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 ego... di paola
 
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Sono emigrata in Olanda per amore quindici anni fa. Nei primi dieci anni ho intrattenuto i miei amici sulle usanze olandesi, poi ho cercato di far loro vedere come sono assurde le vicende italiane viste da qui. Adesso racconto semplicemente quello che mi succede.

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 20/08/2009 @ 00:58:20, in diario, linkato 5485 volte)
Sulla guida Lonely Planet dell’Indonesia - edizione 1992 – è riportato che i cani di Bali sono una maledizione che serve a ricordare agli uomini (soprattutto turisti) che non si trovano in paradiso. Mirabile sintesi di un problema endemico.
 
lapdogPer i pochi che ancora non lo sanno, io odio i cani e in particolare tutti i cagnetti da compagnia tipo chihuaua che in inglese vengono chiamati lapdogs e in olandese - molto più appropriatamente - kuttenlikkers (la traduzione solo per sms o mail a chi ne farà espressa richiesta). Firmo volentieri tutte le petizioni per proibire cani aggressivi tipo pitbull e dobermann e se fosse per me brucerei anche tutte le copie di Lilli e il Vagabondo e della Carica dei 101 per non indurre i bimbi in tentazione: si guardino al massimo Nemo e gli Aristogatti. Non ho niente in contrario a mantenere i cani da guardia, da caccia e da pastore purchè se ne stiano in campagna o dietro i cancelli delle tenute che devono proteggere, non attacchino tutti i passanti come se fossero delinquenti e soprattutto non vengano costretti da padroni crudeli ad adattarsi ai trilocali cittadini e alle passeggiatine igieniche nei parchi pubblici o peggio ancora nelle aiuole spartitraffico dove depositano enormi cacche che i padroni non si sognano nemmeno di raccogliere. Non vi dico quali pene infliggerei ai suddetti padroni per non disturbare la vostra digestione.firmate la petizione per proibire le razze di cani da lotta!
 
Vi esterno invece la profonda irritazione con cui sopportiamo a denti stretti la presenza di numerosi cagnetti da compagnia nel lussuoso – se pur decaduto – condominio sanremese che ci ospita nel mese di agosto. Francamente non mi ricordo se l’anno scorso ci fossero così tante orride bestie; non credo, altrimenti non avremmo riaffittato lo stesso appartamento. Un barboncino nano, lasciato giorni interi sul terrazzo da padroni più spietati di Crudelia de Mon, abbaia costantemente ogni sera e all’alba per almeno mezz’ora di fila, naturalmente svegliando tutti gli altri cagnetti che si uniscono entusiasti al coro, tanto che il vikingo – notoriamente flemmatico e rilassato anche nelle situazioni più stressanti – si è lasciato scappare un ‘giuro che se quella bestia non la smette la strangolo’ all’ennesimo concerto alle cinque di mattina. Mia madre – notoriamente paranoica e stressatissima alla vista del più minuscolo granello di polvere – ha ululato peggio di un lupo mannaro quando ha scoperto le cacchine delle bestiacce nel giardino condominiale, frettolosamente fatte sparire dal portinaio al proposito sollevato da terra da tutte le signore parimenti indignate. Perfino al ristorante ci capita di sedere vicino a ultrasessantenni ingioiellate e accompagnate da mostriciattoli al guinzaglio che, invece di starsene accucciati sul grembo della padrona come da job description anglosassone, protestano sonoramente per tutta la durata del pasto, rovinandolo invariabilmente anche a tutti gli altri commensali. La nostra amica Marilena, proprietaria di un vero lord tra i barboncini, dice che è tutta questione di addestramento: i cagnetti vanno educati fin dal primo vagito a stare zitti e quieti e infatti il suo non si azzarda a dire bau nemmeno per esprimere la sua gioia nel rivedere la padrona, limitandosi a scondinzolare e tentare di demolirle le gambe a nasate. Vista l’educazione e la sensibilità media dei padroni di cani italiani, l’appello di Marilena resta un grido nel deserto. Assisto allibita non solo alla maleducazione delle bestie ma anche alle libertà che i padroni di cani si prendono in casa altrui, anche di notori amanti e proprietari di gatti.
 
pastore tedescoTanto per citare un esempio, quando ancora vivevo a Milano in un appartamento al terzo piano senza terrazzo, un conoscente ha osato presentarsi a casa mia con un pastore tedesco (nel senso di cane) al guinzaglio e lo ha lasciato libero nel mio salotto dicendo ‘tanto è buonissimo e non fa niente’. Il buonissimo cane ha subito abbaiato contro i miei due gatti, terrorizzando la piccola Twister al punto da farle fare pipì sotto il letto dalla paura, dopodichè si è pappato tutti i loro croccantini e il loro whiskas, al che Tamil ha tirato fuori tutta la grinta di cui nessuno l’ha mai creduta capace e gli ha soffiato contro fino a farlo retrocedere guaendo in un angolo. A questo punto il padrone del cane, che aveva ignorato il comportamento imperdonabile della sua bestia fino a quel momento, si è offeso a morte e se ne è andato tirandosi dietro l’animale con la coda tra le gambe. Noi invece, oltre che consolare una tremante Twister e calmare Tamil isterica, si è dovuto pulire e deodorare tutta la casa per togliere le impronte e il tanfo dell’animale.
 
Sì perchè i cani – oltre che abbaiare e cacare ovunque – PUZZANO! E’ inutile che i cinofili si spertichino a negare l’evidenza: ovviamente loro la puzza delle loro amate bestie non la sentono più, ma noialtri sì! E accenno solo en passant a quell’altra tremenda abitudine dei cani di venirti ad annusare le pudenda in giorni particolari, che i cinofili trovano tanto divertente e noialtri invece orrendamente imbarazzante se non addirittura disgustosa. Sia ben chiaro, mica ne faccio una colpa ai cani: sarebbe come incolpare le lumache di essere viscide. Ma esigo che i cinofili si rendano conto che i cani non sono i migliori amici di qualunque uomo, che non tutti amano essere annusati e leccati da una bestia puzzolente e soprattutto che nessuno trova simpatica la cacca canina o gli ululati notturni. E se non lo capiscono gli libero in soggiorno mia nipote duenne per mezz’ora, poi ne riparliamo!
 
Di paola (del 10/08/2009 @ 16:39:36, in diario, linkato 1050 volte)
vista dalla sdraioL’ozio sarà anche il padre dei vizi ma questo nulla toglie al suo fascino. Sto in assoluta panciolle da due settimane e mi sento in paradiso. Visita ai Balzi Rossi e Villa Hanbury, sede del famosissimo giardino botanico? Nah, ci son già stata negli anni settanta e ricordo che era una noia mortale. Una gita al muretto di Alassio? Troppo sbattimento, non ne vale la pena. Una passeggiata alla Pigna, centro storico di San Remo? Mah, forse domani. Bagno in piscina? Boh, vediamo, intanto mi faccio un altro pisolino. La mia naturale pigrizia è finalmente esplosa in tutta la sua virulenza: non leggo i giornali, non guardo la TV, non faccio altro che spostarmi da una sdraio all’altra chiacchierando oziosamente con le signore residenti a portata di voce e spalmando occasionalmente di olio solare la prole. Di spalmare me stessa mi è passata la voglia già dal secondo giorno: troppo sbattimento e del resto ormai non mi interessa nemmeno più sviluppare la tintarella pseudocaraibica che richiede sei ore giornaliere di scientifica esposizione ai raggi più implacabili. In attesa della cena e della quotidiana passeggiata al porto rifletto pigramente sulle vacanze del mio passato pre-coniugale, tutte all’insegna dell’esplorazione con la guida Lonely Planet nello zaino. Ripenso al tremendo viaggio in bus e barca da Manila a Boracay con pernottamento nelle baracche sulla spiaggia di Roxas. All’orribile viaggio a Sumatra: cibo assolutamente immangiabile e il mio compagno ha pensato bene di farsi venire un’infezione delle vie urinarie in piena giungla equatoriale. All’interminabile attesa di un aereo che non si è mai presentato alle Comore, dove fra l’altro ho contratto la peggiore intossicazione alimentare della mia vita, seconda solo a quella di Bali che mi ha fatto fare un viaggio aereo allucinante con orticaria torturante e continue corse al WC. E che dire di quel tremendo viaggio Boston-Chicago per andare al concerto dei REM, battendo i denti con 40° di febbre? O del concerto di Knebworth sotto la pioggia gelata? E della pioggia torrenziale e del vento pungente durante il trekking sulle alpi della Nuova Zelanda? Ripercorrere le mie vacanze passate mi sembra una visita al museo degli orrori eppure allora non vedevo l’ora di partire per nuove avventure e tornavo a casa indomita, anzi, rinvigorita da calamità, incidenti e contrattempi. Il nostro spirito avventuroso era talmente noto che tra i regali per la nascita di Matteo non poteva mancare la guida del Lonely Planet specifica per i viaggi con i bambini. Ricordo di averla letta avidamente, bevendo come una babbea tutti i fantasiosi resoconti di trekking nella giungla con pargolo di sei mesi in zaino, camping sulle Ande con tre marmocchi in età prescolare, fino al sabbatical in giro per l’Asia con il figlio di sei anni e l’amica lesbica. Di quest’ultimo ricordo in particolare un passaggio che recitava pressapoco ‘All’inizio mio figlio non l’ha presa bene: la separazione da mio marito lo aveva reso molto insicuro. Un viaggio così lungo, in luoghi sempre diversi e in compagnia di una sconosciuta ha peggiorato le sue ansie, finchè abbiamo trovato una zanzariera azzurra con disegni di pianeti e stelle e da allora tutto è andato bene perchè ovunque fossimo mio figlio era circondato da quella parete di garza colorata e familiare che gli dava sicurezza.’
 
Adesso denuncerei volentieri la Lonely Planet e i suoi testimonial per maltrattamenti ai minori, circonvenzione d’incapace e truffa aggravata, ma allora il mio desiderio di riprendere la vita a cui ero abituata è stato più forte di ogni buon senso e così abbiamo impacchettato Matteo e tutte le cose che potevano dargli serenità e sicurezza come i suoi omogeneizzati preferiti, il suo ciucciotto e dieci pelouches e siamo partiti per un giro dei castelli della Loira. La consideravamo una prova generale prima del giro delle isole greche in programma per l’estate successiva; è stato un incubo rispetto al quale il mitico viaggio in catamarano tra Roxas e Boracay diventa quasi una passeggiata.
Dopo quattro giorni e due castelli – la cui visita non era stata accolta con particolare entusiasmo dal nostro piccolo - Matteo ha contratto un’otite doppia con febbre a 38.5° che non è passata nemmeno con le dosi da cavallo degli antibiotici notoriamente prescritti dai medici francesi. Dopo due settimane il termometro segnava ancora 37.8°, le scorte di omogeneizzati olandesi erano quasi finite e Matteo sputava sistematicamente quelli francesi di qualunque marca. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo voltato l’auto in direzione di casa. Matteo è stato piagnucoloso e febbricitante fino all’ingresso della nostra via, al che il suo visetto pallido si è schiuso in un enorme sorriso ed i suoi occhi hanno ritrovato il consueto luccichio. Le sue manine si sono tese verso la porta di casa e il poverino ha espresso la sua gioia con tutta la gamma di sillabe che il suo lessico comprendeva. Ha gattonato per tutta la casa emettendo gridolini estatici alla vista dei suoi giochi e si è addormentato abbracciato a tutti i pelouche che erano stati lasciati a casa dopo aver consumato il primo pasto solido da due settimane. Il giorno dopo era completamente sfebbrato.
Inutile dire che il giro delle isole greche non lo abbiamo ancora fatto e da quel giorno le nostre vacanze sono rigorosamente stazionarie, in tranquille località balneari dotate di numerose  e provate attrazioni infantili.
 
Voglio dire, è possibile che da qualche parte esistano bambini che si lasciano portare per settimane intere in uno zaino nella giungla senza protestare e soprattutto senza ammalarsi, ma sono sicura che si tratti di eccezioni rarissime e trovo criminale il suggerimento a cura di spregiudicati editori che l’aggiunta di un infante al nucleo familiare non pregiudichi lo svolgimento dell’abituale viaggio in località senza acqua potabile e/o piene di bestie feroci, zanzare malariche e batteri alieni. Senza contare che portare un bambino in uno zaino tutto il giorno per sentieri boschivi non è così facile come dirlo: provate per credere! Sia il vikingo che un suo amico si sono cimentati nell’impresa in diverse occasioni e sono regolarmente stramazzati al suolo dopo due ore di camminata. E nello zaino non c’erano nemmeno la quantità di provviste e suppellettili illustrate negli esempi fraudolenti del Lonely Planet! Se poi aggiungiamo che anche i bimbi più angelici si stufano di stare fermi e seduti per più di un’ora e pretendono giustamente di fermarsi a toccare tutti gli oggetti nuovi che vedono lungo la strada potete capire quanto utopico sia un viaggio itinerante con prole in età prescolare, a meno di sedarla pesanetemente. A questo proposito ho accarezzato l’idea di aprire un’inchiesta sui reportage del Lonely Planet, ma ho invece buttato via la guida incriminata e da allora ho scoperto un mondo fatto di comfort, pace e tranquillità.
 
Di paola (del 31/07/2009 @ 22:26:53, in diario, linkato 1407 volte)
Mi ero dimenticata di dirvi che, fedele alle promesse fatte a me stessa nel contesto dell’affrancamento lavorativo, sono incredibilmente riuscita a chiedere, ottenere e consumare sei delle tredici settimane di congedo maternità non pagato che mi spettano di diritto dalla nascita dell’erede fino al compimento dell’ottavo anno. Le tenevo di riserva per i casi di estrema necessità e ho deciso che le mie condizioni psico-fisiche dell’ultimo anno, unite alle vacanze scolastiche di Matteo, si qualificano come tali. Sono molto orgogliosa di me stessa perchè non solo ho lasciato PC e blackberry in ufficio, ma dal 20 luglio non ho più guardato nella mia mailbox di lavoro. Dal 20 luglio sono quindi in totale e assoluta vacanza e vi stupirò con effetti speciali dichiarando che sto BENONE e non ho alcuna intenzione di alzare un dito lavorativo fino alle ore 9.00 del 31 agosto. Del resto, non sono pagata per farlo e non ho scritto giocondo in fronte.
Che cosa ho fatto in queste settimane? Beh, tanto per cominciare mi sono disintossicata con ben tre giorni di astinenza da internet, poi ho passato più di tre ore consecutive al giorno con mio figlio, ho partecipato al vriendenweekend in modalità meno isterica del solito e infine ho fatto le valigie e sono partita con vikingo e prole alla volta di San Remo. L’esperienza dell’estate scorsa ci è talmente piaciuta che abbiamo deciso di replicare, riaffittando lo stesso appartamento per tutto il mese di agosto e calando con tutta calma in auto direttamente da Alkmaar, con sosta a Baden-Baden e sul ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno. ComoIl viaggio, anche spezzato in due tappe e con la comodità per noi inusitata di aria condizionata, sedili anatomici, iPod e mobile internet, è stato una sfacchinata micidiale. Il fatto che Matteo ci abbia tempestato ogni cinque minuti dal sedile posteriore con richieste e domande dalla natura più svariata - dal classico ‘Quanto manca?’ (3245 volte) all’originale ‘Smetti di guidare, sei stato annientato dal raggio mortale di Snorak!’ (21 volte) – ha notevolmente contribuito al logorio nervoso, inoltre la mia insofferenza per tornanti e gallerie deve essere aumentata esponenzialmente negli ultimi anni. Ma appena pagato il dazio al casello di San Remo, spenta l’aria condizionata e aperti i finestrini, il frinire delle cicale e l’odore dei pini marittimi mi ha calmato i nervi e mi sono sentita a casa. Devo però constatare con una fitta al cuore che nove anni di permanenza in un paese civile mi ha disabituato allo stato di paese del terzo mondo in cui versa l’Italia e non mi riferisco solo alle scandalose tariffe del roaming, del wireless e del bancomat, o ai regolamenti da stato di polizia per cui anche per usufruire di un free spot devi fornire la fotocopia di un documento d’identità e subire l’oltraggio di digitare un codice identificativo, ma al degrado generale delle strutture pubbliche. Appena si varca il confine di colpo le strade diventano vecchie e mal tenute, i guard rails sporchi e ammaccati, i cartelli sbiaditi, i giardinetti spelacchiati e pieni di erbacce, i muri scrostati e pieni di graffiti, perfino i campi hanno un aspetto trasandato. Per non parlare delle auto che sono accumulate più che parcheggiate in tutti gli orifizi possibili e anche in un buon numero di posti improbabili tipo in mezzo alla strada. L’abitudine squisitamente italiana di fermare la macchina ovunque per farsi i cazzi propri incurante delle inchiodate e delle code retrostanti mi fa vergognare quasi più dei nostri politici. Colleghi e conoscenti olandesi mi chiedono increduli se gli italiani non ci tengono alle proprie auto, che sono invariabilmente sporche e ammaccate. Il concetto di incuria, sia pubblica che privata, è sconosciuto a nord delle alpi ed è solo grazie ai mei cromosomi se – passato lo shock iniziale - sviluppo rapidamente una sorta di cataratta mentale che sbiadisce e dissimula lo sporco e lo sfacelo ubiquo in cui tutti si muovono egualmente insensibili.
Mi fa particolarmente rabbia constatare che i paesi nordici non hanno nemmeno un decimo delle risorse naturali italiane, a cominciare dal sole e dal mare per finire ai coloratissimi tripudi di frutta e verdura esposti ogni cinquanta metri dal più infimo baracchino al supermercato high tech, eppure venerano e preservano ogni miserabile centimetro quadro della loro superficie e delle loro scarse risorse agricole. Mai come ora mi fa male la totale assenza di coscienza ed educazione civica della mia gente e mi chiedo se la classe politica sia la causa o la conseguenza di un tale, imperdonabile, atteggiamento e comportamento.
(continua)
 
Di paola (del 26/07/2009 @ 19:54:05, in diario, linkato 4395 volte)
E’ una città nel cuore del Nord Holland, a pochi chilometri dalla costa, in mezzo a sterminati campi di cavoli e patate e pascoli ricchi di mucche pezzate, cavalli e pecore, separati da placidi canali lungo i quali navigano chiatte e barchette a motore. Il paesaggio orizzontale è regolarmente spezzato da mulini a vento e mancano solo rubiconde contadine in cuffia e zoccoletti a completare il quadro dell’Olanda da guida turistica.
 
il polder di SchermerIl comitato degli amici del vikingo ha eletto il polder di Schermer – 6 km da Alkmaar - quale destinazione dell’annuale vriendenweekend, causa di enorme stress e imperdibile fonte di pettegolezzi assortiti. Come tutti gli eventi sociali di una certa importanza, tutti i partecipanti ne criticano aspramente svolgimento e condizioni ma nessuno si azzarda a disertarlo. I miei sentimenti al riguardo sono estremamente dicotomici. Da una parte odio i commenti acidi di un paio di mogli dall’atteggiamento ipercompetitivo e/o iperteso di madri ariane che la sanno più lunga di tutte, dall’altra trovo rilassante poter passare un weekend in completo isolamento in una grande casa di campagna e trovarmi tre volte al giorno intorno al lungo tavolo da pranzo a condividere cibo, vino e chiacchiere con i sei migliori amici del vikingo, le loro mogli e la loro prole sempre più numerosa, chiassosa e colorata. Ormai ci vediamo talmente poco che questa è l’unica vera occasione di stare un po’ insieme a ricordare tempi migliori e a contemplare la crescita della nuova generazione. Quest’anno siamo arrivati a quota nove: quattro femmine e cinque maschi, il più grande di 9 anni e la più piccola di 11 mesi. La situazione coniugale è stabile e non ci sono state rivelazioni sconvolgenti. Avendo completato l’anno scorso il secondo giro di gravidanze non ci aspettavamo novità ma non si sa mai e questa è una delle molte ragioni per cui nessuno osa perdersi un vriendenweekend.
 
Ma torniamo ad Alkmaar. La città è famosa per i suoi numerosi canali, mulini e per il mercato del formaggio. Ogni venerdì mattina coppie di robusti casari in zoccoli e costume tradizionale, pantaloni e camicia bianca e cappello di paglia, fanno il giro del centro bilanciando le forme di formaggio nordico (= del Nord Holland) a pasta bianca filata su una specie di slitta di legno sostenuta da corde poggiate sulle spalle. Personalmente trovo i formaggi nordici migliori del Gouda (= Zuid Holland), che sa di plastica, per cui mi è dispiaciuto perdermi lo spettacolo ma mi son prontamente consolata addentando un cremosissimo Zaanlander jong acquistato al caseificio locale. La casa che ci ospita è una cascina sapientemente riconvertita dietro una delle dighe, con porticciolo privato sul canale, la sua brava chiatta e un giardino fiorito con vista frutteto e mucche pezzate. Può ospitare fino a 30 persone in ben 12 camere da letto di cui due dotate del tradizionale bedstee (alcova) e la lunghezza del tavolo da pranzo è veramente impressionante. Consiglio caldamente a chiunque si trovi a passare di qui con un gruppo di almeno venti persone.
L’organizzazione ci ha fornito anche una serie di biciclette per cui ieri abbiamo fatto il giro del polder fino ad Alkmaar e ci siamo piazzati nel caffè in piazza a goderci il passeggio. La sera invece abbiamo esplorato Oterleek, una frazioncina di venti case dove tutti sono parenti di qualcuno e sanno tutto di tutti: roba che mi farebbe diventare isterica in meno di una settimana. Eravamo gli unici avventori della kroeg (birreria) locale e abbiamo amabilmente chiacchierato con il padrone finchè è arrivato un giovanotto che appena ci ha visto ha chiesto se c’era una festa privata. Oggi invece ci siamo staccati dal gruppo compatto delle madri ariane che ha portato la prole al mare e siamo andati a fare il giro del polder dalla parte opposta, fermandoci nel ridente paesino di Schermerhorn per un caffè con torta di mele. Dopo venticinque km in mezzo a campi e canali mi fa male ogni osso del bacino ma sono orgogliosa di aver visto da vicino dei veri mulini a vento ancora abitati e funzionanti. E adesso vado a sentire le ultime novità dal gruppo delle mogli: a me un bicchiere di vino, presto!
 
Di paola (del 24/07/2009 @ 18:44:05, in diario, linkato 1204 volte)
Torno a scrivere dopo un mese di assoluto delirio lavorativo accompagnato dall’influenza messicana che sarà pure una variante leggera ma ti lascia come se ti fosse passato sopra un camion articolato. Ogni anno dico che arrivo alle vacanze estive in ginocchio e con la lingua per terra ma quest’anno ho veramente avuto bisogno di tre giorni di riposo assoluto per riuscire a guardare di nuovo la tastiera del PC senza vomitare. Ora, fresca e fruttosa (fris en fruitig) come si dice qui, vi relaziono sull’evento annuale più importante di Nijmegen che vanta anche il maggior numero di partecipanti nei Paesi Bassi: la Vierdaagse. I miei lettori più fedeli ricorderanno che ho già succintamente trattato questo argomento nel 2001, quest’anno voglio aggiungere un po’ di colore allo schizzo.
 
La vierdaagse è una marcia longa della durata di quattro giorni – da cui il nome – che si tiene ogni anno dal martedì al venerdì della terza settimana di luglio. Tanto per darvi un’idea dell’importanza dell’evento che mobilita più di mezzo milione di persone tra partecipanti, spettatori ed organizzatori, vi dico che il comune di Nijmegen ottiene regolarmente il permesso di anticipare di una settimana la data della vacanza scolastica estiva per farla coincidere con l’inizio della Vierdaagse e i negozi di Nijmegen chiudono il venerdì pomeriggio per permettere al personale di assistere all’arrivo della marcia (intocht). La medaglia di partecipazione è un’onorificenza ufficiale che può essere esposta perfino sulle divise militari (sulla pettorina sinistra). Nel 1932 è stata addirittura composta una canzone che è tutt’ora l’inno ufficiale dell’evento e dice pressapoco: la natura ci ha dato un motore della migliore marca, cuore, polmoni, un paio di gambe, salute e felicità. Chi non impara ad usarlo non ne è degno. Marciamo insieme, tutti per uno e uno per tutti lungo l’Olanda e lungo la vita. Le rime son traballanti ma il succo è chiaro.
 
arrivo da ElstLa marcia consiste in quattro tappe di 50 km cad per gli uomini, 40 km per le donne e 30 km per gli ultrasessantenni. Le tappe si svolgono intorno a Nijmegen secondo uno schema fisso che copre i quattro paesi limitrofi: il primo giorno Elst, il secondo Wijchen, il terzo Groesbeek e il quarto Cuijk con arrivo trionfale a St. Annastraat in un tripudio di gladioli secondo una tradizione che si fa risalire ai giochi circensi romani, dove chi perdeva veniva finito con la spada (gladius) e chi vinceva veniva ricoperto di gladioli lanciati dagli spalti dal pubblico in delirio: gladiolo simbolo della spada, della vittoria sugli avversari e della maschia potenza. Chi capisce che cosa c’entrano queste tre cose con la Vierdaagse vince un mazzo di gladioli.
Il premio per il completamento di tutte e quattro le tappe è una medaglia a croce simile a quella per la Elfstedentocht e questo mi convince sempre più che gli Olandesi sono masochisti puri. Chi si sottoporrebbe ad un simile orrore solo per l’onore di poter dire c’ero anch’io? Considerate che per poter sperare di completare il percorso con le proprie gambe viene consigliato un allenamento settimanale di almeno quattro ore per almeno sei mesi, il che non impedisce a circa 40mila fanatici (41.205 quest’anno e solo un centinaio ha abbandonato la gara a metà) di presentarsi ogni anno alla partenza e un buon quarto di questi non è nemmeno olandese: la gara è così rinomata che ogni anno arrivano marciatori da tutto il mondo. Siccome la capienza alberghiera di Nijmegen non è così estesa ogni anno numerosi volontari ospitano i marciatori a casa loro, sobbarcandosi anche l’onere di accompagnarli alla partenza ogni mattina alle 5 e tornarli a prendere nel pomeriggio.
arrivo da WijchenLa marcia si svolge in qualunque condizione meteorologica. Due anni fa è stata eccezionalmente annullata tra lo sdegno generale perchè era morto un marciatore a seguito del caldo asfissiante. Unanimi i commenti giornalistici: tutta colpa del morto. Se uno non è in grado di farsi 200 km sotto il sole a 35° (o sotto la pioggia battente e il vento sferzante egualmente probabile) perchè diavolo partecipa? E adesso per colpa di quella pappamolla dobbiamo buttare via tutti i gladioli.
Al termine della marcia i partecipanti ancora in grado di camminare sono invitati al blarenbal, letteralmente: ballo delle vesciche. Vesciche che verranno descritte in tutti i più disgustosi particolari dai partecipanti con lo stesso orgoglio di vere e proprie ferite di guerra.
 
Abitando a Nijmegen ci viene regolarmente chiesto se abbiamo già partecipato alla marcia (a risposta affermativa la domanda seguente è ‘quante volte’ perchè la follia è solitamente recidiva) al che il vikingo risponde con aplomb ammirevole che noi siamo quelli del turno di notte, intendendo con ciò che frequentiamo la Zomerfeest organizzata nella settimana della Vierdaagse, consistente in concerti pop/rock e house parties no-stop dalle sei del pomeriggio fino alle tre di notte in una ventina di podii nei parchi e nelle piazze del centro fino alle rive della Waal, con birra a fiumi e un tripudio di trigliceridi forniti da sempre più numerosi ed estesi snack bar e ristoranti all’aperto. Il vikingo ricorda anche un tempo non lontano in cui ha ospitato nel suo letto in time sharing un marciatore norvegese: i due si davano il cambio alle quattro di mattina e alle quattro del pomeriggio.
 
Inutile dirvi che la sottoscritta, timbrato il suo bravo cartellino come spettatrice diurna e notturna nei primi anni di residenza, ha sviluppato un atteggiamento blasé nei confronti dell’intera faccenda che considero una scocciatura colossale dall’inizio alla fine. A parte il fatto che venerdì è impossibile svolgere qualunque attività fuori casa in quanto tutti i negozi sono chiusi, il centro è sbarrato, la stazione è presa d’assalto e ci sono code chilometriche su tutte le principali vie d’accesso, tutta la settimana il traffico è impossibile: deviazioni in tutto il centro, parcheggi chiusi e strade pedonali lastricate di baracconi da luna park, bar all’aria aperta eruttanti muzak rumorosissima, fiumi di gente ovunque e puzza di birra, hamburger e patatine fritte da mezzogiorno in poi; dalle sette di sera in versione vomitata. I camion della nettezza urbana entrano in servizio alle sei di mattina e alle dieci non hanno ancora finito, nell’aria mattutina aleggia ancora il disgustoso melange della sera prima e si cammina su vetri rotti tutto il giorno. Poi le condizioni meteorologiche durante la settimana della vierdaagse sono sempre estreme; quest’anno si è alternata un’afa soffocante ad acquazzoni monsonici, grazie ad una primavera eccezionalmente tiepida siamo invasi dalle vespe tigre che banchettano sui resti della Zomerfeest e che mi hanno prontamente punto provocandomi un’infezione gigantesca che sto curando a 1,5 grammi di penicillina giornalieri. Infine sarà l’età ma l’idea di dovermi strusciare per ore contro una massa di olandesi ubriachi per potermi far fracassare i timpani dall’ultima band underground non mi alletta come una volta, per cui ho lasciato andare il vikingo ai vari concerti e me ne son stata a riposare con la borsa del ghiaccio sul bubbone e il telecomando del PVR nella mano illesa. Ho fatto il mio dovere materno accompagnando Matteo alle sempre più numerose attrazioni per bimbi allestite quest’anno perfino sulla spiaggia di Lent oltre che sulla Waalkade, concedendogli i rituali gelati, poffertjes e pannekoeken dai vari baracchini e devo dire che lo spiegamento di attrazioni e servizi mi sembra sempre più faraonico, segno che la Vierdaagse e la Zomerfeest sono un affare colossale per la comunità, soprattutto in questi tempi incerti: sembra che le strutture HORECA di Nijmegen realizzino il 30% del fatturato annuale in questa settimana. Sono stata però molto contenta di poter sfuggire l’apoteosi dei festaggiamenti del venerdì per partecipare all’evento annuale più importante della nostra famiglia ovvero il famigerato vriendenweekend che quest’anno si é tenuto a ....
 
Di paola (del 27/06/2009 @ 18:24:36, in diario, linkato 1719 volte)
Questo avrebbe dovuto essere un pezzo sull’estate nordca fragorosamente scoppiata con temperature tropicali, tramonti sfolgoranti e notti languide, ma quando ieri mattina ho aperto facebook mi aspettavano una decina di thread monotematici. Alla faccia delle dichiarazioni dittatoriali sempre più serrate, delle repressioni sanguinose e dell’economia sempre più allo sbando, l’unico grido ripetuto e rimbalzato da bacheca a bacheca era ‘addio grande Michael’. Ho capito allora che siamo entrati anche nell’estate della mente, o come molto appropriatamente viene definita qui: komkommertijd (stagione dei cetrioli).
 
Premetto che Michael Jackson è una delle mie popstar preferite insieme a Madonna. Piú di Madonna ha segnato una tappa importante della mia vita: la sua musica ha costituito il rito di passaggio tra pubertà e adolescenza. Ho ballato in discoteca con grande abbandono e contro l’opinone pubblica del tempo tutti i pezzi di Off the Wall (che ho sia in versione LP che CD); mi sono iscritta al mio primo corso di danza jazz dopo aver visto il video di Thriller (di cui ho l’LP) e ho comprato anche l’LP di Bad perchè ero già allora in grado di scindere l’uomo dall’artista.
 
Proprio per questo considero la morte di Michael Jackson un merciful release che lascia la sua musica per l’eternità e obnubila i suoi molti peccati mondani. Il mio innato cinismo mi ha subito suggerito il pensiero che il poveretto abbia preferito suicidarsi piuttosto di dover subire l’umiliazione pubblica del fiasco inevitabile che la sua annunciata mega tournée prospettava. Non credo di essere l’unica a ritenere che alla sua etá e nelle sue precarie condizioni di salute non ce l’avrebbe mai fatta: non tutti sono come Madonna e Tina Turner e Michael Jackson meno ancora.
 
Ma quando leggo che twitter é saltato per l’enorme quantitá di messaggi scambiati contemporaneamente, che il parlamento americano ha tenuto un minuto di silenzio in segno di lutto e che veglie funebri spontanee vengono tenute più o meno in ogni città americana mi viene da pensare che il mondo occidentale sia in preda ad una decadenza pari a quella che ha segnato la caduta dell’impero romano. Se siamo capaci di una tale mobilitazione per una ex-popstar pervertita e drogata ma non riusciamo a mettere insieme nemmeno le firme necessarie per un impeachment o un intervento dei caschi blu ci meritiamo tutti i dittatori e le repressioni correnti e future.
 
Non sono migliore degli altri: ho passato la mattina a spiegare a Matteo chi era l’artista Michael Jackson, abbiamo visto insieme su youtube quasi tutti i video di Thriller e gli ho insegnato a fare la giravolta e il moonwalking. Tutto questo anche se - per citare Nica – non avrei lasciato mio figlio nemmeno cinque secondi da solo insieme a quell’individuo. Non voglio giudicare niente e nessuno, sto solamente constatando una realtà che mi fa sempre più paura e da cui non capisco come fare ad uscire. Spero in un risveglio collettivo, intanto ballo.
 
Don’t stop ‘till you get enough.
 
Di paola (del 14/06/2009 @ 20:57:05, in diario, linkato 1179 volte)
In attesa dell’evento sportivo annuale più famoso d’Olanda, la Vierdaagse (di cui vi darò ampio reportage il 25 luglio), settimana scorsa si è svolta la variante per bimbi a cui Matteo ha partecipato per la seconda volta. A differenza della Vierdaagse, che si svolge solo nella nostra pittoresca città e a cui partecipano solo pazzi furiosi in grado di marciare 4 giorni di fila per 50 km al giorno in ogni condizione meteorologica, l’Avondvierdaagse si svolge in 270 città e vi partecipano praticamente tutti i bambini delle scuole elementari fin dall’età di 4 anni! Mi ricordo ancora che Matteo quattrenne ha fatto una scenata pazzesca quando ha saputo di non essere stato iscritto a differenza di tutti i suoi compagni di classe più grandi: una svista pedagogica imperdonabile. A nulla sono valse le nostre patetiche scuse (sei troppo piccolo, non ti sei allenato); la scelleratezza ci è stata duramente rinfacciata per almeno sei mesi. L’anno scorso quindi ci siamo affrettati ad iscrivere il pargolo e a dotarlo di tutta l’attrezzatura necessaria, in veritá ridotta ad un paio di scarpe comode e robuste, la maglietta con il logo della scuola e un sacco di snoep e ranja (caramelle e granatina).
L’anno scorso ho potuto assistere solo alla tappa del venerdì, di cui ho un ricordo piuttosto confuso ed estremamente sgradevole. I poveri piccoli sono stati infatti fatti camminare per piú di 6 km, invece dei regolamentari 5, lungo canali e fabbriche alla periferia di Nijmegen, in condizioni igieniche deprecabili. Non si può pretendere che bimbi di età 4-9 anni si astengano dal deviare in continuazione dal percorso prestabilito per rotolarsi sugli scivoli di cemento e sguazzare nelle paludi tra i canali, ne’ che resistano alla tentazione di giocare con i mucchi di rifiuti metallici arrugginiti. Non si può però nemmeno pretendere che una madre assista allo scempio di suo figlio senza battere ciglio, senza contare il terrore di perdere il pargolo nella calca di monelli urlanti e scatenati. Insomma, l’esperienza è stata un incubo, tanto che quest’anno ho pregato il vikingo di sostituirmi per non dover subire traumi psicologici. La mia intenzione era quella di accogliere il piccolo eroe al rientro e metterlo a bagno in una soluzione di Napisan bruciando nel contempo i vestiti usati. Invece, grazie ad un mastino ostile e al matrimonio di Jan-Nico ho seguito la marcia dal primo giorno e ve ne posso quindi dare un’esaustiva relazione.
 
Come dite? Che cosa centrano il mastino e Jan-Nico? Un attimo di pazienza.
 
Lunedí pomeriggio alle ore 16.04 mi stavo complimentando con me stessa per essere riuscita a prendere al volo il treno diretto da Zaandam a Nijmegen con ben due ore di anticipo grazie all’incredibile efficienza nel gestire una riunione dal cliente. Alle ore 16.05 urlavo di dolore al morso totalmente inaspettato che un mastino accoccolato sotto uno strapuntino nel corridoio tra due scompartimenti aveva inflitto al mio polpaccio. La dannata bestia si doveva essere spaventata allo scalpiccio dei miei stivali e doveva aver interpretato la mia corsa come un’aggressione, o almeno cosí ha commentato il disgraziatissimo padrone che si é affrettato a calmare e consolare il cane (“ti sei spaventato, tesoruccio?”) senza mostrare alcuna preoccupazione per il mio stato di salute e il mio polpaccio dolorante. Grazie al cielo indossavo un paio di jeans pesanti che hanno assorbito gran parte del colpo senza rompersi. Sotto i jeans un bel segno rosso dei canini della bestia e un male cane, ma la ferita era poco piú di un graffio che non ha quasi sanguinato. Non c’erano testimoni a parte il padrone della bestia e, stante che il suddetto non mi sembrava molto lucido a differenza del cane che aveva un aspetto ben curato e per niente rabbioso, mi sono limitata a chiedere se la bestia era vaccinata e mi sono trascinata nello scompartimento. Ho proceduto quindi a medicare l’abrasione con un fazzolettino umidificato e ho constatato assieme ad un compagno di scompartimento casuale che certi padroni di cani andrebbero rinchiusi. Arrivata a casa avevo già dimenticato la faccenda ma il mattino dopo il polpaccio ha ricominciato a farmi male, il che mi ha fatto ricordare che avrei dovuto chiamare il medico se non altro per sentirmi dire che non c’era nulla di cui preoccuparsi. A differenza di quanto mi aspettavo, il medico si è agitato moltissimo e mi ha ingiunto di presentarmi all’ambulatorio quanto prima per un controllo. A nulla sono valse le mie proteste: mercoledì mattina una gentile quanto inesorabile infermiera mi ha somministrato un’iniezione antitetanica. L’ultima antitetanica che ho fatto risale ancora agli anni settanta, ma ricordavo che faceva un male cane e infatti anche trent’anni dopo mi ha fatto un male cane. Tanto di quel male che il giorno dopo non sono nemmeno riuscita ad alzarmi dal letto. Vero è che oltre all’antitetanica avevo anche in circolo gli antibiotici per la rituale cistite primaverile: immagino sia stata la combinazione dei due farmaci unita alla mia veneranda etá la causa dei sintomi. Forse non è stato nemmeno molto furbo da parte mia impilare palestra, dentista, spese, assistenza a Matteo durante la lezione di nuoto e durante la tappa dell’avondvierdaagse nello stesso giorno dell’antitetanica e sotto antibiotici, insomma, troppo multitasking e giovedì mattina ho preso il mio primo giorno di malattia dal 2005. Che si é rivelato un toccasana perché mi son fatta quasi dieci ore di sonno filato, dopodiché ho scritto ben venti pagine di un rapporto che sto melinando da marzo e alle cinque di pomeriggio ero così in forma che per la seconda volta mi sono offerta volontaria per accompagnare Matteo nell’avondvierdaagse. Il giorno dopo – venerdí - avevo giá preso ferie per assistere al (secondo) matrimonio del miglior amico del vikingo e qui abbiamo convenuto che sarebbe stato piú opportuno che fossi io ad accompagnare Matteo all’ultima tappa dell’avondvierdaagse per lasciare il vikingo alle incombenze matrimoniali spettanti al miglior amico dello sposo.
 
Ecco spiegato come le circostanze mi abbiano fatto assistere all’intera operazione. Devo dire che quest’anno conserverò un ricordo migliore della faccenda, innanzitutto perché le tappe sono state tutte rigorosamente sotto i 5 km e altrettanto rigorosamente nel parco o nelle zone residenziali limitrofe, il che si traduce in un miglioramento sensibile delle condizioni al contorno: niente paludi mefitiche, scivoli di cemento luridi e rifiuti arrugginiti, ma molti prati e parchetti attrezzati in cui sfogare le energie. Poi anche perché tra un monello di 5 anni ed un ragazzino di 6¾ c’è un oceano di differenza: un ragazzino di prima elementare è stato opportunamente inquadrato dalla maestra, quindi non occorre ripetergli le cose più di cinque o sei volte e si possono prendere accordi con un buon 80% di certezza che vengano mantenuti. Se non fosse che ti devi fermare ogni cinquanta metri a raccogliere il gregge dei ragazzini erranti per ricondurlo sulla retta via sarebbe una passeggiata.
 
Abbiamo coperto le prime tre tappe in un’ora e rotti, mentre l’ultima tappa é durata piú di un’ora e mezza a causa delle molte distrazioni lungo il percorso, compreso il rituale gelato-premio ai baracchini ambulanti strategicamente appostati agli incroci principali. Il climax é costituito dallo scivolo sulla conca d’erba del Goffertpark a circa mezzo chilometro dall’arrivo; senza bisogno di particolari segnali o indicazioni tutti i bambini si fermano e rotolano gioiosamente a valle per una decina di metri, poi risalgono la china e ricominciano ad lib fino a che i genitori esasperati non minacciano rappresaglie. Commovente infine la ‘via gladiola’ di parenti e amici che pazientemente si appostano sul vialone di arrivo con ceste di dolciumi, fiori, palloncini e regali vari da consegnare al piccolo marciatore e incitano e incoraggiano tutti i piccoli sempre più frastornati. All’arrivo ci attendevano ancora più granatina e caramelle a cura di sponsor e organizzatori vari. Insomma, anche questo evento si è rivelato una scusa dei locali per consumare ancor piú zuccheri raffinati di quanto non facciano di solito: il saldo calorico alla fine della marcia pende decisamente dalla parte sbagliata. A parte questo, Matteo ha avuto la sua brava medaglietta che é andata a tenere compagnia a quella dell’anno scorso sullo scaffale in ingresso ed è comprensibilmente orgolioso. In quanto a me, l’Avondvierdaagse mi ha permesso di evitare una bella fetta di noiosissima festa matrimoniale: sono arrivata giusto in tempo per brindisi e torta e mi sono scavata alla svelta per condurre l’eroe della giornata al suo meritato riposo. Anche questa è andata.
 
Di paola (del 01/06/2009 @ 20:58:59, in diario, linkato 6580 volte)
la divinaNella mia vita professionale sono stata costretta a partecipare ad innumerevoli training manageriali, indubbiamente a causa della mia reiterata reticenza ad assecondare il galateo aziendale. Ognuno di questi training si é rivelato prezioso, non tanto per il miglioramento della mia comunicazione verbale e non, che rimane cocciutamente rozza (di questo parleró diffusamente tra poco), ma per la mia crescita interiore. Posso tranquillamente affermare che se finora ho evitato il burnout é proprio grazie a questi training che in questo senso mi sono sicuramente serviti di piú dell’anno di analisi junghiana, oltretutto nemmeno sponsorizzato dall’azienda.
 
House M.D.Quando il mio attuale datore di lavoro mi invitato a partecipare alla sua variante di training manageriale (masterclass in leadership), invece che sbuffare e alzare gli occhi al cielo ho chiesto di conoscere l’elenco dei partecipanti. Constatato che era tutta gente con cui mi sarebbe toccato lavorare a stretto contatto ho riflettuto che la partecipazione mi avrebbe evitato un sacco di inutili lotte di potere e menate assortite e mi sono sottoposta con spirito di sacrificio all’incredibile scocciatura di dover condividere una profonda intimitá spirituale per due giorni al mese con un gruppo di gente che fuori dal corso e dall’ufficio saluto a malapena.
Ma come sempre ho dovuto concludere che i training manageriali sono enormemente utili. Non solo mi sono rinfrescata la memoria su un paio di dinamiche di gruppo e mappature caratteriali, ma nella penultima lezione ho avuto la rituale epifania che mi ha acceso una fiammella in testa pari a quella dello spirito santo (giá che siamo in tema di pentecoste).
Magari a voi sembrerá una banalitá, ma il sapere che statisticamente 94% delle decisioni dei nostri clienti viene preso in base alla forma delle nostre proposte e solo 6% in base al contenuto ha catalizzato milioni di osservazioni sparse e ha aperto una voragine di riflessioni che si sono cristallizzate in una nuova visione del mondo. Certo sapevo anche prima di questo training che l’immagine e la forma sono importanti, ma nessuno mi aveva mai esposto con tanta chiarezza la proporzione dell’importanza. E chissenefrega se la statistica é impecisa: accetto perfino un limite di tolleranza del 15%, resta comunque devastante. Praticamente significa che ho sprecato gli ultimi 25 anni della mia vita nel cercare il santo graal del return on investment e dell’efficacia della pressione pubblicitaria: non gliene frega niente a nessuno, avrei fatto meglio a seguire un corso da geisha.
 
Jack FrostE menomale che il training di sopravvivenza in APL negli anni novanta mi aveva giá allenato a scegliere tone of voice e colori dell’abbigliamento in sintonia con i colori aziendali del cliente di turno, ma anche cosí mi sono accorta che ho almeno un’altra ventina di punti da rifinire per ottimizzare tutti i dettagli dei miei interventi interni ed esterni.
 
E menomale che non avevo aspettato questo corso per plasmare e rifinire la mia immagine professionale: se c’é una cosa di cui vado fiera é il mio stile di comunicazione, pazientemente coltivato e sviluppato nel corso degli ultimi dieci anni, dopo aver constatato di non essere materiale per il consiglio d’amministrazione. E’ uno stile a metá tra dottor House e ispettore Frost, con misurate pennellate di Gil Grissom che uso solo per gli effetti speciali. Con questo stile non diventeró mai CEO ma in compenso tutti i clienti si ricordano di me.
 
Gil GrissomIl problema é che questo stile mi perseguita anche nel privato. Ho un bel dire che non sono come mi disegnano, ma finora ci sono state solo due persone che hanno capito la mia vera personalitá. Per il resto del mondo sono una heartless bitch e mi conviene assecondare l’immagine altrimenti vengo regolarmente calpestata con scarponi chiodati. Non é difficile ma che due palle: non ti puoi mai permettere una sbavatura altrimenti il mito crolla e gli scarponi chiodati ripartono. Anche se ho sempre pensato che il ruolo della monaca di Monza sia piú divertente di quello di Lucia Mondella, sul lungo periodo una Lucia Mondella ha meno scocciature: nessuno si aspetta da lei che porti tacchi a spillo e bustier di latex fino alla menopausa e nessuno ci fa caso se le viene la cellulite sulle cosce.
Demi MoreL’immagine e la forma son belle cose finché si é giovani ma invecchiando diventano delle tremende prigioni: sembra che Demi More abbia speso 200mila dollari solo di botox e liposuzione per mantenere baby-marito e attenzione della stampa. Ne vale la pena? Tutto sommato propendo per una soluzione alla Greta Garbo: sparire, non farsi piú vedere, fotografare, intervistare. Tutto quello che resta ai fans é una collezione di films e fotografie sapientemente lavorate, in cui la divina avrá per sempre 25 anni e sará sempre bellissima. L’equivalente odierno si chiama internet e photoshop, poco cambia. Purché mi possa togliere i tacchi a spillo e tornare ad impastare la pasta frolla per i biscotti di mio figlio. Vi giuro che non desidero altro.
 
Di paola (del 26/05/2009 @ 22:01:52, in diario, linkato 2993 volte)
Nationale NederlandenNel programma di visite per il weekend é toccato questa volta a Rotterdam, dove di solito vado solo per lavoro e tutto quello che vedo sono gli eterni lavori in corso che rendono il centro un cantiere permanente. Ma pur nella fretta lavorativa e nel delirio del traffico mi ero annotata mentalmente uno stile architettonico ardito e futurista, sponsorizzato dai bombardamenti tedeschi del 1940 che hanno consentito all’amministrazione locale di rifare il piano regolatore del porto e del centro in piená libertá.
Adesso che ci siamo presi un’intera giornata per bighellonare in centro cittá Beurspleinconfermo: Rotterdam é una cittá fantastica, piena di archeologie luccicanti come ad Hong Kong, che convivono pacificamente con le vecchie case mercantili del diciassettesimo secolo. Il celeberrimo Erasmusbruk é un miracolo architettonico, il Coolsingel e la Beursplein pullulano di grattacieli meravigliosi e il museumpark, dove sei edifici contenenti arte e cultura sono immersi in un giardino pieno di fiori e uccelli, é una gioia per gli occhi.
Perfino l’ospedale sembra uscito da Guerre Stellari!
 
NAIDurante la visita all’accademia di architettura ci ha intrigato il depliant della huis Sonneveld - una villa costruita nel 1933 in stile funzionalista (nieuwe bouwen) con lo stato dell’arte della tecnologia di allora - e abbiamo deciso prontamente di visitarla. La scelta si é rivelata oserei dire geniale: vale la pena di andare a Rotterdam anche solo per questo e se per caso un giorno vinco alla lotteria giuro che la compero e ci vado ad abitare io. Alternativamente me ne faccio costruire una copia.
 
Il committente della villa – direttore della divisione tabacchi della Van Nelle – oltre che chiaramente miliardario era anche un fanatico del progresso teconologico e sembra abbia dato ordine di arredare gli interni con le ultime novitá in fatto di design e tecnologia.
L’architetto incaricato – Leen van de Vlucht - ha fornito pertanto un prodotto “chiavi in mano” in cui tutto, dai pavimenti alle lampadine, é stato pensato, disegnato e prodotto su misura oppure fornito da produttori molto visionari come W.H. Gispen le cui lampade sono ancora oggi copiate da Artemide. Si narra che la famiglia non abbia dovuto traslocare altro che i propri abiti ed effetti personali, perché in casa c’era giá tutto.
 
Lo stile della casa é funzionale all’ennesima potenza: mobili ad incasso, enormi vetrate, sedie e tavoli squadrati dalle cromature lucenti, il tutto ancora attualissimo. Ci sono gadgets teconologici che anche oggi sono considerati avveniristici, come l’interfono, gli orologi a muro sincronizzati, il sound system centralizzato, i caloriferi tubolari con funzione di appendi-asciugamani e la doccia con idromassaggio. Per non parlare dei lussi assoluti: una stanza-guardaroba (walk-in closet), una microcucina ad incasso nella spalliera del divano per la preparazione del the e un sistema di intercapedini per cui ogni tubo della casa puó essere riparato o sostituito senza rompere i muri. Inoltre le stanze della servitú sono in tutto e per tutto identiche alle stanze dei proprietari, sia pure in versione piú basica, che per il 1933 doveva essere inaudito, tanto quanto i ben quattro bagni e le due enormi terrazze che farebbero invidia a chiunque anche oggi.
 
Arianna é rimasta affascinata dallo stile del citofono e della porta d’ingresso a cui ha dedicato almeno una decina di foto. Io che sono meno raffinata mi sono deliziata nell’aprire e chiudere tutti gli armadi a muro (é permesso) per godere delle luci interne che si illuminavano prontamente e degli spazi infiniti che si dipanavano lungo le pareti. Entrambe abbiamo concluso che i mobiletti in cucina e nella sala da pranzo sono il massino della funzionalitá unita all’eleganza e ci siamo comperate il libro-catalogo della mostra.
 
kunsthalLa prossima volta che torno a Rotterdam per lavoro invece di correre alla stazione per prendere il treno mi ci faccio un’altra passeggiata nel Museumpark. Anzi, organizzo direttamente la riunione nel giardino sull’acqua del NAI. Figata.  
 
Di paola (del 25/05/2009 @ 20:42:45, in diario, linkato 1121 volte)
Parecchie vite fa, Licia ha realizzato una campagna per la classe C della Mercedes-Benz con l’headline “Guarda Mercedes con occhi nuovi”. Lo scorso weekend l’headline mi é tornata Lange Hezelstraatprepotentemente in testa, non giá riferita al mercato automobilistico ma al paese in cui vivo, complice il weekend piú lungo dell’anno, un clima inusuale e la visita di Arianna, foriera di oltre un centinaio di fotografie che mettono la nostra casa, la cittá e i dintorni in una prospettiva assolutamente nuova. 
 
MoenestraatCon ordine. In Olanda ci sono pochissime festivitá. E’ l’unico popolo in Europa che non festeggia il primo maggio, la liberazione della seconda guerra mondiale e la vittoria della prima. Non si festeggia nemmeno assunzione, epifania, immacolata concezione, ognissanti e patrono cittadino. A parte Natale, Capodanno e Pasqua ci sono solo tre festivitá: il compleanno della regina, l’ascensione e la pentecoste. Il bello di queste festivitá é che cadono tutte intorno a maggio, in particolare l’ascensione (hemelvaart) cade sempre di giovedí, per cui il ponte é automatico - talmente automatico che molti datori di lavoro lo inseriscono nel calendario come giorno di ferie obbligatorio. La pentecoste cade sempre il lunedí due settimane dopo l’ascensione e il compleanno della regina é il 30 aprile, per cui con un po’di fortuna a maggio si lavora solo due settimane piene e il resto é una gran festa.
 
LuxE’ anche tradizione che il 30 aprile ci sia tempo splendido che poi si deteriora progressivamente fino alla pentecoste dove piove, grandina, tira vento gelido e pare di essere a novembre. Il weekend dell’ascensione é pertanto un terno al lotto, con eque possibilitá di pioggia a catinelle o sole sfolgorante e l’interessante variante dell’alternanza per cui nel giro di una giornata si apprezza un campionario di tutte le possibili condizioni meteorologiche ad eccezione forse dell’uragano tropicale. Anche quest’anno le previsioni erano piuttosto funeree (rovesci sparsi con grandine, massima 15-18°), tanto che non avevamo organizzato nulla all’aperto e stavamo compilando una lista di musei, mostre e film che avremmo potuto visitare per ammazzare il tempo tra un pasto e l’altro. Invece a sorpresa le previsioni si sono rivelate clamorosamente sbagliate e giá mercoledí pomeriggio si veleggiava verso i 24° con brezza tiepida e nuvole a cirro. Gli uccellini cinguettavano tra le foglie brillantiSint Stevenskerk di verde, le api ronzavano tra le prime rose rosse, le cicale frinivano tra i cespugli di rododendro rosa baciati dal sole e quando Arianna é scesa dall’auto e ha esclamato “Ma qui é bellissimo!” mi sono accorta di quanto avesse ragione. Ci siamo affrettati a stemperare l’entusiasmo sbandierando il giornale con le previsioni e consigliandole di portarsi dietro ombrello e maglione, ma alla fine del quarto giorno di sole sfolgorante abbiamo dovuto constatare che il nostro lato dell’Olanda é proprio una figata.
 
Grote MarktIl bello degli amici in visita é che ti costringono a soffermarti sui luoghi che frettolosamente percorri tutti i giorni per raggiungere la tua meta e ti fanno un sacco di domande al pari dei bambini. E dalle loro facce attonite capisci che il tuo quotidiano per un milanese é esotico come il Taj Mahal e che tutte le mille cose che ti sembrano scontate non lo sono affatto. A cominciare dalla larghezza delle finestre (“ma qui intere pareti sono di vetro!”) e dalla disposizione delle case (“ma qui hanno tutti un giardino?!?”) per finire con la fauna (“ma quello é uno scoiattolo?” “E quello che uccello é? Una cicogna?!? Davvero?”) e la sicurezza generale (“ma non chiudi la bicicletta?” “ma nemmeno la porta? Veramente?”). In particolare, Arianna non solo faceva domande a pioggia, ma fotografava Marieke van Nimwegenmeticolosamente e con grande professionalitá ogni dettaglio della nostra vita e dei luoghi dove abitiamo, cosí adesso posso mostrare Nijmegen in tutta la sua gloria ai miei lettori. E di colpo le strade del centro si animano di folla colorata, la statua di Marieke sul Grote Markt si rivela in tutta la sua semplicitá e perfino la gigantesca penna stilografica appesa al caffé sulla Burchardstraat sembra romantica.
 
bagelE che dire del nostro cibo quotidiano? Arianna ha gradito sia kipkerrie che insalata di tonno ed é rimasta a bocca aperta quando ha constatato che la sottoscritta é in grado di spadellare pancakes con sciroppo di mela al pari di qualunque delicatessen newyorchese. Davanti allo spartano e funzionale brunch di Oortjesekken il suo commento é stato “Non so bene come approcciare questo piatto: c’é cosí tanta roba!” e la bagel con cream cheese e salmone ha meritato addirittura una fotografia.
L’abbiamo fornita di formaggio di capra, spekulaas e digestive al cioccolato fondente per il ritorno a casa e ci siamo sentiti incredibilmente orgogliosi di vivere in questo paradiso culinario segreto. Perfino adesso che piove a dirotto e sembra novembre guardo i merli zampettare nel mio giardino e sorrido, mi tiro dietro la porta di casa senza chiudere a chiave e sorrido, inforco la bicicletta che da sei anni sta davanti a casa senza lucchetto e sorrido. Valeva la pena di emigrare!
 
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