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 ego... di paola
 
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In equilibrio su un filo di seta è una storia di donne. Donne che non cercano guai ma che ne trovano a pacchi. Donne in cerca di se stesse e di un significato per la loro vita sempre più vuota e allo stesso tempo sempre più frenetica. Donne idealiste, donne materialiste, madonne, angeli, streghe e puttane.

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 16/04/2011 @ 20:14:57, in diario, linkato 1087 volte)
Certo che razzismo e xenofobia son proprio valori universali. Non riesco a credere ai miei occhi quando leggo che il ministro dell’immigrazione olandese Leers è incazzato con il governo italiano perchè osa rilasciare visti provvisori validi in tutta la UE agli immigranti tunisini. Oh, scusate, ai MIGRANTI tunisini. L’anno scorso ho avuto una diatriba dialettica con la Diana che mi correggeva sull’uso della parola immigrati (alloctoni residenti) al posto di immigranti (alloctoni in attesa di permesso di residenza). Le facevo notare che per il neo eletto Wilders tutti noi eravamo equiparati linguisticamente agli extracomunitari in attesa di sbarcare a Lampedusa. Noto che da quest’anno ci è stato tolto perfino lo stato in luogo: siamo diventati tutti nomadi come i Roma e si sa che destino riservano i governi della UE ai Roma. Sono talmente furibonda che non son riuscita a mettere insieme una pagina di diario in tre settimane. La notizia - fornita da un mio fan - che il governo olandese ha varato una legge per la quale anche gli alloctoni provenienti dalla UE con regolare permesso di residenza verranno da ora in poi estradati dopo tre mesi di disoccupazione, è la goccia che fa traboccare il vaso. Anche perchè nella stessa settimana in cui viene varata questa legge razziale, la cassazione boccia la decisione di Leers di rispedire in Afghanistan una ragazzina di 12 anni, da otto in Olanda come asilante, in quanto in questi otto anni la ragazzina si sarebbe occidentalizzata al punto da correre il rischio di venir perseguitata e uccisa qualora rimpatriata. A nessuno viene in mente che questa è anche la ragione per cui la famiglia della ragazzina otto anni fa ha chiesto asilo politico qui? E dov’era la cassazione quando il predecessore di Leers ha fatto rimpatriare forzatamente una coppia di asilanti omosessuali afghani che – prevedibilmente – sono stati impiccati appena atterrati a Kabul? Dite che sto facendo un gran pastrocchio di questioni giuridiche diverse? Non mi pare proprio: dal momento in cui si nega il permesso di residenza a cittadini UE in difficoltà lavorativa il nostro status viene di fatto equiparato a quello dei tunisini che sbarcano a Lampedusa e degli asilanti afghani. Che è esattamente quello a cui mirano i vari governi di destra in Europa, ormai è chiaro. L’Olanda agli olandesi: lo diceva già quel gran figlio di puttana di Pim Fortuyn, che non essendo arrivato vivo al governo, ha fatto sì che la questione fosse rimandata di un quinquennio. Adesso i quotidiani sono pieni di dibattiti sulla proibizione dell’hoofddoek (il foulard/hijab che le musulmane portano in testa) e della macellazione rituale (kosher/halaal) di ovini e bovini. Sono attonita di fronte a tanto accanimento di stampo medievale in una società che ancora si definisce liberale e che a suo tempo si è dissociata dall’inquisizione e comincio a pensare che il nazismo sia iniziato così.
 
Eppure se mi guardo intorno, mi chiedo dove sta tutta questa xenofobia e tutto questo razzismo. Abito al confine di un quartiere popolare dove convivono almeno tre etnie in assoluta pace e armonia. L’Albert Heijn sta di fianco all’Aldi e di fronte al macellaio halaal. Una settimana fa è stata aperta la filiale di una panetteria turca che rifornisce da almeno dieci anni tutta la Nijmegen-bene a est della ferrovia di specialità mediorientali assieme al pane a cassetta olandese. Nella mia palestra per sole donne vengono a fare ginnastica stagionate valchirie in body elasticizzato e timide casalinghe marocchine col loro bravo hijab che non si tolgono memmeno sul runner e nessuna ci trova nulla da ridire, anzi, tutte si siedono al tavolo del baretto alla fine degli esercizi a prendere un caffè e scambiare quattro chiacchiere. E nonostante Wilders si spertichi nel sostenere che tutti i migranti son delinquenti, nell’ultimo anno il 100% dei fatti di cronaca nera che ha occupato le prime pagine dei quotidiani è ascrivibile ad autoctoni purissimi: sono loro che violentano i bambini all’asilo, uccidono le ragazzine dodicenni e fan fuori una decina di passanti al centro commerciale il sabato pomeriggio. Forse è il caso di emigrare in Medioriente e lasciare l’Olanda a questi olandesi.   
 
Di paola (del 21/03/2011 @ 23:54:56, in diario, linkato 1117 volte)
Oggi è il primo giorno di primavera. Il cielo è blu, il sole splende, gli uccellini cantano costruendo i nidi, i narcisi e le forsizie sono in fiore e siamo stabilmente sopra 10°, con punte di 15° nel pomeriggio. Intanto gli amici di Barak stanno bombardando le basi militari di Gheddafi in Libia mentre Gheddafi bombarda i suoi connazionali. I reattori 2 e 3 della centrale di Fukushima I non sono ancora sotto controllo e fumano; acqua, verdure e latte nel giro di 200 km sono altamente radioattivi. In Olanda, il direttore della ING – banca che in seguito alla crisi ha ricevuto un’iniezione di capitali statali di oltre 10 miliardi - ha tagliato gli stipendi dei dipendenti che non ha ancora licenziato dandosi al tempo stesso un bonus di 1,25 milioni di euro e l’avvocato del babysitter pedofilo che ha violentato un centinaio di bambini in età prescolare ha negato l’accusa di violenza perchè il suo cliente ha sempre usato preservativo e lubrificante.
Provate voi a scrivere un articolo in queste condizioni: è già tanto se riesco a compiere le normali funzioni di mantenimento quotidiano senza lexotan.
Ma come sempre succede, quando pensi che l’apocalisse sia arrivata, una farfalla batte le ali e le tenebre arretrano. La congiuntura impossibile dell’incidente di Fukushima unito alla crisi politica del mediterraneo petrolifero ha riaperto un dibattito che sembrava ormai definitivamente archiviato. La Merkel ha fatto chiudere preventivamente sette centrali - demagogia, certo, ma intanto sono chiuse e siccome noi stiamo a 4 km dalla Germania capirete il sollievo - e da noi come in tutto il resto d’Europa si stanno facendo controlli frenetici sulle centrali ancora aperte. I piani per la costruzione di nuove centrali son tutti bloccati e dai vari cassetti rispuntano e vengono rispolverati i progetti di energie alternative che dovrebbero renderci meno dipendenti dall’umore dei vari sceicchi e dittatori mediorientali. Si riscopre che l’Olanda è la patria dei mulini a vento e che i parchi nel mare del nord possono essere ampliati. L’iter parlamentare della legge sui pannelli termosolari viene sveltito e la Shell ripubblica i dati della sua ricerca sul biogas che nessuno si era filato due anni fa.
Il ministro della difesa da parte sua ha fatto sapere che l’Olanda interverrà nel conflitto libico solo se espressamente richiesto dalla NATO: una dichiarazione rivoluzionaria da parte di un governo che dal dopoguerra ha la lingua attaccata alle chiappe del presidente USA di turno e solo un mese fa ha rinnovato il sostegno a Obama in Afghanistan. Per concludere questa ghirlanda di ottimismo, il direttore della ING ha appena fatto sapere che rinuncia al bonus e si scusa per aver sottovalutato le conseguenze sociali della questione. Manca solo che il tribunale ripristini l’impalamento (senza lubrificante) per il pedofilo e la gogna pubblica per il suo avvocato difensore e poi possiamo quasi dire di essere entrati nell’era dell’acquario.
Battute facili a parte, mi pare doveroso fermarsi a meditare su queste farfalle di speranza. Non solo perchè la speranza è il nostro strumento di sopravvivenza principale ma perchè se tutti nel nostro cuore sosteniamo e ringraziamo i martiri di Fukushima e del mondo arabo anzichè farci travolgere dallo tsunami dell’apocalisse che ci circonda aiutiamo le farfalle a volare di fiore in fiore distribuendo i semi della vita. Se le farfalle smettono di volare, non c’è futuro.
 
Di paola (del 05/03/2011 @ 23:47:29, in diario, linkato 6035 volte)
Torno a scrivere dopo tre settimane dominate dall’influenza: ha cominciato Matteo con otto giorni di febbre alta e tosse convulsa, seguito a ruota dalla sottoscritta. Non sono mai stata così male dal morbillo che ho avuto in seconda elementare e ancora ricordo con orrore; ho avuto 40° di febbre per quattro giorni, seguiti da due giorni a 39° e due giorni a 38°, poi son tornata in ufficio tossendo come una tisica e ancora adesso mi chiedono tutti premurosi se non è il caso che resti a casa in convalescenza. Unica nota positiva in tutta la faccenda: ho cambiato medico della mutua e da allora la qualità della mia vita si è alzata notevolmente. A seguito del consiglio di dare a Matteo un ghiacciolo per rinfrescargli la gola in presenza di attacchi di tosse notturna così violenti da causare vomito, dovuti alle adenoidi infiammate che - come noto – si trovano nel naso, ovvero almeno dieci centimetri sopra la gola, siamo giunti alla conclusione che il nostro (ex)medico della mutua è un incompetente e abbiamo chiesto consiglio ad un amico che deplora lo stato attuale della sanità olandese tanto quanto me. Risultato: un medico della mutua vecchio stampo che non solo riesce a distinguere le adenoidi dalle tonsille, ma viene anche a casa se necessario e non esita a prescrivere antibiotici di copertura per non correre rischi. E tutto questo nel giro di una telefonata con una segretaria gentilissima che mi ha fatto compilare un solo, stringato modulo A4 e poi ha sbrigato tutta la pratica nel giro di un’ora, evitandomi inesplicabilmente le notorie quanto lunghissime liste d’attesa che mi erano state preconizzate. Nirvana.
Nel frattempo le notizie internazionali si fanno sempre più pesanti, ma francamente non sono ancora in condizioni di trattare argomenti seri per cui vi offro una parentesi di puro cazzeggio.
Sabato scorso siamo stati invitati ad una cena insieme ad altre coppie miste italo-olandesi e ci siamo trovati a riflettere sul nostro stato matrimoniale particolarmente felice, soprattutto se paragonato allo stato di perenne instabilità delle coppie autoctone generalmente pluridivorziate e con situazioni familiari intricatissime (vedi figli separati e madri seriali). La combinazione donna italiana-uomo olandese sembra riscuotere un particolare successo, mentre non si può dire altrettanto dell’inverso. Nella nostra piccola comunità di Nijmegen il 90% delle coppie è formato da donne italiane e uomini olandesi e anche se i nostri mariti si sono autonominati ‘club degli sfortunati’ i loro sorrisi a trentadue denti e le loro facce beate testimoniano il contrario. Un giro di conversazione ci ha portato alla conclusione che le donne italiane della nostra generazione sono estremamente esigenti e mal sopportano i bamboccioni nostrani che non hanno mai tagliato il cordone ombelicale, per non parlare delle tenutarie di detto cordone ombelicale. Per noi il modello olandese, disciplinato più che educato da rigidissime madri teutoniche che non solo hanno reciso il cordone ombelicale nei tempi regolamentari, ma hanno preteso che i pargoli imparassero a cavarsela da soli in tenera età, li hanno buttati fuori casa a calci dopo la scuola superiore per il tirocinio di vita autonoma, non si sognano minimamente di stirargli le camicie, pulirgli la casa e lasciargli la cena pronta in frigo come l’80% delle madri italiane e soprattutto non entrano in competizione con le nuore come il 100% delle suocere italiane, è un sogno troppo bello per essere vero e ci fa passare sopra ai difetti tipici del maschio olandese tra cui la totale mancanza di romanticismo. Alla lunga è meglio un marito che ti fa trovare la cena pronta quando arrivi a casa tardi e si stira le camicie da solo al posto di un cocco di mamma che ti regala fiori e cene a lume di candela ma non alza un dito in casa: i fiori te li puoi sempre far recapitare da interflora e le cene a lume di candela le puoi organizzare meglio tu, che – esigente come sei – hai idee molto precise sulle une e sugli altri.
In quanto agli uomini olandesi, cresciuti tra bionde valchirie torreggianti con voci da camionista e maniere da colonnello, perfino il modello di donna italiana più rampante pare un esempio di femminiltà esotica come le danzatrici del ventre. Non è un caso che noi italiane sposate con olandesi siamo tutte brunette pepate a forma di clessidra: non abbiamo le gambe chilometriche delle valchirie ma le distacchiamo di chilometri su temperamento, eleganza e sensualità. In più, come ha commentato una pragmatica moglie italiana, anche la più imbranata di noi sa mettere insieme una cena per dodici senza usare patate, cavoli e alimenti precotti in scatola o in polvere. Per un maschio tirato su a stamppot e torta di mele anche solo un branzino al sale e una pastasciutta al dente con sugo di pomodoro fatto a mano è una cena da pascià. Se poi sai fare le lasagne e il tiramisù hai praticamente vinto la lotteria matrimoniale olandese. Insomma, l’uomo olandese si prende per la gola e per quella parte che non nomino ma che reagisce entusiasticamente ai nostri sguardi di fuoco e ai nostri ancheggiamenti sapientemente fasciati in quei vestitini che han fatto la fortuna di Dolce & Gabbana nel mondo. A dimostrazione di quanto appena detto, ricordo ancora lo sguardo di pura adorazione del vikingo quando una domenica sera di un lontano maggio ho messo insieme in dieci minuti una cena d’addio per i nostri vicini di casa che stavano mangiando mestamente una pizza di Domino seduti sul marciapiede di casa tra scatoloni e camioncino del trasloco. E che ci vuole? Pastasciutta, insalata mista, salumi, formaggi, pane, un paio di bottiglie di vino, succhi di frutta e patatine per i bambini e una macedonia di frutta fresca con il gelato. Il vikingo si è fatto aiutare a portare in strada il nostro tavolo da giardino e improvvisamente altri vicini di casa si sono materializzati portando sedie, bottiglie di birra e varie derrate alimentari. Insomma, abbiamo mangiato, bevuto, riso e chiacchierato fino a notte fonda e poi, grazie alla perizia dei mariti olandesi, abbiamo fatto sparire ogni traccia del festino a tempo record. Provate a far organizzare la stessa cosa ad una valchiria.
Non parliamo poi delle famigerate feste di compleanno che ci tocca organizzare per contratto: le feste organizzate da noi italiane sono un tripudio di raffinata gastronomia rigorosamente preparata con le nostre operose manine o fatta venire dalle pasticcerie più rinomate (se necessario anche tedesche), quelle olandesi sono un campionario di prodotti industriali preconfezionati acquistati al discount. 
Il che spiega anche immediatamente perchè le coppie composte da uomini italiani e donne olandesi generalmente hanno meno successo. Per le donne olandesi è inconcepibile che un uomo non contribuisca ai lavori domestici e al contempo intrattenga un rapporto pseudo-edipico con la madre. Per converso, gli uomini italiani trovano difficile convivere con una donna sbrigativa e razionale che porta i pantaloni in tutti i sensi: non solo pretende una equa suddivisione dei lavori domestici e dei diritti sociali, ma non sa nemmeno cucinare e non si sogna di far trovare al marito la proverbiale cena pronta, le pantofole accanto alla poltrona, il martini sul tavolino e un sorriso invitante. Sarà una generalizzazione ma è una di quelle generalizzazioni che rendono l’idea.
 
Di paola (del 14/02/2011 @ 21:47:36, in diario, linkato 1104 volte)
Cito da Wikipedia: “Il termine morale in funzione di sostantivo deriva dal latino moràlia ed ha significato quasi coincidente ad etica, oppure è essa stessa interpretata come oggetto dell'etica. In questo caso la morale rappresenta la condotta diretta da norme, la guida secondo la quale l'uomo agisce.
Il termine morale fa riferimento al greco εθος/ηθος, "èthos", comportamento, costume, carattere, consuetudine. Da Þθος in funzione di aggettivo viene ηθικος che acquista anche il significato di principi delle caratteristiche della condotta umana che influiscono sulla collettività (ovvero moralis in latino). Il termine morale, quindi, assurge a valore di ciò che è attinente alla dottrina etica, oppure significa ciò che è attinente alla condotta e quindi suscettibile di valutazione e quindi di giudizio.
Qui verrà usato il concetto di morale come moralità, cioè come assieme di convenzioni e valori di un determinato gruppo sociale in un periodo storico (o semplicemente di un individuo), concetto ben distinto da moralismo con il quale si intende la corruzione della moralità.”
In questi tempi di estrema confusione semantica la premessa mi sembrava doverosa, prima di passare all’argomento di questo articolo, cioè la morale politica olandese contemporanea.
Da quando a novembre ho letto l’intervento di Youp van ‘t Hek sulla T-Mobile che ha scatenato una polemica ancora non sopita, mi sono scoperta a cercare regolarmente la sua firma nell’editoriale di fondo pagina e la mia assiduità è stata premiata. Contesto: il primo grande dibattito del nostro neo-governo di minoranza capitanato da Rutte. Oggetto: l’annosa questione afghana, ovvero il rinnovo dell’invio di truppe armate per la cosiddetta missione di pace in Afghanistan che di pacifico non ha nulla ed è già costata la vita a 50 militari olandesi in tre anni. Questa volta, secondo le fonti ufficiali, si tratta dell’invio di una squadra di poliziotti per fornire alle locali neo-forze dell’ordine un addestramento specifico in tecniche di mantenimento dell’ordine pubblico.
Non ci vuole un’intelligenza superiore alla media per capire che questa è l’ennesima acrobazia semantica per nascondere la verità: tre anni fa la missione in Afghanistan era stata chiamata ‘esplorativa’. Un nostro amico militare è stato spedito per un anno a Camp Holland in Uruzghan e la prima cosa che ha chiesto quando è tornato è stata: “Ma lo sanno qui che lì c’è la guerra? No perchè dai giornali e dalla TV sembra che siamo lì a setacciare la sabbia. Invece si spara, si buttano bombe, si muore: un esercito contro l’altro, non sono civili.” Giornali e TV hanno continuato imperterriti a negare la verità etichettando le prime casse da morto che venivano rispedite in patria come incidenti in scontri a fuoco con la popolazione locale. Interrogazioni parlamentari  continue sulla vera natura della missione hanno puntellato l’agenda del governo Balkenende IV e sono culminate nella sua caduta esattamente un anno fa, quando il PvdA (= PD) si è rifiutato di avvallare la decisione del premier di prolungare la missione oltre il termine pattuito con nuovo invio di truppe, è uscito dalla coalizione e ha così provocato le elezioni anticipate che hanno portato al governo attuale.
Nemmeno si era asciugato l’inchiostro sulla carta dei tabloid che annunciavano il rientro delle ultime truppe dall’Uruzghan lo scorso autunno che il neo-priemier Rutte si impegnava a condurre una nuova missione, questa volta in Kunduz. Poliziotti, non militari, con il compito di addestrare truppe locali, non condurre azioni di guerra, si è giustificato Rutte con impressionante faccia da culo di fronte ad un parlamento giustamente attonito e compatto nel rifiuto di appoggiare la nuova missione (per la cronaca: neppure il PVV di Wilders ha votato a favore!). L’obiezione sostenuta: se si va in zona di guerra con una squadra di uomini armati in uniforme è dura convincere l’esercito ostile che sono allenatori e quando si comincia a sparare muoiono anche civili e poliziotti. Questa volta insomma sembrava che il nostro non ce la potesse fare quando a sorpresa la neo-leader di Groenlinks (verdi), Jolande Sap, ha appoggiato la proposta di Rutte garantendo così la risicata maggioranza parlamentare necessaria a far passare la decisione. La nostra ha giustificato così la sua incredibile azione: “Ho chiesto ed ottenuto direttamente dal premier la sua personale garanzia che la missione avrà finalità esclusivamente didattiche e sarà mia cura ritirare l’appoggio al governo qualora questa garanzia non venga rispettata.” Ovvero: sono l’ago della bilancia, gente, non so se mi rendo conto di quanto sono figa. Groenlinks vale 10 seggi e secondo i sondaggi ne ha già persi 3, oltre che aver perso 500 tesserati e vi risparmio i commenti dei parlamentari sull’acume della signora Sap. Nessuno ancora dice apertamente quello che tutti si chiedono da settimane e cioè che cosa ha veramente promesso Rutte alla Sap, perchè se la decisione è davvero basata su una garanzia verbale allora la signora dovrebbe essere internata per demenza.
Mentre vado di nuovo a vomitare dal disgusto, lascio la parola a Youp:  “[Rutte] non vuole uscire dalle grazie di Obama. La foto in cornice di Mark alla Casa Bianca col negro deve andare a stare sul tavolo da caffè di sua madre. Non c’è altra ragione. Mark era a tavola con mamma a mangiare lo stufato con le patate quando Jolande gli ha telefonato. Mark ha visto la cornice vuota sul tavolo da caffè e ha promesso a Jolande tutto quello che voleva. Hans en Uri [ministri del governo, noti pupazzi di Rutte] se ne sarebbero fatti carico. Mark vuole tanto bene alla sua mamma e per amore materno posson ben morire un po’ di ragazzi e ragazze olandesi [...] Meglio in Afghanistan che in Italia: lì non fai in tempo a girarti che finisci a letto con Berlusconi. C’è già quella foto sul tavolo di mamma Rutte? Mark e Silvio? Foto in cornice, per questo muoiono i ragazzi al fronte. Niente di più.”
 
Di paola (del 02/02/2011 @ 19:09:18, in diario, linkato 1131 volte)
Ebbene, siamo approdati in quella parte dell’anno in cui ci è lecito insanire, come dicevano i nostri nobili antenati che in quanto a orge non si sono fatti mai mancare nulla. E visto che in Italia insanite già da mo’ e non avete bisogno di rinforzi, vi intrattengo con le nostre licenziosità da educande, ovvero con l’umorismo da terza media che caratterizza da sempre il carnevale in Brabante e da cui il Limburgo si dissocia (lo dico onde evitare telefonate in trasmissione da parte del Principe del Carnevale Limburghese). L’anno scorso vi avevo fatto partecipi dello scandalo attorno alla canzone ‘Zachte G, harde L’, un testo poco più allusivo del clarinetto di Arbore (inteso come canzone). Quest’anno lo scandalo riguarda la canzonetta dei Pikantos, che altro non è che una cover dell’omologa hit del 1970 ad opera di un tal Peter Muller, editore di riviste che oggi verrebbero definite soft porn, che manco è su Wikipedia ma ci arriverà ben presto se la sua canzone diventerà la carnavalshit n°1 come tutti si aspettano.
A differenza di ‘Zachte G, harde L’, questa canzone di allusivo non ha nulla. Il testo recita: “Manus (lat.), tira fuori il dito dal mio anus (lat.): non fare pazzie, non fare l’animale! Se non togli subito quella zampa ti becchi una sberla.” Insomma, in questo caso la parte del corpo in questione viene nominata per intero e prevedibilmente questo è stato sufficiente a destare lo scandalo dei conduttori di radio Oost (emittente della locale bible belt) e TV Oranje (idem) al punto da vietare la trasmissione della canzone, fornendole quindi un’immediata quanto spropositata pubblicità gratuita: i bambini a scuola di Matteo la cantano già e manca ancora un mese a carnevale. Ma una censura non fa piacere a nessuno e i Pikantos si sono giustamente risentiti facendo presente che nella top 40 nazionale ci sono almeno quattro canzoni americane il cui testo (o titolo) prevede la parola ‘fuck’ e nessuno le ha mai censurate, molto probabilmente perchè per la provinciale e ipocrita morale olandese una parolaccia in inglese non la capisce nessuno. Come vedete anche gli olandesi sono maestri nel trovare peli negli occhi altrui ed ignorare le travi nei loro e, come il colonnello Buttiglione di nostalgica memoria non si arrendeva nemmeno di fronte all’evidenza, gli olandesi non si arrendono nemmeno di fronte alla logica stringente.
I Pikantos hanno fatto anche giustamente presente che ‘ano’ non è una parolaccia e che volendo si sarebbe potuto fare di peggio, giacchè il vocabolario olandese prevede almeno due sinonimi più volgari. E allora si deve concludere che la censura non è arrivata tanto a causa della parola in questione, bensì del contesto in cui viene adoperata e qui effettivamente c’è poco da obiettare perchè il testo è centrato - in modo fine ed educato, che nulla ha di impertinente o volgare - sui piaceri del sesso anale che, pur praticato anche dal coro delle vergini dai candidi manti di goliardica memoria, è tutt’ora un tabù in Olanda e fino a pochi mesi fa lo sarebbe stato anche in Italia. Non è un caso che Edwin Evers, il DJ più pagato d’Olanda e non certo un un fine intellettuale, abbia commentato: “Ma in Italia la conoscono già questa canzone?” e con questo se ancora aveste avuto un residuo dubbio sulla nostra immagine all’estero ve lo siete tolti. Ad ogni modo, i Pikantos si sono piegati alle esigenze mediatiche e hanno prontamente messo i mutandoni al testo, pubblicando una versione dove i piaceri anali sono ridotti al minimo indispensabile per far tornare la metrica e così farsi trasmettere anche in fascia protetta (che qui non esiste perchè non ce n’è bisogno: gli olandesi si autoregolano benissimo da soli). La potete ascoltare qui e giacchè questo blog vanta almeno due lettori olandesi e un discreto numero di bilingui lascio a loro giudicare il grado di volgarità del testo. Alaaf!
 
Di paola (del 30/01/2011 @ 14:02:24, in diario, linkato 1184 volte)
Gentile Direttore,
 
Siamo un gruppo di donne italiane residenti a Nijmegen, Olanda. Veniamo da tutti gli strati sociali e da tutte le regioni, siamo emigrate per motivi diversi e abbiamo professioni disparate. Le uniche due cose che ci accomunano sono il nostro Paese d’origine ed il fatto di abitare nella stessa città. Alcune di noi sono qui da più di quarant’anni, altre solo da dieci. Tutte noi torniamo regolarmente in Italia durante le vacanze e molte di noi seguono quotidianamente le vicende italiane attraverso internet o la TV via satellite.
 
La ragione per cui le scriviamo è che, nonostante le numerose diversità culturali, sociali e politiche, ci siamo trovate unanimi nello sgomento di fronte alle vicende politico-sociali italiane dell’ultimo decennio, vicende che per noi sono incomprensibili ed ingiustificabili. Non intendiamo fare un compendio di tutti gli articoli pubblicati dal suo giornale e da altre fonti giornalistiche italiane ed estere, quello che non capiamo è come mai di fronte ai soprusi sempre più grotteschi di un governo il cui unico compito è dichiaratamente e palesemente quello di rendere invulnerabile se stesso e i suoi cari con metodi para-mafiosi, compresa la delegittimazione dello stato giuridico e l’uso illegittimo delle forze dell’ordine, non si sia ancora riusciti ad organizzare un’adeguata reazione e a fornire un’adeguata alternativa. L’accanimento contro le attività illegittime del presidente del consiglio – un vecchio malato e demente nelle parole della sua stessa ex moglie – pare essere l’unica manifestazione tangibile dell’esistenza di un’opposizione e come tale suscettibile di critiche non del tutto infondate. Come disse Beppe Grillo in un recente intervento ad AnnoZero: Berlusconi non è la causa, è solo un sintomo. Il sintomo di un sistema incancrenito e metastatizzato in cui ogni cellula si sta arrendendo alla malattia.
 
Ci permettiamo di ricordarle che proprio grazie al voto di noi italiani all’estero è stato possibile cinque anni fa mandare al governo l’opposizione a Berlusconi e a tutto quello che il suo partito rappresentava. Ebbene, potrà capire quale enorme delusione sia stata per noi constatare giorno dopo giorno che i rappresentanti eletti anche col nostro voto non hanno saputo dar seguito alle promesse elettorali ed hanno perfino adottato pratiche non dissimili da quelle della classe politica che avrebbero dovuto spazzare via. Ci sarebbe quasi da dar credito alle teorie dietrologhe pubblicate qualche tempo fa secondo cui Berlusconi avrebbe tutto il PD sul libro paga: un’ipotesi alla quale non vogliamo credere per il rispetto che ancora portiamo ad una parte delle istituzioni italiane. Ma le pare ammissibile che oggi l’unico referente per la difesa dell’unità d’Italia e della costituzione sia l’onorevole Gianfranco Fini? Le assicuro che per noi, a millecinquecento chilometri da Roma, sembra un’allucinazione che nemmeno Andrea Pazienza avrebbe potuto concepire.
 
Nei giorni scorsi, sulla stampa internazionale, sono stati fatti paragoni poco edificanti (comme d’habitude) tra gli italiani e le rane bollite vive. Secondo il New York Times siamo un popolo anestetizzato dalle televisioni di Berlusconi. Ebbene, noi che siamo immuni dall’anestesia in quanto fuori dall’area di ricezione delle suddette televisioni, diciamo che  non si può sempre e solo dare la colpa ad un capro espiatorio per deresponsabilizzarsi. Le colpe e i misfatti di Berlusconi e della sua banda sono sotto gli occhi di tutti. L’Italia non è la Cina: la libertà di stampa esiste ancora e per ogni emittente televisiva e testata stampa di Berlusconi ce n’è una con opinioni contrarie, altrimenti non si capirebbe l’accanimento – altrettanto criticato – di Berlusconi contro la TV e la stampa comunista. Non accettiamo l’ipotesi che in Italia ci sia un’unica voce mediatica, un solo grande fratello che domina le vite di tutti gli italiani. Se fosse così nessuno guarderebbe Ballarò, AnnoZero, Che tempo che fa, L’infedele e tutti gli altri programmi che fanno opposizione. Nessuno leggerebbe l’Unità e la Repubblica e nessuno avrebbe firmato il suo appello della settimana scorsa.
A noi sembra che l’opposizione in Italia sia ora affidata unicamente a giudici e giornalisti. Dove è l’opposizione politica? Quell’opposizione che ha il dovere prioritario di far sentire la nostra voce, ha il dovere primario di delegittimare il governo e di disconoscere il parlamento con qualunque mezzo possibile. E se il voto di sfiducia non basta, ha il dovere di trovare altre forme di lotta adeguate alla portata del problema e soprattutto soluzioni davvero alternative alle logiche e alle pratiche del governo che intende sostituire.
 
Gentile direttore, noi siamo donne, madri, nonne italiane che per tutta la vita hanno dovuto trovare il modo di adattattarsi ad un ambiente nuovo, ad una cultura diversa e ad una lingua non romanica. Abbiamo cresciuto i nostri figli tra ariani orgogliosi e sempre meno tolleranti. Abbiamo lottato per conquistarci il rispetto degli autoctoni. Lo abbiamo fatto da sole, contro le istituzioni, la cultura e la società locale, con il solo appoggio dei nostri mariti e della nostra fede in noi stesse. Ci pare inconcepibile che in Italia i partiti dell'opposizione non siano capaci di detronizzare un despota vecchio e malato e la sua corte di lacchè e mandarini. La preghiamo cortesemente di farsi portavoce delle nostre opinioni presso il movimento politico che il suo giornale rappresenta ma che ha smesso da troppo tempo di rappresentare noi.
 
Cordialmente
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Di paola (del 25/01/2011 @ 19:27:12, in diario, linkato 1045 volte)
Alzi la mano chi non è a dieta o perlomeno non si è ripromesso di mettersi a dieta dopo i rituali stravizi alimentari di dicembre. Io sono alla quarta settimana di low fat no carb e riesco solo a pensare a quello che mangerò quando questa tortura sarà finita. Per una come me, che lotta con la cellulite da quando è nata e con un’intolleranza a lievito e carboidrati ad alto indice glicemico da quindici anni, il Natale è una maledizione che richiede almeno otto settimane di durissima disintossicazione seguiti da altre otto settimane di guardinga reintroduzione dei suddetti carboidrati in un regime alimentare controllato per evitare complicazioni, che nel mio caso si traducono in un’escalation di infezioni alle vie urinarie in fondo al quale si agita lo spettro della pielite fulminante (vedi 2001).
Insomma, come molte altre compagne di sventura sono condannata alla dieta perenne e infatti – con l’eccezione di Natale – non metto zucchero nel caffè da quando avevo 15 anni, non mangio patatine fritte da quando ne avevo 25 e pastasciutta da quando ne avevo 35. Ma anche burro e lardo, paté e salumi, gelato, krapfen, doughnuts, frittelle, Coca-Cola e altre bibite gassate sono off-limits da così tanti anni (diciamo pure decenni) che ogni Natale ne riscopro il gusto con grandissima sorpresa. Sì perchè va bene tutto, ma stare a dieta a Natale è da suicidio: non ci si riesce assolutamente, a meno di recarsi in località tropicali dove il concetto è sconosciuto e al massimo ti scodellano un po’ più di riso e verdure bollite per festeggiare. Cosa che ho fatto puntualmente finchè ho potuto e cioè finchè son diventata madre. Non vedo l’ora che Matteo sia abbastanza grande per poter riprenotare i voli per i tropici, nel frattempo festeggio il Natale come tutti e poi mi rimetto a dieta: siamo nate per soffrire.
L’unica cosa che mi fa sorridere in questo periodo merdosissimo è la puntuale valanga di servizi pseudo-giornalistici sulle diete, pubblicati su TUTTE le riviste da Privé e Story (= Novella 2000/Eva 3000) al serissimo supplemento settimanale dell’NRC passando per i femminili di qualunque genere e classe sociale. Un privilegio della mia professione è sempre stato quello di poter usufruire di abbonamenti-stampa gratuiti: ai tempi d’oro ricevevo una cinquantina di riviste per il largo pubblico e un buon numero di riviste specializzate, da Motor al Corriere del packaging industriale; adesso mi arrivano solo tre femminili e tre giornalini per Matteo e manco ho lo sconto sull’abbonamento ai quotidiani, ma anche così fare il side-by-side è divertentissimo. I titoli sono invariabilmente incoraggianti: dimagrire mangiando, sette chili in meno col cioccolato, un giorno di dieta alla settimana e poi mangia quel che vuoi. I primi due paragrafi dell’articolo sottostante sono capolavori di semantica designati a non scoraggiare il lettore senza mentire sulla realtà inevitabile delle ultime righe e cioè del menù giornaliero o settimanale che prevede variazioni sul tema bistecca e insalata in porzioni lillipuziane. Il promesso cioccolato sono 30 gr alla settimana di fondente extra bitter, mangia quel che vuoi si traduce in uno yogurt alla frutta e un’insalata niçoise. Naturalmente si sprecano i nomi esotici: South Beach, Dieta a Zona, Dieta Pugno - nel senso che mangi solo quello che riesci a tenere in un pugno, Dieta Kiwi - dove mangi tre kiwi per pasto e poi vomiti dal disgusto, Dieta Cactus - consistente in un bicchiere di succo di cactus con succo di limone e un cucchiaino di miele, tre volte al giorno al posto dei pasti: pare si possa resistere una settimana prima di imbracciare un kalashnikov e far fuori una scolaresca. Innumerevoli dive ci svelano il segreto della loro impeccabile linea (semplice: non mangiano e sniffano coca) e una serie di nomi celebri garantiscono i risultati a chi compera i loro libri a carissimo prezzo: Atkins, Mayo e i localissimi Sonja Bakker e Dr. Franz. A proposito di quest’ultimo devo dire che nell’intervista all’NRC non ha detto delle cose totalmente insensate, ma è anche uno specialista in casi di estrema obesità per cui la sua dieta a me aggiungerebbe più facilmente qualche chilo anzichè toglierlo.
Sonja Bakker è un fenomeno di marketing affascinante, in quanto grazie all’abilità di suo marito-manager ha venduto milioni di libri il cui contenuto si può trovare gratis in ogni consultorio e ambulatorio medico dal dopoguerra: perfino a casa dei miei genitori girava un bellissimo libriccino illustrato del ministero della sanità con tabelle caloriche, menù e ricette per tutte le età e le professioni, elenchi di alimenti buoni e dannosi e tutte le tabelle di conversione degli alimentari al tempo conosciuti (quindi effettivamente senza rucola, mango e kiwi), che ovviamente non si è mai filato nessuno.
L’ impatto di Sonja Bakker sulla società olandese invece è stato tale che ben due dei miei ex clienti devono a lei il successo di due prodotti che stavano languendo nell’anticamera del delisting: i dessert Optimel con 0% di grassi e zuccheri (ma con dolcificanti e conservanti a gogo: ignobili porcherie) e il panpepato Peijnenburg. Anche le Brabantse eierkoeken (biscottoni di pan di spagna) hanno avuto un enorme revival in occasione della pubblicazione del terzo libro di Sonja Bakker, ma sono unbranded e quindi non hanno arricchito nessuno in particolare. Se pensate che stia scherzando vi assicuro che per anni siamo stati obbligati a mostrare la correlazione tra le vendite dei libri e le vendite dei prodotti in tutti i nostri modelli di ROI (return on investment) per i clienti in questione. Inoltre, sia Peijenenburg che Optimel sono tutt’ora leader di mercato nelle loro rispettive categorie. E’ bastato che Sonja dichiarasse che un dessert Optimel per pasto e una fetta di panpepato Peijnenburg a colazione non facevano ingrassare per provocare il rovesciamento delle quote di mercato dei suddetti da un giorno all’altro: il sogno di ogni brand manager. La nostra Sonja, sicuramente obnubilata dall’improvvisa fama, ha commesso il fatale errore di divorziare dal marito-manager per convolare a concubinaggio con una star televisiva di secondo rango e da quel momento non ha venduto più un libro. Il che non c’entra nulla con le diete ma è un caso di marketing esemplare e per qualche minuto mi ha fatto dimenticare i morsi della fame. Di questi tempi tutto fa brodo.
Tornando al tema,  è solo grazie al mio lungo e laborioso percorso verso il nirvana se dopo 47 anni riesco a sorridere di tutti i mendaci tentativi di giornalisti, medici e pseudodietisti di convincerci che si possa dimagrire e restare magri mangiando. Per decenni questi digraziati criminali mi hanno fatto sentire in colpa, compresa la dietista che mi ha curato dall’intolleranza ai carboidrati, che mi ha trattato come una grassona ingorda che non si riusciva a controllare, dicendomi con aria leggermente schifata: “Vedo che per lei le quantità sono importanti.” Ovviamente lei fa parte di quella categoria di persone a cui il cibo fa leggermente schifo, che se guardi bene è anche l’unica categoria di persone che riesce a restare in linea mangiando, in quanto la loro definizione di mangiare si identifica con ‘spaghetti pollo insalatina e una tazzina di caffè’. Questo tipo di persone – fateci caso – odia invariabilmente i dolci e dopo mezza pizza margherita allontana il piatto dicendo: “Non ce la faccio più.” Idem dicasi con una porzione di lasagne o  di risotto alla milanese. Sono quei tipi odiosi che impiegano tre quarti d’ora per mangiare un tramezzino e al ristorante rivoltano una mollica di pane per dieci minuti prima di abbandonarla sul piatto senza mangiarla. Quelli che dicono: “Ho una fame tale che se non mangio subito qualcosa svengo.” poi mangiano un cracker con esasperante lentezza e declamano soddisfatti: “Adesso sto meglio.” Alzi la mano chi non ne conosce almeno uno: io ne conosco minimo quattro, ma se ci penso bene anche di più.
Per tutti quelli come me che dopo la pizza margherita si farebbero volentieri anche un gelato e chiederebbero sempre il bis di risotto e lasagne, che quando hanno fame inghiottono un tramezzino in tre bocconi quasi senza masticarlo e che devono fare sforzi sovrumani per non svuotare il cestino del pane al ristorante e la coppetta di M&M’s alle feste, invece c’è solo la fame perenne o l’obesità. E parliamoci chiaro: noi non siamo dei grassoni ingordi. Siamo semplicemente il prodotto dell’evoluzione darwiniana che purtroppo, per ragioni misteriose, è rimasta ferma all’età delle caverne, dove si mangiava solo quando si riusciva ad ammazzare il mammouth e bisognava correre chilometri prima di beccarlo. Invece adesso il mammouth te lo vendono al super in pacchetti preporzionati e l’unico sforzo che devi fare è quello di scegliere, mettere nel carrello, pagare e andare a casa a cucinare. Ma vi pare possibile che – amfetamine a parte - ne’ la natura ne’ la chimica sia riuscita a produrre nulla che possa adeguare la nostra fame atavica alla realtà del XXI secolo?
Ecco perche ogni distrazione e buona e infatti adesso vado in centro a provarmi tutti i vestiti taglia 34 (42 italiana) per tirarmi un po' su.
 
Di paola (del 10/01/2011 @ 20:02:34, in diario, linkato 1232 volte)
Rileggendo questo diario in occasione dell’annuale trasferimento degli articoli sul sito principale mi sono accorta di non aver mai parlato – se non in maniera indiretta – della caratteristica olandese per antonomasia dopo i mulini a vento e gli zoccoletti: la bicicletta (fiets). Ogni olandese che si rispetti comincia ad andare in bicicletta (fietsen) appena impara a camminare e l’acquisto di biciclette sempre più grandi è un rito di passaggio basilare dall’infanzia all’adolescenza. Non so se ci sia una correlazione tra questo e l’usanza esclusivamente olandese di cavalcare biciclette smodatamente alte, in cui i piedi non toccano mai terra e devi letteralmente saltar giù dal sellino ogni volta che freni, ma è probabile, visto che tutti i ragazzini dell’età di Matteo sono continuamente occupati a confrontare l’altezza delle proprie biciclette e Matteo sta annaspando da giugno su una bicicletta palesemente 5 cm troppo alta per lui solo per poter condividere lo status dei suoi compagni di classe, che hanno mediamente sei-dieci mesi più di lui e sono quindi anche proporzionalmente 5-10 cm più alti di lui.
I ciclisti godono qui di uno status semi-divino: hanno sempre la precedenza e possono contare su una rete capillare di piste ciclabili nonchè corsie riservate su tutte le strade provinciali e cittadine, persino sulle strade di campagna ad una carreggiata e nelle zone pedonali. Ci sono più parcheggi per biciclette che per auto e comunque lo status semi-divino prevede che una bicicletta si possa parcheggiare ovunque e raramente venga rimossa nonostante i molti cartelli di diveto. Insomma, fate conto che qui i ciclisti hanno le stesse (pessime) abitudini degli automobilisti a Milano, Roma e Napoli e vi assicuro che è una cosa difficilissima da immaginare per un italiano.
Nonostante in gioventù abbia pedalato parecchio, negli anni ’70 su una di quelle orrende Grazielle con le ruote piccolissime e dal 1981 su una meravigliosa Locatelli bianca modello anni ‘50 (omafiets) che ho anche esportato, non sono assolutamente in grado di compiere le prodezze dei locali, tra cui:
1)      Montare e smontare elegantemente dal sellino in corsa, senza inciampare e metterci più di due secondi
2)      Aprire e chiudere il lucchetto fermaruota e quello della catena in un solo, fluido movimento, senza metterci più di tre secondi
3)      Trasportare due borse della spesa da 20kg cad., un figlio di 1-2 anni nel sellino sul manubrio davanti e uno di 3-4 nel portapacchi dietro e magari anche il cane al guinzaglio
4)      Pedalare a velocità costante all’interno della corsia riservata (larga 50 cm) con uno o più figli tra 3 e 6 anni che pedalano alla tua destra, magari spingendo il più piccolo con la mano destra
5)      Recuperare al volo uno dei due infanti mentre sta cadendo dalla sua bicicletta
I punti 4 e 5 li lascio volentieri al vikingo: ogni volta che porto Matteo a scuola in bicicletta prego ardentemente l’arcangelo Gabriele, tutti i santi e i cari defunti di vegliare su di lui, perchè è già tanto se riesco a stare in equilibrio sulla mia bicicletta, olandese e quindi smodatamente alta oltrechè dotata di freno a pedale (vedi poi); in quanto al punto 3, dico solo che queste sono prodezze da equilibristi, non da persone normali.  La prima cosa che ho fatto installare sulla smart è stato un seggiolino porta infante e uso la smart al posto della bicicletta ogni volta che devo andare a far la spesa con Matteo; mi sono categoricamente  rifiutata di installare il seggiolino porta infante sul manubrio davanti e ho cominciato a trasportare Matteo sul portapacchi solo tre anni fa, esclusivamente su strade poco trafficate.
Quello che invece mi fa rabbia è che nemmeno dopo 10 anni di quotidiano esercizio riesco a salire e scendere dal sellino con eleganza: più che scendere tracimo e salgo come i free climbers sul muro di arrampicata. In quanto ad aprire e chiudere i due lucchetti in dotazione, ci metto almeno 30 secondi, bestemmiando e strattonandoli, facendomi cadere il lucchetto della catena sul piede 9 volte su 10 e perdendo la chiave del fermaruota 3 volte su 10. Recentemente poi è stato introdotto l’obbligo delle luci e qui devo aprire una parentesi sulla morfologia della bicicletta olandese. Siccome qui i furti di bicicletta sono all’ordine del giorno, le biciclette di uso quotidiano hanno la funzione principale di scoraggiare il furto e quella secondaria di non essere rimpiante qualora rubate. Per cui sono invariabilmente dei catorci del dopoguerra, arrugginiti e scrostati, con freni e fanalini palesemente rotti e col sellino pieno di graffi e bitorzoli. Io ho commesso l’errore che commettono tutti i neoemigrati di credere che l’Olanda fosse un paese senza criminalità e ho lasciato la mia bellissima Locatelli bianca ogni giorno feriale dalle 7 alle 19 nel parcheggio della stazione NS di Nijmegen. Diciamo che mi è andata bene perchè me l’hanno rubata solo a luglio 2003. Da allora anch’io sfoggio un modello Gazelle Impala del 1969 che cade a pezzi dalla ruggine ma che posso tranquillamente lasciare parcheggiato ovunque con la certezza di ritrovarlo anche dopo una settimana e anche se mi dimentico di chiudere la catena. Però la mia vita negli ultimi anni si è complicata da un lato con l’introduzione dell’obbligo delle luci tra il tramonto e l’alba – pena sanzione amministrativa di 30 euro - e dall’altro con la definitiva rottura del filo dei freni. Data l’impossibilità di riparare entrambi (la riparazione costava più della bicicletta e questo sarebbe stato in contraddizione con la sua funzione secondaria), ho dovuto comperare come tutti due fanalini LED portatili da attaccare al manubrio e al portapacchi e staccare dopo l’uso, aggiungendo altri 30 secondi alle operazioni di apertura e chiusura della bicicletta e aumentando proporzionalmente il numero di oggetti che mi faccio cadere sui piedi o perdo;  parallelamente ho dovuto far installare il freno a pedale, cioè quel meccanismo che blocca la ruota posteriore quando si pedala all’indietro. Gli olandesi ci sono abituati: tutte le biciclette per bambini hanno il freno a pedale standard e sembra che un discreto numero di modelli adulti perseveri nella perversione, ma potete immaginare che razza di shock sia stato per me la prima volta che ho tentato il surplace pedalando all’indietro e mi son trovata con la faccia per terra. Senza contare che ogni volta che risalgo faticosamente sul sellino dopo aver tracimato devo ricordarmi anche di posizionare il pedale destro in alto e leggermente in avanti (diciamo a ore 13), altrimenti devo spingere la bici con il piede destro tenendo il sinistro sul pedale basso e poi montare in corsa passando la gamba destra tra la gamba sinistra e il telaio. Tutte le signore di una certa età - evidentemente proprietarie dall’infanzia di biciclette col freno a pedale - eseguono questo esercizio con la massima scioltezza ed eleganza, a me non riuscirebbe nemmeno se la mia vita dipendesse da questo, mi aggroviglio e inciampo anche solo al pensiero; come ho detto prima, queste sono prodezze da equilibristi, non da persone normali.
Con la neve e il gelo dello scorso dicembre la Gazelle ha dato forfait, tanto che il 28 dicembre, all’ennesima volta che mi trovavo a faccia per terra, questa volta grazie alla defaillance della catena motrice, ho dichiarato che avrei abbandonato il catorcio nel primo canale che incontravo come è consueto in simili occasioni. Per una fortunata coincidenza una delle numerose e provvidenziali zie del vikingo si voleva disfare della sua bicicletta – una Sparta dello stesso periodo ma in migliori condizioni – e mi son trovata in men che non si dica proprietaria di una bicicletta che ha il pregio di avere ancora i fanali funzionanti, ma il maledetto freno a pedale e un bizzarro sellino ‘da gonna’ a forma di cuore. Qui devo aprire un’altra breve parentesi sulla totale irrazionalità della nostra civiltà per la quale le donne dovevano montare a cavallo all’amazzone e a quanto pare anche pedalare su un sellino apposito, dichiaratamente per consentire l’uso della bicicletta anche con la gonna a tubo, in realtà preposto solo ad evitare la pedalata a gambe aperte: il sellino a forma di cuore infatti costringe a tenere le ginocchia chiuse per rimanere in equilibrio. Se il mondo fosse un posto razionale sarebbero gli uomini a dover montare all’amazzone e su sellini a forma di cuore, in quanto immagino sia più scomodo stare a cavalcioni di un cavallo o di un sellino con due albicocche e un wurstel tra le gambe anzichè l’aria fresca. Invece adesso mi tocca pure aggiungere questa scomodissima postura a tutte le altre scomodità. Mi sa che domani tolgo il sellino graffiato e bitorzoluto alla Gazelle prima di buttarla nel canale.
 
Di paola (del 04/01/2011 @ 19:27:18, in diario, linkato 3150 volte)
Uno degli aspetti migliori del mio nuovo contratto di lavoro è la possibilità di lavorare ad Arnhem almeno tre giorni alla settimana, o per meglio dire, l’obbligo di lavorare ad Amsterdam al massimo due giorni. Per una che dal 2 gennaio 2001 si fa Nijmegen-Amsterdam A/R tutti i giorni feriali questo privilegio vale almeno il 10% dello stipendio (e infatti). Tanto per darvi qualche cifra, la distanza da casa mia all’ufficio di Arnhem è 21 km. Da casa mia all’ufficio di Amsterdam è 115 km, che è già un miglioramento rispetto alla locazione di Kobalt (Amstelveen), la cui distanza in km era identica ma meno ben servita dai mezzi pubblici. Per andare a Kobalt dovevo prendere il treno fino ad Amsterdam Zuid (1 ora e 25 minuti) e poi il tram per 6 fermate (minimo 10 minuti). Adesso invece prendo lo stesso treno ma mi fermo ad Amsterdam Bijlmer (1 ora e 15 minuti) e in 5 minuti a piedi sono in ufficio. Vero è che a Kobalt potevo lavorare a casa due giorni a settimana, ma la possibilità era del tutto discrezionale, inoltre lavorare a casa non sempre è un vantaggio, perchè ogni minuto libero si trasforma in un lavoro domestico. Arnhem invece è una favola. Tanto per cominciare il viaggio in treno dura solo 15 minuti, poi l’ufficio non si trova nel solito tetro parco industriale tra la ferrovia e l’autostrada ma in pieno centro, a 10 minuti a piedi dalla stazione centrale e a meno di 5 minuti dalla zona pedonale con tutto il corollario di boutiques, caffè e ristoranti fighetti di milanese - ma anche londinese e parigina - memoria. Volendo posso pranzare in un vero ristorante o fare un paio di spese voluttuarie nelle boutiques del centro! Considerate che dopo 10 anni di deprimenti parchi industriali, mense aziendali e squallidi supermercati di periferia questa per me è una vera rivoluzione, tanto che per tutto il mese di dicembre, prigioniera delle mie abitudini, non ho nemmeno pensato di poter sfruttare questa opportunità e mi son mangiata il mio panino stinfio seduta davanti al PC come sempre. Ma martedì scorso, approfittando del fatto che la metà dei miei colleghi era in vacanza e non c’era veramente un cazzo da fare, sono andata per negozi. E ho scoperto la seconda ragione per cui Arnhem è una figata: è una vera città! Nijmegen, nonostante i suoi 120mila abitanti, è solo un paesetto sulle rive del basso Reno (Waal) che si sta espandendo, con una bella promenade, la piazza del mercato e una sola via d’accesso ormai permanentemente ingolfata. Arnhem invece ha la planimetria e le infrastrutture delle metropoli: palazzi maestosi, boulevard spaziosi, immensi parchi e giardini pubblici curatissimi, svariate chiese e cattedrali con le loro belle piazze, teatri a profusione e soprattutto un numero imprecisato di vie d’accesso tanto che ancora non mi ci raccapezzo. Perchè non me ne ero accorta finora? Semplicemente perchè finora le mie sporadiche frequentazioni di Arnhem si erano limitate alla stazione centrale e alla Bijenkorf (= la Rinascente): essendo proprietaria di una tessera fedeltà, in occasione delle svendite prendevo il mio bravo treno da Nijmegen, uscivo dalla stazione e andavo diritta filata alla Bijenkorf, passando evidentemente per la via meno attraente di tutta Arnhem, quella piena di tutte le franchises commerciali che si trovano in ogni paese di qualunque dimensione: Free Record Shop, Blokker, Bart Smit, Etos, Kruidvat, Miss Etam e svariati negozi di scarpe, tutti egualmente pacchiani. E’ bastato cambiare strada per cambiare prospettiva: dal mio ufficio, attraversando il Jansbuitensingel (viale  alberato), si arriva nella pregevole Velperplein, sede del teatro Musis Sacrum, da cui si dipanano innumerevoli viette pedonali che nascondono altrettante delizie per occhi e palato, perfino un caffè dove il cappuccino è meno imbevibile del solito.
Purtroppo anche Arnhem è stata bombardata pesantemente durante l’ ultima guerra mondiale, per cui il suo stile architettonico è piuttosto discontinuo per non dire sconcertante: maestosi palazzi in bugnato del XIX secolo si alternano a tremendi cubi di cemento, tirati su in tutta fretta e nello sprezzo delle più elementari regole estetiche, in tutte le sfumature di quel colore che si può solo definire merda. Davanti alla stazione centrale si trova un enorme cantiere permanente che – secondo le ultime previsioni – dovrebbe essere smantellato fra sei mesi, ma chi si fida più? Dietro la stazione sono state erette due arcologie in colori sgargianti secondo i dettami estetici degli anni novanta e davanti al fiume è stata costruita una spaghetti junction che ha definitivamente soffocato la già smilza promenade. Insomma, Arnhem non è certo la prima città olandese che vi consiglierei di visitare, ma considerando la sua distanza da Nijmegen e il fatto che la continua espansione demografica e cementifera sta unendo le due città in un continuum che ha già un nome – Kanstad – il fatto di avere una sede di lavoro qui è un privilegio che val bene qualche euro. E adesso vado a fare un po’ di shopping coi saldi!
 
Di paola (del 31/12/2010 @ 15:13:19, in diario, linkato 2357 volte)
Non so da voi, ma qui ogni anno passato il 25 dicembre comincia l’inevitabile retrospettiva sull’anno non ancora finito ma già dato per trascorso. Su tutti i giornali appaiono liste di eventi cruciali nel mondo dello sport, spettacolo costume economia e politica nonchè mefitiche classifiche dei top e dei flop. E poi c’è la Top 2000 di Radio2, ovvero la classifica dei migliori brani musicali di tutti i tempi. Funziona così: gli ascoltatori di Radio2 (quindi per definizione non rappresentativi dell’olandese medio) votano il loro brano preferito da una lista preconfezionata (quindi per definizione soggettiva) e Radio2 manda in onda tutta la classifica non-stop a partire dal 27 dicembre, finendo esattamente a mezzanotte del 31 dicembre con la numero 1 di tutti i tempi, ovvero Bohemian Rapsody dei Queen. Come faccio a saperlo? Perchè da quando sono qui - ormai 10 anni - la top 5 della Top 2000 di Radio2 è sempre la stessa: Bohemian Rhapsody, Hotel California, una canzone qualunque di Boudewijn de Groot (artista locale), Stairway to Heaven, Wish you Were Here. Mi dicono dalla regia che quest’anno Hotel California è al primo posto e Bohemian Rhapsody è calata al numero 2: colpo di scena! Poi, scorrendo la top 10 notiamo ben 2 canzoni dei Coldplay, segno che quest’anno sono state ammesse anche hits del XXI secolo, probabilmente a seguito dell’osservazione di qualche giornalista che la Top 2000 si sarebbe potuta tranquillamente chiamare Tot 2000 (fino al duemila).
 
La Top 2000 è il programma radiofonico più ascoltato e anche più criticato dell’anno. Se ne comincia a parlare ancora con la bocca piena di kerststol (versione locale del panettone con ripieno di marzapane) ed è l’argomento principe del cenone di San Silvestro, tanto che mi chiedo se non sia stata inventata apposta per dare un argomento di conversazione a questo popolo notoriamente poco conviviale, costretto dalla tradizione a ritrovarsi per mangiare insieme le oliebollen (frittelle) e poi trovare qualcosa di cui parlare fino a mezzanotte, quando i tradizionali quanto assordanti botti di capodanno mettono definitivamente a tacere tutte le conversazioni. Sarà per questo che l’olandese medio compera più botti e fuochi d’artificio dei napoletani, così da limitare il dovere della conversazione al minimo: la Top 2000, appunto.
 
Non è chiaro perchè questo innocente passatempo di Radio2 sia assurto a tanta immeritata gloria, in fin dei conti ogni radio organizza la stessissima classifica ogni anno e quindi ognuno può scegliere quella che meglio corrisponde al suo gusto musicale. Radio2 non è e non vuole nemmeno essere rappresentativa dell’Olanda in quanto il profilo dei suoi ascoltatori è molto maschile, molto anziano e poco istruito. Con queste premesse non ci si può ogni anno stupire che Abba, Beatles, Bee Gees, Billy Holiday, Cliff Richard, Commodores, Credence Clearwater Revival, David Bowie, Deep Purple, Doors, i già citati Eagles, Elvis Presely, Fleetwood Mac, Pink Floyd, Queen e Rolling Stones siano presenti con decine di hits, mentre non ce ne sia nemmeno una dei Basement jaxx, dei Chemical Brothers, dei Groove Armada, di Faithless o degli Orbital: è già tanto che ci siano in classifica Madonna, Michael Jackson e gli U2, oltre ai sopracitati Coldplay.
 
Francamente sarebbe bello che a qualcuno venisse in mente di organizzare la top 2000 dei brani migliori dell’anno in corso, così ascolteremmo qualcosa di diverso, ma mi rendo conto che non avrebbe nemmeno una frazione del successo della Top 2000 originale: vi sfido a citare anche solo 10 brani usciti quest’anno e Lady Gaga vale solo per uno.
 
Invece Radio3 ha organizzato una classifica in cui vince il brano che riceve più soldi dagli ascoltatori, le donazioni andranno in beneficienza e questo è il risultato aggiornato alle 15.05 di oggi: nº1 Martin Solveig & Dragonette con HELLO!, nº 2 Adele con Rolling in Deep e nº3 gli immancabili Coldplay, però almeno con la hit di quest’anno. Molto interessante: a quanto pare nessuno è più disposto a pagare per ascoltare i Queen e gli Eagles mentre per ballare l’ultima hit dance sì.
 
Buon 2011.
 
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14/02/2017 @ 18:27:17
Di Anna Berardesca

Titolo
Baci da Tulipland o seguito del feuilleton?

 Tulipland!
 Il feuilleton!
 entrambi
 nessuno dei due

Titolo

Disclaimer 1

Tutti i post della sezione FEUILLETON sono un'opera di fantasia. Ogni riferimento a persone, situazioni, avvenimenti reali o realmente accaduti è puramente casuale nonchè involontario.

Disclaimer 2

Invece tutti i post della sezione DIARIO si riferiscono a persone, situazioni e avvenimenti reali.





21/07/2018 @ 06:15:22
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