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 ego... di paola
 
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Sono emigrata in Olanda per amore quindici anni fa. Nei primi dieci anni ho intrattenuto i miei amici sulle usanze olandesi, poi ho cercato di far loro vedere come sono assurde le vicende italiane viste da qui. Adesso racconto semplicemente quello che mi succede.

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 03/05/2010 @ 23:25:14, in diario, linkato 1134 volte)
Da quando la mia amica Gio si è trasferita in Sudafrica aspetto la congiuntura astrale favorevole per andarla a trovare e così vedere una parte del mondo che altrimenti mai mi sognerei di visitare, vista l’intricatissima situazione socio-politica causata dalla combinazione letale dell’imperialismo inglese innestato su una solida base coloniale boera.
Tale congiuntura si è presentata ora, con la concentrazione di tutte le festività olandesi dal compleanno della regina (Koniginnedag) al ponte dell’Ascensione, passando per la fine della 2a Guerra mondiale che in Olanda, per oscure ragioni, è considerata festività solo ogni 5 anni. La scuola di Matteo chiude dal 30 aprile al 16 maggio e io ho prontamente prenotato tre biglietti A/R sul diretto KLM per Kaapstad (Città del Capo) nello stesso periodo. Dopodichè l’eruzione dell’Eyjafjallajokull mi ha fatto stare sulle spine per settimane; alla notizia della riapertura dei cieli ho tirato un sospiro di sollievo e ho cominciato a preparare le valigie. Nel frattempo amici e colleghi olandesi mi hanno abbondantemente terrorizzato con racconti orripilanti sull’efferatezza della criminalità sudafricana e mia madre ci ha messo il carico da novanta con un sedicente proclama di Al Quaida che promette una carneficina in occasione dei Mondiali di calcio. Dall’altra parte dell’equatore, un’indignatissima Gio mi ingiungeva di non farmi paranoie ‘chè Kaapstad (o come dice lei – Cape Town) è più sicura di Milano e così, addì 2 maggio, ci siamo recati a Schiphol dove ci attendeva una pittoresca e chilometrica coda, aizzata da almeno 15 assistenti di volo il cui unico compito è quello di smistare i passeggeri verso i terminali di check-in automatico e baggage drop-off. Ho subito commentato sarcasticamente che se i 15 assistenti di volo si fossero messi dietro ad altrettanti banchi di check-in assisitito la coda si sarebbe dimezzata e altrettanto sarcasticamente ho assisito al vano tentativo della laccatissima hostess di fare accettare al computer tre passeggeri con due passaporti, nonostante le nostre assicurazioni congiunte che ripetuti tentativi dal PC di casa non avevano sortito alcun effetto: la tecnologia è meravigliosa ma i computer non sono flessibili e il concetto di minore registrato sul passaporto del genitore non è appartentemente ancora adeguatamente compreso nella programmazione. Dopo un vivace alterco con la gorgone di sentinella ai check-in assisiti siamo finalmente potuti entrare nella coda giusta e grazie all’arguzia di un’altra - gentilissima - hostess abbiamo aggirato il bug di programmazione e siamo entrati in possesso delle agognate carte d’imbarco. L’aeroporto di Amsterdam (Schiphol) è stato recentemente rinnovato ed è ormai uno sfavillio di marmi e cromature con giganteschi negozi e numerosissimi punti di ristoro e intrattenimento al pari d Malpensa 2000. Purtroppo la coda prolungata al check-in ci ha permesso solo una fugace puntata al duty-free e un costosissimo cappuccino, ma quando siamo arrivati a bordo del Boeing 777 ci siamo accorti che è passato davvero un sacco di tempo dal nostro ultimo viaggio intercontinentale (per la precisione, otto anni). Ci aspettavano televisori personali con un menù di centinaia, che dico, migliaia tra film, sitcoms, serials, cartoni animati, documentari, videogames e chi più ne ha piu ne metta. Insomma, abbiamo passato le undici ore di volo a guardare tutti i film che ci siamo persi negli ultimi otto anni di galera genitoriale, più svariate puntate dei nostri programmi TV preferiti. Perfino i pasti a bordo non erano perfidi come ricordavo, con dispiego di (dichiarati) ingredienti naturali, low fat, low carb e tutte le idiosincrasie alimentari del ventunesimo secolo.
 
Atterrati a Cape Town/Kaapstad ci attende un aeroporto ultramoderno e nuovo di pacca, costruito senza risparmio di energie e con la larghezza di fondi tipica delle grandi occasioni. Dopo un tranquillissimo trasferimento in macchina a Hout Bay su autostrade enormi e nuove tanto quanto l’aeroporto, facciamo conoscenza con le misure di sicurezza sudafricane e qui devo dire che i racconti olandesi si sono rivelati abbastanza fedeli alla realtà: le proprietà della minoranza bianca sono rigorosamente chiuse dietro cancellate impenetrabili, fili elettrici, inferriate e tutta la parafernalia da kibbutz promessa: mancano solo le torrette con le sentinelle armate ma perentori cartelli dichiarano una ‘armed response’ non ulteriormente specificata; Gio conferma la presenza di ronde armate a tutela della tranquillità e delle proprietà dei cittadini. A parte ciò, Hout Bay è un quartiere molto rilassato e tranquillo, il centro commerciale pulitissimo e fornitissimo di marche occidentali da Woolworth a Despar: un anticlimax, non sembra nemmeno di stare in Africa. Segnali della presenza nera e della disparità di classe talmente sottili da risultare invisibili ad un osservatore superficiale. Nel bar che serve fantastici espressi e cappuccini Illy (!) il barista è color ebano, la cassiera ‘mixed’ e la clientela rigorosamente WASP. Nel ristorante fighetto di Camps Bay che serve club sandwich, insalate e hamburger giganteschi le cameriere sono bianche e il manager nero. Tutti estremamente dignitosi e on their best behaviour. Ma non dobbiamo farci ingannare, ci dice Gio: la minoranza bianca è passata da classe dominante a classe discriminata dal black power emergente non ancora in grado di emanciparsi. Siamo un male necessario, niente di più e questa sensazione di precarietà non ha fatto altro che recidivare l’odio razziale latente e infettare viralmente perfino la borghesia illuminata. La differenza tra un turista e un razzista? Quindici giorni. (continua)
 
Di paola (del 20/04/2010 @ 06:33:44, in diario, linkato 1083 volte)
Forse non tutti sanno che sono una fanatica della serie televisiva Lost, prodotta negli USA dall’ABC e qui trasmessa da Net5. Già che ci siamo vi informo che non mi perdo una puntata di House MD (Fox) e di Crime Scene Investigation (CBS) e se ci fosse una serie della NBC che mi piacesse come a suo tempo Magnum P.I. guarderei pure quella. Lo dico per onorare la par condicio e per fugare ogni dubbio che mai poteste avere sui miei gusti culturali. Odio l’opera e tollero a malapena la musica classica, con qualche deroga per Debussy e Mozart, in genere non frequento le mostre di arti figurative e anche in fatto di letteratura sono piuttosto selettiva, infatti preferisco la prosa alla poesia, leggo quasi esclusivamente scrittori inglesi e sono allergica a russi e sudamericani ad eccezione di J.L. Borges. Non mi ritengo pertanto particolarmente intellettuale, ma ho frequentato liceo e università come tutti i miei amici e colleghi italiani e volente o nolente ho assorbito le nozioni prescritte dal programma ministeriale: la famigerata cultura di base.
 
Sono pertanto sempre più sconcertata nel constatare la povertà culturale dei miei colleghi e amici locali che pure hanno frequentato scuole equiparabili al liceo e all’università italiana perchè qui in Olanda i protocolli di assunzione sono rigidissimi e non si può nemmeno pensare di entrare in un’azienda senza il diploma HBO, che non è una televisione via cavo Americana ma un tipo di università non accademica di livello equiparabile alla scuola superiore di comunicazione. Nonostante questo, nessuno di loro sa una parola di Greco o Latino, per cui quando quattro anni fa è stato presentato il progetto Blue Delphi abbiamo dovuto spiegare a tutti chi era la Pizia e se lo chiedo oggi i più se lo sono dimenticati. Inoltre non hanno mai, non dico letto, ma sentito parlare di Dante, Chaucer e Shakespeare. Voglio dire, non è che io abbia letto tutti i racconti di Canterbury o i sonetti di Shakespeare e a suo tempo ho mollato la spugna della Divina Commedia al Purgatorio, ma conosco autori e opere in questione: l’ho imparato a scuola, fa parte della cultura generale. Qui invece chiunque non abbia fatto il classico (cioè il 99% della popolazione) è completamente privo di qualunque nozione di storia dell’arte, letteratura e filosofia e non ho indagato oltre per non deprimermi ulteriormente.
 
In un documentario della TV di stato sui pericoli dei videogames, ad un certo punto si è parlato di un gioco particolaremente violento: Dante’s Inferno. Commento: il gioco è basato su un romanzo medievale. Dante, il protagonista, arriva con la sua compagna Beatrice alle porte dell’inferno e viene costretto a passare per sette mondi corrispondenti ai sette peccati capitali. Non sono certo una fanatica di Dante ma vederlo ridotto a scrittore di fantasy mi ha provocato un moto di ribellione. Tornando a Lost (la serie televisiva), in una conversazione con un gruppo di colleghi altrettanto appassionati mi sono lasciata sfuggire un “si conferma una versione moderna di Paradise Lost” per poi pentirmene amaramente: un cerchio di silenzio, sorrisi congelati e occhi vacui ha accolto la mia dichiarazione. Ho scoperto allora che i miei colleghi non hanno mai sentito parlare di Milton e adesso lo credono un contemporaneo di Crichton. E a questo proposito mi torna in mente un episodio di qualche anno fa, quando volevo regalare alla mia nipotina decenne un classico della mia infanzia: Piccole Donne. Nijmegen è una città universitaria e vanta parecchie librerie specializzate tra cui una in letteratura infantile. Dopo aver cercato vanamente su tutti gli scaffali, ho chiesto informazioni all’unica impiegata, la quale mi ha guardato come se fossi un rospo e mi ha chiesto “Louisa chi?” Ho incassato il colpo e ho cominciato a cercare alternative. Sono scesa fino ai gialli di Nancy Drew, senza successo: la libraia non aveva sentito nominare nessuno degli autori che le ho proposto. Ho finito per comprare un autarchico libro di Annie M.G. Schmidt, unica autrice infantile presente insieme ad Astrid Lindgren (Pippi Calzelunghe). Adesso che Matteo è in età da letture sto esplorando il panorama dei libri per ragazzi e sono agghiacciata dal livello generale dell’offerta. Dico solo che se ai miei tempi fossi stata costretta a leggere questa palta avrei sviluppato – proprio come Matteo – un profondo disprezzo per la letteratura.
 
Per finire in bellezza, il quotidiano online più popolare ha aperto una sezione cultura. Gli articoli di oggi: L’ultimo film con Carice Houten, Rihanna in concerto ad Arnhem, Typhoon & New Cool Collective tornano sul podio, successo di Iggy Pop a Pinkpop Classic e il ritorno di Annet Malherbe nel serial Gooische Vrouwen.
 
O tempora, o mores.
 
Di paola (del 15/04/2010 @ 23:57:02, in diario, linkato 1008 volte)
Ho esitato molto a mettere un argomento così intimo in un diario pubblico, ma giacchè a suo tempo non ho avuto problemi nel riportare la mia gravidanza e la sua spettacolare conclusione, mi sembra quantomeno doveroso scrivere adesso della più grande – e forse ultima – tempesta ormonale che sto vivendo. Ebbene sì, per noi nate all’inizio degli anni sessanta si avvicina sempre più la resa dei conti. Non c’è botox che tenga: la menopausa ci attende alla fine del tunnel e vi posso confermare che non è una passeggiata. L’olandese ha una parola molto dignitosa per questo evento che chiude definitivamente la porta della nostra femminilità per consegnarci al limbo della terza età: overgang significa letteralmente passaggio e tace diplomaticamente la destinazione. In Olanda, donne e uomini che compiono cinquant’anni hanno diritto ad una festa speciale: nel giardino del festeggiato si usa appendere bandierine e altri parafernalia a tema in modo che tutto il villaggio sia informato dell’evento e il neocinquantenne viene chiamato quel giorno rispettivamente Sarah o Abraham. Fino ad ora non avevo mai fatto molto caso all’usanza, ma da quando i miei ormoni hanno ricominciato a ballare il merengue mi viene un groppo in gola alla vista di questi simboli della resa e sto già meditando di darmi alla fuga quando toccherà a me.
 
Tornando al dunque, i sintomi della menopausa sono talmente vaghi e diversificati che ci ho messo un paio di mesi a capire che cosa mi sta succedendo, soprattutto perchè il sintomo principale non si è ancora appalesato – ma a questo proposito sono stata informata che l’intero affare si può protrarre per diversi anni per cui la festa è appena incominciata. Chieste delucidazioni a mia madre mi è arrivata la solita risposta vaga e confusa, del resto non avrei dovuto aspettarmi altro da una donna che definisce le doglie un mal di pancia più forte del solito e non riesce a specificare quanta farina, zucchero, burro e uova ci vogliono per fare la pastafrolla. Ci sarebbe voluta mia nonna, che a suo tempo mi aveva accuratamente descritto tutti gli orrori del parto minuto per minuto, ma purtroppo è riuscita solo a trasmettermi la ricetta della pastafrolla prima di lasciare questa valle di lacrime. Ho quindi cercato di intavolare il discorso con tutte le mie amiche e colleghe coetanee o più anziane ma queste sono state ancora più vaghe di mia madre per non dire decisamente evasive: se dovessi credere loro la menopausa non esiste e mi conviene continuare a ritagliare i buoni sconto degli Always fino al 2030. Ero quasi rassegnata a dovermi affidare a wikipedia, ma fortunatamente mi sono ricordata della moglie del mio cugino di Bari, quella che mi ha preso in disparte quando il vikingo ed io siamo andati in visita pastorale per mostrare il pargolo al parentado e mi ha sussurrato complice: fai bene a stare in Olanda, qui un figo simile non lo riusciresti a tenere manco una settimana! E ho pensato che lei era la persona giusta a cui rivolgermi. Non mi ha deluso e mi ha intrattenuto per una gustosa mezz’ora su tutti i sintomi ed i rimedi correlati, roba da fare invidia a mia nonna. Mi ha anche confortato sul fatto che quando la (secondo lei lunghissima) fase di passaggio sarà finalmente finita, sarà una vera liberazione, proprio come il parto. In attesa del lieto evento mi sono fiondata in un negozio di rimedi naturali per cercare sollievo e ho scoperto che il trifoglio rosso viene usato fin dai tempi di Cleopatra per contrastare emicrania e sbalzi di umore e può essere associato alla salvia per combattere le vampe di calore. Me ne sono subito fatta un’overdose e grazie a ciò adesso riesco a dormire la notte e pare, sembra, forse, mi dicono dalla regia che l’emicrania è sparita, ma sugli sbalzi di umore ho paura che ci vorrà qualcosa di più radicale, diciamo al livello di prozac o pere ormonali. Siccome sono un’ottimista nata, sto compilando una lista di vantaggi del mio stato, primo tra tutti il fatto che finalmente non ho più freddo ai piedi e alle mani e se vi pare poco vi invito a mettere entrambi in frigorifero per una settimana poi ne riparliamo. Secondo – ovviamente – la diminuzione dello sconforto mestruale, anche se qui devo dire che la dieta no fat no carb da 1000 calorie giornaliere e le 5 ore di palestra settimanali del decennio scorso erano state enormemente più efficaci: non c’è nulla come l’anoressia per eliminare la PMS (e le mestruazioni ad essa correlate, ovviamente). Sto ancora cercando il terzo vantaggio ma al momento non mi viene in mente altro. E adesso vado ad informarmi a quali bassezze bisogna arrivare per farsi prescrivere il prozac qui. Vi tengo informati.
 
Di paola (del 06/04/2010 @ 07:50:32, in diario, linkato 1197 volte)
In occasione del weekend pasquale, contraddistinto da tempo variabile e temperature sotto la media stagionale, la TV di stato ha mandato in onda La passione del cristo secondo Mel Gibson, la BBC The Sound of Music e RTL Jesus Christ Superstar, alle 22.30, sulla rete che trasmette repliche di sceneggiati e talk show americani per casalinghe. Qualche anno fa il musical meritava ancora il prime time sulla rete capolista, ma le vicende degli ultimi tempi hanno notevolmente compromesso l’immagine del cattolicesimo, da cui il declassamento - inutile e stupido, in quanto i miei coetanei sanno benissimo che JCS è un’opera rock giudicata blasfema e censurata praticamente da tutte le istituzioni religiose fin dalla sua uscita su vinile nel 1970 (la versione teatrale è del ’71 e quella cinematografica del ’73). Per tutti gli altri: nell’opera in questione, che narra le vicende dell’ultima settimana della vita di Gesù, il protagonista non è Gesù ma Giuda, che spiega e dibatte appassionatamente la ragione politica che lo ha portato al tradimento e mette in dubbio la natura divina del nostro. Anzi, ora che ci penso non mette in dubbio proprio niente: la rifiuta categoricamente (you’ve started to believe the things they say of you, you really do believe this talk of god is true, and all the good you’ve done will soon be swept away: you’ve began to matter more than the things you say)! In questo è appoggiato dalla Maddalena (he’s just a man), da Ponzio Pilato (who is this Jesus, why is he so important? You jews produce messiahs by the sackful) e ovviamente dai perfidi sacerdoti del tempio che decidono e pianificano freddamente l’arresto e la morte del nostro con uno stile che nulla ha da invidiare alla CIA (I see bad times arising: the crowd crown king Jesus which the Romans would ban. I see blood and destruction: our elimination because of one man. So like John before him this Jesus must die, for the sake of the nation this Jesus must die). Nell’opera, Gesù viene presentato come un uomo stanco e confuso, solo contro l’enormità del compito che gli è stato assegnato da un potere di cui nemmeno lui capisce i fini, martire suicida di una causa oscura e Pilato è l’unico a capire l’orrore della sua posizione (Don’t let me stop your great self destruction. Die, if you want to, you misguided martyr. I wash my hands of your demolition, die if you want to, you innocent puppet). L’apoteosi dell’opera vede un Giuda scintillante, vestito di bianco, rivolgere domande spietate ad un Gesù dimesso e muto, domande che ovviamente rimarranno senza risposta: who are you? Do you think you’re who they say you are? Did you know your messy death would be a record breaker? Is Budda there with you? Could Mahomet move a mountain or was it just PR? Il film finisce senza alcun segno di una possibile resurrezione: gli attori lasciano il set e gesù appeso alla croce.
 

Come dite? So il testo a memoria? MA CERTO! E ai miei tempi scolastici ho lottato altrettanto inutilmente per rendere l’apprendimento del testo obbligatorio al pari (o meglio ancora al posto) della Divina Commedia. Di JCS sono ancora in grado di recitare a richiesta ogni battuta fornendone commento informato, mentre della Divina Commedia ricordo a malapena qualche versetto fuori contesto. Posso anche affermare senza tema di smentita che nella vita mi è stato più utile conoscere JSC della DC, se non altro per cominciare a dubitare dei dogmi ecclesiastici e diffidare dalle motivazioni del potere costituito.
 
Se poi penso che The Sound of Music ha vinto ben 5 Oscar e JCS manco è stato nominato mi irrito ancora di più. Non c’è giustizia a questo mondo, per questo duemila anni fa chi prometteva giustizia nel regno dei cieli ha avuto tanto successo e se la promessa veniva direttamente dal figlio del re dei cieli era più credibile di quella fatta da un comune portavoce. Da allora non è cambiato nulla: tutto ciò è molto rassicurante. Ogni tanto bisogna tornare back to basics, altrimenti ci si smarrisce nel labirinto di specchi che è la nostra realtà.
 
Buona pasqua.
 
Di paola (del 22/03/2010 @ 19:57:36, in diario, linkato 1060 volte)
Da qualche settimana i riflettori mediali sono puntati sulle norme e sui valori della società olandese. Norme e valori ormai alla deriva, come le rivelazioni delle vittime di preti pedofili e i sempre più efferati omicidi di bambini innocenti per mano di familiari e conoscenti testimoniano. Lo scandalo dei preti pedofili sta allargando a macchia d’olio: fioccano denunce, si accendono dibattiti e fervono commenti. Sulle prime pagine dei quotidiani, a caratteri cubitali, la notizia che il Vaticano è in trattativa con la più prestigiosa società di assicurazioni olandese per garantire il risarcimento danni alle vittime delle molestie, equiparato per fini assicurativi alle cicatrici a seguito di incidenti. Interessante il particolare che il Vaticano ha istituito l’assicurazione sulla scorta dell’esperienza americana e australiana. Meno in rilievo qui la connessione tra gli internati tedeschi e il Papa, in compenso si sprecano interviste a sedicenti vittime, che poi sono sempre le stesse perchè anche a grattare il fondo del barile più di una dozzina di casi in trent’anni non si sono trovati: l’Olanda non ha certo le dimensioni di USA e Australia, con gran dispiacere dei giornalisti.
 
Quello che più mi ha colpito è stato l’intervento al talk show serale della terza rete di un portavoce della locale curia che ha valorosamente difeso per mezz’ora le ragioni del celibato contro gli attacchi selvaggi di ben tre giornalisti, uno scrittore ed un comico – inutile dire, protestanti o atei. Sebbene non condivida norme e valori cattolici, soprattutto in tema di celibato, ho provato pietà per il prete portavoce e l’intera vicenda mi ha ricordato i primi martiri cristiani. In fin dei conti un talk show televisivo è la versione moderna del pasto dei leoni al Colosseo, soprattutto quando la diatriba verbale è tragicamente impari. Che cosa può infatti un prete educato in seminario e condizionato da quarant’anni di servizio in chiesa di fronte alle provocazioni estreme di altrettanto stagionati animali da palcoscenico che spaziano dalle polluzioni notturne all’omosessualità nelle comunità ecclesiastiche, marinare e carcerarie? Che risposta può mai dare un intellettuale latinista al comico che ha raccontato in diretta ai telespettatori una barzelletta talmente sconcia che non solo stento a riportare, ma mi chiedo con quale diritto la televisione di stato si permetta di trasmettere all’ora di cena, con almeno 20% di telespettatori minorenni. Con tutto il rispetto per la tragedia degli ex-bambini molestati e con tutto il disprezzo per l’abuso di potere dei preti pervertiti, mi appello alla convenzione di Ginevra, se non al comune senso del pudore, che impone rispetto per i rappresentanti innocenti di un potere nemico e vieta le torture ai prigionieri di guerra.
 
Diametralmente opposto il trattamento della stampa nei confronti dell’omicidio più efferato del momento: Milly, dodicenne, scolara modello, abitante in un tranquillo quartiere residenziale di provincia identico a quello dove vive il 90% delle famiglie olandesi, è stata prelevata con forza da casa sua, forse stuprata e successivamente uccisa e seppellita in giardino dal suo vicino di casa ventiseienne, poliziotto. Tra la notizia della sparizione e il ritrovamento del cadavere c’è stato il solito circo mediale, dopodichè un compatto silenzio-stampa, sicuramente richiesto e ottenuto dal dimissionario ministro dell’interno e dal capo della polizia. Un simile delitto infatti getta una luce sinistra su tutta la forza dell’ordine, a partire dai criteri per il reclutamento dei cadetti fino alla maniera in cui sono state condotte le indagini. Pare infatti che l’ultima frase detta da Milly alla madre, per telefono, sia stata: “Metto giù che devo aprire la porta al vicino.” Da allora è passata una settimana e se non fosse stato per la confessione spontanea dell’omicida la forza dell’ordine sarebbe ancora a fare ricerche a vuoto.
 
Non voglio fare classifiche di efferatezza tra poliziotti psicopatici e preti pedofili, mi auguro solo che per entrambi sia prevista una breve ma intensa permanenza in carcere tra i delinquenti comuni che notoriamente hanno poca empatia e compassione per entrambe le categorie. Constato solo l’aberrazione mediale dei tempi correnti e la deriva delle istituzioni, per la quale adesso non so più che istruzioni dare a mio figlio in caso di necessità o pericolo: certo non posso raccomandargli di rivolgersi ai vicini, alla polizia o alla parrocchia locale.
 
Sarà per questo che tre politici illustri, tutti ministri del dimissionario governo, hanno dichiarato nel giro di tre giorni di voler abbandonare la vita pubblica per dedicarsi alla famiglia trascurata dalle 120 ore di lavoro settimanale. Di fronte a simili dichiarazioni è lecito il sospetto che i suddetti abbiano segretamente stipulato un bel contratto come commissari degli enti parastatali da loro supervisionati durante il mandato governativo. Mi piacerebbe invece poter credere che nella coscienza di questi tre signori si sia accesa una fiammella di consapevolezza che il dovere primario di un adulto sia quello di proteggere la propria famiglia e non quello di delegare alle istituzioni la cura dei figli per potersi dedicare ai propri interessi personali, tra cui il carrierismo sfrenato. Sarebbe un pensiero confortante e un forte segnale di rinnovamento in una società sempre più sull’orlo del baratro.
 
Di paola (del 07/03/2010 @ 11:47:17, in diario, linkato 1386 volte)
Complessivamente ho passato più di un terzo della mia vita in paesi anglosassoni e sono pertanto più che abituata alla pessima immagine che gli italiani hanno all’estero. Non è difficile considerando che anche in Italia passavo più tempo a vergognarmi dei miei compatrioti che a godere sole, mare, pizza e mandolini.
 
Tra il 1979 e il 1982 sono stata ogni estate in vacanza-studio in Germania e ogni tedesco a cui venivo presentata chiedeva invariabilmente: Gastarbeiter? E successivamente si mostrava molto scettico alla mia dichiarazione che ero una studentessa di lingue in erba. Nel 1987 sono sbarcata a Londra per un progetto lavorativo di due anni e ho potuto constatare che l’apartheid non è un’esclusiva Sudafricana e non si limita ai nostri fratelli neri. Comprensibile se si considera che per l’inglese medio l’Italia era sinonimo di corruzione, mafia, malgoverno e pornografia televisiva [gli spogliarelli su Antenna 3] e gli italiani un popolo totalmente inaffidabile in base al loro scandaloso comportamento durante la seconda guerra mondiale. Fortunatamente per noi, l’era thatcheriana stava per finire e la new wave culinaria stava per arrivare, così quando il mio progetto si è trasferito a Bruxelles potevo contare su un paio di amicizie inglesi tra i radical chic che sorvolavano signorilmente sul nostro passato bellico e apprezzavano il made in Italy. Moda, mondiali e mani pulite hanno risollevato l’immagine dell’Italia negli anni novanta, per cui, arrivata in Olanda, ho trovato un terreno decisamente meno ostile.
 
Poi il pelatone è andato al governo e ci ha riprecipitati nel pozzo dell’ignominia. Vi risparmio gli articoli sarcastici e le vignette satiriche a cui sono quotidianamente esposta, vi risparmio anche i sorrisetti ipocriti e le battutine taglienti a cui sono sottoposta ogniqualvolta il pelatone ne combina una delle sue; come dicevo, ho un buon allenamento e la pelle dura. Siccome gli olandesi sono ipocriti tanto quanto gli Inglesi, hanno inventato un bellissimo neologismo che usano largamente: Italiaanse toestanden, ovvero, condizioni italiane. Mafia, malgoverno, corruzione, delinquenza e abuso di potere sono Italiaanse toestanden, insomma: tutto quello che ci distingue negativamente dall’Europa civile.
 
Pim FortuynMa, con mia grandissima sorpresa, col passare degli anni ho cominciato ad avere dei deja vu. Illustri personaggi olandesi mostravano raccapriccianti similitudini con la sbeffeggiata classe politica italiana. Il nostro dimissionario presidente del consiglio (CdA, la versione locale della DC) ha un profilo andreottiano. Nella serie piccoli emuli del pelatone troviamo John de Mol e Pim Fortuyn, entrambi repentinamente neutralizzati, rispettivamente dal giudizio del popolo e da un sicario – si sussurra prezzolato dai servizi segreti. Nella serie piccoli emuli del Bossi pre-ictus troviamo Rita Verdonk e Geert Wilders - al momento ancora vivi e vegeti - e di colpo i deja vu si sono trasformati in un corridoio apocalittico. Negli ultimi otto anni sono caduti ben quattro governi: in pratica nessun gabinetto è mai arrivato alla conclusione del mandato. Gli scandali dovuti alla corruzione governativa si susseguono sempre più serrati – finora sono stati tutti puntualmente insabbiati ma adesso la misura è colma e non basta tutta la sabbia del Sahara a coprire lo sfacelo delle istituzioni: nell’ultimo anno abbiamo avuto più crisi di governo che stagioni, rimpasti e voti di fiducia sono diventati procedure standard. JP BalkenendeL’ultima crisi di governo si è risolta con la caduta dello stesso mentre eravamo in vacanza in Italia: non potevo credere ai miei occhi quando ho letto i titoli sull’NRC e nella mia confusione linguistica ho controllato che non stessi leggendo la Repubblica. Voglio dire, quando ti trovi davanti, a titoli cubitali: “Caduto Balkenende IV” con tanto di foto di un Andreotti in versione quarantenne, hai tutti i diritti di chiederti se sei finita in un buco spaziotemporale e stai viaggiando in un universo parallelo.
 
Geert WildersQuindi, di nuovo elezioni anticipate, con lo spettro dei neofascisti Wilders e Verdonk che come Bossi risucchiano i voti dei delusi da CdA (DC) e PvdA (PD) a colpi di demagogia di bassa lega, tipo olanda agli olandesi e fuori tutti gli immigrati che mangiano a spese nostre e causano solo problemi in quanto delinquenti nati. Inutile dire che ne’ l’uno ne’ l’altra hanno alcun programma politico degno di questo nome e proprio per questo sono mine vaganti.
 
Martedì scorso, alla vigilia delle elezioni comunali che – come in Italia – vengono considerate rappresentative per i risultati delle elezioni politiche, durante un dibattito televisivo un illustre commentatore politico ha espresso la sua preoccupazione che il sistema elettorale correnteRita Verdonk (proporzionale corretto) avrebbe reso l’Olanda ingovernabile: già adesso non si riesce a formare un governo con meno di tre partiti, figuriamoci se bisogna arrivare al pentapartito con Wilders e Verdonk! Italiaanse toestanden, ha risposto l’anchorman, al che c’è stato un silenzio imbarazzante e un altro giornalista ha commentato: in Italia le chiamano Nederlandse toestanden. Dopodichè tutti hanno cominciato guardingamente ad esplorare i vantaggi di un sistema elettorale maggioritario.
 
Non so voi, ma io sto guardingamente esplorando i vantaggi di una possibile emigrazione in qualche Banana Republic: probabilmente lì si sta meglio.
 
Di paola (del 24/02/2010 @ 22:25:52, in diario, linkato 1045 volte)
L’Olanda è sotto shock. Non perchè domenica è caduto il governo Balkenende IV sulla questione Uruzgan dopo aver perso la fiducia sulla questione Irak e aver fatto una figuraccia di propozioni bibliche nell’inchiesta sulla Noord-Zuidlijn di Amsterdam e nemmeno perchè la Goldman-Sachs ha distribuito ai suoi dirigenti americani bonus miliardari mentre qui si annunciano licenziamenti e fallimenti a catena. No, l’Olanda è sotto shock perchè ieri sera Sven Kramer è stato squalificato nella finale dei 10.000 metri pattinaggio di velocità alle Olimpiadi invernali di Vancouver.
 
Lo so che a voi questo non dice assolutamente niente, per cui mi tocca la mission impossible di cercare di farvi capire chi è Sven Kramer e perchè è più importante di della crisi politica e finanziaria.
 
Sven Kramer è un ragazzo frisone di 23 anni, che negli ultimi quattro anni ha vinto tutti i campionati di pattinaggio sul ghiaccio  a cui ha partecipato ed è tuttora il pattinatore più veloce del mondo sulle lunghe distanze (tipicamente 5 e 10 km). Ha battuto e migliorato ripetutamente tutti i record di velocità, detiene il record mondiale e olimpico sui 5000 e – anche se compromesso dalla squalifica di ieri – quello dei 10.000 metri, perchè ha completato il percorso in ben 6 secondi meno del primo classificato ufficiale. E non è la prima volta. A Salt Lake City il suo record – ancora imbattuto – è di 12.41.69. Tanto per capirci, il record olimpico ufficiale di ieri è stato di 12.58.55.
 
Sven Kramer è una leggenda, è un mito impareggiabile che fa sognare l’Olanda intera. La sua faccia pulita e sorridente da bravo ragazzo ne fa il figlio e genero ideale di tutte le mamme olandesi, suo fisico divino ne fa un figo pazzesco per il resto di noi. Incredibilmente foto- e telegenico, appena la telecamera lo inquadra in tuta da gara ai blocchi di partenza tutti gli altri atleti sembrano delle mezze seghe. Appena apre bocca per rilasciare una qualunque dichiarazione i microfoni si liquefanno. Tutti adorano Sven e da ieri ho capito perchè. Non avevo mai visto ‘Sven the man’ in azione e non capisco una sega di pattinaggio, ma mi è bastato seguire la gara delle sei coppie di concorrenti prima di lui per capire la differenza-Kramer. Gli altri corrono, si sforzano, soffrono e ansimano, Sven invece si diverte! Vola leggiadro e sorridente in un tripudio di muscoli gioiosamente guizzanti, apparentemente senza sforzo e senza peso come Fred Astaire e taglia il traguardo rilassato e fresco come una rosa. Vi giuro: è un’esperienza quasi erotica. Vedere per credere e soprattutto ascoltare il mio cabarettista preferito su di lui. Cito a caso:
”Ieri Sven Kramer ha vinto con soli 4 secondi di distanza dal secondo classificato, ma al traguardo si è accorto di avere ancora addosso lo zaino con tutti i vestiti e i pattini di ricambio.”
“Il comitato ha deciso di dare a Sven Kramer da ora in poi una medaglia di platino, cosí anche gli altri hanno la possibilità di vincere qualche volta una medaglia d’oro.”
“Alla domanda perchè Sven Kramer non fosse arrivato primo alle qualificazioni per i campionati del mondo il nostro ha borbottato: la prossima volta mi devo ricordare di mettere il pattino sinistro sul piede sinistro e quello destro sul destro.”
“E ricordiamoci che il nostro Sven ogni tanto può anche arrivare secondo (risata generale). Sí lo so, questa è la mia battuta migliore.”
 
Per un paesucolo di dimensioni lillipuziane e dall’ego smisurato come l’Olanda, Sven Kramer è una sicurezza di riscatto dalla mediocrità e l’unica speranza di vincere qualche medaglia d’oro alle Olimpiadi, soprattutto adesso che Marianne Timmers – suo equivalente femminile sulle distanze brevi - è rimasta a casa per una caviglia rotta. Il pattinaggio di velocità è lo sport e l’orgoglio nazionale e Sven è il suo profeta.
La squalifica di ieri sera è stata una tragedia inaspettata, assurda e incomprensibile. Sven aveva praticamente già vinto la gara al 5° chilometro, con un intermedio di oltre 2 secondi inferiore al primo classificato. Sven era l’ultimo pattinatore in gara, il suo diretto concorrente aveva un intermedio di 3 secondi superiore al primo classificato, niente e nessuno separava l’Olanda dalla scontatissima quanto meritatissima medaglia d’oro. Al km 6,6 il coach di Kramer urla qualcosa e segnala freneticamente con la mano, Sven esita per una frazione di secondo, scavalca il cono che separa la pista esterna dalla pista interna e passa sulla pista interna. Due infrazioni fatali: lo scavalcamento del cono separatore è già da solo un’infrazione da squalifica, ma il peggio è che Sven sta ora pattinando sulla pista sbagliata! Cala un silenzio di gelo sullo stadio, i cronisti sportivi sono confusi, ripresa sul coach che sfoggia una perfetta imitazione del famoso Urlo di Edward Munch e dopo pochi minuti appare la scabrosa notizia sullo schermo dello stadio: Sven Kramer è stato squalificato. 6,7 milioni di olandesi (50% di share) sono paralizzati di fronte ai televisori, lo stadio è pietrificato dall’orrore. Ma come? Ma chi? Ma che cosa? Confusione generale tra i cronisti, momenti di panico. Le riprese dell’infrazione vengono ripetute ad nauseam, forse per farci abituare all’idea impossibile che Sven ha scavalcato un cono separatore e sta pattinando sulla pista sbagliata. Conclude la gara tra un silenzio imbarazzante, il coach si avvicina e vediamo in diretta il suo sorriso trasformarsi in una maschera di rabbia, come un bambino a cui sia stato tolto un giocattolo. Il coach è terreo. Sven lo spinge via, gli scaglia addosso gli occhiali da gara, batte i piedi. La sua trasformazione in bambino bizzoso è spaventosa. Lo chef de mission olandese si avvicina per consolarlo e le telecamere riprendono il suo lamento in diretta, successivamente censurato: “die klootzak, godverdomme, hij stuurt me naar binnen!” (quel coglione, porco..., mi ha mandato [nella pista] interna). 6,7 milioni di olandesi incassano la notizia che il coach si è confuso e ha dato a Sven un’istruzione sbagliata all’uscita dalla curva del 6° km. L’istruzione sbagliata del coach ha fatto perdere la medaglia d’oro a Sven Kramer e all’Olanda.
 
Qui devo ammirare la civiltà degli olandesi che si sono limitati, sia a Vancouver che in patria, a rimanere in stato di shock silenzioso per il resto della sera. Credo che in Italia i presenti in stadio avrebbero linciato il coach in diretta e lo avrebbero successivamente riportato in patria e appeso per le palle in piazzale Loreto.
 
Ora faccio una piccola digressione per analizzare i miei sentimenti. Per chi ancora non mi conosce: io odio lo sport, tutti gli sport ad eccezione di ginnastica artistica, pattinaggio artistico e tennis, non capisco niente di sport e non me ne frega niente di capirci qualcosa. In particolare considero il pattinaggio di velocità una noia mortale al pari del ciclismo e quando il vikingo passa interminabili domeniche pomeriggio a guardare le gare dell’uno o dell’altro in TV io mi addormento sul divano e mi sveglio solo quando suona la sigla di fine gara. Ebbene, io, ieri, sono stata col fiato sospeso per tutti i 12 minuti e 52 secondi della gara di Sven Kramer e ho guardato con orrore crescente il dipanarsi della tragedia. Mi è venuto un groppo in gola e un nodo allo stomaco, mi sono rivoltata quasi tutta notte tra incubi terribili e stamattina ho scanalato come un’invasata tutti i canali TV e radio per sentirmi ripetere ad libitum tutta la vicenda. L’unica spiegazione che posso dare a questa reazione irrazionale è che mi sono fatta travolgere dall’emozione dei 6,7 milioni di telespettatori olandesi, più le decine di migliaia in trasferta.
 
Sono andata in palestra come tutti i mercoledì mattina: stagionate valchirie casalinghe discutevano appassionatamente la gara di Sven Kramer sui runner. All’Albert Heijn la cassiera cinquantenne commentava la gara di Sven Kramer con le clienti. Alla radio i DJ del mattino erano in piena depressione e i quotidiani hanno riportato la notizia in prima pagina allo stesso livello della notizia sulla crisi di governo, con seguito in politica interna, commenti e pagina sportiva. Perfino la colf marocchina ha commentato: “Povero ragazzo, mi fa tanta pena: quattro anni di allenamenti per niente.”
E nessuno, dico nessuno, esprime il desiderio di linciare il coach e appenderlo per le palle in Leidseplein come a mio modesto e mediterraneo parere sarebbe cosa buona e giusta e fonte di consolazione. Anzi, dalla casalinga alla cassiera dell’Albert Heijn, passando per tutti i commentatori sportivi, c’è grande empatia per il derelitto e confuso coach, la cui carriera è ora definitivamente compromessa - poveraccio.
 
Misteriosamente invece non c’è alcuna gioia ne’ tantomeno empatia per Bob de Jong, pattinatore olandese arrivato ufficialmente terzo nella stessa gara, che ha salvato la faccia all’Olanda aggiudicandosi un bronzo. “Non meritato!” è il commento indignato generale. Edwin Evers, il DJ radiofonico più famoso e ascoltato del momento, gli ha perfino chiesto con tono stizzoso: “Ma ti pare giusto aver vinto questa medaglia?” al che de Jong ha risposto che nello sport le squalifiche non sono rare e che lui stesso è stato squalificato ben due volte alle Olimpiadi per falsa partenza. Shit happens, life goes on. Evers non ha commentato ma il suo pensiero condiviso da tutti gli olandesi è stato chiarissimo: magari avessero squalificato te questa volta invece di Sven!
 
E con questo pensiero inespresso concludo il reportage di una giornata tra le più bizzarre della mia vita olandese. Sono emotivamente esausta e non mi sono mai sentita tanto resident alien!
 
Di paola (del 09/02/2010 @ 08:26:52, in diario, linkato 1114 volte)
Il Carnevale sta al Sud cattolico dell’Olanda (Brabant e Limburg) come il Palio sta a Siena. Si tratta di un affare serissimo, definito addirittura il cemento della convivenza civile, che comincia sei mesi prima del martedì grasso con la campagna per le elezioni del principe di Carnevale, riportata con gran rilievo da tutti i quotidiani locali. Ogni villaggio, anche il più minuscolo, elegge il proprio principe, il cui compito sarà di coordinare e presidiare i festeggiamenti il giorno di Carnevale. Le elezioni, che si tengono in tutti i villaggi contemporaneamente l’11 novembre, vengono festeggiate con libagioni smodate, equiparabili a quelle per la festa del compleanno della regina. Eletto il principe, seguono quattro mesi di preparazione dell’evento, che in Brabante e Limburgo assume connotati decisamente differenti. In Limburgo è una cerimonia molto raffinata, tipo carnevale di Venezia, con inni rigorosamente riferiti alla storia della regione, rappresentazioni teatrali in dialetto, abiti da sera in broccato e maschere nei colori de rigueur rosso, giallo e verde. In Brabante invece è un evento molto più spontaneo e alla buona, con gran dispiego di zoccoletti di legno e costumi contadini, corteo dei carri a tema e una pletora di canzoni carnascialesche. Dei carri a tema del Brabante ho già dato ampio resoconto nel 2001 e siccome tutto sommato la tradizione è equiparabile alla sfilata di Viareggio, quello che intendo coprire quest’anno sono le canzoni carnascialesche. E’ da pochi anni infatti che il mio livello di comprensione della lingua mi permette di capire la maggior parte dei doppisensi e dei giochi di parole locali, per cui la mia presa di coscienza di questo fenomeno è abbastanza recente. Per la precisione risale al 2007, anno in cui ho cominciato ad ascoltare con assiduità il podcast della mia trasmissione radiofonica preferita, che non riesco mai a seguire in diretta. Ebbene, le canzoni carnascialesche olandesi sono forse l’ultima manifestazione vivente della goliardia e sottoscrivo volentieri una petizione all’Unesco per il loro riconoscimento come patrimonio artistico da proteggere.
 
Di diversa opinione è invece il coordinatore nazionale del Carnevale, che ha rilasciato una lapidaria dichiarazione a seguito del successo di una canzone particolarmente scollacciata (cioè, per la morale beghina di qui: in Italia arriverebbe tranquillamente al festival di Sanremo): “Disconosco queste manifestazioni di basso sfruttamento del Carnevale da parte di loschi individui che non capiscono assolutamente la profonda raffinatezza dell’evento.” Che cosa ci sia di profondamente raffinato in un corteo di trattori pilotati da robusti e rubizzi contadini, trasportante maschere di fattura casalinga e gusto estrememente popolare per non dire volgare, nonchè nella successiva ubriacatura collettiva con tutti gli annessi e i connessi del caso, rimane per noi tutti non adepti un mistero. La canzone in questione invece si adatta come un guanto all’atmosfera del periodo, un’atmosfera sicuramente condannata dalla comunità protestante nonchè classe dominante, che sicuramente considera il Carnevale una versione moderna di Sodoma e Gomorra e a cui – credo, altrimenti la dichiarazione non avrebbe senso - il coordinatore nazionale del Carnevale deve leccare il culo per garantire la sopravvivenza della tradizione.
 
Ma basta con la suspence e veniamo al punto, cioè al testo della canzone incriminata. Per capirne la sottigliezza occorre che facciate un salto indietro e precisamente al diario del 2001, capitolo zachte G. La zachte G (G molle) è il marchio infame dei brabanti, un difetto di pronuncia per il quale vengono spietatamente stigmatizzati e crudelmente sbeffeggiati dagli olandesi ‘boven de rivieren’ che vantano la loro capacità di pronunciare la G come si deve e cioè dura (harde G). Ebbene, il testo della canzone recita: “da quando sono emigrato in Olanda (dal Brabante) tutti mi prendono in giro per la mia G molle, ma io rispondo: avró anche la G molle ma in compenso ho la M dura e se non ci credi chiedi a tua sorella.” Il tutto a tempo di mazurca, con rime facili e metrica perfetta. Ora, io ricordo ancora molto bene che Renzo Arbore nel 1986 ha praticamente vinto Sanremo con una canzone intitolata “Il Clarinetto” (per chi non ricorda, Arbore ha abdicato la vittoria al secondo classificato, un giovane esordiente, Eros Ramazzotti) che a mia memoria era solo poco meno allusiva di questa. Ma senza andare a cercare lontano, nel 2006 Theo Maassen, un cabarettista del Brabante di fama nazionale, durante uno spettacolo teatrale ha cantato una canzonetta che è stata prontamente convertita in singolo ed è balzata al primo posto della classifica nazionale nella settimana di Carnevale del 2007. Titolo: “Piscia tiepida”
 
Allora, la P è ammissibile ma la M no? Siamo fermi alla fase anale o all’umorismo da prima elementare? Gesù che popolo di repressi!
 
Di paola (del 24/01/2010 @ 19:07:32, in diario, linkato 4083 volte)
broodje kroketAdesso che mi sono sfogata a parlare del (mal)tempo non mi resta che affrontare l’altra piaga che affligge questo Paese: il cibo. Premetto che non sono particolarmente viziata o schizzinosa, ho vissuto nell’Inghilterra pre-Conran e Oliver e ho viaggiato in tutta l’Asia senza problemi: sono perfino riuscita a mangiare durian e padangfood senza vomitare. Ma raramente ho visto un popolo così gastronomicamente analfabeta come gli olandesi. Il cibo sembra non interessarli minimamente, non distinguono il brunello dal succo d’uva e sono l’unico popolo al mondo che usa l’appelmoes (purea di mele) come condimento per carne e verdura e le crocchette come ripieno per i panini. Non sto scherzando: una delle delicatessen locali è il broodje kroket: un panino bianco morbido tipo quelli per gli hamburger in cui viene posta una crocchetta di patate e carne macinata. L’olandese medio, ricevuto il broodje kroket, apre il panino, schiaccia e spalma accuratamente la crocchetta con un coltello e poi richiude il tutto e se lo mangia beato. Ho visto con questi occhi attoniti un noto direttore ricerche imburrare due fette di pane integrale, farcirle con una fetta di ontbijtkoek (panpepato) e mangiarsi il tutto con forchetta e coltello come se fosse la cosa più normale del mondo.
 
pindakaasLa cultura alimentare è talmente scarsa che l’Unilever ha convinto un intero popolo negli anni sessanta a sostituire il burro con la margarina in nome della salute e adesso li sta convincendo che la margarina aiuta a combattere il colesterolo e che è più sana dell’olio d’oliva. Sempre grazie all’Unilever, il burro di arachidi qui è considerato l’alimento principe per una sana crescita infantile e viene spalmato sui panini dei bimbi a partire dal primo anno di vita. Quando lavoravo per la Nestlé sono stata edotta sulla barbara usanza in voga negli anni settanta di curare le indigestioni dei lattanti con gocce di Galak. Insomma, io mi lamentavo delle campagne della Ferrero ma ho rivalutato il cavalier Michele da quando ho visto a quali aberrazioni sono sottoposti gli indigeni. Burro di arachidi a parte, qui una fetta di pane integrale, margarina e sottiletta di gouda è considerata il top dell’alimentzione sana ed equilibrata, tanto che dieci anni fa era un’impresa disperata convincere le madri a riempire il brodtrommel (cestino della merenda scolastica) dei figli con alimenti alternativi. Dieci anni fa, proprio di questi tempi, ho dovuto combattere una strenua battaglia per far comperare alla mensa aziendale anche insalata e frutta oltre al pane a cassetta e i salumi e formaggi standard. Sempre in quel periodo, durante un brainstorming, è stato chiesto a tutti i miei colleghi quale formaggi mangiassero abitualmente. La mia padronanza della lingua non era tale da capire i dettagli ma mi sembrava che le risposte fossero alquanto uniformi; quando è toccato a me e ho cominciato ad elencare tutti i miei formaggi preferiti mi sono resa conto che nessuno aveva la più pallida idea di che cosa stessi dicendo. Il mio vicino mi ha pazientemente spiegato che le risposte ammesse erano solo tre e cioè: jong, belegen e oud e si riferivano alle stagionature del gouda.
 
toetjesVero è che se si seguono le regole dietetiche olandesi non si ingrassa nemmeno di un grammo, perchè il menù giornaliero raccomandato è cinque panini e un piatto caldo (vedi titolo). La definizione di panino (boterham): 1 fetta di pane a cassetta spalmata di margarina (boter) e companatico (ham), che va dalla sottiletta di gouda alla granella di cioccolato passando per paté di fegato di maiale, formaggini vari e pindakaas (burro di noccioline); il piatto caldo è il famoso AGV, cioè carne, patate e verdure – tipicamente cavoli, il tutto bollito o stufato. Completano questo deprimente quadro alimentare due bei bicchieri di latte e due frutti - tipicamente mela e banana. Per ingrassare qui ti devi mettere d’impegno e arricchire la dieta con svariati toetjes (dessert) e tussendoortjes (spuntini) e qui devo dire che l’industria alimentare si impegna a fondo nel fornire un ricco assortimento di zuccheri e trigliceridi sotto forma di cremine, budini, bevande ipercaloriche, barrette, merendine, noccioline e affini. L’Olanda è il secondo paese europeo per consumo di cioccolato pro-capite (e per cioccolato qui si intendono anche le candybars tipo Mars che non si possono per legge chiamare cioccolato perchè contengono più zucchero che cacao) e sicuramente la prima per consumo di derivati del latte: basta vedere quale spiegamento di yogurt, budini, creme e toetjesdessert in ogni possibile gusto offre un supermercato medio per capire l’importanza del latte nell’alimentazione locale e del resto in un paese cronicamente freddo e piovoso non ci sono molti altri modi di procurarsi la vitamina D necessaria alla sopravvivenza. Ma anche qui la propaganda ha convinto la popolazione che il latte intero fa male alla salute per cui tutti i latticini e derivati – compresi quelli per i bambini - sono a base di latte parzialmente scremato, il che è assurdo perchè la vitamina D contenuta nel latte viene assorbita solo se assunta insieme ai grassi del latte stesso. Degli snack bar ho già parlato l’anno scorso e non intendo dilungarmi, vi arricchisco la cultura in fatto di noccioline, che qui vengono vendute non solo sotto forma di burro ma anche ricoperte in versione dolce (M&M’s) e salata con una crosta tipo cipster in svariati gusti. Le noccioline vengono tipicamente consumate in quantità industriali davanti alla TV assieme ad un bel bicchiere di birra. In alternativa, patatine, che qui vengono vendute in sacchi da 200 gr e in una varietà di gusti da far venire il capogiro. I sacchettini da 50 gr sono destinati al consumo infantile e sono di rigore insieme a Mars, M&M’s, Chupa Chups, Fruittella e altre bombe chipszuccherine nelle festicciole di compleanno. Ma questo è il meno. Il vero orrore è che i bimbi sono abituati fin dalla più tenera infanzia a consumare caramelle e cioccolato quotidianamente all’ora della merenda. Potete capire il mio profondo sgomento alla visione delle madri che distribuiscono liberamente questi dolciumi ai loro figli solo se come me siete stati tirati su in una famiglia dove chupa chups, nutella e patatine venivano considerate sostanze illegali al pari dell’eroina. Qui invece la nutella è un alimento di lusso: gli indigeni usano il duo penotti, una specie di latte condensato che del cioccolato ha solo il colore.
 
kibbelingPer finire in bellezza, nonostante l’Olanda sia composta al 20% d’acqua e abbia 400 km di coste marittime, gli olandesi non sono affatto consumatori di pesce e quando lo fanno si limitano al merluzzo fritto, all’aringa cruda (blah) e alle cozze con le patatine fritte e la maionese (doppio blah). Solo gli chef della nouvelle cuisinechips olandese si impegnano a propagare la cultura ittica a botte di 100 euro a pasto, per cui questa rimane saldamente sui palati delle classi superiori. Tutti gli altri mangiano allegramente erwtensoep (zuppa di piselli) e stamppot (purea di patate con cavoli, speck e wurstel) e sono fermamente convinti che la tomatensoep (zuppa di pomodoro) sia un piatto tipico italiano. Che tristezza ...
 
Di paola (del 13/01/2010 @ 20:44:42, in diario, linkato 1009 volte)
Qui le temperature siberiane persistono ormai da un mese e continua a nevicare. Gente come me comincia a dar fuori di matto ma l’olandese medio gira col sorriso beota di chi è appena stato soddisfatto oralmente. Naturalmente alla prima gelata tutti hanno tirato fuori dall’armadio i pattini e nel weekend di Natale, mentre noialtri si stava in coda in autostrada fino a tarda notte o si bivaccava in stazioni NS gelide in attesa di un treno che ci riportasse a casa, si sono precipitati su tutti canali, stagni e laghetti gelati col risultato di ‘passare attraverso il ghiaccio’ in massa e finire mezzi assiderati all’ospedale. Il ghiaccio infatti non era della qualità adatta per pattinare e questo mi ha offerto l’opportunità di ampliare la mia cultura al riguardo. Un accorato rappresentante dell’associazione pattinaggio nazionale (KNSB) spiegava alla radio che la neve caduta in abbondanza aveva reso il ghiaccio molto poroso e le temperature troppo alte (!) unite alla mancanza di vento non facevano altro che aumentare la porosità del ghiaccio ad ogni gelata senza peraltro inspessirlo. Quello che ci sarebbe voluto, concludeva il rappresentante KNSB, era un bel vento di tramontana forza 4 unito ad una temperatura notturna di -15° per almeno tre giorni e poi si sarebbe potuto godere appieno dei piaceri del ghiaccio (ijspret). Già solo il fatto che gli olandesi associano il piacere (pret) a ghiaccio e neve li qualifica come pazzi furiosi, ma la follia collettiva che si è di nuovo esternata in occasione di una calamità naturale come questo inverno inusualmente rigido li conferma un popolo totalmente schizofrenico. Auspici di tramontana e gelate siberiane si intrecciano quotidianamente su tutti i media con le proteste per gli enormi ritardi dei treni, le code autostradali apocalittiche, i black outs continui e le altrettanto continue cancellazioni dei voli in aeroporti sempre più congestionati. Insomma, il popolo olandese vuole l’Elfstedentocht ma anche strade pulite, treni puntuali, elettricità e riscaldamento non stop e aerei pronti a portarli ai Caraibi.
 
Massa di bambini viziati!
 
Sarà anche vero che in un passato non ancora remoto tutti gli inverni erano rigidi e questo non è particolarmente freddo paragonato ai ricordi dell’olandese medio, ma sta di fatto che da almeno dieci anni (secondo me anche venti) non si è mai andati così tanto e per così tanto tempo sottozero, ne’ ha mai nevicato così tanto e così a lungo. Di conseguenza le amministrazioni comunali, regionali e statali non hanno ritenuto opportuno continuare a stanziare fondi per garantire misure di sicurezza adeguate a situazioni climatiche ritenute improbabili, in questo sicuramente sobillati dal continuo martellamento mediale sul surriscaldamento terrestre e l’effetto-serra. Negli stessi anni, il traffico ferroviario, stradale e aeroportuale è cresciuto in maniera esponenziale: il parco treni dell’NS è stato quasi integralmente rinnovato e ampliato, sono state costruite 8 nuove autostrade e 2 nuovi aeroporti. E a nessun manager sano di mente sarebbe mai venuto in mente di mettere a budget (infra)strutture resistenti a temperature artiche – semmai il contrario!
Quindi non è strano che il primo inverno rigido dopo più di un decennio di farfalle a gennaio e rose novembrine abbia paralizzato la nazione, tantopiù che l’olandese medio non ha l’intelligenza sufficiente per capire che gli conviene aspettare che abbia finito di nevicare e/o che sia passato lo spazzaneve prima di mettersi in strada. No, l’olandese medio è rappresentato dalla mia collega che si mette in macchina durante la tempersta di neve più grande del decennio per tornare a casa in tempo per la cena “tanto ho l’ Hummer 4x4 con gomme da neve.” Risultato: un ingorgo di 5 ore sul raccordo anulare (ring) di Amsterdam che è stato dichiarato il più lungo del secolo (ma era successa esattamente la stessa cosa il 27 novembre 2005 – la memoria storica dei giornalisti fa le pippe a Memento).
 
Questo atteggiamento - che io credevo appartenere esclusivamente alla fauna milanese – è ben riassunto nel detto ‘je eigen straatje vegen’ (spazzare la tua stradina), che vuol dire fare esclusivamente quel che fa comodo a te quando pare a te e fanculo il resto del mondo. Ho dato ampio resoconto di una dimostrazione letterale del detto a dicembre, quando i miei vicini di casa non hanno mosso un dito per spalare la neve nella nostra strada privata ma hanno meticolosamente spalato il sentierino che parte dalla loro porta e arriva alla porta del garage o alla discesa del posto macchina e chissenefrega della vecchietta ottantenne del 2 o dell’immigrata italiana del 9 che non hanno l’Hummer 4x4.
 
Ma torniamo all’ijspret. Appena prima di Natale è uscito un film intitolato “De hel van ‘63” che racconta – pare molto fedelmente – le vicissitudini della più tragica e spaventosa Elfstedentocht della storia. Nella notte del 18 gennaio 1963, con una temperatura di -18°, 20 cm di neve e una tempesta con tramontana si è svolta l’Elfstedentocht che vanta ad oggi il maggior numero di feriti e il minor numero di finalisti: 127 su  9.862 (e 58 finalisti erano pattinatori professionisti). Ora, questo film ha rotto tutti i record d’incasso nel primo weekend ed era su bittorrents e youtube dieci secondi dopo la premiere. Quotidianamente vengono intervistati tutti i membri dell’Associazione delle città frisone e qualunque altro frisone che abbia mai pattinato per sapere se giet it oan? Si può fare? Da un mese tutti gli intervistati rispondono la stessa cosa e vi rimando al primo paragrafo. No che non si può fare: il ghiaccio è troppo sottile e di cattiva qualità. Delusione generale.
 
Ma come!
 
I treni viaggiano da Natale con ‘aangepaste dienstregeling’, che è il modo diplomatico per dire che ne vengono garantiti la metà del normale e quelli che ci sono hanno 10-20 minuti di ritardo standard. Le riserve di strooizout (sale antighiaccio) sono finite tanto che il comune di Etten-Leur ha acquistato al triplo del prezzo e utilizza sali da bagno (davvero!!!) per arginare i pericoli sulle provinciali, in autostrada è un terno al lotto tra continue tempeste di jachtsneeuw (neve leggera e asciutta spinta dal vento) e stuifsneeuw (dune formate dalla jachtsneeuw), Schiphol è chiuso un giorno su tre e la NUON (Enel locale) sta già attingendo alle riserve di gas per far fronte all’incredibile richiesta di energia che è la causa dei black outs sempre più frequenti che stanno paralizzando la vita di molti comuni. Se per caso viene dato l’OK all’Elfstedentocht che cosa pensano che succeda? La maggioranza dei partecipanti non arriverebbe comunque in tempo perchè bloccata in treno, aeroporto o autostrada. La massa di spettatori causerebbe ingorghi paurosi e incidenti a catena e per finire un black out stile Los Angeles 2005. Ci sarebbe da scrivere un libro di fantahorror che fa le pippe all’inferno del ‘63, anzi adesso chiamo Ben Elton. Insomma, in queste condizioni c’è solo da sperare che il disgelo (dooi) arrivi presto e che il governo si prepari adeguatamente alla possibilità che l’inverno prossimo sia veramente un inverno da Elfstedentocht.
 
Io, da buona olandese adottiva, spazzerò la mia stradina e comincio già a prepararmi adeguatamente per il mio sabbatical ai Caraibi tra dicembre 2010 e febbraio 2011. Giuro.
 
 
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Tutti i post della sezione FEUILLETON sono un'opera di fantasia. Ogni riferimento a persone, situazioni, avvenimenti reali o realmente accaduti è puramente casuale nonchè involontario.

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Invece tutti i post della sezione DIARIO si riferiscono a persone, situazioni e avvenimenti reali.





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