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 ego... di paola
 
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In equilibrio su un filo di seta è una storia di donne. Donne che non cercano guai ma che ne trovano a pacchi. Donne in cerca di se stesse e di un significato per la loro vita sempre più vuota e allo stesso tempo sempre più frenetica. Donne idealiste, donne materialiste, madonne, angeli, streghe e puttane.

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 08/09/2010 @ 22:01:10, in diario, linkato 1149 volte)
Ditemi, francamente, non vi viene il nervoso ogni volta che in TV parte il tormentone dell’anniversario di qualche orrenda sfiga? Tipo 40 anni di Piazza Fontana, 30 anni del terremoto di Napoli, 20 anni di Tien-an-men, 10 anni dell’inondazione/uragano/tsunami di turno per arrivare all’annuale commemorazione delle Twin Towers, il cui tormentone è appena partito. Siccome torno dall’Italia dove per tutto agosto mi hanno fracassato il fracassabile con il trentennale dell’attentato alla stazione di Bologna voi capite bene che sono andata leggermente in paranoia. Sia chiaro che non intendo mancare di rispetto alle vittime delle varie tragedie ma il problema è che viviamo nella società dell’informazione e nel villaggio globale, quindi se dobbiamo ricordare tutte le calamità naturali e gli efferati attentati che mietono vittime in qualche parte del mondo, ogni giorno diventa il 2 novembre! E se poi ci sommiamo la giornata del cancro, quella dell’AIDS, quella della sclerosi multipla e di tutte le altre malattie sponsorizzate dalle varie associazioni di ricerca (che mi chiedo sempre se dietro non ci siano le multinazionali farmaceutiche, vedi come sono cattiva ...) facciamo prima a comprarci un cilicio e fustigarci ogni mattina per ricordarci che dobbiamo morire.
 
In questi giorni mi sono chiesta spesso: quando cadono in proscrizione gli anniversari delle sfighe?  Quanto ancora ci tocca ricordare l’assassinio Moro e l’Italicus, che nella generale overdose di informazione manco mi ricordo più cos’era esattamente? E qual è il criterio per cui si elegge una tragedia alla commemorazione annuale? Il numero delle vittime? La loro fama? L’efferatezza del crimine? Ci sono regole? No perchè allora non si capisce perchè ricordiamo la morte di Diana Spencer ma non le idi di marzo e perchè l’Olocausto sì e la strage dei Templari no. E’ stata forse meno spietata, ha fatto meno vittime oppure ha semplicemente perso lo sponsor? Ok, mi fermo qui prima di beccarmi una querela. Dico solo che ho deciso da tempo di praticare una sorta di sciopero bianco per cui alla prima menzione di qualche anniversario di questo genere spengo il televisore, giro pagina o clicco via. E basta!
 
Abbiamo già abbastanza sfighe di nostro mi pare, arrivati ormai all’età in cui con una stretta al cuore ti rendi conto che un numero allarmante di familiari, amici e conoscenti ha lasciato questa valle di lacrime ed epitaffi i settantenni defunti con “poveretto, era ancora così giovane”. Perfino sotto l’ombrellone quest’estate era tutta una conta di morti e malati terminali da far passare la voglia di uscire di casa. Vi va bene se invece commemoro un paio di anniversari felici, tanto per cambiare?
 
Il 10 agosto 2000 ho incontrato il vikingo e come noto da allora siamo praticamente incollati, che dico, cementificati insieme che il soldatino di piombo e la ballerina ci fanno le pippe.
Ma come, son già dieci anni? Ebbene sì, ho battuto tutti i miei record precedenti riuscendo a convivere con lo stesso uomo per ben 10 anni 10 senza - non dico fargli le corna - ma nemmeno pensare di fargliele (Josh Holloway non conta, vero? No perchè se conta anche quello non vale)! Brava eh? Mi faccio un bell’applauso da sola.
Il 24 agosto 2000 sono venuta a Nijmegen per la prima volta e come è noto da allora sono anche ivi residente. Sarà un record solo se resisto ancora un altro anno perchè anche a Milano son rimasta dieci anni ed è stata la residenza più lunga di tutta la mia vita. Che sia la volta buona? Ho veramente smesso di girare per l’Europa come una trottola impazzita? Mi faccio un altro bell’applauso da sola.
L’11 ottobre 2002 è nato Matteo, che tra tutte le cose che mi sono capitate finora continua ad essere di gran lunga la più bella, in tutti i sensi. Perfino il vikingo si è arreso all’idea che è lui il vero amore della mia vita e io non riesco ancora a credere che questa meraviglia sia uscita dalla mia pancia. Mi assegno un Oscar, che dico, un Nobel!
 
Il quale Matteo ha appena piantato una scena isterica di prima perchè non gli abbiamo permesso di stare alzato fino a notte fonda per finire di costruire un trattore Lego Tecnic in scala 1:5, trattore che adesso il vikingo sta pazientemente montando in salotto e appena finito di scrivere corro a dargli una mano. Questo è l’anniversario più felice di tutti: tornare ogni sera a casa dal lavoro e trovare i miei due amori che mi aspettano per raccontarmi come è andata la loro giornata.
 
Di paola (del 14/08/2010 @ 15:45:55, in diario, linkato 1061 volte)
Ci sono molte ragioni per cui mi piace tornare ogni anno a Sanremo, una delle quali è che nel condominio che ci ospita il tradizionale pranzo di ferragosto ricorda i fasti di Roma imperiale. Dalla fondazione 50 anni fa, i festeggiamenti condominiali iniziano la sera del 14 con una cena in abito da sera formale su tavolate allestite in piscina e si concludono con l’aperitivo del 15 composto ufficialmente dagli avanzi della sera prima, in realtà un altro banchetto. L’anno scorso oltre ai classici prosciutto, melone, salame e focaccia, sono arrivati antipasti di pesce e dessert gelati dall’Hotel Royal ad arricchire la tradizionale grigliata. Io mi ero messa un vestitino di cotone comperato in saldo in una boutique di Nijmegen e ho assistito sconcertata all’arrivo delle dame dell’alta società degli anni sessanta truccatissime, cotonatissime, profumatissime, sfolgoranti di gioielli e haute couture e traballanti su creazioni calzolaie palesemente inadeguate alle vene varicose e alle caviglie gonfie della terza età. Ho calcolato rapidamente che la mia vicina di tavolo ottantenne avrebbe potuto mantenere la mia famiglia per circa cinque anni solo con la donazione dell’anello a cabochon e del collier di brillanti e smeraldi e ho deglutito ancor più rapidamente un bicchiere di prosecco per dimenticare il pensiero. 
 
Si narra che negli anni della dolce vita il bagnino avesse il compito di svuotare la piscina il 14 mattina per permettere alle signore in lamé e ai signori in smoking di dilettarsi dopo cena in danze sfrenate fino a notte fonda. Constatato che i tacchi a spillo delle signore rompevano le mattonelline del fondo, l’usanza è stata abbandonata a favore dell’attuale bagno di mezzanotte: le stesse signore in lamé e signori in smoking - attualmente abdicato a favore di un meno formale completo giacca e cravatta - vengono gettati in acqua vestiti, scarpe e gioielli compresi tra l’ilarità generale. Questa usanza tanto amata dalle classi superiori mi perseguita dai tempi della mia adolescenza e anche dopo tutti questi anni non incontra ancora il mio favore, per cui l’anno scorso mi sono defilata all’inglese pochi minuti prima del tocco e ho ascoltato i racconti esilarati dei protagonisti dell’avventura durante l’aperitivo del 15, bevendo prosecco come un’ossessa per non pensare a quanti anni avrei potuto mantenere la mia famiglia con tutti i gioielli, telefonini, orologi, scarpe e vestiti irrimediabilmente rovinati dalla permanenza nell’acqua salato-clorata della piscina.
 
Data la complessità dei festaggiamenti, l’organizzazione della cena di ferragosto è oggetto di discussione fin da luglio e la discussione è parte integrante dell’esperienza proprio come la preparazione del Palio di Siena. L’anno scorso non avevo abbastanza confidenza con il gruppo delle signore organizzatrici per essere messa a parte della discussione per cui mi sono limitata a pagare la quota di partecipazione e a fare i doverosi complimenti per lo sforzo e il risultato. Quest’anno devo aver valicato un confine invisibile perchè di colpo mi son trovata nel raggio di ascolto del gruppo organizzatore e ho potuto quindi partecipare sia pur indirettamente ad una modesta parte delle discussioni e perfino della preparazione. Non vi eccitate perchè il trucco c’è e si vede: quest’anno, per la prima volta dalla fondazione, si è assistito ad uno scisma. Le organizzatrici storiche si sono dichiarate indisponibili alla continuazione del mandato e hanno comunicato che sarebbero andate invece alla cena dell’Hotel Royal, riservandosi di organizzare solo l’aperitivo del 15. Si ipotizza che la ragione di questa sorprendente dichiarazione stia nel comportamento scorretto di alcuni condomini che gli anni scorsi pare comunicassero la loro adesione all’ultimo momento e si permettessero perfino di invitare numerosi ospiti non residenti: un comportamento pienamente in linea con la nouvelle vague dell’italianità predatrice e rampante del popolo delle libertà, che ha giustamente sollevato le ire delle compagne del comintern. A riprova di quanto ipotizzato, il tentativo di un altro gruppo di organizzare la cena in piscina con una formula alternativa in cui ogni famiglia si impegna a preparare un piatto per la sua tavolata ha sortito non più di una ventina di adesioni sui quasi duecento condomini presenti. Un commento rigorosamente anonimo quanto rappresentativo dell’atmosfera: “E certo, quando gli bastava versare la quota e presentarsi all’ora di cena ovvio che partecipavano. Adesso che gli tocca lavorare figurati!”
 
Noi naturalmente siamo tra i venti: mia madre e le sue due amiche sanremesi sono state per oltre un decennio le regine incontrastate del pranzo di ferragosto a Spiazzi che constava di minimo sei antipasti, pasta al forno, arrosto, brasato al barolo, tre contorni e un tripudio di dolci della gara di cucina condominiale, figurati se si lasciano scomporre da una semplice grigliata. Le signore si sono riunite qualche sera fa dopo cena per stendere il menù e assegnare i compiti: una discussione al cui cospetto il G9 è una chiacchierata tra amici. Io mi sono prudentemente ritirata dal dibattito appena ho visto l’aria che tirava dopo un quarto d’ora di discussione sull’opportunità di fare o meno le torte salate, rendendomi naturalmente disponibile per la confezione di un piatto a scelta che ho anche puntualmente preparato (curry di carne classico secondo la ricetta di Julie Sahni). Alla vigilia della cena non mi è ancora molto chiaro che cosa mangeremo: di sicuro c’è la polenta con vari intingoli al posto della grigliata, il che – data la potente perturbazione che ci ha raggiunto proprio oggi – si è rivelata una scelta ispirata. Poi sono stati comperati chili di focaccia, salame, gorgonzola, prosciutto e melone e due signore si occupano del dolce consistente in torta caprese e torta di pesche. Non rischieremo di sfigurare anche senza il catering dell’Hotel Royal e magari la pioggia ci eviterà perfino il bagno di mezzanotte. In ogni caso, il ferragosto italiano si conferma un’esperienza imperdibile.
 
Di paola (del 03/08/2010 @ 16:06:39, in diario, linkato 804 volte)
Siamo per la terza estate consecutiva in vacanza a Sanremo e per la terza volta siamo felicissimi di aver fatto questa scelta. Arrivare in un posto caldo e soleggiato, pieno di fiori, dove tutti sorridono e ti salutano come se fossero veramente felici di rivederti e dove si mangia come dio comanda mi ha restituito in un colpo solo tutta l’energia e il buon umore persi in tre mesi di sfighe e casini aziendali.
Ho passato la prima settimana a fare incetta di sandali, borse e vestiti in saldo e oggi mi sono comperata uno smalto per unghie oltraggiosamente rosa e iridescente con il quale ho completato il mio holiday look. La pista ciclabile finita l’anno scorso comprende da quest’anno un servizio di noleggio che sfrutto ampiamente evitandomi in un colpo solo code e attese alle fermate del bus. Del resto tutto quello che mi serve si trova sulle due strade parallele alla ex ferrovia convertita in pista ciclabile: via Matteotti e via Roma, così vado ogni mattina a comperare la focaccia fresca dal baretto di piazza Cavour e tornando prendo il cappuccino al bar della Foce. Una vita da sogno, se non fosse per le auto perennemente ingorgate, puzzolenti e strombazzanti che occupano ogni possibile superficie, anche quelle riservate ad usi non stradali come marciapiedi, passaggi pedonali, passi carrai etc.
Dieci anni fa, per sfogare la mia ira repressa contro gli automobilisti, ho scritto un romanzo di fantapolitica in cui le auto a Milano erano state proibite a seguito di un maxi ingorgo fatale. Ben Elton aveva già dedicato al problema Gridlock, opera di qualità infinitamente superiore al mio modesto contributo. Non sarà stato merito suo ma adesso a Londra le auto private non circolano più, mentre constato che in Italia pare impossibile far rispettare le più elementari norme di educazione civica e del codice della strada. A Sanremo è stata costruita una nuova ferrovia e una nuova via Aurelia per disgorgare il traffico cittadino ma la pista ciclabile viene usata esclusivamente da pedoni e olandesi in vacanza, mentre l’Aurelia originale è ingorgata dalle otto di mattina alle otto di sera. Ieri siamo andati a prendere mia madre alla stazione FFSS di Ventimiglia: un’ora per fare 15 km, se avessimo preso l’autobus avremmo fatto prima. Ecco perchè la nostra auto di solito resta in garage per tutto il tempo della nostra vacanza  e la usiamo solo per arrivare e ripartire.
Quello che non capisco è come facciano i miei ex compatrioti (non so se notate ma sto prendendo sempre più le distanze) ad ostinarsi caparbiamente ad usare l’auto anche quando è evidente ad un lattante che qualunque alternativa sarebbe più veloce ed economica - e non ho nemmeno accennato all’impronta di CO2, di cui notoriamente se ne fregano tutti. Io utilizzo gambe, biciclette e mezzi pubblici da sempre: odio guidare e uso la smart (nota bene, mica una vera auto) solo se proprio non ne posso fare a meno; da quando sono emigrata la smart sta a fare le ragnatele sul marciapiede antistante casa e se non fosse che ogni tanto devo fare la spesa grossa all’Albert Heijn o andare da un cliente fuori rotta NS mi dimenticherei che esiste. Quando lo faccio notare ai miei ex compatrioti mi rispondono unanimi che i mezzi pubblici olandesi sono più efficienti di quelli italiani, al che ribatto che ho vissuto a Milano ben quindici anni nei quali ho usufruito esclusivamente dei mezzi pubblici locali e non ho mai sentito la mancanza di un’auto. Certo che se uno mi fa gli occhi a palla al pensiero di andare a far la spesa alla Standa (50 mt da casa) e in spiaggia (300 mt da casa) a piedi sarà dura riuscire a convincerlo che si può abitare a 125 km dal posto di lavoro e andarci in treno, sia pure in Olanda dove i treni hanno un tasso di puntualità vicino al 90%. A me pare che il problema italiano sia ben più radicato e irrazionale, se penso a tutti i tentativi falliti di rendere la cerchia dei Navigli a Milano zona a circolazione ridotta, mentre a Nijmegen (e ora anche a Londra) è un fatto incontestato e inconfutabile. E se osservo il comportamento incivile di automoblisti e motociclisti italiani che circolano e sostano nel più completo sprezzo di ogni regola e ti insultano pure se ti permetti di attraversare sulle strisce mentre loro stanno arrivando a 80 km/ora in centro abitato, contromano o superando sulla destra.
Mi duole dirlo, ma sarò felice di tornare al Nord al termine di queste ferie, come ogni anno. Anche se dovrò passare un altro anno senza il sole e il calore italiani.
 
Di paola (del 19/07/2010 @ 23:53:54, in diario, linkato 1032 volte)
Non resterà negli annali storici al pari di quella di Kyoto, di Yalta o del congresso di Vienna, ma per il microcosmo in cui vivo è altrettanto densa di significato e devastante. Addì 19 luglio 2010, alle ore 13 si è concluso il 15º e ultimo vriendenweekend. Non ce ne saranno mai più!
La mia emozione al riguardo è pari a quella di un milanese del XIX secolo a cui viene comunicato che l’esercito austroungarico se ne va e da oggi non si devono più pagare tasse a Cecco Beppe. Ho perfino pianto di commozione, giuro!
 
Solo le mie amiche storiche sanno quale tortura sia stata per me la partecipazione a tutti gli undici vriendenweekend organizzati dal 2000 ad oggi e adesso è arrivato il momento di informare il resto del mondo. Finora i dettagli più scabrosi erano stati rivelati solo in mail privatissime o conversazioni telefoniche: mi aveva trattenuto il rispetto per la privacy più che il timore di querele o rappresaglie da parte degli amici del vikingo (o per meglio dire, delle loro perfide mogli), ma ora i freni inibitori si sono spezzati con lo spezzarsi delle catene oppressive e chissenefrega della privacy e delle rappresaglie. Giuro di dire solo la verità, per quanto scomoda o spiacevole. Mettetevi comodi!
 
La tradizione del vriendenweekend è piuttosto radicata in Olanda. Una volta all’anno tutti gli amici del bel tempo scolastico che fu si ritrovano con le loro famiglie per ricordare il passato e chiacchierare del presente. Lo svolgimento varia dallo one-night stand con cena al ristorante e pernottamento in amena località turistica senza prole allo all-inclusive ve-lu in casa di campagna e prole al seguito. I preparativi per il vriendeweekend sono serissimi e appassionati al livello di familie reunie, altra annuale sfiga da sopportare stoicamente, questa volta in compagnia dei parenti. Questo è tutto quello che vi serve sapere come background.
 
Nel cerchio di amicizie del vikingo, centrato attorno al simpaticissimo Frank, che infatti non a caso è stata la prima persona a cui sono stata presentata nel lontano agosto del 2000, la tradizione pare aver avuto inizio a metà degli anni novanta, quando i sette amici in questione erano ancora freschi di studi e tutti quanti insieme appassionatamente vivevano in (o gravitavano attorno a) una studentenhuis della Bosbessenstraat a Nijmegen. Il primo vriendenweekend si è svolto in un campeggio delle Ardenne, con tempo infame ma molte risate e immagino anche una gran quantità di sesso in quanto più o meno tutti si erano appena fidanzati con quelle che poi son diventate le loro mogli. L’esperienza ha avuto così tanto successo che è stata ripetuta l’anno successivo e qui le cronache riportano una spassosissima escursione in canoa dove alcuni partecipanti hanno passato più tempo sott’acqua che sopra. A seguito di ciò la tradizione si è consolidata e arrivati al fatidico 2000 il vriendeweekend è stato tenuto in forma molto ridotta a causa della nascita del figlio di Ton e Sonja e del matrimonio di Frank con Loes – eventi che avevano impegnato gli amici in continue riunioni e feste durante la prima parte dell’anno. La formazione di quell’anno comprendeva quindi solo Frank e suo fratello Jack con consorti, la migliore amica di Loes between partners e l’infida Veronique che era stata invitata per tener caldo il sacco a pelo del vikingo, il quale ha stupito tutti con effetti speciali portando me in dotazione al posto di Jan-Nico che fino ad allora era stato il suo partner fisso e che era al momento prigioniero dell’orrida venezuelAna (attuale ex-moglie). Le prime impressioni non si dimenticano mai e avrei dovuto dar retta al mio subconscio che mi urlava di scappare a gambe levate da quella gabbia di matti, ma ero troppo innamorata e ansiosa di integrarmi in quella che - volente o nolente - sarebbe diventata la mia nuova famiglia, per cui ho sorriso come una scema a destra e a manca e ho cercato di ricordare solo gli aspetti positivi dell’esperienza – già allora un compito molto arduo.
 
Nel 2001 siamo andati tutti quanti insieme appassionatamente in Zeeland a vedere i Deltawerken ed è stata ad oggi una delle peggiori esperienze della mia vita: ha piovuto continuamente, con raffiche di vento forza 8 e un freddo pazzesco. Grazie a Sonja che aveva un pargolo di anni 1,5 a carico non siamo andati in tenda ma abbiamo affittato chalets molto ma molto basici in un tristissimo camping semivuoto e mangiato nelle locali trattorie che sono solo un filo meno unte e trucide degli snack bar. Nel 2002 ero incinta e avevo appena visitato la casa dei miei sogni per cui avevo altro a cui pensare e ho rimosso l’esperienza, ricordo solo che siamo saliti di livello: invece del solito camping ci aspettava una casa di campagna in muratura con grande giardino privato, tre bagni, cucina abitabile e comforts inauditi tra cui anche una sauna privata. Non ho potuto fare a meno di notare che le uniche due camere matrimoniali erano state occupate da Angelique in quanto organizzatrice e Sonja con la scusa del bimbo a traino, mentre noialtri si dormiva insieme in una grande camerata dotata di sei letti a castello e credo che la mia maldisposizione verso il vriendenweekend sia cominciata allora: almeno in tenda avevamo uno straccio di privacy, poi con che faccia da tolla ti permetti di creare simili disparità di trattamento tra i partecipanti? Ho fatto le mie rimostranze al vikingo (non credo di essere stata l’unica) e da allora ognuno ha avuto la sua camera privata.
 
Nel 2003 la prole al seguito è raddoppiata con l’arrivo di Matteo e siamo andati in un villaggio-vacanze tedesco. Non ho un ricordo spiacevole di quel weekend perchè la cura di Matteo mi impegnava 24/7 e sono rimasta molto sorpresa dall’offerta di almeno tre persone distinte di accollarsi il pupo per un quarto d’ora per consentirmi di mangiare o fare la doccia: un atto di cortesia che è rimasto unico e isolato in tutta la storia del vriendenweekend. In ogni caso, da allora il vriendenweekend ha perso definitivamente l’atmosfera attivo-spartana che ne aveva contraddistinto le origini e ha acquistato la sua forma odierna sedentaria: casa comoda, camere matrimoniali con veri letti, salotto e cucina dove riunirsi a consumare i pasti preparati dalle mogli al posto delle continue incursioni nei vari snack bar e caffè locali.
 
Il vriendenweekend del 2004 resterà agli annali come la fine di un’epoca. Per me è stato il più bel vriendenweekend di tutta la serie e soprattutto il più rivelatore. Opinione del tutto soggettiva e spiegata dal fatto che ero appena uscita dal tunnel delle malattie infantili di Matteo e finalmente padroneggiavo lingua e cultura locale ad un livello tale da consentirmi di cogliere una serie di sfumature inaccessibili negli anni in cui tutto il mio intelletto era concentrato nel cercare di indovinare il senso di discorsi dei quali capivo a malapena una parola su cinque.
In quel weekend, organizzato impeccabilmente da Jack & Marieke in una fattoria sapientemente e lussuosamente ristrutturata nella ridente campagna di Drenthe poco lontano da Sleen, ho avuto tempo e modo di conversare con tutte le mogli assieme e separatamente su argomenti parecchio profondi tra cui l’educazione dei figli e i rapporti di coppia e mi sono finalmente potuta formare un’opinione informata sul carattere di chi avevo di fronte. Malcom Gladwell avrebbe scritto un anno dopo nel suo celebre Blink che avrei potuto risparmiarmi tutte le conversazioni di quel weekend e basarmi sulle impressioni derivate dai vriendenweekend precedenti, ma è sempre bello veder confermate le prime impressioni e soprattutto avere finalmente tempo e voglia di fare chiacchiere oziose senza doversi preoccupare in continuazione di capire di che cosa si sta parlando. E quello che ho scoperto mi ha gettato nello sconforto. Certo, sapevo anche prima che Loes aveva problemi psichici, sapevo che era stata in terapia per anni e solo da poco si stava guardingamente reinserendo nel mondo del lavoro ma ascoltare la sua visione delirante della vita ha dato una dimensione del tutto nuova alle mie prime impressioni e sono ancora qui a chiedermi come fa una ad iperventilare sulla scelta del formaggio per riempire i fagottini di pasta sfoglia e allo stesso tempo avere granitiche certezze sulla maniera di gestire figli e partner. Sonja, che fino ad allora avevo giudicato madre molto coscienziosa e attenta, è in realtà terribilmente ortodossa, rigida, fanatica e malata di potere, insomma, il peggior esempio di madre sanguisuga, domatrice e castrante. Le verbalizzazioni di Marieke mi hanno convinto che - in confronto ai suoi - i problemi psichici di Loes erano bagatelle. Petra si è rivelata una persona estremamente chiusa e controllata, incapace di esprimere giudizi critici o negativi su alcuno e sempre attenta a depistare il discorso su argomenti neutri e impersonali: bella qualità per un diplomatico ma controproducente nel contesto di un’amicizia perchè molto presto si finisce per non avere più argomenti di conversazione, come è infatti puntualmente avvenuto. Ho lasciato per ultima Angelique perchè tutto quello che c’era da rivelare su di lei si era rivelato nei primi cinque minuti della nostra conoscenza e mi sta troppo simpatica per criticarla. Peccato solo che viva dall’altra parte dell’Olanda.
 
Nel 2005 l’organizzazione del weekend è toccata a noi e tutto quello che poteva andare storto è andato storto. Non ha aiutato il fatto che il vikingo abbia insistito per estendere l’invito al suo amico d’infanzia Bart, persona simpaticissima tanto quanto sua moglie Ellen, ma anche neopadre del secondogenito proprio nello stesso anno in cui sia Loes che Petra avevano dato alla luce il primogenito cosicchè il numero dei bambini al seguito è triplicato di botto rendendo la logistica un incubo. Jack si è presentato con 2 occhiaie profonde e depressione galoppante al posto di Marieke e ha praticamente pianto sulla spalla del vikingo tutta la sera, Jan-Nico – neosingle di ritorno - ha fatto il controcanto a Jack. Per finire in bellezza, durante la notte del venerdì, un fulmine ha colpito il tetto e ha mandato in corto circuito l’impianto elettrico. Il padrone di casa ha sistemato i fusibili il mattino dopo ma intanto le derrate alimentari pagate a caro prezzo dalla sottoscritta si erano trasformate in rifiuti tossici. Insomma, sabato all’ora di pranzo eravamo tutti stanchi, demoralizzati, depressi e incazzati. Dopo una discussione lunghissima in cui io ho tentato inutilmente di attirare l’attenzione sul fatto che occorrevano volontari per riacquistare le derrate alimentari andate a male prima della chiusura dei negozi, siamo andati in gita a Assen. Qui gli spiriti di tutti si sono rasserenati, fatto salvo per quello della sottoscritta che vedeva l’orario di chiusura dei supermercati avvicinarsi sempre più minaccioso. Alla fine ho fatto una scena isterica di prima e Jan-Nico, da vero gentiluomo, è accorso e mi ha portato in salvo all’Auchan. Vi confesso che quel giorno, piangendo di frustrazione sul sedile posteriore della Land Rover di Nico, ho pensato per la prima e fortunatamente unica volta al divorzio. Alla fine son riuscita a mettere insieme una cena dignitosa nell’indifferenza generale e Sonja ha fatto una scena madre sul tipo di pasta che suo figlio era autorizzato a mangiare sotto gli occhi attoniti di tutti i commensali, dando dimostrazione pratica di quello che ho scritto al suo proposito pochi paragrafi sopra.
 
Nel 2006 avrei avuto una giustificazione più che legittima per astenermi dal partecipare al weekend organizzato a fine settembre da Frank & Loes nel tetrisismo paesucolo di Nieuwolda nella regione di Groningen, in una terribile cascina mai ristrutturata e ancora odorosa della vita di tre generazioni di coltivatori di patate. Mi chiedo ancora perchè non l’ho fatto. In una mail che è andata persa nei vari crash di sistema descrivevo lo sconforto nel constatare che ognuno si faceva i cazzi suoi e nessuno, dico nessuno, ha avuto in tre giorni il tempo di venire a darmi una pacca sulla spalla. Ho passato le serate scrivendo bigliettini di ringraziamento per il supporto in questi tempi difficili, bigliettini la cui ironia è scivolata sulle coscienze delle mogli come acqua su una papera. Mai come allora mi sono sentita sola e abbandonata in terra straniera, tra gente egoista e chiusa nel proprio tronfio orgoglio calvinista. Ho desiderato di avere lo sguardo di satana e di fare una strage come Carrie al ballo di fine anno. Veramente.
 
Per contrappasso il weekend del 2007 è stato bellissimo, più che altro perchè la location scelta era di un lusso smisurato, il tempo è stato meraviglioso e soprattutto perchè ho passato l’intero weekend con Ingrid e Nicolette, le fighissime e pallutissime neofidanzate di Jack e Jan-Nico: salto quantico nell’evoluzione femminile. Questo mi ha dato fiducia nell’avvenire, una fiducia che è stata prontamente delusa da tutte le edizioni successive, fedelmente se pur diplomaticamente riportate in questo diario pubblico. Di bello c’è che dopo la incredibile cafoneria del 2008, per la quale il vikingo ha duramente cazziato tutti e che viene ancora oggi ricordata da Ingrid come la goccia che ha fatto traboccare il vaso, non mi sento più tenuta ad essere gentile e comprensiva. Mi sono calvinisticamente unita al club dei cazzi propri e quest’anno mi sono ritirata in camera dopo cena a vedermi Luciana Littizzetto online per limitare le interazioni sociali al minimo indispensabile.
 
Ma a sorpresa, sabato sera Jack ha aperto la discussione sulla sua insoddisfazione al riguardo di questi vriendeweekend e sulla sua intenzione di non parteciparvi più a meno che non se ne cambi drasticamente lo svolgimento e l’organizzazione. E altrettanto a sorpresa tutti gli altri amici hanno appoggiato la mozione del compagno Linders. Tutti ad eccezione di Loes che – incurante dei quindici anni e tredici figli passati - ha cercato di ottenere consensi per un ritorno alle origini, cioè al camping. La mozione è stata unanimemente bocciata e grazie a Nicolette che si è autoeletta moderatrice sono state prese alcune fondamentali decisioni, prima tra tutte che il concetto di vriendenweekend viene sostituito da ora in poi da un evento annuale one-night stand senza prole e – separatamente - una gita sociale con prole in ameno parco divertimenti all’uopo attrezzato. Quello che più mi ha stupito è il fatto che tutti sono ormai da anni sempre più demotivati e irritati al riguardo dell’intera faccenda, ma che solo sabato sera e solo grazie a Jack si è potuto affrontare l’argomento. Mi è spiaciuto non essere stata presente alla discussione, ma in compenso domenica mattina Sonja e Petra mi hanno dato modo di far sapere a tutto il villaggio di Sleen che cosa penso di loro, dopo che avevo chiesto cortesemente se potevano dare un occhiata a Matteo che stava beatamente giocando in giardino con i loro figli fino a che il vikingo si fosse svegliato (N.b. erano le nove e trenta, quindi si trattava al massimo di mezz’ora) per consentirmi di andare a fare un giro in bici – ovviamente da sola visto che tutti erano impegnati nei cazzi propri. Risposta di Sonja: non posso garantire di restare qui, andiamo tutti alla tea house in paese. Petra invece ha fatto finta di non essere lí. Al contrario delle volte precedenti in cui incassavo e mi ritiravo, mi sono allontanata fino alla siepe divisoria tra giardino e cortile interno, ho cacciato un urlo che Liza Minnelli in Cabaret mi fa le pippe, ho lanciato le ciabatte contro il muro di cinta e poi sono salita in camera e ho svegliato il vikingo con una scena isterica di prima, la famosa scena per cui adesso tutta Sleen è al corrente delle mie opinioni sulle mogli degli amici del vikingo e sul vriendenweekend. Dopodichè sono andata a sfumare la rabbia in bicicletta. Inutile dire che al mio rientro un’ora dopo erano tutti ancora lì che si aspettavano a vicenda e alla fine alla teahouse non ci è andato nessuno: una delle fonti di irritazione principali riportate nella conferenza di Sleen è proprio la totale mancanza di un programma qualsiasi e le numerose ore di discussione inconcludente su dove andare e che fare, che producono invariabilmente compromessi che non accontentano nessuno. Ma tant’è, come ho urlato agli abitanti di Sleen: la migliore notizia dell’anno è che mai più sarò costretta a passare un intero weekend con le stronzissime mogli degli amici del vikingo, la loro insopportabile cafoneria e la loro inconcludenza. Grazie Jack, grazie Ingrid, grazie Jan-nico, grazie Nicolette, grazie Bart, grazie Ellen, e grazie a tutti quelli che hanno contribuito a finire questo inferno. 
 
Di paola (del 17/07/2010 @ 10:48:31, in diario, linkato 1009 volte)

E’ passato il 1 luglio ed è passato anche l’11 luglio ma l’Olanda non ha ancora ne’ un governo ne’ la coppa del mondo. In compenso l’ondata di caldo continua e questa si appresta a diventare l’estate più calda del secolo. Siccome le case qui sono costruite per attirare e trattenere ogni raggio di sole ed ogni caloria, in casa e in ufficio si soffoca, in compenso ciò offre una fantastica scusa per passare l’intera giornata nei numerosi e ricchi giardini per i quali l’Olanda va giustamente famosa. Fa niente che l’erba è uniformemente passata dal verde brillante al giallo paglierino: fa tanto California. Dieci anni fa riportavo esterrefatta le misure di sicurezza che il mio datore di lavoro ci aveva comunicato al tempo della prima ondata di caldo dell’anno (vedi tropici), adesso constato la generale indifferenza al fenomeno: o ci si abitua a tutto o gli olandesi sono segretamente felici di questa inaspettata pausa dal clima merdoso che li ha accompagnati nell’ultimo decennio. Non sento infatti nessuno lamentarsi per questo inusuale caldo e nemmeno per i temporali violenti che pare abbiano causato numerosi danni nell’ultima settimana.

 

Ieri si è concluso anche l’anno scolastico e, grazie ad una congiuntura lavorativa favorevole, per la prima volta mi sono ritrovata nel cortile della scuola di mio figlio insieme a seicento bambini e altrettanti genitori per la rituale celebrazione (jaarsluiting): un’usanza fantastica che i college americani hanno ereditato e ampliato come sappiamo da numerosi films e telefilms e che gli italiani farebbero bene ad importare se nel frattempo non l’hanno già fatto. Mi sono commossa alla semplicità e spontaneità dei discorsi (pochi e stringati), delle canzoni cantate a cappella (molte e colorite) e degli applausi con ola per i bambini che ieri hanno lasciato per sempre la fascia protetta dell’infanzia e della scuola elementare per proseguire il cammin di lunga vita nella selva oscura dell’adolescenza e della scuola superiore (nota per i lettori: la scuola media qui non esiste). Inutile dire che mi è anche venuta un’angoscia pazzesca nel pensare che fra soli 4 anni anche Matteo sarà in quel gruppo: mai come ieri lo scorrere inesorabile delle sabbie del tempo mi ha colpito con la sua inevitabilità.

 

Con la chiusura dell’anno scolastico è arrivato anche l’inevitabile vriendeweekend, che i miei lettori fedeli conoscono bene e per gli altri riporto agli articoli del 2008 e 2009. Quest’anno non sono stata io a sclerare ma il vikingo, che ha iniziato una lunghissima lamentatio sull’opportunità di chiuderci per tre giorni in una villa in culo al mondo insieme a 13 bambini urlanti e appena gli ho fatto notare con calma quazi zen che gli amici sono i suoi e che basta che lui comunichi la sua volontà di non partecipare più al weekend annuale per liberarci tutti da questa tortura, ha impacchettato vestiti e suppellettili senza fiatare. Io mi sono portata dietro PC e modem wireless con l’intenzione di vedermi tutte le puntate di House MD e Che tempo che fa che mi sono persa negli ultimi sei anni. Invece a sorpresa ci siamo trovati nel centro della ridente cittadina di Sleen (Drenthe), in un ex pub che conserva tutte le caratteristiche del locale pubblico, con bancone bar, cucina a dieci fuochi e terrazza con tavolini e ombrelloni, per cui a tutti gli effetti è come stare in un albergo e siccome siamo in centro città abbiamo anche fornaio e Albert Heijn a 150 metri da casa e una serie infinita di sale da the, ristoranti tipici e attrazioni turistiche progettate per rallegrarci la vita. Infine l’aspetto della casa trae in inganno molti turisti e ogni tanto troviamo una coppia di escursionisti seduta ai tavolini sulla terrazza, a cui viene naturalmente offerto un caffè on the house e che insistono per pagarci per compensare l’imbarazzo. Insomma, è un vero spasso. (continua)

 
Di paola (del 27/06/2010 @ 17:02:26, in diario, linkato 1017 volte)
Son passate due settimane e 3 giorni dalle elezioni e naturalmente non abbiamo ancora un governo. Mark Rutte ha spostato la data della formazione al 1 luglio ma nessuno ci crede. Il CDA ha detto di no ad un governo col PVV e il PvdA ha detto di no ad un governo col CDA. Adesso si tenta l’improbabile accordo tra VVD, PvdA e tutti i partitini di sinistra (Groenlinks, D66, SP), denominato Paars plus, come la formazione che ha governato negli anni novanta (Paars) con meno partiti e risultati disastrosi. Non è nemmeno escluso che si debba tornare alle urne in autunno se Rutte & C non ce la fanno a mettere insieme un governo decente, del resto i minuetti di ex ministri e aspiranti premier non fanno presagire niente di buono: la politica olandese si sta italianizzando ad una velocità preoccupante.
 
Ma chissenefrega: l’Olanda è passata agli ottavi di finale dei Mondiali, qui tutti la danno già in finale e si comportano di conseguenza. Interi quartieri popolari sono tappezzati di bandierine di plastica stile panfilo e ho riso di gusto nell’ascoltare l’intervista con un’indignatissima pensionata che ha denunciato i vicini per rumori molesti e appropriazione indebita di suolo pubblico per aver riempito la strada di bandierine tre settimane prima dell’inizio del campionato. A quanto pare le bandierine fanno un rumore infernale ad ogni folata di vento e siccome qui di vento ce n’è parecchio, posso tranquillamente credere che non sia piacevole vivere in quei quartieri di questi tempi, soprattutto se vieni obbligato a contribuire all’acquisto delle bandierine altrimenti sei uno sporco traditore della patria. Ho riso meno alla dichiarazione della polizia che durante i mondiali viene chiuso un occhio su questi reati minori, con questo dimostrandosi all’altezza delle migliori espressioni di italianità che se qualcuno qui ancora si azzarda a fare battute sulle leggi italiane gli sputo in un occhio.
 
Anche commercianti e produttori di beni di consumo fanno a gara nel produrre gadgets promozionali in tema WC (World Cup, doppiosenso voluto) e mi sembra che quest’anno ci sia stata una proliferazione esponenziale di cazzate, cazzilli e inutilaggini spaventose, a partire dal caschetto protettivo della Heineken fino alla palla ovoidale di M&M’s, passando per i pupazzetti-mostriciattolo di vari supermercati. Il gadget promozionale più discusso è sicuramente il Bavaria jurkje: un vestitino di maglina arancione che sta bene solo addosso alle modelle quindicenni anoressiche e che ha causato un incidente internazionale con la FIFA e Budweiser, sponsor ufficiale dei Mondiali. Così adesso sappiamo che gli accordi di esclusività pubblicitaria si estendono anche all’abbigliamento delle signore in tribuna e se qualcuno ancora si azzarda a fare battute sulla libertà di stampa in Italia gli ri-sputo in un occhio.
 
Ma non tutto è andato a puttane. Dopo un inverno rigidissimo e la primavera più fredda degli ultimi due secoli, con una puntualità incredibile il 21 giugno è iniziatia l’estate. Non è una battuta: da un giorno all’altro il vento di tramontana si è calmato, le nuvole si sono dissolte e il sole splende incessante dalle 5 di mattina alle 11 di sera con temperature in crescita verticale. Gli olandesi sono stravolti, onestamente qui nessuno ci è più abituato e in strada si vede di tutto, dagli hot pants ai tailleur mezza stagione di chi non ci crede ancora. Io stessa ho portato solo ieri in tintoria gli ultimi tailleur di lana e gabardine che fino a settimana scorsa usavo quotidianamente e sono corsa a comperare nuovi costumi da bagno per Matteo che, come da job description del bambino modello, cambia taglia ogni stagione.
 
C’è di bello che gli olandesi passano con la massima disinvoltura dal pattinaggio al nuoto, usando all’uopo i medesimi canali e laghetti con la parsimonia che li contraddistingue. Nei giardini è un fiorire di piscinette gonfiabili, le piscine pubbliche sono strapiene e le spiagge del mare del Nord prese d’assalto peggio che a Rimini in agosto. Se queste condizioni meteorologiche dureranno più di 10 giorni i commentatori del TG potranno trionfalmente parlare di ondata di caldo (hittegolf), che qui è più o meno come annunciare lo stato di calamità nazionale. I treni ricominceranno ad arrivare in ritardo a causa del surriscaldamento degli scambi e ci sarà sicuramente un incidente a catena causato dall’esplosione di qualche pneumatico che terrà bloccata la A1 o la A2 per ore sotto il solleone ed entrambi gli eventi verranno commentati dalla stampa indignata che farà esercizi di dietrologia politica per dimostrare come con un altro governo (n’importe quel) tutto ciò si sarebbe potuto evitare. Sembra proprio di stare in Italia, che gioia!
 
Di paola (del 13/06/2010 @ 21:40:27, in diario, linkato 1018 volte)

In occasione dell’apertura ufficiale di questo blog ho scritto una piccola introduzione che è nascosta nel menù a destra dietro il titolo “il perchè”. La riporto parzialmente: Non tornerei piú indietro, ma questo non vuol dire che ami l’Olanda. L’Olanda é un paese molto piccolo, fiero e strano in cui capitalismo sfrenato e socialismo reale convivono placidamente. I suoi abitanti sono fermamente convinti di vivere nell’ombelico del mondo e rifiutano categoricamente contaminazioni estere. Allo stesso tempo accettano senza discutere le contraddizioni e i soprusi sempre piú enormi che il mantenimento dello status quo economico-sociale impone. La xenofobia brucia sotto la cenere e ogni tanto infiamma le strade. I politici sono al servizio delle banche e la famiglia reale gode di privilegi medievali. Per questo non amo l’Olanda. Ma in Olanda i diritti civili sono tantissimi, protetti ed indiscussi, i servizi al cittadino funzionano e la corruzione si mantiene sotto la soglia della decenza. Per questo non torno indetro.

I risultati delle elezioni del 9 giugno stanno mettendo a dura prova sia i diritti civili che il mio proponimento. Il partito di Geert Wilders (PVV = Partito per la libertà) ha sorpreso tutti ottenendo 24 dei 150 seggi parlamentari in gioco e diventando così il 3º partito nazionale dopo i liberali del VVD (31 seggi) e i laburisti del PvdA (30 seggi). I democristiani (CDA) del dimissionario Balkenende che potevano vantare 41 seggi nell’ultimo governo ne hanno perso la metà e nonstante gli exit polls si affannino a dichiarare che i voti democristiani sono migrati verso i liberali, le mappe del voto mostrano chiaramente che la migrazione è andata a favore del PVV.

I punti programmatici del PVV si possono riassumere in: l’Olanda agli Olandesi e gli altri fuori dai coglioni, a cominciare dai musulmani. Il Wilders ha un bel dire che tutti gli immigrati son benvenuti purchè si integrino nella società olandese, intanto mette la schedatura etnica obbligatoria tra le riforme proposte, insieme all’abolizione di burka e hijab e altre amenità consimili. La sua vittoria era quasi scontata, in un paese che vive ormai da un decennio la disgregazione del welfare state e l’incremento della criminalità. I musulmani sono una facile preda perchè si ostinano a formare enclave chiuse, non abdicano la loro religione e i loro costumi, ma continuano ad importare mogli dalla madrepatria, le fanno girare in burka e hijab, pretendono la costruzione di moschee e il mantenimento della doppia nazionalità. Aggiungiamo le dichiarazioni poco diplomatiche di un paio di ajatollah estremisti, l’assassinio di Theo van Gogh ad opera di un gruppo musulmano radicale, concimiamo bene con la politica del terrore islamico seminata da Bush ed ecco pronto un bel nemico da sconfiggere per far tornare tutto come ai bei vecchi tempi. Tutti sanno che in realtà l’odio razziale in Olanda, un paese da secoli liberale e liberista, ha radici molto più pragmatiche: ogni straniero residente acquisisce gli stessi diritti di un olandese e compete con lui per i servizi sociali, da anni in netto calo. Pim Fortuyn diceva “vol is vol” (non c’è n’è più per nessuno): fuori gli stranieri, più servizi sociali per gli olandesi. I musulmani sono solo la punta dell’iceberg: subito dopo di loro son già pronte le rappresaglie per gli antilliani e quando anche gli antilliani saranno finiti, Wilders può contare su ancora almeno quattro etnie ‘coloured’ da attaccare.

Wilders è un abilissimo demagogo che ha imparato a memoria George Orwell, ha copiato con intelligenza tutte le tecniche mediatiche di Berlusconi e Bossi e per evitare di essere fatto fuori come Pim Fortuyn ha fatto in modo di provocare una reazione violenta da parte della comunità musulmana con il suo film Fitna, a seguito della quale il governo è stato costretto a fornirgli una scorta armata permanente. Il nostro ha potuto così pazientemente tessere la sua tela populista per più di sei anni sotto la luce dei riflettori mediali senza possedere manco un blog. Tenacia e determinazione non gli difettano, come pure l’abilità tanto ammirata in Barak Obama di parlare in potenti ‘oneliners’: pochi concetti, semplici, chiari e ripetuti ad nauseam.

Possiamo analizzare le tecniche mediatiche di Wilders e tessere paragoni con Hitler e Goebbels ad libitum, il fatto resta che un governo senza di lui è ormai impensabile. La formazione più gettonata è VVD, PVV e CDA (76 seggi) anche se la più logica sarebbe VVD PvdA e PVV (85 seggi), peccato che i laburisti abbiano dichiarato ben prima delle elezioni che mai e poi mai avrebbero formato un governo col PVV e forse proprio per questo non sono stati penalizzati dall’elettorato.

L’unica – magra – consolazione in tutto ciò è che l’opinione pubblica olandese è in gravissimo imbarazzo. Questo voto rischia di compromettere l’immagine liberale del paese, un’immagine accuratamente nutrita e protetta da una civiltà che un secolo fa si è sottratta all’infamia dell’Anschluss per il rotto della cuffia e che finora ha sempre saputo evitare gli estremismi – si dice anche a costo di assoldare killer professionisti. Di ieri la notizia che il CDA esclude un governo con il PVV e di oggi la notizia che il popolo interpellato post-votum ha dichiarato unanime che non si aspettava una vittoria così grande del PVV e gli elettori di sinistra ora rimpiangono di non aver votato in massa PvdA per scongiurare un governo con Wilders – per la serie chiudere la stalla quando sono usciti i buoi.

Sospendo il giudizio fino alla formazione del nuovo governo. Mark Rutte (VVD) ha promesso di metterci una settimana. Stiamo a vedere.

 
Di paola (del 06/06/2010 @ 16:47:18, in diario, linkato 2032 volte)
Da quando il vikingo si sta curando dal burnout (ref: tsunami), la nostra casa è invasa da incenso, tappetini da meditazione e libri di personal growth. Sull’incenso e sui tappetini da meditazione non ho nulla da dire: in fin dei conti son cresciuta nei mefitici anni settanta e ho fatto il liceo sperimentale dove al posto di San Tommaso si studiava Lao Tse (o Tsu), ma se c’è una cosa che proprio non posso sopportare sono i libri di personal growth. Sono come i bigini di liceale memoria: scritti male e al livello intellettuale degli americani, un popolo che esige di vedere scritto sulle istruzioni per l’uso del microonde “non adatto ad asciugare animali vivi” - non so se mi spiego.
La mia posizione al riguardo è: se vuoi imparare la meditazione trascendentale, studia i testi filosofici originali e/o iscriviti agli appositi corsi di filosofia istituiti dalle svariate università: ci sono anche corsi serali e per la terza età. In quanto a me, mi considero una privilegiata perchè il liceo sperimentale mi ha fornito gratuitamente un corso di filosofia orientale prima ancora che fosse coniata la parola new age e a quindici anni giocavo già con i bastoncini dell’I-Chi e leggevo il Libro Tibetano dei Morti su un tappetino da meditazione tra nuvole di incenso al patchouli, per cui dieci anni dopo ero in grado di pigliare per il culo mio fratello che scopriva i misteri orientali per la prima volta. Ho già dato anche in tema di libri di personal growth americani: ho subito ben cinque training aziendali a spese dell’azienda (ref: immagine) e perfino uno a spese mie, dove sono stata costretta a leggere la quinta disciplina e le sette abitudini delle persone efficienti, nonchè una serie di testi minori e altrettanto soporiferi. Parlo quindi con cognizione di causa.
Per cui ho tutti i diritti di prendere a metaforici calci in culo gli autori di due libri che vanno correntemente per la maggiore: Adesso basta! Di S. Perotti e The Monk Who Sold His Ferrari di R. Sharma. Gli autori di questi libri - e tutti gli autori di libri simili - dovrebbero essere impeciati, impiumati e spediti a calci fuori dal villaggio globale per essersi permessi di trattarci come babbei con le loro opere truffaldine. Perchè? Facciamo un po’ di sana decostruzione testuale alla buona.
Sotto la superficie apparentemente diversa, tutti questi libri raccontano la stessa storia: uomo di successo all’apice della carriera viene folgorato sulla via di Damasco, si spoglia di tutti i suoi averi materiali e intraprende un lungo cammino verso l’illuminazione, che raggiunge puntualmente dopo anni e anni di vita frugale, accompagnata da molta meditazione e lavoro manuale. Morale della favola: il nirvana è a portata di tutti e adesso ti insegno come si fa - ovviamente a pagamento (il prezzo del libro). Nota per i lettori: questo tipo di libri dichiara invariabilmente che la storia narrata è una storia di vita vissuta, dando dettagli sulla posizione geofisica dei protagonisti: tutto vero siori e siore, non c’è trucco e non c’è inganno, controllate pure su Googlemaps.
Il trucco sta nel fatto che i protagonisti sono invariabilmente a) miliardari e b) single. Provate un po’ a fare la stessa scelta di vita con una famiglia da mantenere ed uno stipendio modale.  Il cammino verso l’illuminazione dura almeno dieci se non vent’anni. In questo tempo chi mantiene la famiglia e soprattutto, come fa il protagonista illuminato a tornare alla civiltà dal soggiorno presso la comunità di monaci himalayani o dal rudere ristrutturato sull’appennino?
Un rapido calcolo ci porta a stimare che bisogna disporre di un capitale tale da fornire una rendita fissa di almeno un migliaio di euro al mese, più le spese dei vari biglietti aerei per andare e tornarte dai vari ashram nella versione mistica orientale. Se poi si deve anche mantenere una famiglia, la rendita come minimo deve raddoppiare: sappiamo benissimo quale tipo di frugalità è necessaria al giorno d’oggi per dare un tetto, cibo, vestiti, scarpe e istruzione alla prole in crescita con duemila euro mensili. Ci facciamo un bel quesito con la Susy?
Sorvoliamo poi sul patetico esempio del Perotti su come ci si può mantenere facendo lo skipper o il golf caddy a pagamento. E’un insulto a tutti i poveracci che fanno questo lavoro per dar da mangiare ai figli, non per finanziarsi la ristrutturazione del rustico in Liguria.
Meditate gente, meditate.
 
Di paola (del 30/05/2010 @ 19:34:55, in diario, linkato 4050 volte)
Domenica 23 maggio sera (lunedì mattina in Europa) si è conclusa la serie televisiva più innovativa e sconcertante del decennio e - si dice - la più discussa su internet. Siccome nel decennio scorso le discussioni su internet erano appannaggio di pochissimi eletti, la seconda affermazione va presa cum grano salis. La prima affermazione invece è quella di cui voglio disquisire. Non tanto e non solo perchè ho seguito fanaticamente la serie per tutti i sei anni della sua durata - con una defaillance nel terzo anno di cui tratterò tra breve - ma perchè quello che sta succedendo da un punto di vista sociologico è semplicemente affascinante.
 
Vorrei iniziare citando una frase di Umberto Eco che è stata responsabile di tutte le mie scelte di vita professionale dal 1981 ad oggi: “qualunque sia la disposizione critica con cui si va a vedere Love Story bisognerebbe avere un cuore di pietra per non commuoversi e piangere. E anche avendo un cuore di pietra non ci si sottrarrebbe probabilmente al tributo emotivo che il film richiede. E questo per una ragione semplicissima: che i film di questo genere sono concepiti per far piangere. E quindi fanno piangere.” (Le lacrime del corsaro nero - Almanacco Bompiani 1971 e successivamente ne Il superuomo di massa – 1978). Con queste parole Eco inizia la sua brillante dissertazione sulla letteratura popolare e ne ripropone il revival in chiave spietatamente analitica, concludendo: “se il Corsaro nero piange, guai all’infame che sorride. Ma guai allo stolido che si limiti a piangere. Bisogna anche smontare il congegno.”
 
Mi ritrovo trentadue anni dopo a scorrere le migliaia di pagine del forum di discussione scatenato dal finale di Lost – magistrale macchina per far piangere - e mi chiedo se Eco apprezzi lo sforzo collettivo di smontare il congegno, abilmente sponsorizzato dalla rete televisiva ABC, produttrice della serie e madre di tutto il marketing e merchandising esploso negli ultimi tre anni, quando cioè è stato chiaro anche ai produttori più ottusi e avidi che Lost era diventato un fenomeno sociale di proporzioni largamente superiori alle aspettative. Siccome mi rendo conto anche che molti di voi ancora non sanno di che cosa sto parlando, faccio un passo indietro.
 
Nella stagione autunnale del 2004, il network americano ABC manda in onda in prime time una serie intitolata Lost, che racconta in 25 puntate le avventure di un gruppo di sopravvissuti ad una catastrofe aerea su un’isola tropicale dalle caratteristiche inquietanti e misteriose. La serie è preceduta in Europa da recensioni molto positive da parte di un certo tipo di stampa piuttosto intellettuale, per cui viene relegata in seconda serata su stazioni minori e non viene mai promossa oltre quel livello perchè l’audience rimane contenuta rispetto a quella generata da altre serie come House MD o Crime Scene Investigation. In patria invece è un grandissimo e inaspettato successo, con audience paragonabili al diretto concorrente della Fox, House MD. Gli autori vengono quindi invitati a produrre una seconda serie di 24 puntate e poi una terza di 23. Qui iniziano i problemi. La storia di Lost infatti è molto semplice. I cosiddetti sopravvissuti non sono affatto sopravissuti: l’isola è una stazione intermedia tra la vita e la morte che per comodità chiameremo purgatorio e tutte le avventure e gli eventi su di essa non sono altro che prove dantesche propedeutiche ad una possibile redenzione o alla definitiva dannazione.
 
Tutto questo è chiarissimo nella prima e nella seconda serie, pregevolissime non solo per i numerosi richiami letterari e i livelli di lettura stratificati tanto cari ai critici, ma soprattutto per la sapiente alternanza tra la vita dei sopravvissuti sull’isola e flash back sulla meno edificante vita condotta dagli stessi prima di salire sul fatidico volo Oceanic 815. La terza serie, che secondo molti spettatori/critici (a quel punto il confine tra spettatore e critico era già molto incerto e questo già da solo è un fenomeno sociale di tutto rispetto) avrebbe dovuto essere la conclusione della vicenda, comincia a sfrangiarsi e mostrare le corde. Infatti, se CSI si nutre dei continui delitti che vengono commessi in una metropoli e House gioca sulle infinite combinazioni di sintomi che possono causare malattie, a quante prove, misteri, contraddizioni e assurdità crescenti possono essere sottoposti un gruppo di ‘sopravvissuti’ di media intelligenza prima di cominciare a capire la ragione per cui è impossibile lasciare l’isola e nessuno è ancora venuto a salvarli? Umberto Eco ha scritto al proposito un altro memorabile saggio: Eugene Sue: Il socialismo e la consolazione, in cui dimostra come sia possibile tirare in lungo una situazione particolarmente semplice oltre ogni possibile sopportazione gratificando al contempo i lettori. Gli autori di Lost invece si inventano un flash forward: nella scena finale della terza serie, il protagonista dice alla co-protagonista parimenti ‘sopravvissuta’: “Abbiamo fatto male a lasciare l’isola. Dobbiamo tornare indietro.” e con questo rompe una barriera invalicabile nella struttura canonica del romanzo popolare e getta tutti gli spettatori nello sgomento. Perchè se il protagonista e la sua bella hanno lasciato l’isola, allora l´intera teoria del purgatorio va a farsi elegantemente fottere.
 
A quel punto (siamo nell´estate del 2007) appaiono su internet thread di discussione feroci, il cui succinto riassunto è: Ma come si permettono gli autori di pigliarci per il culo? La reazione si innesta sullo sciopero degli autori a seguito della diatriba sui diritti e nello scompiglio generale viene comunicato che gli autori hanno stretto un accordo storico con i produttori, per il quale si impegnano a scrivere ancora 41 episodi nei quali daranno una risposta a tutti gli interrogativi sollevati nelle prime tre serie sul destino dei sopravvissuti, sulla natura dell’isola e sui suoi misteri. Viene anche comunicato che l´ultima puntata di Lost verrà trasmessa a maggio del 2010 e che ogni serie comincerà a gennaio anzichè ottobre.
 
Per quale ragione questi due comunicati siano accolti con enorme sollievo dalla comunità giornalistica e online resterà per me il mistero più grosso di tutta la serie. Ma come: la tirano in lungo per tre anni, poi ci dicono che la serie durerà altri tre anni e che per di più ogni anno verranno trasmessi due terzi degli episodi previsti da una normale stagione televisiva cosicchè possono tirarla fino a maggio del 2010 invece che finirla a maggio del 2008 come tutti chiedono a gran voce. Che cosa c’è di positivo in tutto ciò? Ma gli scrittori ed i produttori hanno capito una cosa fondamentale: a quanto pare adesso rende di più insultare lo spettatore che gratificarlo.
 
A partire dalla quarta serie, Lost ha finito il suo ruolo di romanzo popolare e ha sfondato la parete di una nuova miniera d’oro televisiva: il reality show applicato alle opere di fantasia, con il pubblico a casa nel ruolo dei dilettanti allo sbaraglio. Dalla quarta serie infatti la storia intorno alla produzione di Lost ha preso il sopravvento sulle avventure narrate nel telefilm e tutti gli spettatori si son lanciati alla scoperta del finale come bambini disincantati che ogni anno cercano i regali di ‘babbo natale’ in tutta la casa. La proliferazione di interviste, interventi, backstage, gruppi di discussione, concorsi sul finale più probabile e teorie sulla natura dell’isola ne è testimone. Non a caso Lost è l’unica serie televisiva ad avere una pagina su Facebook non gestita dai fans ma aperta e gestita dall’ ABC, che la usa scientemente come veicolo promozionale di tutto il materiale collaterale alla serie. Lost ha inoltre un sito dedicato all’interno di ABC.go.com e merchandising esteso sul tema Dharma Initiative, che è solamente una piccola parte dell’intera storia - anche se probabilmente la più geniale. Il thread di discussione sul finale ad oggi conta 2000 posts con una media di 3 risposte per post. E questo solo sul sito dedicato! Su Facebook siamo ben oltre i 18 mila interventi. Non sorprendentemente, la maggior parte degli interventi esprime estrema delusione per la conclusione della vicenda narrata: i mavens stanno facendo l’elenco di tutte le discontinuità che rendono il (logico) finale impossibile e una nutrita fazione di fans della prima ora si sta arrampicando sui vetri peggio di Spiderman per dimostrare che la vita dei sopravvissuti sull’isola è stata reale e che l’isola stessa esiste veramente, magari in qualche buco spaziotemporale tipo triangolo delle Bermuda.
 
Paragoni con Twin Peaks e X Files si sprecano, ma sono superficiali perchè gli unici due elementi che le tre serie hanno in comune sono lo status di cult ed il fatto che sono state spremute come limoni da avidi produttori. Sia il fenomeno Twin Peaks che il fenomeno X Files sono finiti con la fine dell’ultima puntata: si sa chi ha ucciso Laura Palmer e si sa chi sono i cattivi alleati con gli alieni. Lo spettatore medio è gratificato da un finale in linea con le aspettative e gli iloti sono gratificati dalla sorpresa finale. I produttori di Lost invece non solo sono riusciti a sfruttare tutta la possibile ‘reality’ intorno alla produzione della serie, ma in questo momento sono sicuramente in conclave per capire come possono monetizzare ulteriormente la delusione e la confusione – scientemente pianificata - intorno al finale. Gli scrittori infatti, che fino a settimana scorsa si sperticavano nel rilasciare intervise e dichiarazioni a destra e a manca, sono in silenzio-stampa da domenica sera e si guardano bene dall’accontentare le sempre più isteriche richieste dei fans di una verità ufficiale. Altro che pubblicazione del Diario di Laura Palmer e del manifesto I want to believe: siamo su tutt’altro livello professionale.
 
Eat your heart out, Umberto!
 
Di paola (del 10/05/2010 @ 23:02:40, in diario, linkato 1105 volte)
Siamo qui da una settimana e abbiamo visto tutte le principali attrazioni del posto, compatibilmente con le esigenze di Matteo che ha chiarissime idee su quello che vale la pena di visitare ed esprime ormai le sue opinioni in maniera perentoria quanto inequivocabile. Per cui ci siamo dedicati principalmente allo studio della fauna locale e successivamente alla sua degustazione. Kaapstad vanta i migliori ristoranti del Sud Africa e se si arriva qui dopo dieci anni di dieta olandese anche il fish and chips sembra divino. L’offerta gastronomica locale è comunque al livello di quella italiana e francese, con porzioni gigantesche a prezzi incrediblmente contenuti. La qualità degli ingredienti è eccelsa: abbiamo mangiato pesce pescato sotto i nostri tavoli poche ore prima, pollo ruspante con più spazio a disposizione degli abitanti di Amsterdam e verdura e frutta così succosa e traboccante di vitamine da sembrare finta. Perfino il latte scremato sa di panna - non so se mi spiego. La cosa che mi ha più sorpreso è il culto per la gastronomia italiana: mai mi sarei aspettata di trovare sulla punta dell’Africa veri espressi e cappuccini confezionati a regola d’arte con caffè italiano da Lavazza a Illy, per non parlare delle pizze della rinomata catena Col’Cacchio (pronuncia kolkacio): simpatico scherzo linguistico coniato da qualche buontempone che tra le risate è anche riuscito a tramandare una ricetta di tutto rispetto. L’Italia qui va per la maggiore, testimoni i numerosi negozi di griffe italiane e l’onnipresente birra Peroni che qui è molto esotica e servita solo nei locali più chic.
 
Se invece si vuole rivivere l’atmosfera coloniale dei romanzi della nostra gioventù non si può fare a meno di prendere l’high tea al Mount Nelson Hotel: della stessa epoca e genere del Raffles di Singapore e dell’Oriental di Bangkok, con lo stesso tipo di servizio impeccabile, thè di qualità eccelsa e delicatessen di altri tempi come scones e cucumber sandwich, ma con una clientela decisamente meno formale. I sudafricani sono laid back e si presentano tranquillamente in polo e mocassini perfino nel ristorante La Colombe nell’esclusivissima tenuta vinicola di Constantia Uitsig – a detta di Time Out il miglior ristorante dello stato, degno di una stella Michelin e mia attrazione preferita insieme al MNH.
 
Siccome nel frattempo è cominciata la stagione delle piogge, ieri ci siamo rifugiati a Canal Walk, il più grande centro commerciale a Century City, praticamente una città artificiale come Milano 2, con ville, uffici, piazze e laghetti, oltre che 400 negozi, cinema, ristoranti e caffè, costruito con uno sfarzo che ho visto solo a Las Vegas. Mercoledì scorso siamo andati a vedere il concerto degli Spandau Ballet al teatro del casinò Grand West, altro esempio di architettura vegasiana con tanto di copia al coperto di una tipica piazza italiana con vere fontane e finto cielo con nuvolette e luce solare/lunare, proprio come al Caesar Palace.
 
Non mi resta che constatare che Kaapstad/Cape Town è una città di fighetti, nonostante i fantasmi dell’apartheid che aleggiano ancora nell’aria come gi orrori del nazismo impregnavano gli anni settanta in Germania. E nonostante non si possa fare a meno di notare con un certo imbarazzo come tutti, ma proprio tutti, i blue collars siano neri. Ma qui la presenza degli Afrikaners – discendenti dei coloni olandesi del XXIV secolo che parlano tuttora una lingua germanica molto affine all’olandese antico e costituiscono la fazione razzista dura e pura – è molto ridotta e tutti si sperticano nel disprezzarli apertamente per il loro anacronistico atteggiamento conservatore. Tutti i nostri coetanei si comportano come Spencer Tracy e Katherine Hepburn in Indovina Chi Viene a Cena e i ventenni sono la fotocopia della versione cinematografica: color blind. Anche davanti all’immensa township che si estende per quaranta km ad est della città e che ospita dieci milioni di neri per i quali acqua corrente e sapone sono un lusso.
 
L’amministrazione della città ha in progetto di ricostruire l’intera zona con parametri di igiene e sicurezza moderni, in modo da affrancare i blue collars dal loro stato di arretratezza e farli rientrare tra i cittadini di serie A. Progetto ammirevole che sarebbe già a buon punto se non fosse per l’incredibile corruzione degli amministratori che fa sparire il denaro pubblico in attività di stampo paramafioso. Sul giornale di domenica scorsa ho letto un articolo molto poco lusinghiero su un politico locale che sarebbe nel mirino della polizia per commercio di armi e altre numerose attività imprenditoriali illegali “Tutte calunnie infami” reagisce il politico in questione, vittima a suo dire di un complotto giornalistico. Nulla di nuovo sotto il sole ma una gran tristezza, per cui torno alle delizie turistiche tra cui Simons Town che ospita una comunita di migliaia di pinguini selvaggi e il Capo di Buona Speranza che ospita babbuini e struzzi allo stato brado. Sulla cima della Table Mountain abbiamo visto una coppia di marmotte tranquillamente sedute su una roccia a pochi centimetri dalla funivia, con l’aria interessata di turisti allo zoo e proprio come di fronte ai pinguini che ci fissavano dai loro nidi sulla spiaggia di Boulder Bay ho avuto l’impressione che gli animali in gabbia fossimo noi.
 
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