili superflui in tempo record (9 chili in 28 giorni! Strilla la copertina del libro), a differenza di tutte le altre diete posso confermare che dal 4 gennaio non faccio altro che mangiare e bere da quando mi alzo a quando vado a letto. Dove sta la fregatura? Ovviamente nel tipo di alimenti concessi e negli abbinamenti tra questi, che costringono a esercizi di alta cucina per far quadrare i conti e cancellano tutti gli anni di emancipazione femminile sponsorizzata dall段ndustria alimentare per farti tornare casalinga del dopoguerra: la Pomroy infatti fa parte di quella corrente di ortoressiche che schifa qualunque cibo industriale. Il primo comandamento del suo decalogo è: non mangerai frumento, il secondo: non mangerai mais, il terzo: non mangerai latte e latticini, il quarto: non mangerai soia e i suoi derivati, il quinto: mai più zuccheri raffinati, il sesto: niente caffeina, il settimo: niente alcol, l弛ttavo: non mangerai frutta seccata (datteri, uvette e prugne tanto per intenderci, non le noci) e succhi di frutta, il nono: mai più dolcificanti artificiali e il decimo: mai più varianti 斗ight o 電iet di qualunque cosa.

Vi lascio assorbire l段mpatto di questo decalogo mentre vado a far marinare il tacchino in aceto balsamico, aglio, lime e sale per farmi gli spuntini della prossima settimana. Perché il comandamento #0, la Zeroth Law per dirla alla Asimov, quello che spazza definitivamente via ogni speranza di poter ritornare alla vita del XXI secolo, è quello che vieta tutti gli alimenti conservati con nitrati, coloranti e additivi chimici. Cioè tutti gli alimenti che si trovano nei supermercati a partire dal prosciutto per arrivare alla maionese. In un colpo solo la Pomroy cancella sessant誕nni di onorata sofisticazione alimentare per restituirci quello che a suo dire è il potere medicinale del cibo allo stato brado. La ragione di tanto accanimento ci viene ripetuta come un mantra ogni tre pagine: la Pomroy è laureata in scienza dell誕gricoltura e quindi sa perfettamente quante e quali modificazioni genetiche sono servite a darci il nostro pane quotidiano anche prima che arrivasse la Monsanto e i suoi OGM. Ella sa perché mangiamo sempre meno e ingrassiamo sempre di più: tutta colpa degli alimenti che hanno mandato in vacca il nostro metabolismo naturale.

Ora, intendiamoci, non posso assolutamente darle torto giacché io convivo da ormai vent誕nni con una forma molto subdola di intolleranza al glutine che non mi dà disturbi immediati come ai celiaci, ma ha un tremendo effetto cumulativo per cui alla terza pizza mi parte una pielite fulminante. Però una cosa è sostituire il frumento con il farro e la segale, un誕ltra è dover leggere ogni etichetta di ogni cibo preconfezionato per constatare che contengono tutti uno o più degli ingredienti vietati. Forse non tutti sanno che la carne conservata contiene sempre nitrati, oltre all誕mido di mais e allo sciroppo di glucosio. Il dado da brodo contiene amido di mais, la metà dei vegetali in scatola contiene sciroppo di glucosio, porca puttana, praticamente TUTTO contiene questi tre elementi in combinazioni varie. E che dire della caffeina e dei dolcificanti artificiali? Mai nessun dietista finora me li aveva vietati e adesso arriva la Pomroy a dirmi: è per questo che il tuo metabolismo è impazzito e fa si che tu accumuli grassi in continuazione. Avrà sicuramente ragione lei ma come minimo adesso vado a prendere a calci in culo tutti i dottori che mi hanno autorizzato se non addirittura incoraggiato a mettere quintali di saccarina, aspartame e stevia (che se guardate l弾tichetta contiene sempre maltodestrosio e quindi è vietatissima) negli ettolitri di tè e caffè che ho sempre bevuto per placare i morsi della fame.

E quindi son tornata ai fornelli per convertire con il sudore della fronte chili di verdura biologica, legumi e grani integrali in pasti commestibili, mi sono abituata a farmi il dado da brodo, il roastbeef e il prosciutto di tacchino, mi sono abituata a sostituire i miei due cappuccini del mattino con porridge di avena, mandorle e mirtilli accompagnati da tè rosso (rooibos), mi sono abituata a fare uno spuntino di frutta, verdura cruda o proteine nobili ogni tre ore e adesso vado perfino a letto presto per evitare di dover mangiare ancora dopo la cena. Non ne posso più di mangiare! Soprattutto non ne posso più di ruminare verdura come una mucca tutto il santo giorno. Perché la Pomroy tra le altre cose - è allevatrice di cavalli e in tutto il libro i paralleli equini si sprecano. Alle volte ho l段mpressione che il confine tra equini e umani non le sia proprio chiarissimo date le quantità industriali di carote e avena che ci costringe a mangiare.

Fortunatamente il XXI secolo mi viene incontro sul terreno tecnologico: una meravigliosa app mi ricorda quando e cosa devo mangiare, tiene il conto dell誕cqua che bevo (2,5 litri al giorno senza contare le tisane) e soprattutto il gruppo di supporto su facebook mi delizia con ricette ardite ricavate sfruttando tutte le possibili combinazioni degli ingredienti concessi. Ancora non mi sono azzardata a fare i dolci con lo xilitolo di betulla al posto dello zucchero e il burro di cocco al posto del burro vero, ma è solo questione di tempo. Devo prima toccare con mano i risultati promessi e mancano ancora 8 giorni e 10 ore al traguardo. Vi tengo informati.

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Di paola (del 29/12/2015 @ 13:56:58, in diario, linkato 693 volte)
E siamo arrivati anche alla fine di quest誕nno. Grazie ai buoni propositi formulati l誕nno scorso sono ora orgogliosa proprietaria di un futuristico forno con più funzioni di una navicella spaziale grazie al quale ho potuto regolarmente confezionare manicaretti molto apprezzati dai residenti. Come tutte le cose importanti della mia vita l誕cquisizione del forno è stata un段mpresa intricatissima, durata mesi pieni di intoppi, rinvii, attese snervanti, minacce e ultimatum. Un po come la mia vita con un adolescente in crescita e un adolescente di ritorno. Il vikingo infatti impiega il suo tempo libero nella reiterazione dei riti della sua gioventù, ovvero serate in discoteca (si chiama ancora così?) al ritmo della musica del secolo scorso e concerti di gruppi emergenti in compagnia dei suoi amici coetanei e altrettanto in crisi di mezza età. Fortunatamente per me la loro gioventù non ha compreso moto sportive o Harley Davidson, altrimenti sarei già costretta a strizzarmi in una tutina di pelle che perfino nella mia gioventù più anoressica non ha mai valorizzato il mio fisico.

In quanto alle serate in discoteca, già ai tempi le consideravo una noia mortale e di gruppi emergenti ho fatto il pieno per almeno altre due vite. Basta così. Lascio il vikingo galoppare nelle verdi praterie della memoria e mi dedico all弾splorazione della gastronomia più esotica mentre penso a cosa mi piacerebbe fare da grande.

Ma invece di parlarvi del futuro come tutti, vi intrattengo sulla gastronomia.

Viviamo in tempi molto interessanti, gastronomicamente parlando. Anno 2015 perfino nel buco del culo del polder si possono trovare tutti gli ingredienti necessari a deliziare palati di qualunque provenienza. L弾conomia dell弾ccesso in cui siamo immersi fa sì che negozi e mezzi di comunicazione trabocchino di programmi, libri, attrezzature e corsi di cucina. Si trovano ristoranti etnici a ogni angolo, soup kitchens che preparano la zuppa di lenticchie libanese, gelatai con un bancone di trenta gusti, pizzerie, coffee bars con macchine Faema e delicatessen dove il pastrami è più venduto dei wurstel. Ieri ero a far colazione con un cappuccino più che dignitoso e la lavagna del menù proponeva il panino del muratore. Adesso devono solo imparare a fare le brioches e poi non noterò più la differenza tra il Blonde Pater e Panariello. All但lbert Heijn sempre all誕vanguardia - vendono da anni panettone, scamorze, mozzarella di bufala, farro e cavolo nero e sul loro mensile dedicato all段spirazione culinaria campeggiano ricette di Russo, Robuchon, Oliver e Ottolenghi.

Ogni anno preparo il cenone della vigilia per gli amici del vikingo, rigorosamente vegetariano non per tradizione (che prevedrebbe almeno il pesce) ma per accontentare le idiosincrasie di Loes. La tradizione è nata spontaneamente tredici anni fa, quando mi sono trovata prigioniera di un neonato e impossibilitata a condurre una vita normale. Inizialmente offrivo location e logistica e tutti contribuivano alla composizione della cena con un piatto a scelta; progressivamente l弛nere della preparazione si è coagulato intorno a me e a Loes, che oltre a essere caparbiamente vegetariana è una cuoca estremamente creativa e volonterosa, ma soffre di una forma estrema di stress da scelta che la porta a iperventilare anche solo alla scelta del formaggio da usare nel soufflé. Per questo motivo ho innestato una tradizione nella tradizione: tutte le pietanze del cenone collettivo sono basate sulle precisissime ricette del mensile di Albert Heijn, che produce uno speciale Natale con servizio all-in, ovvero gli ingredienti di qualunque ricetta sono facilmente reperibili in ogni supermercato, oppure ordinabili online e consegnabili a domicilio. Con questo semplice stratagemma tengo buona Loes e tutti gli altri invitati si divertono intere settimane a indovinare che ci sarà per cena sfogliando le pagine della rivista.

Quest誕nno a sorpresa Loes ha dato buca, nel senso che non si è offerta di preparare nulla, ne io l檀o sollecitata per timore di scatenare un attacco di panico. Ho dovuto quindi lavorare indefessamente all段ntero menù di cinque portate per un giorno intero e sono arrivata all弛ra di cena piuttosto provata. Anche il mio tentativo di coinvolgere il vikingo nella preparazione degli antipasti è tornato indetro come un boomerang. L檀o pregato di volermi sostituire nel preparare il ripieno di avocado e wasabi per le uova sode con gli ingredienti elencati nella ricetta mentre io mi concedevo una pausa di dieci minuti sul divano e dopo esattamente 31 secondi sono stata richiamata in cucina a sbucciare uova particolarmente riottose. A ciò si è aggiunta una litania di domande che mi ha fatto rimpiangere le telefonate convulse di Loes e mi ha precipitato nell誕gghiacciante consapevolezza che il vikingo ignora la dislocazione e l置so dei più elementari strumenti in cucina, a partire dai misurini per arrivare al tritatutto elettrico.

Colpa mia naturalmente, come abbiamo appurato la mattina dopo a colazione. Perché in questi ultimi tre anni mi sono talmente appassionata alla cucina da farlo impigrire al punto che nemmeno apre più il libro di ricette da lui espressamente chiesto in regalo a Sinterklaas proprio tre anni fa. Libro dal quale lui ha eseguito due ricette ed io più di venticinque.

Sono rimasta troppo scioccata per ribattere, ma ho formulato il mio unico buon proposito per l誕nno che verrà: basta cucinare. Vivremo di avanzi fino a Capodanno e poi la rituale dieta di gennaio mi farà approdare alla quaresima senza necessità di rimettere mano ai fornelli. Se tengo duro sarà bistecca e insalata fino al prossimo cenone di Natale.

Buon anno!
 
Di paola (del 05/12/2015 @ 16:15:25, in diario, linkato 690 volte)
Abbiamo fatto un miracolo. Abbiamo portato la magia di Sinterklaas nel campo profughi di Heumensoord. Abbiamo dato a settecento bambini, ai loro genitori, a tutti gli abitanti del campo un’ora di assoluta felicità, di lettere di cioccolato, biscotti di spekulaas e regali, come vuole la tradizione olandese. Quale tradizione olandese? Ne ho parlato praticamente tutti gli anni: potete googlarla, consultare wikipedia o semplicemente rileggervi un articolo random del mio blog. È la tradizione olandese più sentita, più importante e più determinante per capire la nostra società. È un regalo collettivo all’infanzia e come tale non ci è sembrato giusto escludere l’infanzia che è ospite sul suolo nazionale.

Ci sono caratteristiche della personalità olandese che vanno apprezzate. La determinazione nel portare a termine missioni impossibili è una di queste. Un italiano medio penserebbe quello che abbiamo pensato tutti noi e cioè: sarebbe bello poter dare a questi bambini che hanno perso tutto e vivono in condizioni terribili un po’ di magia, un momento di distensione e magari anche qualche deroga alla triste dieta del catering più spartano dei francescani, poi si fermerebbe lì. Un olandese medio invece mette un messaggio su Facebook, apre un crowdfunding e comincia a percorrere con infinita pazienza la montagna burocratica e logistica che l’impresa implica. È così che ho incontrato Karin Stultiens. Un’olandese assolutamente indistinguibile dalla marea di facce e gattini su Facebook. Un’olandese con un’idea, che era anche la mia. Ho accettato di aiutarla a realizzarla e quando, dopo una stringa infinita di messaggi, ci siamo incontrate insieme alle altre due olandesi altrettanto determinate ad aiutarla, ci siamo riconosciute, capite e integrate senza nemmeno presentarci. Non era necessario.

Quello che invece è stato necessario potrebbe tranquillamente riempire un romanzo di proporzioni Dumasiane. Non è detto che un giorno non lo scriva. Per adesso quello che mi interessa condividere è la sensazione di avere finalmente fatto qualcosa di grande nella mia vita. Qualcosa che le ha finalmente dato senso. Qualcosa che ha occupato le mie notti e i miei weekend di novembre e di cui adesso sento la mancanza. Ho aperto una porta che non si chiuderà più.

E adesso un po’ di cronaca.


Il crowdfunding ha raccolto 2000 euro in 3 settimane. Con questi abbiamo comperato 600 lettere di cioccolato, 600 pacchetti di pepernoten, 600 palloni di plastica gonfiabile, 3 pompe per gonfiare i palloni e 600 sacchetti di plastica per contenere i regali. Una fabbrica di biscotti ci ha regalato 600 biscotti di spekulaas a forma di Sinterklaas, in più ha offerto il rinfresco ai sessanta volontari che il 3 dicembre si sono impegnati a fare i pacchetti e a distribuirli. La biblioteca civica ha regalato 160 valigette contenenti un libro di cartone e uno di stoffa per i bambini più piccoli. Tre professori universitari e nove studenti hanno accettato di interpretare Sinterklaas e i suoi Pieten. Perché tre? Perché Heumensoord è diviso in tre villaggi (Green, White e Purple) a cui fanno capo tre aree ricreative e il COA (Organo Centrale per l’Accoglienza dei rifugiati) ha messo come conditio sine qua non che la distribuzione dei regali avvenisse simultaneamente nelle aree ricreative di tutti i tre villaggi. Il COA da parte sua ha fornito il supporto logistico, la security e il servizio di pulizia prima e dopo. Sette profughi siriani che abitano a Heumensoord ci hanno affiancato e hanno aiutato sia nell’assemblaggio dei pacchetti che nella loro distribuzione e posso tranquillamente affermare che senza di loro non saremmo riusciti a combinare un bel niente, perché il 90% dei profughi non parla inglese e tantomeno olandese mentre il 100% del COA e dei volontari incluse noi del comitato non parla ne’ arabo, ne’ aramaico e tantomeno farsi.

All’alba del 3 dicembre abbiamo formato una carovana di auto cariche di tutto il necessario e siamo partite alla volta di Heumensoord. Arrivate al cancello principale una valchiria della security si è avvicinata alla prima auto con fiero cipiglio. Non ho sentito che cosa le ha detto Karin ma la metamorfosi è stata sconvolgente. L’espressione ostile e minacciosa si è stemperata in un sorriso beato e la robusta valchiria si è trasformata in una leggiadra ballerina che con passo aggraziato ha danzato fino alla mia auto. “En u bent?” (e lei è?) ha chiesto soavemente e alla mia risposta: “Ik ben de Piet” si è sciolta in una ridarella incontenibile. A formalità disbrigate siamo entrate nel campo e abbiamo cominciato a scaricare tutti gli scatoloni. Uno ad uno sono arrivati anche i volontari del mattino che senza tante cerimonie si sono messi a aprire scatoloni, pompare i palloni e impacchettare i regali. Dopo il rinfresco di biscotti e caffè abbiamo aspettato l’arrivo del secondo turno di volontari e li abbiamo brieffati sulle attività del pomeriggio. Poi è arrivata l’impiegata del COA con i facchini e a poco a poco i pacchetti sono spariti nei portacarichi, seguiti dai volontari.
Quando siamo arrivate ai rispettivi villaggi i volontari erano già in postazione dietro ai tavoli dei regali con l’elenco dei bambini. Abbiamo installato amplificatori, CD players e casse acustiche e abbiamo fatto partire la musica. Insieme a noi c’erano due agenti della sicurezza e due host del COA che si sono tenuti in disparte, pronti a intervenire in caso di bisogno. Fuori dalle porte intanto si stava materializzando una sempre più robusta folla di bambini e genitori che si sono riversati nella sala appena abbiamo dato il segnale di via libera. Le volontarie non addette ai regali hanno cominciato a far ballare e cantare i bambini in attesa dell’arrivo di Sinterklaas e nel giro di un quarto d’ora tutti i bambini si stavano divertendo un mondo. Ero impegnata in un trenino con un gruppo di seienni scalmanati al suono di “Hij komt, hij komt” quando con la coda dell’occhio ho visto arrivare Karin e il Sinterklaas assegnato al mio villaggio. Di nuovo la metamorfosi è stata sconvolgente: in un battito di ciglia i bambini si sono trasformati in una folla di teenagers isterici alla vista dei Beatles e sono corsi urlando verso la porta. Per mezz’ora abbiamo cercato di riportare ordine in un allegro caos, tra un muro di bambini urlanti e genitori invasati col telefonino in posizione selfie. Finalmente Sinterklaas è riuscito a sedersi davanti ai tavoli dei regali e i bambini si sono seduti in cerchio intorno a lui. Abbiamo avuto ben cinque minuti di calma, nei quali Sinterklaas ha espresso in tre lingue tutta la sua gioia di essere arrivato a Heumensoord per il suo compleanno e di aver portato i regali. Alla parola regali si è scatenato di nuovo l’inferno ma questa volta le vittime dell’entusiasmo sono state le volontarie addette alla distribuzione. Abbiamo di nuovo impiegato mezz’ora per riuscire a mettere i bambini in fila e il vero miracolo è stato che nessuno si è fatto male e tutti sono usciti dalla sala stringendo l’agognato pacchetto.

A cose fatte, quando tutti i volontari si sono dileguati con la stessa semplicità con cui erano arrivati, ci è arrivata anche una lettera di ringraziamento del COA che dice testualmente: “Jullie hebben iedereen een onvergetelijk geschenk bezorgd, bewoners, collega's, vrijwilligers: allemaal verbonden!” (avete fatto un regalo indimenticabile a tutti i residenti, i colleghi, i volontari: tutti affratellati!).

Queste cose, signore e signori, sono possibili solo in Olanda e solo nel nome di Sinterklaas. Domani il mondo tornerà l’orrore che è sempre stato ma per me, per Karin e per tutti i volontari che ci hanno aiutato sarà indelebilmente migliore di prima.
 
Di paola (del 31/10/2015 @ 14:54:36, in diario, linkato 533 volte)
Giovedì sera ho avuto a cena tre rifugiati siriani. Entro a gamba tesa nell'argomento che sta infiammando la discussione sociale e politica qui come da voi, con la differenza che qui la maggioranza silenziosa si è rimboccata le maniche e promuove incessantemente numerosissime - perfino troppe - iniziative di supporto al fiume di profughi che sta riempiendo tutti i centri di accoglienza vecchi e nuovi.

The Welcome Dinner Project è un'iniziativa australiana che due studenti di Nijmegen hanno trasportato qui e che ha avuto un successo incredibile. Mi raccontava l'organizzatore che nel giro di una settimana si sono iscritte ben 850 famiglie olandesi contro 250 吐amiglie di profughi sui 2000 che attualmente risiedono a Heumensoord. Le virgolette sono di rigore e capirete tra poco perché.

Io sono tra i fortunati selezionati e abbinati a una 吐amiglia; ho avuto una settimana di tempo per organizzare la cena e contemporaneamente rendermi conto di quanto poco fossi preparata all'accoglienza dell'ignoto.

La mail di conferma mi dava chiarissime istruzioni. Preparare carne halal, niente alcool, chiudere animali haram (per esempio cani) fuori dalla stanza dove si mangia (per informazione: i gatti non sono haram e possono restare), evitare il contatto fisico tra uomini e donne e assolutamente non lasciare una donna siriana sola in una stanza tra uomini sconosciuti. Occorre infine evitare argomenti di conversazione potenzialmente traumatici. Le tre domande che non bisogna mai porre sono: Siete felici di essere qui? Come siete arrivati qui? Che lavoro facevate in Siria? Inoltre non è opportuno fare domande sulla politica e sulla religione, il che lascia ben pochi argomenti di conversazione, ma fortunatamente la mail ci informava anche che la conoscenza di inglese e olandese da parte dei nostri ospiti sarebbe stata scarsa e che ci saremmo dovuti arrangiare a gesti, sorrisi e immagini.

Il menù della cena è stato tutto sommato l誕spetto meno problematico; una preziosa collega mi ha consigliato di preparare pesce per evitare complicazioni: il pesce infatti è tutto halal prendete nota. Ma quando ho chiesto all弛rganizzazione chi erano i miei ospiti sono iniziate le difficoltà. Nessuno lo sapeva con precisione, anzi, la probabilità che la presunta famiglia a cui ero abbinata si presentasse all弛ra e nel giorno stabilito era remota. Il vikingo è partito alla volta di Heumensoord armato di cellulare e pazienza, io sono rimasta in attesa a casa e per mezz弛ra non ho saputo niente. Poi il vikingo ha chiamato e mi ha fatto sapere che la famiglia di quattro persone che ci era stata assegnata non si era presentata, ma tre uomini adulti si erano dichiarati disposti ad accettare di sostituirla. Quanto adulti? Ho chiesto. Molto adulti, ha risposto il vikingo.

E qui ho potuto sperimentare sulla mia pelle quanto la politica del terrore governativo-mediatico abbinata alla xenofobia genetica sia potente. In modo del tutto irrazionale ho visualizzato tre barbuti terroristi islamici corredati di kalashnikov e giubbotto esplosivo. L段mmagine mi ha perseguitato fino a che sono scesi dall誕uto del vikingo tre signori dall誕ria molto distinta, perfettamente rasati e vestiti impeccabilmente, sia pure in modo casual. Dopodiché abbiamo rotto tutte le regole sopracitate perché la scarsa conoscenza di inglese e arabo unita alla buona educazione reciproca e Google traduttore ha creato una serie di equivoci a catena e quando ci siamo seduti a tavola restavano a salvarci solo il cibo e i gatti, per i quali abbiamo ricevuto abbondanti complimenti.

Dopo aver accettato un bicchiere di birra, i nostri tre ospiti si sono dichiarati felicissimi di essere qui. Il loro viaggio è durato due settimane: hanno attraversato la Turchia la Grecia, la Macedonia e l但ustria prima di arrivare in Olanda. Uno di loro era uno studente universitario, un altro faceva il farmacista e il terzo era un commerciante di caffè. Hanno lasciato in Siria le loro famiglie e sperano di poterle rivedere qui presto. Uno di loro mi ha fatto vedere le foto dei cinque figli e credo di aver capito che sono o si metteranno presto in viaggio con la moglie sullo stesso itinerario. La famiglia di un altro moglie e tre figli - è bloccata in transito, ma non abbiamo capito dove. La famiglia del terzo è rimasta a Damasco, dove nel frattempo non cè più ne elettricità ne acqua corrente, internet e telefono non funzionano e l置nico modo di tenersi in contatto è via sms. Lo studente ci ha informato che l置niversità è in mano ai militari e il commerciante che la città è assediata dagli estremisti.

Penso che riusciate da soli a collegare i punti e riempire i vuoti.

Se invece non ce la fate, vi prego di astenervi dal chiedermi chiarimenti tramite questo blog perché sarò inesorabile nel mio diniego di approfondire l誕rgomento.

I tre sono stati unanimi nel deplorare le condizioni del campo di accoglienza. La struttura è impersonale, sembra un carcere: tutti dormono in stanze da 8 persone in letti a castello, fa freddo e si mangia malissimo. Mi hanno fatto vedere le foto delle razioni di cibo e li ho rassicurati che questo è quello che mangiano anche gli Olandesi. A questo punto si è rotto il ghiaccio, abbiamo riso tutti e abbiamo parlato del rapporto tra gli olandesi e il cibo, di quello che invece si mangia in Italia e in Siria, dei nostri cibi preferiti. Poi il più timido si è sciolto e ha dichiarato appassionatamente che vuole la nostra amicizia, che la sua missione è di farci capire che i siriani sono brava gente. Mi ha fatto vedere una foto che ha fatto il giro di facebook settimana scorsa: è la foto dei siriani che venerdì scorso hanno distribuito le rose alla stazione di Nijmegen. Mi ha detto che l檀a scattata lui, che era lì anche lui a distribuire le rose, per ringraziare i cittadini olandesi di avere ospitato i cittadini siriani. Gli altri si sono inseriti nella conversazione e hanno confermato che gli olandesi sono molto gentili, che gli sorridono sempre.

Quando gli ho chiesto che cosa vogliono fare qui mi hanno risposto unanimi che vogliono integrarsi il più presto possibile, imparare la lingua, trovare una casa e un lavoro, ma anche che vogliono tornare in Siria appena questa guerra sarà finita.

Sotto le parole, le foto, i sorrisi, solo una profonda disperazione. Passate le due ore di normalità artificiale di questa cena resta il fatto che questi uomini, questi professionisti di buona famiglia come me e come voi, hanno perso tutto quello che avevano costruito nel loro paese, hanno dovuto lasciare le loro famiglie in una zona di guerra e non sanno se rivedranno i loro bambini. La chiave di tutto sta nell弛ttenere il diritto di asilo: una volta ottenutolo le loro famiglie potranno raggiungerli, ma la burocrazia è rallentata dai passaporti falsi in circolazione. Lo studente mi ha detto che ci sono criminali afghani e iracheni infiltrati tra i veri profughi, che ci sono stati furti e episodi di violenza e a quanto pare cè un fiorente commercio di passaporti falsi. A questo punto la conversazione si è bloccata, tutti ci siamo guardati imbarazzati e il vikingo ha detto, beh, si è fatto tardi, vi riaccompagno al campo così potrete riposare.

Abbiamo scambiato contatti e numeri di telefono. Abbiamo fatto un paio di foto-ricordo. Avevano tutti e tre gli occhi rossi. Non hanno voluto portare via niente, mi hanno assicurato che non hanno bisogno di niente: li ho convinti a fatica ad accettare un pacco di spekulaas per i bambini del campo in nome di Sinterklaas. Li ho invitati per il prossimo weekend a mangiare la pasta. Spero davvero che vengano, come spero di poter incontrare le loro famiglie entro Natale.

Perché dopo questa cena ho capito una cosa. Questa tragedia è un nodo karmico che siamo chiamati a sciogliere. O un segno di dio, per chi ci crede. Non possiamo più fare finta di niente, non possiamo più tirarci indietro. Credo che sia arrivato il momento per tutti noi, che abbiamo avuto la fortuna di nascere nella parte del mondo che ha tutto, di fare qualcosa per coloro che hanno avuto la sfortuna di nascere nella parte del mondo che ha perso tutto. I bambini di questi uomini, di questi EROI, devono venire in Europa al più presto e nessuno di noi potrà trovare la pace finché non saranno qui, sani e salvi.

Aiutatemi.

 
Di paola (del 25/10/2015 @ 19:16:08, in diario, linkato 586 volte)
Le mie lettrici più fedeli sanno che tre anni fa ho cominciato a cucinare per i bisognosi del quartiere, nell’ambito delle iniziative di sharing economy che qui sono spuntate come funghi a seguito della crisi economica.

L’ho fatto perché dopo trent’anni di lavoro nell’arido mondo del terziario avanzato avevo bisogno di un lavoro eminentemente manuale, i cui risultati fossero tangibili e che soddisfacesse un bisogno primario dell’umanità. Per quasi due anni ho cucinato specialità italiane e indiane con impegno e disciplina ogni weekend e le ho offerte sull’apposito sito, poi mi sono stufata anche perché di tutti i piatti proposti l’unico che mi si richiedeva in continuazione erano le lasagne. Una volta ho cucinato le tagliatelle al ragù e il feedback è stato: “Buone ma perché non c’erano verdure nel sugo?” Stesso feedback per il brasato al barolo. Non vi dico poi i no-show. Un cliente mi ha commissionato un’insalata di riso in pieno inverno e poi si è dimenticato di venirla a prendere; quando gliel’ho fatto notare si è pure incazzato. Infine una richiesta di aiuto per un’ottantenne che non era in grado di cucinare per se stessa e per il marito – a detta degli amministratori del sito – si è rivelata una truffa bella e buona. Dopo un mese estenuante di dialoghi vaghi e confusi è stato chiaro che l’ottantenne in questione mi voleva obbligare a fare il catering per la sua festa di compleanno (60 persone). Quando ho cercato di sottrarmi all’impegno mi ha perseguitato con telefonate e richieste sempre più incalzanti fino a che non ho capitolato. Ho scritto una mail di fuoco agli amministratori del sito, diffidandoli dal mettermi ancora in contatto con simili casi clinici e non ho avuto alcuna risposta.

Settimana scorsa mi è arrivata una laconica mail di invito a partecipare alla preparazione del pranzo per la seconda edizione della conferenza sulla sharing economy di Nijmegen. Ho risposto guardingamente dando la mia disponibilità a condizioni ben precise e la mail successiva è stata un’entusiastica ingiunzione di presentarmi venerdì alle 11 al locale-cucina della scuola superiore in un quartiere vicino per preparare quiches e insalate. La mail prometteva la presenza di due cuochi, di ingredienti in abbondanza e di un piano di lavoro.

Memore dell’esperienza precedente mi sono presentata in modalità belligerante, pronta a girare i tacchi e ritornare a casa al primo accenno di truffa. Mi sono trovata insieme a tre baldi giovinotti neolaureati, una ragazza sull’orlo di una crisi di nervi e una matura signora olandese del tipo che qui viene definito “geitenwollensokkenbrigade”, ovvero le hippy vintage che hanno fatto le occupazioni negli anni settanta sferruzzando poncho andini e alle quali dobbiamo l’abbondanza di negozi ecosostenibili e medicinali omeopatici. La ragazza stressata era l’organizzatrice del pranzo e i tre giovanotti si sono rivelati dei volontari che erano stati coattati dalla loro amica per riempire il no-show dei due cuochi veri. Del piano di lavoro nemmeno l’ombra; solo la hippy vintage stava pulendo broccoli ingialliti con la serenità di chi non si aspetta altro dalla vita ed è stata raggiunta poco dopo da un coetaneo che si è messo a tagliare cipolle senza dire una parola.

Non so che cosa mi ha spinto a restare: forse i sorrisi disarmanti dei tre giovanotti, forse lo sguardo disperato dell’organizzatrice. Certo non lo squallore degli ingredienti promessi (rivelatisi poi scarti dei vari supermercati di zona) o la sporcizia del locale-cucina. Grazie ai trent’anni di lavoro nell’arido mondo del terziario avanzato ho messo a dormire alcuni neuroni, ne ho attivati altri e ho cominciato a lavare patate, sbucciare porri e ripassare mentalmente le ricette delle quiches e delle frittate che conoscevo. Due ragazzi si sono incaricati di fare la pasta sfoglia (ma la sapete fare? No, ma internet ci dice di sì), il terzo si è messo a passare le verdure in padella, abbiamo parlato di tutto e di niente, abbiamo riso molto e, insomma, mi sono divertita un sacco. Mi è quasi dispiaciuto dover tornare a casa, ma ero esausta e sto scrivendo con le braccia ancora doloranti e le mani piene di piccole ferite da taglio.

Ieri sono passata a vedere come andava il pranzo della conferenza e i cinque “cuochi” mi hanno salutato calorosamente come se fossimo amici di vecchia data. Poi è partita la girandola delle presentazioni e alla fine del pranzo avevo parlato con una marea di persone interessantissime tra cui due rifugiati siriani, un volontario del centro di accoglienza e l’organizzatore della conferenza che, alla mia esitazione nel rivelargli il mio vero lavoro, mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto: “Non ti vergognare, anche io ho avuto un’agenzia di consulenza fino a tre anni fa e andavo in giro in giacca e cravatta.”

Di nuovo mi è dispiaciuto dover tornare a casa ma questa volta avevo il cellulare pieno di nuovi contatti e l’impegno di aiutare l’organizzazione del prossimo pranzo. Più la promessa di aiuto per un mio piccolo progetto, ma di questo vi parlerò la prossima settimana.

Intanto, come trailer, vi invito a vedere questo breve filmato che nessun telegiornale e pochissimi giornali locali hanno riportato.

Mentre noi cucinavamo, venerdì 23 ottobre alle 11 i profughi siriani accolti in Olanda hanno distribuito rose ai cittadini di Nijmegen, Utrecht, Amsterdam, Rotterdam, Haarlem, Den Haag e molte altre città dove è presente un centro di accoglienza per ringraziarli. Queste persone hanno perso tutto e ci ringraziano di non averli fermati alla frontiera e di non averli lasciati morire di fame per strada. Io mi vergogno per i nostri politici e quando dico nostri intendo tutti i politici europei che ancora discutono l'opportunità di lasciare entrare i profughi nell'area Schengen.

http://www.rtlnieuws.nl/nieuws/binnenland/vluchtelingen-zeggen-dankjewel-tegen-nederlanders

 
Di paola (del 03/10/2015 @ 17:27:08, in diario, linkato 667 volte)
Mi si permetta una digressione sui rifugiati siriani testé arrivati nel ridente borgo di Heumensoord alle porte di Nijmegen. Gli M&M’s questa volta non c’entrano, ma la parola pirla ci sta tutta.

A cominciare dal nostro primo ministro, un tale campione di autogol che perfino la satira politica ha smesso di prenderlo di mira: fa molto più ridere lui. Mentre sbraitava dall’alto della sua solo formale autorità che mai e poi mai l’Olanda si sarebbe piegata al diktat di Bruxelles sulle quote obbligatorie di rifugiati, la foto del bimbo sulla spiaggia aveva già risvegliato le coscienze e aperto i borsellini del quinto paese più ricco del mondo. A lui è rimasto lo sguardo da idiota che lo contraddistingue dalla nascita e il precipitoso dietrofront a cui ci ha abituati fin dalla sua geniale idea di far partecipare Wilders (il nostro Salvini) al suo primo governo. Il leader del partito laburista ha come al solito perso l’occasione di dire qualcosa di sinistra e tutti sono andati avanti tranquilli a fare quello che gli olandesi in questi casi fanno: il loro dovere.

Per finire con i titoli degli organi di stampa vetero-conservatori che ieri davano spazio ai 30 ribelli 30 (su 1000) che hanno dichiarato di voler tornare a Ter Apel (la nostra Lampedusa) piuttosto che rimanere nel campo di accoglienza di Heumensoord. Comme d’habitude i titoli venivano smentiti nel testo sottostante: dopo una passeggiata nei boschi i ribelli han deciso che tutto sommato gli conveniva dormire al coperto e all’asciutto e son tornati indietro. O forse gli è venuta fame, dato che nel pacchetto di accoglienza non c’erano alimentari e s’era fatta una certa. Aspettiamo il prossimo pirla che si occupi di riportare fedelmente le proteste sull’immangiabilità del cibo servito dal servizio di catering che serve anche tutte le mense aziendali del resto d’Olanda e intanto andiamo avanti imperturbabili a fare quello che abbiamo sempre fatto: il nostro dovere.

Che poi è stato, per parafrasare John Lennon, tutto quello che è successo tra queste due eclatanti dimostrazioni di imbecillità mediatica: il sano, benedetto e spero imperituro pragmatismo calvinista olandese ci ha salvati anche in questa occasione. Tra la fine di agosto e ieri ecco quello che è successo in Olanda:

  1. Sono stati stanziati più di 100 milioni di euro in aiuti monetari, questo al di sopra degli aiuti monetari già previsti nel bilancio statale. Le donazioni private alle associazioni benefiche sono già talmente elevate che si è deciso di non aprire un conto speciale come di solito avviene;
  2. Sono state raccolte più di 100 tonnellate in vestiario e suppellettili varie, tanto che le associazioni benefiche stanno emettendo bollettini sempre più pressanti per fermare il flusso di materiale ormai diventato ingestibile;
  3. A seguito di un appello della Croce Rossa sulla TV pubblica i volontari sono raddoppiati nel giro di 24 ore, tanto che la Croce Rossa stessa ha disabilitato la pagina di iscrizione e pregato gli aspiranti volontari di portare pazienza e aspettare il proprio turno;
  4. Centinaia di studenti e famiglie si sono offerti di ospitare profughi nelle loro (seconde) case e nelle stanze sui vari campus. Di nuovo le associazioni benefiche hanno dovuto stemperare gli entusiasmi e canalizzare le offerte;
  5. È stato costruito un villaggio di accoglienza per 3000 rifugiati nel giro di 2 settimane e i primi 1000 sono arrivati ieri tra ali di folla festante con striscioni di benvenuto in inglese e arabo;
  6. L’orario di lavoro del Dipartimento per l’Immigrazione è stato portato da 5 a 7 giorni la settimana per far fronte all’aumentato impegno e sveltire le procedure burocratiche necessarie;
  7. È stata portata in parlamento la richiesta di riconvertire gli edifici pubblici vuoti in alloggi permanenti ad uso dei rifugiati.
In barba agli strepiti sempre più isterici di Wilders e alle sempre più sparute proteste dei soliti facinorosi che piuttosto di regalare una maglietta usata al prossimo bisognoso se la mangerebbero sporca, sindaci e cittadini fanno a gara a chi offre più aiuto ai profughi. Nijmegen ha sbaragliato la concorrenza con l’annuncio della costruzione del villaggio di Heumensoord, il più grande di tutta l’Europa a detta del sindaco, che ha commentato asciutto: “Ospitiamo ogni anno quarantamila marciatori da tutto il mondo per la Vierdaagse. Sappiamo come gestire i flussi di persone. Ci sembra il minimo che possiamo fare.” E senza altre cerimonie ha convertito il campeggio militare in un parco di prefabbricati “Perché le tende d’inverno non offrono sufficiente protezione dal freddo e dall’umidità. Questo lo abbiamo imparato a seguito della crisi di profughi del 1998.” Sembra che un impiegato di Ter Apel incaricato di accompagnare il primo contingente di profughi a Heumensoord sia rimasto a bocca aperta alla visione della sala mensa: “Questo è un tipo di padiglione che si utilizza per gli eventi più esclusivi, magari avessimo questi lussi a Ter Apel.” ha dichiarato alla stampa. Il che getta una luce alquanto dubbia sui 30 ribelli che volevano tornare indietro. Siamo diventati talmente cinici e disincantati che non mi stupirei di leggere lunedì mattina che i 30 erano provocatori sovvenzionati da PowNed (la nostra Radio Padania). In ogni caso il villaggio di Heumensoord è solo un centro di accoglienza provvisorio; il sindaco ha chiarito che il 1 giugno verrà sgomberato per dare il tempo ai militari di ricostruire il campeggio per la Vierdaagse, quindi il Dipartimento dell’Immigrazione fa bene a lavorare 7 giorni su 7 per smaltire le pratiche.

Il pragmatismo calvinista olandese ha anche questo di bello: le priorità sono sempre chiare e nessuno potrà mai accusarci di buonismo. Alla domanda “Quanto tempo resteranno qui i profughi?” un organizzatore ha risposto laconico: “Il meno possibile.” Poi è tornato a fare il suo dovere.

 
Di paola (del 13/09/2015 @ 23:58:23, in diario, linkato 675 volte)
Con il rientro dalle vacanze ho concluso un cambio di guardaroba epico. Matteo è cresciuto 10 cm nell’ultimo anno, obbligandomi di conseguenza a una continua rincorsa a capi di vestiario adeguati che per la prima volta mi ha fatto capire  il grandissimo valore aggiunto dell’e-commerce.
Se si fosse trattato solo di trovare vestiti della sua taglia non avrei avuto difficoltà , ma col passaggio all’adolescenza è subentrata la variabile del gusto che nei maschi del XXI secolo è criptico e complesso al pari di quello femminile.

Dopo essere stata ripetutamente costretta a restituire vestiti che Matteo si rifiutava di indossare, la scorsa primavera l’ho convinto ad accompagnarmi in un giro di negozi che si è rivelato frustrante ed estenuante per entrambi. Prima delle vacanze, constatata l’impossibilità di riutilizzare costumi e pantaloncini dell’anno scorso, ho proposto senza molto entusiasmo di ripetere l’esperienza e alla fine di un sabato pomeriggio di trattative snervanti ho ottenuto un rifiuto categorico. I negozi erano ormai tutti chiusi e l’unica cosa che potevo fare era consultare l’app di H&M per cercare di farmi recapitare a casa almeno un paio di capi-base prima della partenza. Mentre scorrevo indecisa le centinaia di immagini con ragazzini sorridenti  vestiti in colori e fogge improbabili mi è arrivata l’illuminazione. Sono corsa dal pargolo con l’iPad in mano e dopo soli cinque minuti di recriminazioni, ricatti, tira e molla, sbuffi, sospiri e alzate di spalle, nel carrello virtuale si trovavano ben cinque magliette, quattro pantaloncini e tre costumi da bagno che avevano passato il vaglio di Matteo. Tre clicks dopo ho potuto ripigliarmi dallo stress con un prosecco ben freddo e il giorno dopo è arrivato tutto a casa ben confezionato in eleganti buste di plastica trasparenti. Non ho dovuto fare altro che trasferire le buste nella valigia aperta, aggiungere spazzolino da denti, pigiama, biancheria, sandali e voilà!

L’esperienza mi ha talmente galvanizzato che al rientro dalle vacanze l’ho ripetuta ben due volte e credo che tra poco mi toccherà un nuovo giro perché anche i pantaloni della misura 158 cominciano a stare stretti: il tenero cucciolo delle foto di un anno fa si è trasformato in un ragazzone che mi guarda dritto negli occhi e mi provoca contusioni a ogni richiesta di coccole. Solo la voce è ancora incorrotta ma proprio per questo Matteo ha preso a mugugnare invece di parlare, costringendomi a faticosissimi esercizi di traduzione auricolare.

Come da copione Matteo è diventato insofferente, intollerante e intrattabile. Si inalbera per ogni commento che prende come una provocazione e passa dall’entusiasmo più infantile allo spleen più dark almeno otto volte al giorno. La prospettiva di altri cinque anni su questo ottovolante emotivo mi fa capire perché le madri di buona famiglia si rovinano di Prozac e gin tonic, poi Matteo torna il mio tenero cucciolone per il tempo di un telefilm e tutto passa. E a proposito di telefilm, come dimenticare la faccia da Urlo di Munch con cui Matteo ci ha deliziato durante la visione di una puntata di The Mentalist, quella in cui Patrick e Theresa investigano un omicidio in un retreat esclusivo per top manager stressati. Il direttore spiega che l’uso dei telefoni cellulari è vietato e che in tutto il retreat non c’è WIFI, Matteo si gira verso di noi con la faccia di cui sopra ed esclama: “Ma come fanno a rilassarsi in quelle condizioni? A me verrebbe l’esaurimento nervoso!”. Io e il vikingo stiamo ancora ridendo.
 
Di paola (del 19/07/2015 @ 09:28:45, in diario, linkato 703 volte)

Il primo anno di scuola superiore - la famigerata brugklas – è finito e Matteo ha portato a casa una pagella senza infamia e senza lode, nelle sue parole: “Ho preso sei 8, sei 7 e due 6, però sono in Olandese e Disegno quindi non contano.” Tipico Matteo.

Questo anno scolastico è stato un ottovolante e io odio gli ottovolanti. Abbiamo cominciato con una bella serie di insufficienze tra cui spiccavano il 5 in olandese e il 3 in inglese, abbiamo quindi avuto una settimana di crisi isteriche, pianti, minacce, ricatti, bronci e porte sbattute, poi abbiamo commissariato il pargolo: ripetizioni settimanali di olandese, controllo militare quotidiano sugli impegni scolastici, ripasso e interrogazioni prima di ogni compito in classe di qualunque materia. Niente nella nostra esperienza ci aveva preparato a questo; sia io che il vikingo siamo sempre stati studenti modello. A dire la verità nessuno di noi ha mai studiato molto e abbiamo sempre dedicato ai compiti non più di una decina di minuti al giorno però nessuno di noi si è mai sognato di dimenticarsi di fare i compiti o di non prepararsi per un compito in classe. Matteo invece ci ha deliziato per mesi con frasi tipo: “Non ho niente da fare. No davvero.” (il controllo del diario mostra tre scadenze) “Sì, lo so ma non è importante.” (il compito di disegno – segue insufficienza) e l’highlight assoluto: “Ma io i compiti per domani li ho fatti, che cosa c’entra il compito in classe?”

Sì, lo so che esistono pre-adolescenti che si comportano in questo modo, ma non avrei mai immaginato che Matteo sarebbe stato così. Scapestrato e irresponsabile. Lasciato a se stesso non farebbe altro che guardare i video dei vloggers su YouTube o giocare a GTA, Assassin Creed, Minecraft, Titan Fall et al. come sta facendo dal primo giorno di vacanza. Lasciati a noi stessi io e il vikingo avremmo letto un romanzo al giorno, naturalmente dopo le tre ore obbligatorie di gioco in cortile con gli altri bambini. Sempre nelle parole di Matteo: “Ma voi facevate così perché ai vostri tempi non esistevano i computers. La vostra infanzia dev’essere stata una noia mostruosa.”

Probabilmente ha ragione, ci si annoiava parecchio e io in particolare pativo le tre ore obbligatorie di giochi idioti con bambini che mi stavano mediamente antipatici. Per sfuggire all’obbligo avevo preso l’abitudine di andare ogni pomeriggio in bicicletta alla biblioteca comunale dove ho letto tutti i romanzi per ragazzi disponibili all’epoca. È vero che Matteo invece conosce a memoria tutti i video demenziali finora girati, tutte le challenges più idiote, tutte le tecniche di gioco dei games in commercio e tutte le trame di tutti i telefilm che vediamo la sera. Diamola pari e patta, perché non mi va di entrare in un dibattito sul valore culturale di Nancy Drew contro Sheldon Cooper, però le mie scappatelle in biblioteca non mi hanno mai portato a prendere 3 in inglese. Come si fa a prendere 3 in inglese, in Olanda, dove niente viene doppiato e dove i ragazzi sono continuamente esposti a video e games anglofoni? Credo che la mia unica insufficienza sia stata un 4 in fisica a seguito della quale ho preso ripetizioni quotidiane da mio padre fino al compito in classe successivo, dove ho preso una sufficienza che poi ho mantenuto per tutta la carriera scolastica nonostante la fisica per me continui a essere un mistero. Matteo invece si comporta proprio come quelle maledette sfere del laboratorio di fisica che venivano issate in cima a un piano inclinato e poi lasciate andare: solo se sostenuto costantemente dagli sforzi congiunti miei e del vikingo riesce a prendere voti degni della sua intelligenza, ma appena allentiamo la sorveglianza armata precipita di nuovo nelle insufficienze. Nel corso dell’anno ho perfino pensato che lo facesse apposta: appena preso un bel voto smetteva di studiare così da assicurarsi al massimo 6= al compito in classe successivo. Arrivati a giugno ci ha deliziato con tre insufficienze nella stessa settimana, di nuovo inglese e olandese e questa volta dopo sei mesi di ripetizioni e coaching continuo. Io ero sull’orlo delle lacrime e Matteo, irritatissimo, mi ha duramente apostrofato con: “Non farla così lunga, prendere insufficienze è normale, le prendono tutti.”

Qui ho veramente odiato la pedagogia moderna che ci impedisce rispondere a tanta sfacciataggine con una sonora sberla. Il vikingo, come da copione maschile, si è rinchiuso nel suo dolore privato mostrando al pubblico una maschera di rassegnato aplomb e io sono andata a chiedere spiegazioni all’insegnante delle ripetizioni di olandese, la quale mi ha detto che sta cercando di colmare un ritardo di tre anni nello sviluppo linguistico: “Se al bovenbouw (le ultime 3 classi delle elementari) avessero fatto il loro lavoro adesso Matteo non sarebbe così indietro. Ho un sacco di bambini che hanno gli stessi problemi.” ha concluso seraficamente e al mio occhio allenato non è sfuggito un guizzo di soddisfazione al pensiero che i suoi guadagni sarebbero stati assicurati ancora per molti anni. Stante che picchiare o denunciare i maestri della scuola elementare non avrebbe risolto il problema, sono andata a scartabellare le mails di Matteo per appropriarmi del programma dell’ultima prova scritta, quella determinante ai fini del voto, che ho prontamente inviato all’insegnate di ripetizione con preghiera di concentrare il lavoro su quello e lasciar perdere gli arretrati. Dopodiché ho fatto l’unica altra cosa possibile: ho staccato la spina del PC. Quando dopo una snervante attesa di parecchie settimane è arrivato il voto – un 7+ che facendo media con le insufficienze garantiva il 6 in pagella – credo di aver toccato il cielo con un dito. Ma solo per poco: giusto il tempo di tirare il fiato e poi ci tocca issare la maledetta sfera sul piano inclinato del rientro dalle vacanze.

Ci penserò domani.

 
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Baci da Tulipland o seguito del feuilleton?

 Tulipland!
 Il feuilleton!
 entrambi
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Titolo

Disclaimer 1

Tutti i post della sezione FEUILLETON sono un'opera di fantasia. Ogni riferimento a persone, situazioni, avvenimenti reali o realmente accaduti è puramente casuale nonchè involontario.

Disclaimer 2

Invece tutti i post della sezione DIARIO si riferiscono a persone, situazioni e avvenimenti reali.





21/07/2018 @ 06:16:00
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