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 ego... di paola
 
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In equilibrio su un filo di seta è una storia di donne. Donne che non cercano guai ma che ne trovano a pacchi. Donne in cerca di se stesse e di un significato per la loro vita sempre più vuota e allo stesso tempo sempre più frenetica. Donne idealiste, donne materialiste, madonne, angeli, streghe e puttane.

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 16/01/2009 @ 21:15:14, in diario, linkato 1271 volte)
Un ex direttore regionale della defunta Lintas, parigino purosangue comprensibilmente inorridito dalla barbarie circostante, definiva gli olandesi un popolo che amava l’acqua in tutte le sue forme. Fino ad ora la trovavo una definizione molto arguta, ma a seguito dell’ondata di gelo che ha avvolto l’Europa dopo Capodanno ho capito che il vero amore degli olandesi non é tanto l’acqua quanto il ghiaccio! Per gli olandesi l’acqua é un male necessario con cui bisogna convivere, tanto é vero che sono l’unico popolo terreste (se si escludono i castori) costruttore seriale di dighe e polder, fino al culmine di una grande muraglia a difesa dagli attacchi del mare del nord. Per l’olandese medio l’acqua ha la stessa valenza delle uova rispetto all’omelette: bisogna romperla per farci qualcosa di buono. Lo sport nazionale olandese non é come pensano molti italiani il ciclismo, bensí il pattinaggio di velocitá. Uno sport inventato qui e sconosciuto nel resto del mondo, per il quale la parola pattinaggio é indissolubilmente associata a leggiadre silfidi in tutú luccicanti che danzano sul ghiaccio al suono del lago dei cigni. Non qui. Qui il pattinaggio artistico viene considerato allo stesso livello del nuoto sincronizzato e della dressure equestre: roba da circo. Qui il pattinaggio é roba da uomini veri, uomini alti due metri con pettorali da tarzan, sixpack e cosce d’acciaio grandi come prosciutti, avvolti in tutine aerodinamiche che, pur non lasciando alcuno spazio all’immaginazione, riescono ad avere il rigore di abiti monacali, indubbiamente grazie al cappuccio e agli occhiali che anonimizzano i lineamenti facciali alla pari dei burka. Ma sto divagando. Dunque, dicevo, lo sport nazionale olandese é il pattinaggio di velocitá e la ragione di questo si puó capire se si considera che, fino a relativamente poco tempo fa, d’inverno le temperature andavano regolarmente una decina di gradi sotto zero e l’acqua dei canali gelava per mesi interi. Di conseguenza, per tre mesi all’anno la forma piú veloce di trasporto erano slitte e pattini, altro che biciclette! Il fatto che nell’ultimo decennio le temperature medie si siano alzate é un grosso cruccio per gli olandesi che si vedono privati della gioia di poter emulare i campioni di pattinaggio nel polder locale. In effetti, se ci pensiamo un attimo, é una questione di selezione naturale. In un paese dominato da acqua gelata in inverno e pioggia e freddo in estate é ovvio che la probabilitá di sopravvivenza privilegia i tipi somatici a cui l’equazione acqua + freddo = ghiaccio risveglia le endorfine. I tipi mediterranei come me che entrano in letargo appena la temperatura scende sotto 15° possono sopravvivere qui solo grazie al riscaldamento centralizzato, ai lettini UV e lunghe vacanze ai caraibi.
 
Cosí si spiega anche l’incredibile espressione di gioia che si diffonde sui visi locali quando la temperatura si avvicina allo zero. Come i trolls di Terry Pratchett, genii matematici alle basse temperature e idioti al sole, gli olandesi si rinvigoriscono al freddo e soffrono terribilmente il caldo. Qui i neonati a partire dal primo mese vengono portati fuori ogni giorno, con qualunque tempo, per il ‘frisse neus’ – cioé finché il naso del bimbo si raffredda. Questa abitudine viene mantenuta per tutta l’infanzia, dove peraltro viene raccomandato di far dormire i bambini in camere con temperatura non superiore a 18° e di vestirli piú leggeri per non surriscaldarli quando hanno la febbre. Passata l’infanzia, la raccomandazione é di dormire con le finestre aperte ed é inutile dirvi che bambini e adulti qui girano mezzi nudi in pieno inverno e le madri si preoccupano di mettere sciarpa e cappello alla prole solo se la temperatura scende sotto zero. Vedo regolarmente con i miei occhi madri con bimbi di due anni nel cestino davanti della bici, sotto la pioggia novembrina, senza cappello o sciarpa e con la giacca aperta su una T-shirt di cotone a maniche corte!
 
Ma torniamo al punto. Ogni olandese che si rispetti non solo sa andare in bicicletta come gli unni andavano a cavallo ma sa pattinare fin dalla piú tenera infanzia e impara a pattinare non giá come la sottoscritta su piste di ghiaccio artificiale, ma sui canali gelati! Non vi tornano in mente tutti quei libri del diciottesimo e diciannovesimo secolo in cui almeno un personaggio moriva annegato mentre pattinava sul ghiaccio? Beh, qui é ancora normale! Magari adesso non si muore piú grazie alle strutture di salvataggio avanzate, ma settimana scorsa ospedali e pompieri erano in allerta 24/7 e un bimbo della scuola di Matteo é finito all’ospedale mezzo assiderato. Come gli esquimesi hanno 14 parole per descrivere la neve, il vocabolario degli olandesi é ricco di termini specifici: dooi(en) é un nome/verbo che si usa solo per descrivere il disgelo del ghiaccio naturale; wak é il buco che si crea nel ghiaccio in conseguenza del dooi; door het ijs gaan (lett. ‘passare attraverso il ghiaccio’) vuol dire cadere nel wak mentre si sta pattinando.
 
Se quello che é successo settimana scorsa a me é sembrato eccezionale, il vikingo mi assicura che durante la sua infanzia era ordinaria amministrazione. L’eccezionalitá – mi si dice - non é quest’anno ma il fatto che nell’ultimo decennio non abbiamo avuto un vero inverno. Comunque stiano le cose, settimana scorsa perfino l’Ijsselenmeer (il pezzo di mare del Nord tra l’Olanda del nord e la Frisia chiuso dalla diga piú lunga del mondo) é gelato e la follia collettiva del pattinaggio si é risvegliata.
fokke e sukke si scaldano 
Fokke e Sukke si scaldano, diceva la didascalia sulla vignetta dell’NRC di martedí: “Allora?” chiede Sukke a Fokke, che sta trapanando il ghiaccio. “Chiama il coordinamento regionale!” risponde Fokke con un sorriso beato. Non ci avete capito niente? Beh, consolatevi: neanche io! Ho dovuto farmi spiegare dal vikingo che il coordinamento regionale é quello dell’associazione delle undici cittá frisone e che settimana scorsa si é accarezzato il pensiero di poter fare la sedicesima Elfstedentocht ovvero il giro delle undici cittá. Si tratta in pratica di percorrere 200 km pattinando sui canali ghiacciati della Frisia, partendo da Leeuwaarden, passando per Sneek, Ijst, Sloten, Stavoren, Hindeloopen, Workum, Bolsward, Harlingen, Franeker, Dokkum per tornare poi a Leeuwaarden. La maratona – che inizia alle quattro di mattina e finisce a mezzanotte – si puó effettuare solo se tutti i canali del percorso sono ghiacciati e la profonditá del ghiaccio é di almeno 15 cm. Questo evento si é verificato nel secolo scorso solo 15 volte, la prima volta nel 1909 e l’ultima nel 1997. La penultima volta nel 1986. Potete capire quindi l’eccezionalitá della cosa. O no? Io francamente non capisco come si possa entrare in paranoia da finali da mondiale (che pure non capisco ma constato) per avere il privilegio di pattinare a -20°, magari con vento contrario e sotto la neve, per diciotto-venti ore di seguito senza fermarsi, senza poter bere, mangiare o fare pipí (che a quella temperatura non so voi ma io mi dovrei portare il pannolone). Eppure l’Olanda ogni inverno entra almeno per un paio di giorni in paranoia, con volontari armati di trapano che misurano la profonditá del ghiaccio dopo ogni gelata e serissimi annunciatori del TG che comunicano con evidente eccitazione preorgasmica le previsioni del tempo (“stanotte si cala a meno diciotto, domani al massimo meno dieci, fantastico! Altri due centimetri di ghiaccio!”) prima di passare agli ultimi massacri nella striscia di Gaza.
 
Quest’anno, dopo una settimana di fibrillazione e infinite interviste ai membri dell’associazione e ai campioni delle edizioni passate, la temperatura si é alzata di botto, il ghiaccio si é sciolto e Sukke e Fokke annunciavano lunedí dal podio dell’associazione delle undici cittá frisone: “Non si fa”. non si fa!
In realtá il ghiaccio si era giá sciolto sabato, quando quattro milioni di olandesi assatanati avevano tirato fuori i pattini arrugginiti dai ripostigli e si erano riversati sui canali come da noi sulle spiagge a ferragosto. E lasciamo perdere quanti sono ‘passati attraverso il ghiaccio’ mandando in tilt gli ospedali.
 
La sottoscritta, che non mette i pattini da quando aveva quindici anni e che non ha ambizioni agonistiche di alcun tipo, ha speso tutte le sue energie nel cercare di tenersi in equilibrio a piedi o in bicicletta su strade ghiacciate come mai ho visto in vita mia: il vikingo ha perfino proibito a Matteo di andare a scuola in bicicletta per paura che potesse cadere e rompersi una gamba. Poi, con tipica logica olandese, se l’é caricato sul sellino della sua bici e a quel punto le gambe rotte avrebbero potuto essere due o quattro. Appena saputa la bella impresa ho proibito al vikingo di accompagnare Matteo a scuola e ho provveduto a farlo io, in smart, a venti all’ora e sudando freddo. Lungo la strada ho visto frotte di genitori che tiravano slitte cariche di prole. Arrivata a scuola mi sembrava di stare al rifugio alpino tante erano le slitte accatastate davanti alla porta. Di biciclette, manco l’ombra. Ho fatto due piú due e da brava madre coscenziosa sono andata in centro a comperare una slitta per mio figlio. Mi hanno riso in faccia! Slitte e pattini sono stati venduti tutti nelle quattro ore successive alla caduta del primo fiocco di neve! Mi é stato poi riferito da amici che su marktplaats (versione locale di ebay) le slitte di seconda mano andavano via per centinaia di euro! Ma é possibile dico io ... alla faccia della crisi finanziaria! Viva il dooi.
 
Di paola (del 06/01/2009 @ 21:12:11, in diario, linkato 3967 volte)
Ho smesso da tempo di stupirmi delle assurditá di questo paese, ma ogni tanto, per dovere di cronaca, mi devo pur soffermare sulle piú clamorose. Non sono aggiornata sui trend televisivi italiani per cui non so come sono messi da voi i programmi di TV realtá stile Grande Fratello (produzione 100% olandese della Endemol) e Idols. Qui impazzano: ce ne sono almeno dieci a settimana, tutti concorrenti tra di loro e in prime time. Cito i piú famosi: De gouden kooi (ultima variante del Grande Fatello), Idols, Popstars, So you think you can dance, Dancing Queen, Mijn man kan niet dansen (mio marito non sa ballare), Nederland’s got talent, X factor, The phone, Singing with the stars, Dancing with the stars, Dancing on ice with the stars, Temptation Island, Mission Robinson, The swan, Top Model, Project Catwalk, Top Stylist, Top Chef, Hell’s kitchen, Dragon’s Den, Afvallers XL (gara di dieta tra superobesi), Mijn tent is top (gara tra baristi), De blok (gara tra ristrutturatori di case), De Italiaanse droom (gara tra aspiranti albergatori) e ce ne sono sicuramente ancora altrettante che non mi ricordo.
 
Non voglio offendere la vostra intelligenza dicendo ovvietá, ma tengo a precisare che di reale queste trasmissioni hanno solo il budget e l’audience; il resto é un format accuratamente pianificato fin nel piú minuscolo colpo di scena e, per citare Holiday Hall, “La fine é nota”, nel senso che il vincitore é selezionato ben prima che inizino le riprese. Se volete farvi una cultura sui dettagli di questi formats vi rimando al bravissimo Ben Elton che ci ha speso ben due romanzi: Dead Famous (2001) e Chart Throb (2006). Ma torniamo a noi.
 
Questi formats sono di solito appannaggio delle TV commerciali, in quanto la totale mancanza di gusto, tatto e coscienza che genera le audiences piú colossali puó solo trovare posto in palinsesti di reti televisive che si devono autofinanziare con la pubblicitá, mentre le reti di stato hanno l’obbligo di mostrare un minimo di rigore morale se non addirittura di cultura per giustificare il ricco canone che ricevono e i prezzi scandalosi della pubblicitá che vendono. Eppure perfino la TV di stato olandese non ha saputo resistere alla tentazione di sfruttare un filone cosí redditizio e ha abilmente riciclato un documentario della BBC chiamato “Una moglie per il contadino”, trasformandolo in un format nel quale diversi fattori (nel senso di proprietari di fattorie) scapoli e rubicondi selezionano e ricevono a casa un terzetto di fanciulle le quali, per quattro intere settimane, gareggiano nel conquistare il loro cuore passando non giá per la gola o altri organi come ci si potrebbe aspettare, bensí per campi e stalle, insomma, dimostrando di essere tagliate per la vita di fattoria.
 
Quello che c’é di sorprendente in questo format – diciamolo – non meno indegno e squallido del grande fratello e dei suoi discendenti, é che fin dalla prima edizione (e siamo alla quarta) si é rivelato il programma piú seguito e apprezzato dalla popolazione olandese, battendo perfino le partite di calcio in quanto a share e rating! Un olandese su tre ne é un fedele spettatore e infatti nel nostro nucleo familiare il vikingo mi costringe a passare un’ora ogni domenica sera davanti alle prodezze bucoliche dei fattori e delle loro aspiranti mogli. Siccome non posso credere che un terzo della popolazione olandese abbia il desiderio nascosto di andare a lavorare tra mucche e maiali (o tra cavoli e capre) devo concludere che il piacere sadico di assistere alle torture da rivoluzione culturale inflitte ad uno stuolo di neolaureate e brave ragazze di buona famiglia sia l’elemento scatenante di tanta audience. O questo, o il senso di profonda superioritá che qualunque idiota urbano prova di fronte alla tortura inflitta a grammatica e sintassi da parte dei fattori e dei loro familiari semianalfabeti.
 
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