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 ego... di paola
 
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Sono emigrata in Olanda per amore quindici anni fa. Nei primi dieci anni ho intrattenuto i miei amici sulle usanze olandesi, poi ho cercato di far loro vedere come sono assurde le vicende italiane viste da qui. Adesso racconto semplicemente quello che mi succede.

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 31/12/2009 @ 23:54:04, in diario, linkato 2823 volte)
Concludo il 2009 scrivendo le mie avventure di fine anno mentre intorno a me fiocca la neve e risuonano i botti dei primi fuochi d’artificio. Ho deciso di stare a casa e andare a dormire presto piuttosto che unirmi alla folla festante perchè sono stanchissima dopo quella che probabilmente resterà negli annali come la vacanza più costosa della mia vita: tre giorni a Londra. Ma, per citare le immortali parole del filosofo contemporaneo Johann Cruyff, ogni svantaggio ha il suo vantaggio (elk nadeel heeft zijn voordeel) e questi tre giorni sono stati una vera e propria lezione di vita. Col passare degli anni mi faccio sempre più convinta della forza del karma universale e dell’inutilità di combattere contro il proprio karma individuale: ognuno di noi ha un ruolo assegnato nell’universo spaziotemporale e il gioco consiste nello scoprire quale. Il mio ruolo per esempio è quello di guadagnare ogni soldo col sudore della fronte e di pagare il prezzo pieno per ogni necessità materiale. E’ perfettamente inutile che tenti di aggirare il destino comprando biglietti della lotteria o partecipando a giochi di fortuna: non ho mai vinto e mai vincerò nulla. E’ altrettanto inutile che mi faccia sedurre da offerte speciali e affari d’oro perchè è garantito che si riveleranno altrettante fregature. Gli unici affari d’oro sono quelli che realizzo comperando le marche più fidate e infatti sono ancora caldamente avvolta nello stesso cardigan di cachemire Pringle del 1987 che sembra nuovo, ascolto radio, CD e perfino LP e cassette ormai consunte sul mio Thorens dello stesso periodo che non ha mai perso un colpo e lavo la biancheria nella Miele che ancora non ha visto un tecnico. Insomma, nel mio caso vale il proverbio squisitamente olandese ‘goedkoop is duurkoop’ (le cose più a buon mercato sono in realtà le più care). E’ un karma difficile da accettare con serenità e fermezza in un mondo sempre più largamente composto da individui che sbandierano ai quattro venti la loro fortuna al gioco e la loro perizia commerciale: è impossibile far capire loro che devono il loro felice status ad individui come me che riequilibrano l’entropia universale, ed è altrettanto impossibile non cedere ai canti delle sirene.
 
Tutto è incominciato perchè avevo nostalgia di Londra ma mi sentivo moralmente colpevole di indulgere in una spesa così voluttuaria in periodo di crisi finanziaria. Invece che prenotare quindi uno dei miei alberghi di fiducia ho ceduto alla tentazione di consultare le offerte speciali su booking.com e dopo un lungo dibattito col vikingo – per il quale un ostello della gioventù è già una spesa stravagante - ho prenotato tre notti al Park Lane Mews in Stanhope Row, sedicente 4 stelle in una stradina dietro Piccadilly. Fin dal momento in cui ho confermato la prenotazione mi sono sentita a disagio, un disagio che ho tentato di compensare prenotando un balletto a Covent Garden e una mostra al British Museum e consultando le recensioni dei ristoranti su Time Out.
 
Arrivati nella capitale dopo un tranquillo viaggio su un puntualissimo Eurostar, ci siamo diretti armi e bagagli all’indirizzo indicato e siamo entrati nella hall dell’hotel. Qui i campanelli d’allarme hanno cominciato a suonare: la reception aveva tutti i connotati di quelle tetre pensioni per studenti che si trovano dalle parti di Notting Hill Gate o Russel Square. Ma erano già le otto di sera e Matteo era visibilmente stanco del viaggio, per cui ho azzittito i campanelli e mi sono stoicamente sottoposta al check in, pensando che in fin dei conti quando si dorme un hotel vale l’altro e si trattava solo di tre notti. Arrivati al momento di presentare la carta di credito per il tradizionale swipe mi è stata presentata invece la ricevuta da firmare con l’importo delle tre notti prelevato in anticipo. La mia cosicenza ha inizato a protestare ma ho firmato a denti stretti e ho preso la chiave della stanza. Quello che mi aspettava dietro la porta può solo trovare un corrispettivo nei libri di Dickens o nella più moderna versione di JK Rowlings: un bugigattolo di due metri quadrati in cui era stato sapientemente incastrato un queen size bed, ovvero un letto di 140x180 cm e in cui nemmeno con l’intervento di Harry Potter si sarebbe potuto inserire il letto supplementare per Matteo che avevo espressamente chiesto nella prenotazione. Una rapida ispezione nel bagno lillipuziano e nell’unico armadio a muro mi ha peraltro rivelato l’assenza di tutte quelle componenti che qualificano le quattro stelle conclamate, ovvero aria condizionata, cassaforte, phon, minibar e stirapantaloni. Inoltre la TV non funzionava e il riscaldamento era fornito da una stufetta elettrica pericolosamente incastrata tra letto e muro. Inviperita sono tornata alla reception brandendo la prenotazione e alla mia richiesta di una camera più adeguata mi è stato risposto che questa era la migliore camera a disposizione e che il letto supplementare sarebbe stato portato all’arrivo del manager notturno, cioè alle 23. Sono rimasta senza parole - come sempre di fronte ai soprusi troppo grandi - ho fatto dietrofront, convinto un riluttante Matteo che si era già installato sul letto col suo nintendo a rimettersi scarpe e giacca e siamo partiti alla ricerca di un altro hotel. Il bello di Londra è che ci sono più hotel che taxi, per cui girato l’angolo di Piccadilly avevamo solo l’imbarazzo della scelta. L’insegna dello Sheraton occhieggiava invitante e alla sontuosa reception addobbata con uno scintillante albero di natale alto cinque metri ci è stata offerta una camera grande abbastanza per contenere un letto extra, che è stato prontamente portato con molte scuse (!) e con un set di asciugamani e toiletries deliziosamente superflui. Sistemato Matteo con un toast gigante e un bicchiere di succo di mela non mi restava che tornare all’orrendo hotel-pacco e recuperare i soldi anticipati. Già sentivo dentro di me che sarebbe stata un’impresa disperata e infatti dopo molti tentennamenti e svariate contraddizioni sono stata invitata a ripresentarmi il giorno dopo. A quel punto avevo già imparato la mia prima lezione: con i soldi che mai più mi sarebbero stati restituiti avrei potuto pagarmi una suite al Mayfair e questo è esattamente quello che farò la prossima volta che torno a Londra.
 
Siccome però sono una persona coscienziosa, la mattina dopo, ancora prima di ripresentarmi all’hotel, ho chiamato la centrale VISA di Milano per notificare il comportamento scorretto dell’albergatore e controllare che i soldi anticipati fossero stati stornati come promesso. Ovviamente questo non era avvenuto, ma quello che mi ha sconvolto è stato il comportamento dell’ufficio VISA, che ha subito preso le difese dell’hotel dichiarando che in fin dei conti avevo autorizzato la transazione e che quindi erano totalmente cazzi miei. Devo dire che qui non sono rimasta a bocca aperta ma ho avuto abbastanza presenza di spirito per replicare vivacemente che se questo era il servizio fornito dalla VISA mi sarei premurata di restituire la carta di credito quanto prima e ho concluso esigendo che la mia denuncia ufficiale di estorsione da parte dell’hotel in questione venisse messa agli atti.
 
Non mi ero ancora ripresa dallo shock che mi arrivava una notizia ancora peggiore. Nella notte tra il 29 e il 30 dicembre la mia VISA era stata utilizzata per una serie di operazioni sospette negli Stati Uniti ed era stata bloccata. La notizia mi è arrivata mentre mi stavo imbarcando per riprendere l’Eurostar e alla mia richiesta di delucidazioni mi è stato reso noto che la carta era stata tempestivamente bloccata dopo che tutto il credito residuo era stato prelevato. “Mi scusi, in che senso tempestivamente?” ho chiesto a questo punto ma la mia ironia è del tutto sprecata sulle impiegate della VISA. Dopodichè la stessa impiegata mi ha informato che avevo 60 giorni di tempo per avviare la pratica di contestazione per i prelievi irregolarmente eseguiti a seguito di clonazione e che comunque lei non era in grado di garantirmi che gli importi non mi sarebbero stati fatturati. Ho passato gran parte della notte e tutta la mattina dell’ultimo giorno del 2009 in costosissime telefonate per capire che cosa devo fare e a quanto pare, se presento i chili di documentazione richiesta nei tempi richiesti ho buone speranze che i 2000 euro illegalmente prelevati mi vengano restituiti, sempre dopo averli pagati naturalmente. E a questo punto devo pure ringraziare il Park Lane Mews Hotel per non avermi restituito i soldi perchè sennò i ladri (boeven) avrebbero prelevato pure quelli. Ma ho anche il fortissimo e fondato sospetto che i due incidenti siano strettamente correlati. A detta della VISA l’unico modo di clonare una carta di credito è quello di passarla fisicamente in un apparecchio simile ai normali swipe. L’unico posto in cui la carta è stata fisicamente in contatto con uno swipe negli ultimi due mesi è il Park Lane Mews Hotel. QED.
 
Al termine di questa lunga e frustrante giornata ho preso la mia prima risoluzione per il 2010: mai più carte di credito italiane. Gli impiegati della VISA locale, tempestivamente interpellati per controllare che non vi fossero irregolarità sull’altra carta di credito, sono stati categorici nel rassicurarmi che tutte le spese fatte con la VISA olandese sono assicurate e che non avrei avuto alcun addebito nel caso di transazioni anche solo sospette. Dopodichè, senza batter ciglio o fare domande, alla mia richiesta di ridurre il credito e farmi avere un report giornaliero sui prelievi, hanno eseguito entrambe le operazioni in diretta. Ah, e qui si può contestare un prelievo indebitamente eseguito con una semplice telefonata e l’importo viene restituito entro 3 giorni lavorativi. Non ho altro da aggiungere.
 
Di paola (del 21/12/2009 @ 20:39:35, in diario, linkato 1451 volte)
Certe volte mi faccio paura. Giovedì scorso stavo pensando di scrivere un articolo sulla neve (sneeuw) e su tutte le disavventure che mi hanno portato ad odiare questo fenomeno atmosferico quando la realtà ha brutalmente bagattellizzato tutte le mie disavventure passate e ha definitivamente compromesso ogni futuro sviluppo positivo delle mie opinioni al riguardo: la neve è una calamità naturale che va eliminata quanto prima. Altro che accordo di Copenhagen: viva l’effetto serra, voglio i tropici, voglio 20° anche d’inverno!
 
C’è di bello che questa volta me la cavo a buon mercato: non devo fare altro che tradurre un paio di articoli dell’NRC – tanto non sarei in grado di esprimere lo sdegno in maniera migliore.
 
Giovedí ha nevicato. Detto cosí non fa impressione e infatti in tutto tra Nijmegen e Amsterdam saranno caduti al massimo dieci centimetri. Diversa la storia in Friesland (Frisia), dove sembra sia caduto piú di mezzo metro. Per inciso faccio notare che tutti qui se la menano a sangue col fatto che non abbiamo dei veri inverni da almeno dieci anni. Beh, dico io, allora adesso che finalmente è arrivato un vero inverno siamo tutti contenti no? No, naturalmente perchè appena cade un centimetro di neve qui le NS (ferrovie statali) vanno in tilt e giovedì non ha fatto eccezione. “Le NS onorano la tradizione del primo giorno d’inverno” titolava ironicamente uno sdegnatissimo redattore dell’NRC nella pagina dei commenti. Già al mattino la stazione di Utrecht era in pieno caos a causa di innumerevoli guasti ai cambi; alle due del pomeriggio la direzione NS ha mollato la spugna e ha annullato tutto il traffico ferroviario da e per Utrecht. Considerando che Utrecht sta al centro dell’Olanda e da lì passano tutti i treni per Amsterdam, Den Haag e Rotterdam (oltre che Eindhoven, Den Bosch, Arnhem e Nijmegen), un simile annuncio equivale a fermare tutto il traffico ferroviario nazionale. Considerando anche che le NS vogliono proporsi come alternativa verde e veloce all’auto – continuava il redattore – sarebbe opportuno che si attrezzassero per mantenere la promessa. Soprattutto perchè – continuo la citazione – la nevicata di giovedì era stata largamente anticipata, prevista e commentata con precisione eccezionale a partire dalla settimana prima. Le NS hanno avuto quindi tutto il tempo di prepararsi ad un evento ricorrente quanto la caduta delle foglie e assolutamente non eccezionale fino a dieci anni fa. Lo sdegnatissimo redattore concludeva con la tirata standard sulla privatizzazione delle infrastrutture: “Dieci anni fa tutto questo non sarebbe successo. Dieci anni fa le NS (statali) erano ancora un esempio fulgido di efficienza che perfino gli ingegneri giapponesi venivano ad ammirare.”
 
In quanto a me, grazie ad una pia collega che ha messo a disposizione la sua auto per tutte le vittime dell’NS, sono arrivata ad Utrecht in tempo per prendere al volo il primo intercity che partiva quel pomeriggio e siccome era anche l’ultimo giorno ufficiale di lavoro ad Amsterdam prima delle vacanze di Natale ho concluso ottimisticamente che questa volta mi era andata veramente bene e tutto sommato 30 minuti di ritardo (per i quali mi verrá rimborsato il 50% del prezzo pagato) non sono un dramma.
 
Libera quindi di dedicarmi all’aspetto ludico della neve (sneeuwpret) e memore dell’assalto alle slitte di gennaio, ho incaricato prontamente la fida Anoeradha di procurare una slitta al pargolo. Per la cronaca: il primo fiocco di neve è caduto a Nijmegen alle ore 14 di giovedì 17 dicembre e Anoeradha era in pista alle 13 di venerdì 18 dicembre: nemmeno volendo avrei potuto fare prima ma nonostante ciò non è stato possibile trovare una sola slitta in tutta Nijmegen.
 
Ma nove anni di permanenza nel buco del culo del polder mi hanno reso una vera belva, per cui ho subito sguinzagliato il parentado nel sud ancora verde e soleggiato e nel giro di altre 24 ore mi ritrovavo felice proprietaria di una slitta che aveva ancora le ragnatele originali del millennio scorso. Mentre i parenti trovavano la slitta, io a mia volta partivo alla ricerca dei doposci per Matteo che, come tutti i bambini, ha il brutto vizio di cambiare un numero di scarpe all’anno e che ormai non entrava nei doposci dell’anno prima nemmeno tagliandogli le dita. Dopo aver girato tutti i negozi di Nijmegen sono riuscita ad aggiudicarmi l’ultimo paio di doposci misura 34 nel negozio di articoli sportivi specializzato in trekking artico, approfittando del temporaneo smarrimento della madre concorrente alla lettura del prezzo. Ho afferrato la scatola prima che la madre concorrente si ripigliasse e sono corsa alla cassa brandendo la carta di credito come una lancia. Stanca ma felice sono tornata a casa, giusto per far indossare i doposci al pargolo e ripartire subito alla volta di Deurne per ritirare la slitta testè acquistata per procura. Appena in tempo.
 
Sabato notte ha ricominciato a nevicare e domenica mattina c’erano almeno 30 cm, che sommati ai 10 precedenti cominciavano ad assumere una dimensione di tutto rispetto perfino per gli standard del millennio scorso. Ho quindi lasciato andare al parco il vikingo e un Matteo confortevolmente infagottato nei suoi nuovi doposci - giaccavento, cappello e sciarpa dotati dal previdente Sinterklaas - per un sano pomeriggio olandese sulla nuova slitta e io mi sono dedicata alla tradizionale confezione di due chili di biscotti natalizi in tre gusti. Intanto la neve continuava a cadere inesorabile e stamattina strade, campi e giardini erano uniformemente ricoperti da una spessa coltre bianca di oltre mezzo metro.
 
Inutile dire che a questo punto è scattato l’allarme su tutte le vie di trasporto. File chilometriche sulle autostrade e – ovviamente - traffico ferroviario fermo. Io sono ufficialmente in vacanza, quindi assente giustificata, ma mi è stato detto che stamattina si è presentato in ufficio a malapena un terzo del personale in servizio. Perfino gli abitanti di Amsterdam non ce l’hanno fatta a raggiungere l’ufficio in bicicletta e quando questo succede si sa che le condizioni meteorologiche sono veramente gravi. Io dovevo solo fare due cose: portare Matteo a giocare da un suo amichetto che abita nel quartiere limitrofo e andare a fare le spese per il cenone del 24.
 
Ci ho impiegato esattamente 3 ore e 45 minuti.
 
Confermo quello che già sospettavo nel 2000: la smart non è fatta per la neve. Ho spalato neve dall’uscio di casa fino a metà strada per consentire alla smart di immettersi nelle carreggiate disegnate dalle altre auto ma anche così non son riuscita a fare un metro. Se non fosse stato per due pietosi vicini che mi hanno spinto fino alla statale sarei ancora a sgommare nella nostra strada privata. Dopo meno di un km ho dovuto abbandonare la smart sul ciglio della statale e proseguire a piedi fino alla piazzetta dove abita l’amichetto di Matteo perchè non c’è stato verso di farle fare l’ultimo pezzo di strada interna piena di neve. Poi ho impiegato mezz’ora per arrivare al super a 20km/h sulle strade scivolosissime, slittando ad ogni curva e quando mi sono immessa sulla stradina del parcheggio ho capito di aver fatto l’errore più grave della giornata: il parcheggio e i vialetti di accesso interni non erano stati liberati dalla neve! Ma come è possibile, dico io? Il supermercato più grande della città, alla vigilia di Natale? Mi sono impantanata subito, creando un graziosissimo ingorgo che si è risolto quando un gentile signore è sceso da un’auto in coda e mi ha dato una robusta spinta fino al primo vialetto interno. Poi il gentile signore si è letteralmente lavato le mani dalla neve e se ne è andato, lasciandomi impantananta in mezzo al vialetto. Ogni dieci secondi venivo gentilmente invitata a togliermi di lì senza che nessuno mostrasse di volermi aiutare e ogni venti secondi una signora ultrasessantenne visibilmente scandalizzata mi informava che ero contromano (informazione oltretutto falsa, ma transeat). Dopo moltissime implorazioni di aiuto sono riuscita a farmi spingere da due gentili signorine fuori dal vialetto per ritrovarmi sul piazzale interno del super. Adesso dovevo solo curvare e ripercorrere il vialetto parallelo per uscire. Questa volta veramente contromano, perchè in quelle condizioni non avevo il lusso di poter scegliere il vialetto d’uscita più appropriato. Un riluttante ragazzotto mi ha dato una spinta per circa due metri, poi si è girato e se ne è andato lasciandomi impantanata a venti metri dall’uscita. Se non fosse stato per due robusti rappresentanti del sottoproletariato urbano che secondo me erano angeli in incognito (infatti, che ci facevano due sottoproletari chiaramente disoccupati nell'enclave borghese della città?) sarei ancora lì a farmi insultare da tutta la Nijmegen-bene. Tremando mi sono reinserita sul viale d’uscita e dopo molte sgommate, slittate e scodate, son riuscita a superare l’ultima barriera e ritornare sulla strada di scorrimento. Arrivata a casa non ho nemmeno tentato di entrare nella strada privata: ho chiamato i vicini che avevo appena omaggiato di biscotti fatti in casa e mi sono fatta spingere fino al parcheggio. Dopodichè sono andata a far la spesa al super locale, a piedi e con lo zaino da alta montagna.
 
Al ritorno ho sfogato tutta la mia frustrazione repressa spalando l’intera strada privata. Di tutti i vicini solo una ragazza sulla trentina mi ha dato una mano, anche lei reduce da un’allucinante avventura all’Albert Heijn e anche lei esterrefatta quanto frustrata dalle deplorevoli condizioni del parcheggio. Tutti gli altri vicini si sono limitati a guardarmi con scherno e a commentare che era tutto inutile perchè per togliere la neve ci voleva lo spazzaneve. Tipico atteggiamento maschile. Intanto lo spazzaneve non si è appalesato e stasera è prevista altra neve. Se non avessi spalato la strada domani ci saremmo trovati con un metro di neve davanti alla porta.
 
Le NS hanno sconsigliato i viaggiatori di prendere il treno anche domani e io ho prontamente commutato tutti gli appuntamenti di lavoro in teleconferenze senza battere ciglio (essere ufficialmente in vacanza non esula dagli appuntamenti indetti dai clienti – ndr). Finchè funzionano radio, TV, internet e telefono non mi muovo di qui. E mi faccio portare a casa la spesa dal servizio a domicilio del super.
 
Di paola (del 17/12/2009 @ 23:09:30, in diario, linkato 3074 volte)
L’olandese, da buona lingua anglosassone, conosce molte parole impronunciabili ma questa volta trattasi di neologismo: verkersteren vuol dire letteralmente natalizzare, ovvero dare un tono natalizio agli oggetti quotidiani. Ho scritto non più tardi di tre settimane fa che ci si avviava alla festa più sentita dell’anno con spirito austero consono alla crisi, beh, nel giro di tre settimane è cambiato tutto! Sint Nikolaas era appena ripartito per la Spagna a bordo del suo battello a vapore vuoto e qui le strade si riempivano di sontuose decorazioni natalizie. Dico sontuose perchè in nove anni questa è la prima volta che son rimasta a bocca aperta. Il Natale – almeno fino a quest’anno – è una festa piuttosto austera, soprattutto nel Nord protestante, ma anche nel Sud cattolico si celebra più che altro in casa e le luminarie stradali rimangono contenute – diciamo, meno appariscenti di quelle per i mondiali di calcio. Invece già settimana scorsa il centro di Nijmegen era un tripudio di rami di vischio, corone di aghi di pino, nastri colorati, alberi illuminati e impallinati da far quasi impallidire Londra e New York; perfino presepi viventi con tanto di cori natalizi in costume e un clone di Babbo Natale a spasso con una vera renna! Non posso credere che tanta opulenza sia stata scatenata dalle notizie sempre più rassicuranti dell’NRC che siamo davvero fuori dalla crisi finanziaria e che il mercato del lavoro sta ripartendo, ma qualunque sia la causa di tanta abbondanza colgo l’occasione per aggiornarvi su un argomento da tempo promesso ovvero le fondamentali differenze culturali tra il Nord protestante ed il Sud cattolico.
 
Premetto che il vikingo è originario del Brabante, il cui capoluogo (Eindhoven, sede della Philips e del PSV) dista solo 125 km da Amsterdam, ma qui equivale a dire che è un terrone con tutti gli annessi e connessi. Il Brabante è terra di contadini cattolici e si contraddistingue per le famiglie prolifiche oltre che per l’ospitalità burgondica. La religione qui è una cosa seria anche senza bisogno di crocifissi in classe, quindi se sei cattolico per definizione non utilizzi contraccettivi e le povere donne fino alla generazione del dopoguerra sfornavano un figlio all’anno fino alla menopausa: la madre del vikingo ha 12 fratelli e se pensate che sia un’eccezione vi rendo noto che la vicina ne ha 14. Fortunatamente il ’68 è stato una mano santa e ha dato un taglio a queste usanze barbare: il vikingo ha una sola sorella e solo un cugino dei 50 ancora viventi sembra proseguire nella tradizione con (al momento) quattro rampolli. Quattro sembra essere attualmente il numero magico per le famiglie cattoliche, tre il numero magico per le famiglie protestanti, due e uno sono appannaggio delle classi urbanizzate agnostiche e anche se casualmente mi trovo in una cittadina di 100mila abitanti nel cuore della terronia cattolica questo non cambia il mio status di stadmeisje (ragazza di città) internazionale, ne’ tantomeno quello di atea praticante.
 
Chi vive in paesi a religione unificata non può capire che cosa sia l’orgoglio religioso nei paesi anglosassoni, dove cattolici e protestanti convivono a denti stretti dai tempi di Lutero e fino al ’68 avevano codici comportamentali da far invidia a Montecchi e Capuleti. In particolare qui coesistono due tipologie di protestantesimo: il comune calvinismo e la variante più radicale, i riformati (per intenderci tipo Amish e mi perdonino i puristi). I riformati sono una sorta di paria, un blind spot che tutti fanno finta di non vedere ma che è profondamente radicato nella locale Bible Belt che va dallo Zeeland all’Overijssel passando per alcune provincie del Gelderland (in particolare Ede e Barneveld). Perfino il vikingo - che certo non è un cattolico praticante – non perde occasione di schernire questa setta anacronistica in un paese ormai largamente ateo (44% secondo le ultime stime): invitato al matrimonio di un suo collega riformato, al ritorno ha commentato: “Mi sono divertito di più al funerale di mia zia.” Il mio comico preferito ha recentemente dichiarato: “Nella versione per la comunità riformata, il nuovo dizionario della lingua olandese non comprende le parole pene, vagina e masturbazione. Incesto e aborto clandestino invece hanno una descrizione ampliata.” E mi fermo qui.
Sull’Olanda calvinista ho dato un ampio resoconto nel 2002 e constato alla vigilia del mio decimo anno di permanenza che da allora ben poco è cambiato. Ricerche recenti sui trends di consumo confermano che per l’olandese medio un ‘ampio assortimento’ nei supermercati è funzione del numero di varianti della zuppa in scatola e dell’hagelslag. Ho lavorato per anni per un importatore che ha cercato inutilmente di educare le masse a variare il menú standard AGV (aardappelen groente vlees = patate verdura e carne, il tutto rigorosamente lesso o stufato) con riso o pasta e si è arreso all’evidenza che l’unica variante di riso accettata qui è quella che cuoce in 8 minuti nel microonde: una schifezza immangiabile per il resto del mondo.
I cattolici invece banchettano con zuppa fatta in casa e riso in bianco, una stravaganza pari al caviale - che non é in vendita, nota bene - e trovano occasioni di giubilo perfino ai funerali, dove una considerevole parte di tempo viene dedicata alla versione nordica del ‘consuolo’ – fantastica tradizione mediterranea consistente in un banchetto preparato da amici e vicini di casa - durante il quale è di rigore ricordare i momenti più divertenti della vita del morto. Tra i riformati una simile pratica non solo è impensabile, ma meriterebbe la lapidazione.
 
Ma tornando ad eventi più lieti, per i riformati Natale si limita alla messa di mezzanotte condita da un robusto digiuno penitente prima e dopo, in quanto nei giorni dedicati al Signore è vietata qualunque attività compreso acquisto e preparazione di cibo. Per i calvinisti invece il Natale si traduce nella cena del 24 che, a differenza del menù standard AGV, comprende vol au vents o salmone affumicato, selvaggina o tacchino con composta di cranberry e una torta tipo panettone con un ripieno di marzapane, insomma: un comune pranzo domenicale italiano. Per i cattolici invece il Natale è una girandola di inviti a pranzi e cene con una decina di portate che non sfigurerebbero nemmeno in Italia. E’ bene peraltro notare che delle poche festività in calendario solo Natale viene celebrato con una cena. A Pasqua ci si limita a far colazione con uova e panini dolci al posto della quotidiana fetta di pane integrale con sottiletta di gouda e per Koniginnendag più che altro si beve. Ma perfino in questo il sud cattolico si differenzia: per Pasqua la colazione viene sostituita da un ricco brunch a buffet in un ristorante e si beve anche a Carnevale e l’11 novembre, giorno dell’elezione del Principe di Carnevale.
 
E per concludere, in una famiglia del sud cattolico un invito a prendere un caffé o a giocare a carte è un’occasione per preparare minimo una torta e svariati stuzzichini caldi. Un invito a cena invece prevede come minimo quattro portate, ma spesso e volentieri cinque o sei. In una famiglia protestante è preferibile astenersi dall’accettare inviti o mangiare prima.
 
Capite ora perchè i cattolici vengono definiti i terroni d’Olanda. Meno male che esistono!
 
Di paola (del 28/11/2009 @ 22:02:57, in diario, linkato 1046 volte)
Sint en PietSanta is back in town! Ovvero, l’unico e originale San Nicola alias Sint Nicolaas alias Sinterklaas alias Santa Claus nella versione americana, vescovo di Myra (Turchia) nel quarto secolo a.D. e per ragioni imperscrutabili ora residente in Spagna, da dove ogni anno parte con un battello a vapore pieno di regali per i bimbi olandesi, è sbarcato a Schiedam il 21 novembre, accolto da sindaco, banda comunale e una folla di 40.000 strooigoedbimbi urlanti. Di questa ricorrenza ho parlato ampiamente praticamente ogni anno da quando sono qui e in particolare l’anno scorso, per cui quest’anno lascio parlare le immagini, sotto forma di fotografie prese durante l’allestimento dei supermercati Albert Heijn, che anche quest’anno viene prodotto dalla spettabile ditta per cui ancora lavoro nonostante le due ristrutturazioni a seguito della crisi finanziaria.
Qui tutti dicono che la crisi è finita ma a dir la verità non si nota e nemmeno i vivaci addobbi festivi riescono a mascherare il profondo stato di sconforto di questo paese fondato sul commercio e sulle banche. La DSB è definitivamente fallita e con lei l’intero impero economico di Scheringa, la nazionalizzata ABN Amro ha avuto la sua seconda iniezione di capitale dopo aver riportato perdite astronomiche anche nel 3° trimestre e previsioni di perdite per tutto l’anno prossimo, le altre banche stanno metaforicamente col culo stretto sperando che nessuno faccia l’onda. Intanto l’onda è arrivata da Dubai e secondo me lunedì ci aspetta una bella mazzataschoentjes: il titolo in prima pagina del serissimo NRC, giornale finanziario: “I creditori di Dubai World possono dire addio ai loro soldi”. La disoccupazione è salita al 5% - livello assolutamente inaudito per questo piccolo stato capitalistico - il NRC prevede funereamente che non ci saranno opportunità di lavoro per i giovani fino al 2014.
SchoenenhuisSul fronte influenza messicana invece, dopo innumerevoli tentativi di terrorizzarci con previsioni catastrofiche, mappe del contagio e bollettini online, è finalmente trapelata la notizia che i decessi causati dall’H1N1 sono largamente inferiori a quelli della comune influenza annuale. Finora il numero delle vittime è 28, contro le oltre 800 dell’influenza dell’anno scorso. Anche i ricoveri ospedalieri, dopo un minuscolo picco (359) smisuratamente ingigantito dalla stampa, sono già in discesa. Della tanto temuta pandemia non si è visto nulla, i piani di contingenza per il 33% dei previsti assenti dal lavoro nelle industrie sono stati buttati nella monnezza quando è stato reso noto che la percentuale di assenze per malattia a novembre è stata dello 0,1% e la stessa fine avrebbero dovuto fare i 16 milioni di vaccini ordinati a giugno e arrivati quando ormai l’epidemia era quasi finita. schoenen
Ma ormai erano stati comperati e quindi adesso andavano consumati, per cui il governo ha emanato l’ennesimo protocollo rendendo obbligatoria la vaccinazione per tutti i bambini tra 6 mesi e i 5 anni. Fortunatamente Matteo è sopra il limite e il giorno in cui gli altri bimbi hanno ricevuto la cartolina di prescrizione ha avuto 39º di febbre e tutti i sintomi correlati, vanificando così ogni eventuale futuro piano del governo di alzare la soglia d’età. Per mettervi tranquilli vi dico anche che mai e poi mai avrei fatto vaccinare mio figlio, dopo aver sentito con queste orecchie il ministro della sanità dichiarare alla radio nazionale che il vaccino era sicurissimo e che in Italia era già stato somministrato due settimane prima a 2 milioni di bambini e che non risultavano reazioni o complicazioni (conservo il podcast a futura memoria). Ho prontamente telefonato in patria e mi è stato confermato quello che già temevo e cioè che la somministrazione del vaccino era appena iniziata, quindi adesso ho la prova che il nostro ministro della sanità è un bugiardo.
In compenso, a vaccinazione ultimata, si constata in tutti gli asili nido e scuole elementari un singolare picco di reazioni allergiche (718), che è il linguaggio politico per dire che i bimbi vaccinati adesso hanno tutti l’influenza, ma per la perversione delle relazioni pubbliche i casi di influenza dei bimbi vaccinati non possono essere registrati come tali, per cui adesso che veramente è arrivata l’epidemia - causata dal vaccino - i giornalisti sono obbligati a dire che tutto è sotto controllo. Le mappe del contagio e i bollettini online sono tutti spariti e per trovare notizie sull’influenza devi cliccare almeno tre livelli sotto la homepage dei quotidiani online. Vi giuro che è tutto sacrosantamente vero e con questo ogni residuo di fiducia che ancora potessi nutrire nei confronti degli enti statali e governativi locali è definitivamente sparito.
il bastoneRestando (o tornando) in tema Sinterklaas, una proposta parlamentare vuol togliere la croce dalla mitra del nostro in virtù della convivenza multietnica. Voi tutti sapete quanto io sia favorevole alla separazione della religione dalla vita pubblica anche in assenza di convivenza multietnica, ma a tutto c’è un limite. Sinterklaas era un vescovo cristiano e la sua icona storica dal XIV secolo prevede una palandrana rossa, guanti bianchi, anello di rubino, mitra e bastone. Sulla mitra c’è la croce e il bastone ha il manico arricciato. La versione multietnica di Sinterklaas esiste già: si chiama Santa Claus, ha il costume Zwarte Pietdisegnato dal marketing della Coca-Cola, arriva sulla slitta trainata da sei renne il 24 dicembre e porta regali a tutti i bambini che non vivono in Olanda.
O si dice chiaramente che Santa e Sint sono la stessa cosa o si lascia la croce sulla mitra di Sinterklaas. Altrimenti, come dice il mio comico preferito, perchè mai si dovrebbe chiamare Sinterklaas? In nome della convivenza multietnica chiamiamolo El Sinter, facciamolo venire in aereo invece che in battello a vapore, accompagnato da sei guardie del corpo con auricolare e giubbotto antiproiettile al posto degli Zwarte Pieten e facciamo distribuire i regali dalle sue venticinque mogli. Semplicemente ridicolo. Non toccatemi Sinterklaas!
 
Di paola (del 15/11/2009 @ 00:05:00, in diario, linkato 1309 volte)
Da molti anni sospetto che gli anglosassoni non siano onesti come vogliono far credere a noi decadenti popoli mediterranei ed ora ne ho la prova.
Giovedì si è concluso un tragico percorso, durato due anni e mezzo e costato ben 840 euro, finalizzato a far prendere il diploma A di nuoto a mio figlio, senza il quale nessuno è autorizzato a nuotare in alcuna piscina olandese senza salvagente e supervisione di uno dei genitori. E siccome qui siamo a più di 1000 km dal Mediterraneo e nessun genitore sano di mente farebbe nuotare i propri figli minorenni nel mare del Nord, il diploma A è assolutamente indispensabile per consentire ai pargoli di poter usufruire delle numerose e attrezzatissime piscine. Ma torniamo al punto. Il diploma A si ottiene esclusivamente dopo un corso di nuoto effettuato da insegnati abilitati nelle piscine comunali, con un rigido protocollo che prevede cinque livelli di abilità natatoria, dal semplice stare a galla senza affogare fino a prodezze degne di Esther Williams.
 
In poche parole, dal momento in cui il pargolo viene iscritto alle lezioni settimanali occorre solo sperare che l’affare sia rapido ed indolore. Ovviamente non lo è.
 
Il pagamento delle lezioni è trimestrale e anticipato e se il bimbo è malato o in vacanza il denaro non viene restituito. Ogni madre sa che questo equivale allo strozzinaggio perchè i bimbi tra 4 e 6 anni sono malati in continuazione e se non lo sono lo diventano rapidamente dopo la frequentazione delle colture batteriche che sono le piscine pubbliche in inverno. Inoltre, ogni due mesi qui i bimbi sono in vacanza e il 90% delle famiglie ne approfitta per andare in luoghi di villeggiatura dal clima più temperato, quindi è già un successo se il bimbo fa la metà delle lezioni pagate ogni trimestre. Infine, quando il bimbo riesce a superare un livello si deve riscrivere per il livello successivo e 9 volte su 10 viene messo in lista d’attesa o viene spostato di giorno e orario, cosicchè il corso di nuoto si trasforma rapidamente in una corsa ad ostacoli per bimbi e genitori.
Questo sarebbe ancora il meno se gli insegnanti di nuoto non fossero particolarmente puntigliosi nel giudicare l’abilità natatoria dei piccoli e naturalmente il loro giudizio è assoluto e insindacabile. Per cui, anche se il piccolo nuota come un delfino in piscine e mari tropicali, questo non conta niente ai fini del suo progresso per l’ottenimento del diploma in patria. E se all’inizio tutti i genitori si armano di santa pazienza e sorridono all’ennesimo giudizio negativo dell’insegnante di turno, dopo due anni e 700 euro cominciano a diventare impazienti. La primavera scorsa, dopo svariati tentativi di capire perchè Matteo fosse fermo da più di sei mesi al terzo livello nonostante perfettamente in grado di eseguire tutti gli esercizi proposti, ho mandato avanti il vikingo nella speranza che l’intervento di un autoctono facesse chiarezza. Il vikingo è partito armato di determinazione ed è tornato incazzato come un bufalo. Apparentemente l’insegnante aveva ammesso l’abilità tecnica del piccolo ma lo giudicava troppo pigro (sic) per poterlo passare al quarto livello. A nulla sono valse le rimostranze del vikingo e la sottoscritta ha pagato a denti stretti un nuovo ciclo trimestrale di lezioni. Poche settimane dopo il piccolo è stato promosso al quarto livello, dove è rimasto fino all’inizio del nuovo anno scolastico. Nel frattempo eravamo stati a San Remo, dove Matteo aveva stupito tutti con acrobazie acquatiche che nessuno di noi sarebbe in grado di emulare.
Potete capire quindi che al rientro dalle vacanze eravamo fiduciosi in un rapido passaggio al quinto ed ultimo livello, propedeutico all’esame finale. Ci attendeva una sgradevole sorpresa. Il maestro non era d’accordo con la nostra visione dei fatti e riteneva che il bimbo avesse bisogno di più lezioni. Fortunatamente il programma scolastico della seconda elementare prevede un’ora di nuoto alla settimana per cui Matteo ha raddoppiato la sua presenza in piscina da settembre e questo pare aver convinto il maestro che dopotutto Matteo poteva passare al quinto livello. A questo punto abbiamo tirato un sospiro di sollievo e ci siamo preparati spiritualmente alla cerimonia del diploma che si sarebbe tenuta dopo le vacanze di ottobre. Ma la settimana prima delle vacanze il vikingo è tornato dalla lezione di nuovo incazzato come un bufalo e ha dichiarato che non voleva più avere nulla a che fare con gli insegnanti e i corsi di nuoto comunali. Raramente ho visto mio marito così agitato e ci son voluti tre quarti d’ora per calmarlo e farmi spiegare la causa di tanta indignazione. Apparentemente il maestro del quinto livello non giudicava Matteo in grado di sostenere l’esame a novembre e non sapeva dire quando il lieto evento si sarebbe potuto realizzare. L’ultimo ciclo di lezioni da noi pagato era scaduto proprio quel giorno e il vikingo si era rifiutato di pagare un nuovo trimestre: Matteo stava già seguendo le lezioni di nuoto scolastiche e queste, secondo il vikingo, sarebbero state sufficienti a fargli prendere il diploma. A quel punto ho avuto una visione epifanica, ho correlato le date dei pagamenti delle lezioni con le date dei passaggi di livello, ho sorriso al vikingo e gli ho detto di non preoccuparsi. Al rientro dalle vacanze abbiamo pagato un trimestre di lezioni e la settimana dopo, cioè giovedì, Matteo ha preso il diploma A. Inutile dire che il denaro pagato non ci è stato rimborsato e che può essere utilizzato solo se Matteo si iscrive alle lezioni preparatorie per il Diploma B.
 
Vi posso assicurare che il mio non è un caso isolato. Le mie amiche italiane residenti qui hanno avuto la stessa esperienza ed una di queste mi ha chiesto candidamente perchè non avessi fatto prendere a Matteo tre lezioni private prima di ogni prova per il passaggio di livello. Nella sua piscina lo fanno tutti ed è la migliore (= unica) garanzia di un giudizio positivo. Ecco che cosa intendevano i maestri quando mi dicevano che Matteo aveva bisogno di più ore di nuoto per essere promosso! E io imbecille a portarlo a nuotare la domenica e in ogni vacanza! Avrei potuto cavarmela con molto meno sbattimento se avessi capito che gli olandesi non sono più onesti di noi, sono solo diversamente corrotti.
 
Di paola (del 08/11/2009 @ 18:50:25, in diario, linkato 1167 volte)
L’Olanda è il paese delle mezze stagioni: l’inverno non è più quello di una volta e l’estate dura poche settimane, in compenso l’autunno (herfst) comincia a fine agosto e dura fin dopo Natale, mentre la primavera si protrae fino a luglio. Il mese più freddo è febbraio e quello più caldo probabilmente agosto ma non saprei dirvi con certezza. In ogni caso, l’autunno è arrivato in tutto il suo tripudio di colori e da settimana scorsa piove e le giornate sono sempre più corte. Inoltre cominciano a cadere le foglie e se questo vi può sembrare banale vi assicuro che qui è un affare serissimo. Tanto serio che la nettezza urbana installa ogni anno grossi container di rete metallica ad ogni angolo di strada, destinati a contenere le foglie cadute, con tanto di etichetta prestampata “quando il container è pieno si prega di telefonare al numero verde per la sostituzione” e posso testimoniare che i container si riempiono settimanalmente. Del resto la vegetazione olandese è quasi interamente composta di alberi ad alto fusto e foglie caduche. Pini, abeti e cipressi sono praticamente sconosciuti, in compenso querce, platani, tigli, betulle e aceri sono comunissimi e molto numerosi e questo significa che quando cadono le foglie le strade e i prati si riempiono come dopo una nevicata.
 
La caduta delle foglie ha ripercussioni serie anche sul traffico ferroviario in quanto pare ci sia rischio di deragliamento quando i binari si riempiono di foglie mentre piove. I binari scivolosi (gladde sporen) sono la tradizionale ragione addotta per giustificare i numerosi i ritardi dei treni in questo periodo, tanto che l’opinione pubblica da anni chiede che le NS (Nederlandse Spoorwegen ovvero ferrovie statali) facciano qualcosa di concreto invece di farsi puntualmente sorprendere da un evento sì prevedibile e ricorrente. Non vi dico il tripudio dei viaggiatori quando a settembre è stato annunciato che le NS avevano progettato e messo in opera degli speciali spazzafoglie destinati a ripulire i binari. Da allora i treni non ritardano più per le gladde sporen ma perchè devono aspettare che lo spazzafoglie abbia finito di togliere tutte le foglie dai binari. Poi piove di nuovo, cadono altre foglie e il gioco ricomincia. Insomma, viaggiare con le NS è sempre un’esperienza ricca di sorprese e di umorismo – del tutto involontario, di questo son sicura.
 
L’umorismo deliberato è invece quello che accompagna i format televisivi della nuova stagione, che ogni anno si conferma peggiore della precedente, tanto che mi chiedo quanto ancora posso resistere prima di arrendermi alla pay TV. Ormai il prime time è infarcito fino a scoppiare di tutti quei formats che esaltano la mediocrità e la deficienza cerebrale mascherandola dietro il pretesto - più sottile del cervello delle veline – della gara di talenti amatoriali. Ho iniziato il diario di quest’anno con il resoconto del successo di Boer Zoekt Vrouw, entrato trionfalmente nella sua quinta stagione sfondando il tetto dei 4 milioni di ascoltatori (33% di share). Probabilmente dovrò concludere l’anno constatando che, nel contesto dell’odierna offerta, BZV si può considerare televisione di qualità. Mi stupisco peraltro che i miei amici di Facebook, di cui solitamente ho un’altissima opinione, stiano facendo girare, debitamente corredato di commenti scandalizzato-indignati, un video di sedicenti provini per uno di questi formats, in cui un campionario di cerebrolesi si cimenta in esercizi di stile decisamente superiori alle loro forze, ovvero la descrizione dei propri hobbies, passatempi, occupazioni e ambizioni. Mi stupisco che che i miei amici lascino trapelare l’opinione mascherata dal timore che questi provini siano rappresentativi della media della popolazione, quando dovrebbe essere chiaro almeno a loro che simili freaks sono stati accuratamente selezionati da produttori televisivi senza scrupoli per essere dati in pasto alle audicences televisive come un tempo si dava in pasto al popolo l’impiccagione, la decapitazione o l’impalamento dei criminali comuni. Repetita juvant, quindi ribadisco quel che ho detto a gennaio, citando il bellissimo Chart Throb di Ben Elton, che dovrebbe essere lettura scolastica obbligatoria tanto quanto la visione di Videocracy.
 
Lo scopo delle gare di talenti amatoriali è proprio quello di collezionare, tramite i cosiddetti provini, un numero sufficiente di personaggi in grado di suscitare nell’individuo medio tre emozioni ben precise e cioè scandalo e orrore per la loro evidente inferiorità, i quali generano un senso di superiorità che ci gratifica e anestetizza temporaneamente tutti gli aspetti meno soddisfacenti della nostra condizione sociale. I romani avevano portato questa tecnica a livelli di altissima arte nei giochi circensi; ai miei tempi si imparava in prima media che Nerone ha scientemente dato in pasto ai leoni centinaia di cristiani unicamente allo scopo di tener buoni i romani incazzati per l’incendio di Trastevere.
 
Noi ci consideriamo civilizzati ma le nostre emozioni non sono andate oltre l’età delle caverne e prendere in giro lo scemo del villaggio è la forma più basale di autogratificazione. La televisione ha sostituito il Colosseo e diffondere i provini dei formats à la Idols è l’equivalente civilizzato di giocare a palla con la testa dei giustiziati.
 
Di paola (del 14/10/2009 @ 21:25:24, in diario, linkato 986 volte)
É arrivato e passato il compleanno di Matteo lasciando dietro di sè una scia di regali e avanzi. Io naturalmente esausta ma questo è il meno. Quest’anno è accorsa mia madre in aiuto e ormai sono talmente ben organizzata che mi sono addirittura potuta permettere di preparare una quindicina di animaletti origami per la festa a scuola. Ricordo infatti ai miei nuovi lettori che il compleanno infantile olandese prevede ben tre feste: quella per i compagni di classe, quella per gli amichetti e quella per parenti e amici dei genitori. La festa per parenti e amici è una formalità estenuante di cui ho parlato diffusamente a settembre, in compenso la festa per gli amichetti e la festa a scuola possono essere molto divertenti se si usano un paio di astuti accorgimenti e cioè, primo, organizzare la festa in una sala giochi con pacchetto all-inclusive e, secondo, comperare presenti e dolci già confezionati negli appositi negozi o, meglio ancora, farseli recapitare a domicilio dall’ottimo servizio online. Cosa che ho puntualmente fatto e così venerdì sera ci siamo allegramente dedicati al confezionamento di ventiquattro presenti per gli amichetti di Matteo e per i figli di parenti e amici, sabato pomeriggio abbiamo trasportato dieci ragazzini urlanti al Jungle Town dove per due ore hanno potuto dar libero sfogo alle energie stimolate dalla rituale overdose di zuccheri e domenica sera, dopo la festa per parenti e amici, abbiamo preparato il vassoio dei dolci e dei presenti che il vikingo e mia madre hanno recapitato lunedì in classe mentre la sottoscritta si faceva il solito mazzo ad Amsterdam in compagnia di un nutrito assortimento di brand managers rampanti.
 
Mentre noi ci affaccendavamo tra tortine, origami e lasagne, nel resto del paese si consumava una tragedia ben più grossa e cioè il fallimento della più importante banca privata locale, la nostra piccola Lehmann: la DSB. Il padre-padrone della DSB, Dirk Scheringa, è anche sponsor della squadra di calcio AZ – vincitrice dello scudetto la scorsa stagione – e della squadra olimpica di pattinaggio sul ghiaccio e il vikingo ha commentato cinicamente che i quotidiani stanno dando più spazio ai problemi di finanziamento di queste ultime invece di occuparsi dei ben più seri problemi dei 35mila clienti della banca che da ieri non possono più accedere ai loro soldi. Devo dire che perfino io sono rimasta sconcertata dalla freddezza degli articoli sui tabloids che ieri pubblicavano una concisa e compatta F.A.Q. per i clienti della banca, la prima delle quali era: Q: Posso ancora usare il bancomat della DSB? A: No. Da domani mattina alle 8.00 anche l’uso del bancomat è bloccato.
Anche. Infatti lunedì è stato bloccato l’accesso ai depositi e conti a risparmio e i clienti hanno avuto solo un giorno di tempo dall’annuncio del possibile fallimento alla chiusura degli sportelli per ritirare i loro soldi o per girare i loro stipendi sul conto corrente di un’altra banca. Io avrei volentieri visto stampata la risposta alla sicuramente F.A.Q. corollaria alla prima Q: E allora come faccio a fare la spesa? A: cazzi tuoi. E’ stata sicuramente censurata ma questo è il succo della faccenda. Sui giornali di oggi troneggiano titoli cubitali che il governo sta provvedendo a liberare i fondi dei conti bloccati (ma non dei mutui e dei depositi vincolati) fino ad un massimo di 100mila euro, che è una bella notizia ma non è chiaro quando questi fondi saranno disponibili e io ho visioni tragiche di bambini che muoiono di fame di fronte ai supermercati traboccanti di ogni ben di dio come la piccola fiammiferaia. Lo so che è una reazione emotiva totalmente irrazionale ma da quando son madre la razionalità è uscita dalla top 10 dei miei sentimenti.
 
Razionalizzando, che la DSB avesse problemi era già chiaro ad aprile, quando ben due programmi televisivi nazionali di difesa del consumatore hanno esposto dettagliatamente gli imbrogli e i ricatti a cui i clienti della banca venivano sottoposti. Dopo l’estate i problemi si sono acuiti enormemente e infatti il catalizzatore del fallimento è stato – come sempre – la corsa dei clienti al ritiro dei soldi. Pare che dall’inizio di ottobre siano stati ritirati qualcosa come 600 milioni di euro e questo per una banca locale con un utile di 405 milioni nel 2008 sarebbe letale. Quel che è certo è che le sei banche chiamate a consulto dal ministro delle finanze nel weekend hanno preferito accollarsi l’onere di reperire i fondi per onorare i conti correnti fino a 100mila euro, come previsto dalla legge a seguito di un fallimento, piuttosto che rilevare la DSB accollarsi tutte le rotture di contratto e le cause per danni dei clienti inviperiti. Come si dice in gergo: il danno d’immagine è troppo grave e la quantità di mutui tossici è troppo alta. Vi risparmio le mie visioni al proposito.
 
Razionalizzando ulteriormente, sapendo quel che si sapeva della DSB già prima dell’estate, chi ha caparbiamente mantenuto in quella banca più di 100mila euro in un conto, mutuo o deposito a risparmio si merita di perderli. E’ stato infatti chiaramente dimostrato che nei mutui della DSB venivano incluse una serie di polizze assicurative obbligatorie, carissime quanto inutili, che facevano lievitare gli interessi a livelli da strozzinaggio e che nei depositi vincolati ci fosse una clausola che svincolava la banca da ogni impegno in caso di fallimento (!), quindi in teoria nessuna persona sana di mente (e soprattutto tirchia come gli olandesi) si sarebbe sognata di affidare i propri soldi a quella banca, ma temo che i clienti della DSB siano gente che non guarda le trasmissioni TV sui diritti dei consumatori, non legge i quotidiani nazionali e soprattutto è uscita da una di quelle scuole tecniche di cui vi ho parlato settimana scorsa: gente che non sa fare i conti, che si è lasciata abbindolare dalla dialettica di un venditore abile e spregiudicato e soprattutto dall’immagine pubblica di Dirk Scheringa, santo patrono degli sport più popolari d’Olanda, un demagogo nato che solo sei mesi fa - alla faccia delle critiche sempre più forti e frequenti - proclamava pubblicamente “Se lasciassero fare a me risolverei questa crisi finanziaria in tre mesi”.
 
Gente che adesso probabilmente rimarrà senza casa mentre non ci sono dubbi che il Dirk nazionale se la caverà al termine di un lungo processo con 30mila euro di multa (Ahold docet): noccioline per uno che ha un patrimonio stimato di 500 milioni, si è dato un bonus di 11 milioni a dicembre del 2008 e che si è dichiarato scioccato dalle pratiche stozzine dei suoi managers, pratiche di cui ovviamente lui era del tutto all’oscuro come io sono Cappuccetto Rosso. La cosa che più mi sgomenta in questa squallida faccenda è che l’opinione pubblica - e con questo non intendo giornalisti e intellettuali, ma il cliente medio della DSB - crede fermamente nell’innocenza di Dirk! Cioè, invece di linciare il padrone della banca che li ha imbrogliati per anni, che gli toglierà la casa e nel frattempo li costringe all’elemosina, se la prendono con un tal Pieter Lakeman, presidente di una associazione per la protezione dei contraenti di mutui, perchè ha osato mettere in discussione le strategie e pratiche di vendita della DSB all’inizio di ottobre e con ciò avrebbe innescato la corsa al ritiro dei soldi che sarebbe stata la causa ultima del fallimento.Pieter Lakeman Nota bene che Lakeman rappresenta 1300 clienti della DSB che avevano provato a recedere dai contratti-capestro della banca senza successo e per questo si erano rivolti all’associazione. Non c’è dubbio che l’opinione pubblica aveva probabilmente anche bevuto le scuse del Dirk per il malcostume dei suoi managers (2 ottobre) e la sua successiva assicurazione (8 ottobre) che le polizze superflue sarebbero state tolte dai mutui entro la fine dell’anno. Ribadisco, gente così si merita di perdere i soldi, altro che intervento di salvataggio del governo!
 
Dirk ScheringaE che dice il Dirk nazionale? Un mutuo della DSB a chi indovina.
Ma naturalmente: “Mi hanno incastrato! Avremmo potuto farcela se il ministro delle finanze e la Banca Nazionale non avessero fatto trapelare alla stampa la notizia della nostra crisi.” E certo, perchè prendersela con Pieter Lakeman quando si può mirare più in alto? Io non sono una sostenitrice del nostro attuale ministro delle finanze, ne’ tantomeno della Banca Nazionale, ma sono mio malgrado costretta ad ammirare la correttezza della risposta: “La decisione di mettere la DSB sotto sequestro era stata presa ben prima che i giornali pubblicassero la notizia.”
 
Ma non è tutto. Sapete chi era il presidente del consiglio d’amministrazione della DSB fino alla fine del 2007? L’ex ministro delle finanze Gerrit Zalm, che da quest’anno fa parte del consiglio d’amministrazione della nazionalizzata ABN Amro e che ora è sotto inchiesta insieme allo Scheringa e a tutto il consiglio d’amministrazione della DSB.
 
Non so voi, ma io non aprirei un mutuo con l’ABN nemmeno ad interessi zero. Anzi, adesso mi spendo tutti i soldi che ho sul conto corrente così non corro rischi.
 
Di paola (del 03/10/2009 @ 19:07:27, in diario, linkato 1014 volte)
Sono in una pausa di riflessionte tra due presentazioni nel maelstrom del Q4 (stagione delle strategie) e mi accorgo di non avervi mai parlato del sistema scolastico olandese, che differisce notevolemente da quello italiano sia per struttura che per contenuti. La ragione per cui ho aspettato finora è molto semplice: non ci ho mai capito niente e anche adesso non son sicura di sapere bene come funziona il tutto, ma almeno ho 4 anni di esperienza con la scuola di Matteo, che è una scuola del metodo Jena, ma a quanto ho capito non differisce sostanzialmente molto dalle altre. Qui sono egualmente disponibili e diffuse scuole laiche, religiose (cattoliche e protestanti), Montessori, Jena e Steiner e per quanto posso capire sono tutte abbastanza livellate sullo stesso standard, le variazioni più che altro consistono nel rilievo che si dà a determinate materie. Ad esempio è noto che le scuole steineriane danno molto rilievo alle attività espressive ed artistiche e le Jena all’educazione civica e sociale che qui, a differenza che in Italia, é una materia molto importante.
 
Dunque. Cominciamo col dire che qui i bimbi vanno a scuola al compiere dei 4 anni (letteralmente: il giorno del loro quarto compleanno o il giorno immediatamente successivo se il compleanno cade di sabato o domenica), che la scuola media non c’è e che le vacanze scolastiche sono molto più brevi e razionali, sul modello anglosassone dei ‘terms’: 6 settimane in estate, 2 per Natale, 2 a maggio, 1 a febbraio e 1 in ottobre. Le vacanze estive sono differenziate per regione: a rotazione biennale si va in vacanza all’inzio, metà o fine luglio e di conseguenza si ricomincia l’anno scolastico rispettivamente la seconda settimana di agosto, la quarta, o la prima di settembre. L’anno scorso Matteo ha iniziato la scuola l’11 agosto, non vi dico lo shock per la sottoscritta.
 
Tra 4 e 6 anni i bimbi frequentano  l’onderbouw, un corso propedeutico alla scuola vera e propria. Una specie di scuola materna ma molto più strutturata che in Italia: la frequenza è obbligatoria, gli orari sono quelli della scuola elementare, lo sviluppo intellettuale e sociale del bimbo viene valutato ogni trimestre e i genitori ricevono rapporti scritti due volte all’anno. Almeno tre volte all’anno i genitori vengono invitati a colloqui formali con l’insegnante per discutere i rapporti scritti e analizzare i lavoretti manuali dei bambini. Spetta infine agli insegnanti dell’onderbouw decidere se i bimbi sono pronti per la scuola elementare (middenbouw) oppure se devono fare un anno supplementare di materna: formalmente i bimbi devono avere compiuto 6 anni per essere ammessi alla 1° elementare, nella scuola di Matteo si è deciso di dare a tutti i bimbi che compiono 6 anni entro il 31 dicembre dell’anno in corso la possibilità di passare al middenbouw, ma solo con il nulla osta dell’insegnante. Non vi dico con che apprensione abbiamo seguito lo sviluppo di Matteo che – per il solo fatto di essere nato in ottobre – era nella categoria a rischio. Siamo quindi comprensibilmente molto orgogliosi che Matteo sia stato giudicato sufficientemente maturo per il passaggio quando aveva poco più di 5 anni e mezzo.
 
Entrati in 1° elementare, il metodo Jena prevede che i bimbi lavorino in classi separate (niveau) sulle materie di apprendimento nozionistico come grammatica, lettura, scrittura e aritmetica, ma vengano messi in un gruppo (stamgroep) che racchiude 3 niveaus per tutte le attività sociali, espressive e artistiche. Matteo ha a che fare quindi quotidianamente con 4 insegnanti e circa 40 compagni tra niveau e stamgroep. Quando mi hanno spiegato tutto il minuetto delle lezioni e dei docenti a me è venuto il mal di testa, fortunatamente Matteo sa dal primo giorno in quale classe deve andare ogni mattina e da quale classe esce ogni pomeriggio e mi accompagna pazientemente. Al di là delle complicazioni logistiche, il concetto degli stamgroep è enormemente avanzato: facendo interagire piccoli e grandi si stimolano orgoglio, responsabilità e solidarietà e si scatena il desiderio di emulazione. Ovviamente tutti i gagnetti di 6 anni guardano ai ragazzini di 8/9 anni come a dei semidei e i ragazzini più grandi sono orgogliosi di fare da mentor ai piccoli. Tra le mille regole sociali che vengono insegnate: nel primo trimestre, ad ogni ragazzo di 3° viene assegnato un bimbo di 1° come pupil. Il compito del grande è quello di favorire l’integrazione del piccolo nel gruppo e il suo successo in questo compito è parte integrante della valutazione scolastica finale. Tutti i ragazzi di 3° devono tener d’occhio i piccoli durante l’intervallo e hanno l’obbligo di giocare con quelli che stanno da soli. Tutti i ragazzi di 3° sono responsabili del buon comportamento dei piccoli: se due bimbi si azzuffano o urlano non è la maestra che corre a separarli ma i due (ex) mentors o altri in loro assenza. Praticamente i ragazzi di 3° sono dei piccoli G.O.!
E il bello è che tutti i bimbi di 1° non vedono l’ora di arrivare in 3° per poter avere lo status e le responsabilità dei grandi! Matteo ha già cominciato a segnalare le zuffe e giocare coi bimbi che se ne stanno in disparte solo per poter far vedere alla maestra quanto è maturo e responsabile!!!
 
In 4° elementare i bimbi del metodo Jena cambiano stamgroep e vengono messi insieme a quelli di 5° e 6° (bovenbouw). Al termine dell’ottavo anno di scuola (qui si contano gli anni a partire dalla materna, quindi la prima elementare qui è la terza, la quinta è la settima e l’ultima classe è l’ottava) i bimbi hanno un esame finale, il famigerato CITO test, che a quanto ho capito è un esame scritto con domande chiuse su tutte le materie nozionistiche studiate nel bovenbouw. I risultati del CITO test sono determinanti per l’ammissione del pargolo all’istruzione superiore. Solo i massimi punteggi garantiscono l’ammissione al liceo, altrimenti il bimbo andrà in una delle moltissime scuole professionali e tecniche di cui esistono almeno tre livelli – qui veramente mi sono persa, l’unica cosa che ho capito è che se il bimbo non va al gymnasium (liceo classico) non toccherà mai più un libro di letteratura, storia dell’arte o filosofia per il resto della sua vita scolastica, il che mi ha fatto una certa impressione. Del resto, anche al gymnasium il peso dato alle materie scientifico/tecniche mi pare preponderante rispetto a quello dato alle materie umanistiche, però sospendo il giudizio in attesa che Matteo ed i suoi compagni di niveau siano in età da CITO.
 
È universalmente riconosciuto che le scuole elementari olandesi sono di ottimo livello mentre da anni il sistema delle scuole superiori è in grandissima discussione. Pare che gli studenti provenienti dalle varie scuole tecniche non sappiano fare i calcoli più elementari, non abbiano alcuna nozione storico-politica e peggio ancora non siano in grado di mettere insieme quattro pensieri strutturati senza errori di ortografia, grammatica e sintassi. Inoltre si mette in dubbio che bimbi a malapena dodicenni, appena usciti dalle scuole elementari, siano abbastanza maturi per convivere con gli adolescenti e la proposta di introdurre una scuola (inter)media tra elementari e superiori spunta ciclicamente dalle pagine dei pochi quotidiani rimasti. Effettivamente a me sembra che passare di botto dal giardinetto curatissimo pieno di fiorellini, pupazzetti, scivoli e altalene della scuola elementare ai muretti pieni di graffiti e cicche di sigarette delle scuole superiori possa creare qualche scompenso o – come si dice qui – problema di adattamento. Ho incontrato recentemente una di queste bimbe dodicenni, una che fino all’anno prima giocava con Matteo e i suoi coetanei senza troppi problemi, ora in versione clone di Fergie / pantera del Tufello: truccatissima e cotonatissima, microtoppino leopardato, jeans inguinali e tacchi a spillo altissimi – irriconoscibile e sperduta nei codici adolescenziali mal interpretati e paurosamente travisati. Non è un caso che proprio tra i dodicenni della brugklas (prima classe delle superiori) l’incidenza di morti per overdose alcolica sia in grande ascesa. E non voglio nemmeno pensare al resto.
 
Di paola (del 09/09/2009 @ 20:45:59, in diario, linkato 1055 volte)
Non ho nulla di emozionante da raccontarvi ma mica potevo lasciar passare questa data storica senza scrivere qualcosa. Giacchè mi è stato richiesto, vi intratterrò sui protocolli sanitari olandesi in merito all’influenza suina, alias influenza messicana, alias H1N1. Premetto che far satira sulla sanità olandese è un po’ come sparare sulla croce rossa, per cui cercherò di non infierire, anche perchè mai come in questo squallidissimo caso la sanità è stata vittima della demagogia mediale e politica. Parliamoci chiaro: Allah è grande e Orwell è il suo profeta. Dalla fine della guerra fredda, non potendoci più terrorizzare con l’olocausto nucleare, il tema ricorrente è la pandemia fulminante. Se avessimo dovuto dare retta a tutte le campagne di disinformazione degli ultimi vent’anni saremmo quasi tutti già morti di AIDS e i pochi sopravvissuti sarebbero stati falciati dalla mucca pazza o dalla SARS.
Puntualmente, un paio di morti sospette negli Stati Uniti ad aprile sono bastate a scatenare il carrozzone mediale della pandemia messicana. Ancora non si era stabilita la causa delle morti che qui già i giornalisti erano saltati alla giugulare del primo ministro chiedendo a viva voce quali misure di protezione avesse previsto per arginare l’inevitabile strage che si prospettava appena i primi aerei da Città del Messico fossero atterrati a Schiphol. Paralleli con l’influenza spagnola del 1914 si sono sprecati e grida indignate si sono levate alla mancanza di un vaccino. In fretta e furia il governo ha varato una serie di misure di sicurezza riguardanti tutti i viaggiatori provenienti dalle zone del contagio, quindi non solo dal Messico ma anche dagli Stati Uniti, dove nel frattempo il numero delle vittime era salito a 40, ma qui i titoli a caratteri cubitali facevano presagire un’escalation esponenziale e opportune statistiche prevedevano centinaia di morti entro il weekend.
Un ignaro collega del vikingo, di ritorno dalle ferie proprio in quei giorni, è stato messo in quarantena e gli è stato ingiunto di non presentarsi in ufficio senza prima essere stato visitato dal medico della mutua. Il quale medico della mutua era in grande imbarazzo perchè non aveva la più pallida idea di che cosa dovesse analizzare. Infatti il ministero della sanità, con inesorabile efficienza, aveva cominciato a pubblicare bollettini-guida settimanali, ognuno dei quali in parziale contraddizione col precedente in quanto nel frattempo, grazie all’incalzare dei giornalisti, tutti gli olandesi si precipitavano dal medico al primo colpo di tosse, intasando le già sofferenti strutture sanitarie pubbliche. Quindi, in un delirio di comunicati stampa, si è passati dall’allarme rosso all’acqua di rose: dalla quarantena per tutti i viaggiatori provenienti dalle aree infette e visita medica obbligatoria ai primi sintomi sospetti alla quarantena solo in presenza di infezione accertata e accertamento medico solo in caso di contatto con persone provenienti dal Messico; tutti gli altri casi di influenza vera o presunta a casa 7 giorni per evitare contagi. Dal trattamento di tutti i casi sospetti con tamiflu in attesa del vaccino al trattamento con tamiflu solo per i malati cronici con infezione accertata. Dai 16 milioni di dosi di vaccino pronti per vaccinare tutta l’Olanda all’ordine di vaccinare solo le categorie a rischio e vi risparmio il balletto sulle categorie a rischio che ad oggi comprendono esclusivamente il personale medico e i malati cronici: infanti, puerpere e ultrasessantenni sono stati esclusi per timore degli effetti collaterali del vaccino, che comunque non è ancora pronto. Insomma: un gran bordello. Al ritorno dalle vacanze ci attendeva la notizia che il temibile virus che solo un mese prima sarebbe stato fatale ad un terzo della popolazione mondiale era stato declassato al livello di semplice influenza di nuovo tipo con previsione di contagio non superiore al virus influenzale di vecchio tipo. Notizia accompagnata da un depliant distribuito in tutte le case olandesi (7 milioni = un affare colossale per il fortunato stampatore, purtroppo non la ditta per cui lavoro, mannaggia) che spiega a nome del ministero della sanità perchè non c’è niente da temere e tutto è perfettamente sotto controllo. E ovviamente, da bravo popolo di pecoroni pseudo-teutonici, gli olandesi si sono calmati con grande sollievo della mutua locale.
 
Io ho avuto l’influenza messicana. So per certo di averla avuta in quanto non sono mai stata così male dall’influenza che ho avuto nel 1978. Da allora non ho più avuto casi così violenti perchè mi ero fatta gli anticorpi, al massimo mi pigliavo una forma blandissima della variante annuale che durava 24 ore e mi lasciava strascichi di raffreddore e tosse per una settimana. Questa volta invece ho cominciato a star male il sabato notte, domenica a mezzogiorno avevo 39.5° di febbre e deliravo. La febbre è durata fino a martedì, dopodichè ho continuato a stare malissimo senza febbre per un’altra settimana, ho tossito per sei settimane e starnutito catarro infetto per otto: praticamente ho smesso di tossire a San Remo e di consumare un pacchetto di kleenex al giorno dopo ferragosto e meno male che ero al mare sennò sarebbero stati guai.
A parte i sintomi chiarissimi, so per certo che si tratta di influenza messicana in quanto prendo quotidianamente il treno per e da Schiphol, rispettivamente per recarmi in ufficio e tornare a casa; di conseguenza sono esposta continuamente a tutti i batteri che i viaggiatori internazionali portano con sè. In particolare ricordo benissimo che il caldissimo e afoso martedí precedente al manifestarsi dei sintomi mi ero seduta in una carrozza del treno da Schiphol particolarmente affollata di turisti chiaramente latinoamericani, uno dei quali ha avuto un violento attacco di tosse direttamente nella vaschetta del mio sushi. Mi ricordo di aver pensato “Merda, qui sto veramente rischiando la salute.” e di essermi rapidamente alzata, sushi e bacchette ancora in bocca, per trasferirmi in uno scompartimento meno a rischio, che naturalmente non ho trovato perchè era l’ora di punta, per cui son rimasta a fare la sardina in scatola insieme ad un intero vagone di messicani infetti. I rest my case.
 
Ebbene, quando ho telefonato al medico esponendogli i miei sintomi mi è stato detto, da un’assistente che stava chiaramente leggendo in diretta l’ultimo bollettino del ministero, di non preoccuparmi e ritelefonare solo in caso stessi sputando un polmone o avessi bisogno della respirazione assistita. Ho ritelefonato quindi solo due settimane dopo, giacchè tossivo ancora come una tisica e so per esperienza che dopo due settimane di tosse continuativa il protocollo mi dà diritto ad una visita di controllo per accertare che non ci siano focolai di infezione a bronchi e polmoni.
Ri-esposto il caso, questa volta al medico stesso, mi è stata fatta la sinposi dell’ultimo bollettino ministeriale che già conoscevo perchè ampiamente commentata su tutte le prime pagine dei quotidiani e a nulla sono valse le mie proteste: il mio caso di influenza non è stato classificato come H1N1 perchè secondo il ministero quella settimana solo chi era stato in Messico aveva diritto all’accertamento del contagio; il contatto con persone provenienti dal Messico non era più considerato a rischio. La stessa identica cosa è successa ad una mia collega che è stata contagiata insieme a tutta la sua famiglia nello stesso periodo ed è stata in ballo per tutta l’estate con sintomi analoghi ai miei. Se fossimo state contagiate la settimana prima ci sarebbero spettate minimo due settimane di quarantena, Tamiflu e l’analisi del sangue, la settimana dopo ci sarebbero spettati almeno i 7 giorni di confino obbligato. Questa è sfiga!
 
Di paola (del 01/09/2009 @ 00:05:00, in diario, linkato 2857 volte)
Ho passato gran parte della mia vacanza italiana a rispondere all’inevitabile domanda Come si sta in Olanda? con corollari del tipo Che cosa c’è di diverso rispetto all’Italia? Che risposta si può dare a conoscenti occasionali, in meno di cinque minuti sotto un ombrellone? La mia risposta standard alla prima domanda è: clima infame e si mangia da schifo, perchè oggettivamente tutto si può dire dell’Olanda tranne che sia rinomata per la sua gastronomia e per il suo sole, ma se dovessi elaborare su quanto infame è il clima e su quanto male si mangia non mi basterebbero due ore. La risposta alla seconda domanda è invece più complessa. Di diverso rispetto all’Italia c’è tutto, ma volendo andare oltre le ovvietà la differenza più grande sono le convenzioni sociali. Forse sono particolarmente sensibilizzata sull’argomento perchè continuamente costretta a giustificare le cattive maniere del vikingo che si rifiuta categoricamente di assecondare le barocche usanze italiane, senza rendersi conto che le usanze olandesi sono solo diversamente barocche. In Olanda è impensabile intrattenere compagni casuali di attesa – in coda o alla fermata del tram - di viaggio o di ombrellone con svariate banalità sul tempo, sulla salute, sul traffico e sulla politica, è impensabile entrare in un bar per prendere un caffè insieme ad un conoscente incontrato per caso ed è pure impensabile invitare i vicini di casa a cena per rompere il ghiaccio e conoscersi meglio. E’ invece obbligatorio invitarli a prendere un caffè con biscotto (niente torte o pasticcini: sarebbe esagerato), ma l’invito è considerato improprio se non è stato preceduto da una cartolina di presentazione, come del resto è consuetudine informare tutti i conoscenti di ogni cambio di indirizzo con altra apposita cartolina ed è assolutamente obbligatorio invitare amici e parenti a mangiare la torta in occasione del tuo compleanno, il cui rituale di intrattenimento è tanto rigido quanto assurdo.
 
Nella mia prima festa di compleanno qui ho cercato per un’ora buona di convincere invitati sempre più imbarazzati ad accettare un bicchiere di prosecco fino a che un’anima pia non mi ha edotto sulla necessità di chiedere ad ognuno degli ospiti quale tipo di torta gradissero e con quale bevanda calda avrebbero voluto accompagnarla; bibite fredde, alcoolici e stuzzichini salati – solitamente una tristissima combinazione di cubetti di gouda e wurstel, carote e cetrioli crudi a fettine, patatine e noccioline - compaiono solo dopo che tutti gli ospiti hanno avuto l’opportunità di consumare la torta di loro scelta e almeno due tazze di caffè o the. L’ultimo compleanno, festeggiato secondo il rigido protocollo locale a dimostrazione della mia assimilazione culturale, è stato estenuante: dalle tre del pomeriggio all'una di notte ho servito senza sosta litri e litri di caffè, the, vino e birra, ho tagliato decine di fette di torta e ho preparato centinaia di stuzzichini freddi e caldi, biscotti, cioccolatini e infine anche tutti gli avanzi del frigo per sfamare lo sciame di cavallette che erano i miei ospiti!
 
In occasione dei compleanni è considerata buona educazione fare gli auguri di persona anzichè mandare biglietti di auguri o telefonare. Gli auguri, per la precisione, vengono fatti non solo al festeggiato ma anche ai suoi genitori e a tutti gli invitati presenti in quel momento. Il biglietto augurale è ammissibile solo in caso di assenza giustificata per malattia o vacanza e mia cognata si è offesa perchè ci siamo più volte permessi di andare in vacanza durante i compleanni familiari! Se tutti si presentassero all'ora stabilita e si scavassero dopo un’oretta non sarebbe una tragedia, invece ognuno viene quando gli pare e sta fino a quando ha voglia: hai un bel dire che la festa comincia alle 16 (o alle 18 o alle 20): c'è sempre qualche rompiscatole a cui nessuno degli orari proposti in tutti gli anni di permanenza va bene, invariabilmente si presenta due ore prima ed è capace di risentirsi se ti trova ancora in mutande.
Poi ci sono quelli che dicono Faccio un salto sul tardi, che si traduce nelle 23. E se per caso non sei pronto con caffè/the e tre tipi di torta si offendono pure. Poi ci sono quelli che arrivano alle 16 spaccate, si installano saldamente su una sedia e non si muovono finchè non sono sicuri che tutto quello che c'è da mangiare è stato portato in tavola.
Per ultimi ci sono quelli totalmente immuni ai segnali non verbali (tavolo sparecchiato, luci spente, vassoi vuoti, sbadigli sempre più violenti del festeggiato) e restano ad oltranza finchè tutti i beveraggi alcolici sono stati consumati.
 
il mio ufficio addobbato dai colleghiCome se non bastasse, il compleanno viene festeggiato anche in ufficio, con un cerimoniale ancora più allucinante. Di prima mattina solerti colleghi appendono file di bandierine colorate al soffitto nell’ufficio del festeggiato per indicare a tutti sia che tu lo voglia o no che quel giorno devi essere congratulato. E vieni congratulato da tutti con auguri di circostanza che vanno dal Proficiat (nessuno sa dirmi che cosa vuol dire) al Van harte gefeliciteerd (auguri di cuore) accompagnati dai tre baci sulle guance (sinistra destra sinistra) che qui si usano al posto dei nostri due e guai a sbagliare la sequenza delle guance. Quando dico tutti sono proprio tutti: dalla centralinista al direttore generale! Dopodichè ci si aspetta che tu offra a tutti la torta (caffè e the solitamente sono già a disposizione sennò ti toccano pure quelli), ma non una torta: almeno tre torte, perchè devi sempre dare una possibilità di scelta anche ai tuoi invitati obbligatori!
All’ora prestabilita tutti si radunano nella tua stanza o nella sala mensa, si producono torte e bevande, il festeggiato chiede ad ognuno appena arriva quale torta preferisce, la taglia e la offre. Ognuno si siede col suo piattino di torta intorno al tavolo e dopo 10 minuti di spiritosaggini assortite il capo fa 30" di imbarazzante discorsetto di buon compleanno al termine del quale ti allunga:
a)     busta con biglietto di auguri firmato da tutti
b)     busta con buono-regalo di importo variabile ma sempre piuttosto corposo
Tutti cantano Lang zal ze leven - equivalente del nostro Tanti auguri a te - applaudono e la compagnia si scioglie. Dopo un'ora arriva discretamente la segretaria del capo a farti firmare un foglio di ricevuta del ‘pacco regalo compleanno’ per ragioni fiscali: la festa di compleanno in ufficio é infatti detraibile dalle imposte e questo toglie tutto il già ristretto romanticismo alla cosa.
 
Il cerimoniale dei matrimoni in compenso è poco più complesso di quello dei compleanni: diciamo che il rinfresco nuziale è assolutamente identico ad una festa di compleanno, con l’unica differenza che è obbligatorio presentarsi all’ora stabilita e levare il disturbo dopo un paio d’ore perchè al termine del rinfresco – aperto a tutti coloro che hanno ricevuto la partecipazione – si svolge la festa ad inviti, invariabilmente di sera. Chi è invitato alla festa normalmente non va al rinfresco ma si presenta puntualissimo col regalo e si mette in fila per congratulare e baciare sposi e genitori, allunga il regalo alla prima mano che capita dopo la sequenza di baci, dice qualcosa di spiritoso e poi se ne va ad ordinare da bere al bar: a questo punto ne ha proprio bisogno. Quando tutti gli invitati sono arrivati gli sposi aprono le danze, dopodichè si è liberi di ballare, parlare e bere con chiunque fino al momento in cui il padre della sposa fa un breve e solitamente imbarazzante discorsetto e si apre una porta scorrevole dietro la quale c'è il buffet - tipicamente un assortimento di piatti caldi equiparabile a quelli che si trovano alle conferenze e ai seminari di lavoro. In seguito, diversi amici degli sposi cantano una canzone goliardica o inscenano una recita spiritosa sulla vita degli sposi. In teoria gli amici e i parenti si dovrebbero alternare a recitare scenette o cantare canzoni secondo la libera iniziativa spontanea, in realtà questi interventi sono organizzati e concordati col maestro di cerimonie fin nel più minimo dettaglio onde evitare ulteriori imbarazzi. Il codice di abbigliamento ai matrimoni è quantomeno sorprendente: se la festa è in un castello è obbligatorio l’abito da ballo per le signore e il tight per i signori, se invece è in una sala da cerimonie il casual è di rigore: ho visto amiche della sposa presentarsi con i jeans e il maglione con cui normalmente vanno a fare la spesa al super. Il testimone del vikingo si è presentato in pile arancione e una sua amica in tailleur di tweed con stivali: le mancava solo il labrador.
 
La convenzione sicuramente più bizzarra a cui ho assistito e che mi viene da più parti confermata è quella del cenone di San Silvestro ... che non esiste! Invitati a casa di amici il 31 dicembre per le 18 - qui un normale orario di cena, ad un invito per le 20 e 30 ci si presenta invece già mangiati - alla richiesta se avessimo dovuto portare qualcosa ci è stato risposto che non era necessario: un amico avrebbe procurato le oliebollen (tradizionale krapfen con uvette). Da buoni italiani ci siamo comunque presentati con panettone, pandoro, spumante e frutta secca. Ci aspettava una casa illuminata tetramente a lume di candela e un tavolo sospettosamente non apparecchiato su cui si trovava solamente un’alzata per dolci contenente esattamente venti pasticcini. Dopo il rituale caffé/the ci sono stati offerti i pasticcini e verso le 20 è arrivato l’amico con le oliebollen. Verso le 22 è comparsa una quiche tagliata a dadini e a parte lo spumante di mezzanotte non è stato offerto altro! L’anno dopo abbiamo cenato prima di recarci alla festa ed è il consiglio che vi dò se mai doveste essere invitati il 31 dicembre in una famiglia protestante. Di tutt’altro tenore sembrano invece essere i cenoni delle famiglie cattoliche del Limburg e del Brabante; mentre noi sbocconcellavamo la nostra magra razione di pasticcini e quiche, i genitori del vikingo banchettavano con una cena di quattro portate prima delle tradizionali oliebollen. Ma le differenze culturali tra cattolici e protestanti ve le racconto la prossima volta.
 
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