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 ego... di paola
 
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In equilibrio su un filo di seta è una storia di donne. Donne che non cercano guai ma che ne trovano a pacchi. Donne in cerca di se stesse e di un significato per la loro vita sempre più vuota e allo stesso tempo sempre più frenetica. Donne idealiste, donne materialiste, madonne, angeli, streghe e puttane.

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 06/01/2009 @ 21:12:11, in diario, linkato 3967 volte)
Ho smesso da tempo di stupirmi delle assurditá di questo paese, ma ogni tanto, per dovere di cronaca, mi devo pur soffermare sulle piú clamorose. Non sono aggiornata sui trend televisivi italiani per cui non so come sono messi da voi i programmi di TV realtá stile Grande Fratello (produzione 100% olandese della Endemol) e Idols. Qui impazzano: ce ne sono almeno dieci a settimana, tutti concorrenti tra di loro e in prime time. Cito i piú famosi: De gouden kooi (ultima variante del Grande Fatello), Idols, Popstars, So you think you can dance, Dancing Queen, Mijn man kan niet dansen (mio marito non sa ballare), Nederland’s got talent, X factor, The phone, Singing with the stars, Dancing with the stars, Dancing on ice with the stars, Temptation Island, Mission Robinson, The swan, Top Model, Project Catwalk, Top Stylist, Top Chef, Hell’s kitchen, Dragon’s Den, Afvallers XL (gara di dieta tra superobesi), Mijn tent is top (gara tra baristi), De blok (gara tra ristrutturatori di case), De Italiaanse droom (gara tra aspiranti albergatori) e ce ne sono sicuramente ancora altrettante che non mi ricordo.
 
Non voglio offendere la vostra intelligenza dicendo ovvietá, ma tengo a precisare che di reale queste trasmissioni hanno solo il budget e l’audience; il resto é un format accuratamente pianificato fin nel piú minuscolo colpo di scena e, per citare Holiday Hall, “La fine é nota”, nel senso che il vincitore é selezionato ben prima che inizino le riprese. Se volete farvi una cultura sui dettagli di questi formats vi rimando al bravissimo Ben Elton che ci ha speso ben due romanzi: Dead Famous (2001) e Chart Throb (2006). Ma torniamo a noi.
 
Questi formats sono di solito appannaggio delle TV commerciali, in quanto la totale mancanza di gusto, tatto e coscienza che genera le audiences piú colossali puó solo trovare posto in palinsesti di reti televisive che si devono autofinanziare con la pubblicitá, mentre le reti di stato hanno l’obbligo di mostrare un minimo di rigore morale se non addirittura di cultura per giustificare il ricco canone che ricevono e i prezzi scandalosi della pubblicitá che vendono. Eppure perfino la TV di stato olandese non ha saputo resistere alla tentazione di sfruttare un filone cosí redditizio e ha abilmente riciclato un documentario della BBC chiamato “Una moglie per il contadino”, trasformandolo in un format nel quale diversi fattori (nel senso di proprietari di fattorie) scapoli e rubicondi selezionano e ricevono a casa un terzetto di fanciulle le quali, per quattro intere settimane, gareggiano nel conquistare il loro cuore passando non giá per la gola o altri organi come ci si potrebbe aspettare, bensí per campi e stalle, insomma, dimostrando di essere tagliate per la vita di fattoria.
 
Quello che c’é di sorprendente in questo format – diciamolo – non meno indegno e squallido del grande fratello e dei suoi discendenti, é che fin dalla prima edizione (e siamo alla quarta) si é rivelato il programma piú seguito e apprezzato dalla popolazione olandese, battendo perfino le partite di calcio in quanto a share e rating! Un olandese su tre ne é un fedele spettatore e infatti nel nostro nucleo familiare il vikingo mi costringe a passare un’ora ogni domenica sera davanti alle prodezze bucoliche dei fattori e delle loro aspiranti mogli. Siccome non posso credere che un terzo della popolazione olandese abbia il desiderio nascosto di andare a lavorare tra mucche e maiali (o tra cavoli e capre) devo concludere che il piacere sadico di assistere alle torture da rivoluzione culturale inflitte ad uno stuolo di neolaureate e brave ragazze di buona famiglia sia l’elemento scatenante di tanta audience. O questo, o il senso di profonda superioritá che qualunque idiota urbano prova di fronte alla tortura inflitta a grammatica e sintassi da parte dei fattori e dei loro familiari semianalfabeti.
 
Di paola (del 16/01/2009 @ 21:15:14, in diario, linkato 1271 volte)
Un ex direttore regionale della defunta Lintas, parigino purosangue comprensibilmente inorridito dalla barbarie circostante, definiva gli olandesi un popolo che amava l’acqua in tutte le sue forme. Fino ad ora la trovavo una definizione molto arguta, ma a seguito dell’ondata di gelo che ha avvolto l’Europa dopo Capodanno ho capito che il vero amore degli olandesi non é tanto l’acqua quanto il ghiaccio! Per gli olandesi l’acqua é un male necessario con cui bisogna convivere, tanto é vero che sono l’unico popolo terreste (se si escludono i castori) costruttore seriale di dighe e polder, fino al culmine di una grande muraglia a difesa dagli attacchi del mare del nord. Per l’olandese medio l’acqua ha la stessa valenza delle uova rispetto all’omelette: bisogna romperla per farci qualcosa di buono. Lo sport nazionale olandese non é come pensano molti italiani il ciclismo, bensí il pattinaggio di velocitá. Uno sport inventato qui e sconosciuto nel resto del mondo, per il quale la parola pattinaggio é indissolubilmente associata a leggiadre silfidi in tutú luccicanti che danzano sul ghiaccio al suono del lago dei cigni. Non qui. Qui il pattinaggio artistico viene considerato allo stesso livello del nuoto sincronizzato e della dressure equestre: roba da circo. Qui il pattinaggio é roba da uomini veri, uomini alti due metri con pettorali da tarzan, sixpack e cosce d’acciaio grandi come prosciutti, avvolti in tutine aerodinamiche che, pur non lasciando alcuno spazio all’immaginazione, riescono ad avere il rigore di abiti monacali, indubbiamente grazie al cappuccio e agli occhiali che anonimizzano i lineamenti facciali alla pari dei burka. Ma sto divagando. Dunque, dicevo, lo sport nazionale olandese é il pattinaggio di velocitá e la ragione di questo si puó capire se si considera che, fino a relativamente poco tempo fa, d’inverno le temperature andavano regolarmente una decina di gradi sotto zero e l’acqua dei canali gelava per mesi interi. Di conseguenza, per tre mesi all’anno la forma piú veloce di trasporto erano slitte e pattini, altro che biciclette! Il fatto che nell’ultimo decennio le temperature medie si siano alzate é un grosso cruccio per gli olandesi che si vedono privati della gioia di poter emulare i campioni di pattinaggio nel polder locale. In effetti, se ci pensiamo un attimo, é una questione di selezione naturale. In un paese dominato da acqua gelata in inverno e pioggia e freddo in estate é ovvio che la probabilitá di sopravvivenza privilegia i tipi somatici a cui l’equazione acqua + freddo = ghiaccio risveglia le endorfine. I tipi mediterranei come me che entrano in letargo appena la temperatura scende sotto 15° possono sopravvivere qui solo grazie al riscaldamento centralizzato, ai lettini UV e lunghe vacanze ai caraibi.
 
Cosí si spiega anche l’incredibile espressione di gioia che si diffonde sui visi locali quando la temperatura si avvicina allo zero. Come i trolls di Terry Pratchett, genii matematici alle basse temperature e idioti al sole, gli olandesi si rinvigoriscono al freddo e soffrono terribilmente il caldo. Qui i neonati a partire dal primo mese vengono portati fuori ogni giorno, con qualunque tempo, per il ‘frisse neus’ – cioé finché il naso del bimbo si raffredda. Questa abitudine viene mantenuta per tutta l’infanzia, dove peraltro viene raccomandato di far dormire i bambini in camere con temperatura non superiore a 18° e di vestirli piú leggeri per non surriscaldarli quando hanno la febbre. Passata l’infanzia, la raccomandazione é di dormire con le finestre aperte ed é inutile dirvi che bambini e adulti qui girano mezzi nudi in pieno inverno e le madri si preoccupano di mettere sciarpa e cappello alla prole solo se la temperatura scende sotto zero. Vedo regolarmente con i miei occhi madri con bimbi di due anni nel cestino davanti della bici, sotto la pioggia novembrina, senza cappello o sciarpa e con la giacca aperta su una T-shirt di cotone a maniche corte!
 
Ma torniamo al punto. Ogni olandese che si rispetti non solo sa andare in bicicletta come gli unni andavano a cavallo ma sa pattinare fin dalla piú tenera infanzia e impara a pattinare non giá come la sottoscritta su piste di ghiaccio artificiale, ma sui canali gelati! Non vi tornano in mente tutti quei libri del diciottesimo e diciannovesimo secolo in cui almeno un personaggio moriva annegato mentre pattinava sul ghiaccio? Beh, qui é ancora normale! Magari adesso non si muore piú grazie alle strutture di salvataggio avanzate, ma settimana scorsa ospedali e pompieri erano in allerta 24/7 e un bimbo della scuola di Matteo é finito all’ospedale mezzo assiderato. Come gli esquimesi hanno 14 parole per descrivere la neve, il vocabolario degli olandesi é ricco di termini specifici: dooi(en) é un nome/verbo che si usa solo per descrivere il disgelo del ghiaccio naturale; wak é il buco che si crea nel ghiaccio in conseguenza del dooi; door het ijs gaan (lett. ‘passare attraverso il ghiaccio’) vuol dire cadere nel wak mentre si sta pattinando.
 
Se quello che é successo settimana scorsa a me é sembrato eccezionale, il vikingo mi assicura che durante la sua infanzia era ordinaria amministrazione. L’eccezionalitá – mi si dice - non é quest’anno ma il fatto che nell’ultimo decennio non abbiamo avuto un vero inverno. Comunque stiano le cose, settimana scorsa perfino l’Ijsselenmeer (il pezzo di mare del Nord tra l’Olanda del nord e la Frisia chiuso dalla diga piú lunga del mondo) é gelato e la follia collettiva del pattinaggio si é risvegliata.
fokke e sukke si scaldano 
Fokke e Sukke si scaldano, diceva la didascalia sulla vignetta dell’NRC di martedí: “Allora?” chiede Sukke a Fokke, che sta trapanando il ghiaccio. “Chiama il coordinamento regionale!” risponde Fokke con un sorriso beato. Non ci avete capito niente? Beh, consolatevi: neanche io! Ho dovuto farmi spiegare dal vikingo che il coordinamento regionale é quello dell’associazione delle undici cittá frisone e che settimana scorsa si é accarezzato il pensiero di poter fare la sedicesima Elfstedentocht ovvero il giro delle undici cittá. Si tratta in pratica di percorrere 200 km pattinando sui canali ghiacciati della Frisia, partendo da Leeuwaarden, passando per Sneek, Ijst, Sloten, Stavoren, Hindeloopen, Workum, Bolsward, Harlingen, Franeker, Dokkum per tornare poi a Leeuwaarden. La maratona – che inizia alle quattro di mattina e finisce a mezzanotte – si puó effettuare solo se tutti i canali del percorso sono ghiacciati e la profonditá del ghiaccio é di almeno 15 cm. Questo evento si é verificato nel secolo scorso solo 15 volte, la prima volta nel 1909 e l’ultima nel 1997. La penultima volta nel 1986. Potete capire quindi l’eccezionalitá della cosa. O no? Io francamente non capisco come si possa entrare in paranoia da finali da mondiale (che pure non capisco ma constato) per avere il privilegio di pattinare a -20°, magari con vento contrario e sotto la neve, per diciotto-venti ore di seguito senza fermarsi, senza poter bere, mangiare o fare pipí (che a quella temperatura non so voi ma io mi dovrei portare il pannolone). Eppure l’Olanda ogni inverno entra almeno per un paio di giorni in paranoia, con volontari armati di trapano che misurano la profonditá del ghiaccio dopo ogni gelata e serissimi annunciatori del TG che comunicano con evidente eccitazione preorgasmica le previsioni del tempo (“stanotte si cala a meno diciotto, domani al massimo meno dieci, fantastico! Altri due centimetri di ghiaccio!”) prima di passare agli ultimi massacri nella striscia di Gaza.
 
Quest’anno, dopo una settimana di fibrillazione e infinite interviste ai membri dell’associazione e ai campioni delle edizioni passate, la temperatura si é alzata di botto, il ghiaccio si é sciolto e Sukke e Fokke annunciavano lunedí dal podio dell’associazione delle undici cittá frisone: “Non si fa”. non si fa!
In realtá il ghiaccio si era giá sciolto sabato, quando quattro milioni di olandesi assatanati avevano tirato fuori i pattini arrugginiti dai ripostigli e si erano riversati sui canali come da noi sulle spiagge a ferragosto. E lasciamo perdere quanti sono ‘passati attraverso il ghiaccio’ mandando in tilt gli ospedali.
 
La sottoscritta, che non mette i pattini da quando aveva quindici anni e che non ha ambizioni agonistiche di alcun tipo, ha speso tutte le sue energie nel cercare di tenersi in equilibrio a piedi o in bicicletta su strade ghiacciate come mai ho visto in vita mia: il vikingo ha perfino proibito a Matteo di andare a scuola in bicicletta per paura che potesse cadere e rompersi una gamba. Poi, con tipica logica olandese, se l’é caricato sul sellino della sua bici e a quel punto le gambe rotte avrebbero potuto essere due o quattro. Appena saputa la bella impresa ho proibito al vikingo di accompagnare Matteo a scuola e ho provveduto a farlo io, in smart, a venti all’ora e sudando freddo. Lungo la strada ho visto frotte di genitori che tiravano slitte cariche di prole. Arrivata a scuola mi sembrava di stare al rifugio alpino tante erano le slitte accatastate davanti alla porta. Di biciclette, manco l’ombra. Ho fatto due piú due e da brava madre coscenziosa sono andata in centro a comperare una slitta per mio figlio. Mi hanno riso in faccia! Slitte e pattini sono stati venduti tutti nelle quattro ore successive alla caduta del primo fiocco di neve! Mi é stato poi riferito da amici che su marktplaats (versione locale di ebay) le slitte di seconda mano andavano via per centinaia di euro! Ma é possibile dico io ... alla faccia della crisi finanziaria! Viva il dooi.
 
Di paola (del 23/01/2009 @ 21:16:28, in diario, linkato 956 volte)
Prima o poi doveva succedere ma francamente speravo di avere ancora un buon cinque-sei anni di tempo per prepararmi. Ieri sera Matteo (sei anni e quattro mesi) ha riattaccato con uno dei suoi argomenti preferiti: la storia della sua nascita. La versione a cui io e il vikingo ci siamo sempre attenuti é quella della tradizione steineriana abbinata al piccolo principe, per cui Matteo da svariati anni ci intrattiene regolarmente sul periodo in cui si trovava sulla sua stellina in cielo e sulla sua decisione di venire ad abitare nella pancia della sottoscritta. Ieri peró, alla fine del racconto, ci ha chiesto di punto in bianco “Sí peró come ho fatto ad entrare nella pancia della mamma?” Io mi sono vigliaccamente rifugiata dietro la mia tazza di the, il vikingo ha scoccato uno dei suoi sorrisi magici di quando l’imbarazzo é piú forte delle parole e ha esclamato con tutta la diplomazia anglosassone di cui é capace: “Questa é una buona domanda.” Siccome Matteo non batteva ciglio in attesa della risposta, il vikingo ha poi cominciato confusamente a dissertare di ovetti e semini ed io mi sono unita con entusiasmo alla descrizione dei grappoli di ovuli nella mia pancia cercando di portare il discorso fuori dal campo minato. Matteo si é divertito moltissimo al mio racconto ma non si é fatto depistare e ha prontamente replicato: “Ma come fanno i semini ad entrare negli ovetti?” A quel punto ho mandato a cagare tutti i libri di puericultura e ho risposto “A dir la veritá non lo sappiamo, perché mica possiamo guardare nella mia pancia, ti pare?” Matteo ha convenuto che era logico e a quel punto ha perso anche tutto l’interesse nella faccenda, ma non ho dubbi che abbia salvato tutta la conversazione nella cache e me la risputerá fuori con richieste di approfondimento quando meno me lo aspetto.
 
Nell’attesa della prossima conversazione ho fatto anche io qualche considerazione sulla faccenda degli ovetti e dei semini e sono giunta alla conclusione che la mia opinione sul fare figli non é cambiata: masochismo puro! Da quando c’é Matteo la nostra vita é diventata un tormento continuo: se la sua presenza é sfiancante, la sua assenza lo é molto di piú. Adesso mi spiego.
 
Dopo gli anni delle notti in bianco, dei pannolini e delle malattie infantili siamo approdati nella lotta continua per la civilizzazione di un selvaggio dotato di forte personalitá e testardaggine (tutto suo padre). Lottiamo ogni giorno per farlo mangiare, possibilmente seduto al desco familiare e facendo uso delle apposite posate, qualcosa di piú sano del cioccolato e delle patatine, lottiamo per fargli fare il bagno, per mettergli il pigiama, per farlo andare a letto ad un’ora decente, poi lottiamo per svegliarlo alla mattina, per vestirlo, per convincerlo ad andare a scuola, per convincerlo a fare i compiti e andare a giocare fuori invece di passare sei ore sul nintendo o davanti a jetix.
Una giornata media con Matteo é una corsa ad ostacoli con individui che ti tirano sacchi di sabbia nelle gambe ogni dieci metri. Da quando si é beccato il virus dell’influenza nella sua forma piú acuta non abbiamo nemmeno il time-out della scuola e degli amici con cui divide il doposcuola e siamo esausti.
Ci é sembrato quindi di aver fatto una bella pensata quando il vikingo ha proposto a sua madre - babysitter professionista – di accudire Matteo malato nei giorni feriali. A risposta affermativa abbiamo caricato il pargolo in macchina e lo abbiamo portato a Deurne (60 km da Nijmegen). Non ero nemmeno risalita in macchina per tornare a casa che mi é venuto un magone enorme, il viaggio di ritorno é stato lugubre e silenzioso e ogni chilometro mi aggiungeva un nodo allo stomaco. Arrivata a casa a momenti sono scoppiata a piangere davanti ad un mostruoso bionicle dimenticato sulla scala. La serata é stata allegra come una veglia funebre e siamo andati a letto girandoci le spalle. Ho passato tutta notte a rivoltarmi come una cotoletta, tra incubi, ansie e sensi di colpa assortiti. La mattina dopo alle 7 e 30 ero giá attaccata al cellulare e solo quando ho sentito la vocetta di mio figlio un nodo nello stomaco si é sciolto quel tanto che mi ha permesso di buttar giú il cappuccino e cominciare a lavorare. Dopo una giornata puntellata di telefonate al malato (che nel frattempo stava meglio e si stava divertendo un mondo a casa dei nonni) e un’altra notte agitata ho confessato al vikingo che avrei dormito meglio a Deurne insieme a Matteo, anche a costo di farmi un’ora supplementare di viaggio per andare a lavorare. Cosa che ho fatto puntualmente fino a ieri, quando ho riportato il pargolo a casa e mi sono prontamente ricordata il motivo per cui domenica sera ero tanto felice all’idea di affidarlo alla nonna. Peró ieri notte ho dormito finalmente bene e stamattina sono andata al lavoro senza nodi nello stomaco dopo aver baciato la creatura serenamente addormentata accanto al suo bionicle. 
 
Adesso ditemi voi se questo non é masochismo.
 
Tralaltro, ho anche riflettuto, la corsa ad ostacoli attuale é niente in confronto a quello che ci aspetta quando Matteo toccherá l’inevitabile traguardo dell’adolescenza. Come recita la canzone-strappacore in voga al momento “sette e un quarto di domenica mattina - sento la chiave che gira lentamente nella porta – finalmente mi addormento – [mia figlia] é tornata a casa.” Scoppio a piangere ogni volta che sento questo verso; pensavo fosse commozione ma comincio a credere che sia pura ansia al pensiero subliminale delle mie future notti insonni in attesa della chiave che gira nella porta e tutti gli altri orrori che posso immaginare, avendoli inflitti a mia volta ai miei genitori, piú tutti quelli con cui Matteo riuscirá indubbiamente a sorprendermi.
E dire che tutto questo io lo avevo giá previsto ben piú di vent’anni fa e avevo scritto anche un manifesto contro la maternitá che ha scatenato un thread (ante litteram) di proporzioni bibliche nella preistoria di internet. Poi é arrivato il vikingo e in un baleno tutta la razionalitá é uscita dalla mia testa e i semini hanno cominciato a cercare gli ovetti nella mia pancia.
 
Di paola (del 16/02/2009 @ 21:55:53, in diario, linkato 1088 volte)
Mi accorgo di essere molto ciclica nei miei post: febbraio tocca invariabilmente allo sfogo lavorativo. Credo che questo dipenda dal ‘winter blues’ che mi colpisce dopo Natale, quando l’adrenalina é calata, le luminarie sono spente, il mio biglietto della lotteria di Capodanno non é stato estratto e mi tocca riprendere l’intercity delle 7.24 per Amsterdam nel buio delle interminabili notti invernali nordiche per andare a discutere di banalitá assortite con brand managers appena usciti dalla Harvard Business School per corrispondenza che se la tirano manco fossero Bill Gates.
Anche il vikingo ci é abituato e non ci fa piú di tanto caso. Quest’anno ho tardato piú del solito perché davvero speravo di aver qualcosa di piú eccitante da raccontarvi ma purtroppo non é cosí. Come il resto del mondo siamo in piena crisi finanziaria ed é questione secondo me di poche settimane prima che la recessione venga pubblicamente annunciata.
 
Questa é la mia terza recessione in meno di 30 anni lavorativi e questa volta sono veramente indignata dalla totale impreparazione dei suddetti managers di fronte ad un fenomeno ormai ciclico quanto le nevicate e le alluvioni. E’ uno scandalo! Ma siccome la prima cosa che scompare durante una crisi finanziaria sono i budget pubblicitari, l’impreparazione dei managers ci offre se non altro qualcosa da fare in attesa della ripresa, altrimenti saremmo costretti a grattarci le palle fino al prossimo lavoro o fino al prossimo biglietto della lotteria, whichever comes first. In conclusione, bisogna pure ringraziare questi disgraziati che in tempi normali manderei a cagare senza troppi complimenti. Potete immaginare che questo non aiuta il mio ‘winter blues’ tant’é che il vikingo ha detto ieri: chiamala pure depressione che facciamo prima.
 
high teaOK, allora sono depressa. Se fossi a Milano telefonerei ad un paio di amiche, andrei in centro a fare un po’di shopping sensoriale, o a bere un caffé da Cova, a prendere un aperitivo all’enoteca, magari ci starebbe anche un parrucchiere, una manicure o un massaggio, un po’di chiacchiere, una pizza, una cioccolata con panna, insomma, se presa in tempo la depressione invernale si scioglie come neve al sole. Invece abito nel buco del culo del polder, dove tutto é talmente razionalizzato che non esistono i passeggi, i bar, le pizzerie e perfino le estetiste e i parrucchieri sono austeri come conventi. Per cui quest’anno al posto dello sfogo lavorativo vi beccate lo sfogo sulle infrastrutture HORECA!
 
frikandel met frietjesL’equivalente gastronomico delle nostre pizzerie e dei nostri bar qui si chiama snack bar e non ha niente a che spartire ne’con gli uni ne’con le altre. Gli snack bar sono bugigattoli angusti e squallidissimi, piastrellati come cucine, composti da un enorme banco frigo con una friggitoria dietro e quattro striminziti tavolini di formica davanti. Gli snack bar sono gestiti tipicamente da una coppia di cinesi e vendono solo ed esclusivamente junk food: patatine fritte in tutte le salse dalla maionese al burro di noccioline, fricandelle, crocchette, sofficini, polpettine, hamburger, chicken nuggets etc. Sono frequentati tipicamente da studenti – che mangerebbero anche la segatura purché fritta e con la maionese – e dalle famiglie degli strati sociali inferiori che ignorano l’esistenza di proeteine e vitamine e sono convinti che un piatto di patate fritte e una crocchetta sia un pasto equilibrato. Noi ci serviamo di queste strutture occasionalmente, solo per accontentare Matteo che adora le patatine fritte. Siccome anche solo l’idea di versare due dita d’olio in una padella mi fa vomitare, mi offro volontaria per andare a prendere una porzione da 2 euro di patatine SENZA SALSA per i miei uomini. Invariabilmente trovo una coda di almeno 10 persone cenciose e dall’aspetto malsano, alternativamente scheletriche o obese, con denti rovinati e pelle butterata, il mozzicone di sigaretta perennemente incollato all’angolo della bocca, che allungano biglietti da venti o cinquanta euro alla cassiera e ritirano enormi sacchi contenenti sei-otto porzioni di crocchette, fricandelle e patate fritte, o si siedono a consumare la poltiglia ai tavolini. Siccome non posso pensare di essere sempre sfigata, devo concludere che gli snack bar godono di una clientela locale fissa e affezionata. Basti dire che nel nostro quartiere ce ne sono tre e sono sempre pieni.
 
Invece di pizzeria ce n’é solo una, gestita da marocchini e perennemente vuota perché qui non si va a mangiare la pizza: la pizza si ordina e si porta a casa negli appoositi contenitori di cartone, come da Domino (che infatti ha un business fiorente e capillare). Capisco che non si possa pretendere la cultura della pizza cosí al nord, peró vi assicuro che é una tortura da inferno dantesco: non sapete che agonia sia passare un intero anno senza poter mai mangiare una pizza degna di questo nome. Ogni tanto cedo alla disperazione e ordino una pizza da Domino per pentirmene invariabilmente subito dopo; abbiamo provato tutte le pizzerie del centro e la delusione é tale che ormai vivo in perenne crisi di astinenza e mi sfogo quando calo in Italia.
 
bossche bolPassi per le pizzerie, ma dico io, possibile che qui non si possa prendere un caffé al bar dopo pranzo o un cappuccino con brioche la mattina prima di salire in ufficio? No, non si puó. Qui i caffé non esistono. Manco c'é Starbucks, non so se mi spiego!
I bar locali sono o tipo pub – aperti solo la sera, con tremila tipi di birre, caffé acquoso e cappuccino tiepido – oppure tipo fighetto che se la tira con otto tipi di caffé egualmente insipidi e gigantesche fette di torta di mele o bomboloni trasudanti trigliceridi e zuccheri. Brioches? Vai dal fornaio! Pasticceria? Che roba é? Le rarissime pasticcerie del centro vendono biscottini e dolcetti autoprodotti che il mio fornaio in via Plinio dava via a un euro al chilo.
Venerdí pomeriggio sono stata in uno di questi bar-fighetti. Mi hanno fatto pagare 3 euro e 50 per un cappuccino il cui massimo pregio era di essere caldo. C’erano sei avventori: due coppie over 60 e due studentesse. Tutti silenziosissimi, mesti, curvi sui loro tavolini: sembrava di stare in chiesa. Una tristezza che non vi dico.
 
In quanto allo shopping, a parte il fatto che qui i negozi aprono alle 10 e chiudono alle 18 (il sabato alle 17), per cui per fare shopping devi prenderti minimo mezza giornata di ferie, scordatevi via della Spiga e corso V. Emanuele. Qui ci sono solo catene di pronto-moda tipo Mexx, Mango, Esprit e H&M e le poche boutiques indipendenti espongono roba di una pacchianeria incredibile a prezzi scandalosi. Sono convinta che ad Amsterdam e Utrecht ci sia di meglio ma non saprei dirvi dove, sicuramente non in centro. Invece a Maastricht e Anversa (al confine con/in Belgio) ci sono negozi favolosi ma mica posso farmi 200 e passa km ogni volta che mi piglia il magone, vi pare?
 
In sostanza mi tengo la depressione invernale in attesa di calare in Italia. Ancora 5 giorni!
 
Di paola (del 06/03/2009 @ 17:21:18, in diario, linkato 859 volte)
Questo intervento é dedicato ad un argomento professionale, su richiesta incalzante di alcuni di voi. Quindi cerco di usare un linguaggio serio e costruttivo e di evitare il cabaret a cui vi ho abituati, nella speranza che il messaggio si diffonda sulla stampa di settore. Aiutatemi a seminare il verbo!
 
Ho letto un’intervista di Youmark a Mainardo de Nardis, da pochi giorni CEO di OMD Worldwide. Sono rimasta allibita. Allibita che la situazione italiana suggerita dall'intervista sia cosí degradata rispetto ai miei ricordi, ormai sempre piú lontani. In Olanda - paese dove l’80% dei collegamenti internet é broadband e il 40% della ricezione TV é digitale, il terzo polo televisivo é una realtá di importanza pari alle reti di stato e al concorrente privato e l’offerta televisiva di base prevede anche 20 canali internazionali – il mercato dei media era fino a relativamente poco fa ingessato come quello italiano negli anni settanta. Ricerche come Sinottica o la single source di Nielsen sono qui totalmente sconosciute e le teorie di John Philip Jones ancora considerate eretiche. I software per il media planning - paragonati alle perle di sofisticazione a cui mi avevano abituato Media Soft e Media Consultants negli anni novanta - sono estremamente rozzi. Infine, nonostante la proliferazione di TV commerciali, le alternative allo spot 30” si limitano ancora oggi a billboards e promo’s a norma UE, piú qualche timidissima citazione o product placement in programmi sponsorizzati. In tutti questi anni ho vissuto di rendita sull’esperienza maturata nelle filiali italiane delle agenzie di pubblicitá americane, al servizio di aziende multinazionali dalla indiscussa professionalitá, che pretendevano altrettanta se non maggiore professionalitá dai loro interlocutori. Eppure leggo che in Italia mancherebbe professionalitá, credibilitá e rispetto e - da italiana all’estero che si é fatta un nome proprio in base a questi tre elementi - mi chiedo perché la nostra immagine all’estero sia ancora al livello dei paesi del terzo mondo quando é palese che la realtá viaggia su un altro binario.
Quando poi leggo che in Italia le media agencies vengono ancora chiamati centri media e associati a scarsa misurabilitá del valore aggiunto e prioritá discutibili mi indigno ancora di piú. Non posso parlare a nome delle agenzie media attuali perché non le conosco, ma le media agencies con cui e in cui ho lavorato un decennio fa non hanno mai avuto questo profilo – semmai il contrario! La “massima conoscenza del consumatore, la misurabilità,il ritorno degli investimenti e perfino la media neutrality” (ante litteram, in quanto il termine mi pare sia stato coniato in UK nel 2001) erano nel DNA degli strategic media planners (termine in voga un decennio fa) tanto quanto l’implementation era la conditio sine qua non della professione. E gli strumenti per conoscere il consumatore e l’efficacia degli investimenti pubblicitari c’erano giá tutti, come il mio guru Vittorio Meroni non mancava di far notare in ogni suo intervento o pubblicazione. Siccome da allora la sofisticazione degli strumenti di conoscenza e misurazione non ha fatto altro che crescere - perfino in Olanda - mi chiedo se avesse ragione Meroni quando diceva (e mi scuso se la citazione é imperfetta perché la devo attingere dalla memoria) che certe aziende preferiscono non sapere la veritá sui loro investimenti pubblicitari.
Soprattutto se, ora come allora, si lasciano sedurre dalle offerte dirette dei concessionari.
 
Di paola (del 07/03/2009 @ 00:23:34, in diario, linkato 824 volte)
Nonostante sia appena tornata da una bellissima settimana bianca che ha riscattato gli orrori dell’anno scorso, non sono per nulla rilassata. Recessione dichiarata e pesanti problemi sul lavoro mi hanno fatto tornare in apnea praticamente trenta secondi dopo essere rientrata in ufficio. Ciliegina sulla torta: le temperature medie oscillano intorno ai 5° e piove. Insomma, se non avessi smesso le droghe pesanti da quando sono madre, sarebbe ora di telefonare al pusher.
 
Per di piú sono ancora irritata da una frase che ho letto ieri, quella in cui si dichiara che quello che c’é all’estero e invece in Italia manca é professionalitá, credibilitá e rispetto. Siccome questo cliché mi sta incollato addosso dal mio primo viaggio di studio in Germania nel 1979, quando nessuno riusciva a credere che fossi una studentessa di lingue e non una gastarbeiter metalmeccanica, adesso mi sono proprio rotta i coglioni e vi racconto quanto rispetto dobbiamo avere per la professionalitá e credibilitá degli anglosassoni.
 
Comincio con la Betuwelijn (nome ufficiale Betuweroute). La Betuwelijn é una linea ferroviaria esclusivamente dedicata al trasporto merci che dovrebbe collegare il porto mercantile di Rotterdam alla Germania, ma in effetti si ferma a Zevenaar, sul confine. La linea é stata pensata per dare un impulso all’economia mercantile olandese che ha il suo epicentro nel porto di Rotterdam. Il progetto é iniziato nel 1995 ed é durato ben 12 anni, compromettendo irreparabilmente paesaggio e sistema ecologico della zona agricola del Betuwe e sfondando del 110% il budget previsto di 2,5 miliardi di euro. Il break even sul progetto verrá raggiunto tra 25 anni, sempre che i treni trasportino le quantitá previste di merci ai costi e ricavi previsti. Ad oggi la Betuwelijn non sta ancora operando al 100% della potenzialitá prevista – i soliti beninformati suggeriscono che non stia operando affatto e che i pochissimi treni che occasionalmente si vedono viaggiare a bassa velocitá sono treni di manutenzione della linea. Dubbi sull’intera operazione sono stati oggetto di numerosissime inchieste parlamentari puntualmente insabbiate. L’ultima ha addirittura proclamato che, nonostante i colossali errori nelle stime dei costi e ricavi, era stato raggiunto il punto di non ritorno e occorreva completare il progetto. In poche parole, la connivenza di enti governativi e ditte di costruzione ha fatto sí che l’Olanda sia deturpata da una cicatrice lunga 160 km che non serve assolutamente a niente ed é destinata ad arrugginire.
 
Sorvolo sull’inchiesta ‘mani pulite’ che qui, a differenza che in Italia, é stata frettolosamente insabbiata dopo l’arresto di un paio di costruttori edili di dubbia professionalitá. Sorvolo anche sull’inchiesta sulla frode miliardaria Ahold che é durata cinque anni e si é conclusa con l’assoluzione di quasi tutti gli imputati coinvolti (banche e societá di accounting) e una ridicola multa di 30.000 euro per l’imputato principale, che sicuramente spende molto di piú quotidianamente per il mantenimento dei suoi possedimenti. Non vi parlo nemmeno della farsa dell’alta velocitá perché non é ancora finita e non sta bene tirare conclusioni affrettate.
 
Riporto invece lo scandalo corrente, ovvero, la costruzione del passante ferroviario ad Amsterdam, la famigerata Noord-Zuidlijn, cominciata nel 2003.
Nelle intenzioni un progetto sensato come la Betuwelijn, in quanto sveltirebbe notevolmente il traffico passeggeri dalle nuove zone residenziali (tutte a nord) agli uffici (tutti a sud). In pratica, proprio come la Betuwelijn, un disastro. Dopo che si era trivellato tra le palafitte sotto il centro di Amsterdam e un intero quartiere era stato evacuato perché le case avevano cominciato a pendere come la torre di Pisa, dopo che la data di consegna é slittata dal 2011 al 2017 e il budget é stato sfondato del 300% (!) é di questa settimana la notizia che l’archivio statale di Köln (Germania) é stato inghiottito da un buco di 30 metri causato dagli scavi per la metropolitana. La societá costruttrice della metropolitana di Köln é la stessa che sta costruendo la Noord Zuidlijn. Bell’esempio di professionalitá e credibilitá. Massimo rispetto!
 
Di paola (del 22/03/2009 @ 22:48:19, in diario, linkato 1636 volte)
Qualche mese fa, in una mail privata, scrivevo che la recessione ci avrebbe colpito nel 2009 come uno tsunami. La nefasta previsione si é puntualmente avverata dimostrando ancora una volta che Cassandra mi fa le pippe, ma la cosa non mi rende affatto felice. Sono metaforicamente aggrappata ad una palma nella bufera e per quanto mi sforzi di pensare che basta stringere i denti e resistere perché tutto passa e quindi passerá anche questa, la tentazione di mollare il tronco sempre piú fradicio e scivoloso per abbandonarsi all’abbraccio del vento é fortissima. Insomma, sono in un momento di riflessione pari a quello che mi ha portato qui dieci anni fa: uno stress della madonna e due palle tante.
 
Mentre il mio destino si dipana osservo le reazioni di un paese übercapitalistico di fronte all’incredibilitá della recessione dichiarata (-3,5%) e constato che tutto il mondo é paese. Mi semba di stare in quella parodia dei fratelli Zucker chiamata Airplane!, precisamente nella scena in cui nella cabina passeggeri l’avviso lampeggiante ‘Don’t panic’ si muta in ‘OK Panic’. Il panico generale é palpabile, respirabile come l’odore della paura. Vengono prese decisioni totalmente insensate, subito rimangiate e rappezzate: la confusione é ai massimi livelli. I prezzi salgono, i consumi calano e le aziende-clienti ci chiedono consigli su come sopravvivere per poi indignarsi se, come ovvio, li consigliamo di non aumentare i prezzi e di non tagliare gli investimenti. I piú cinici approfittano della congiuntura per chiudere contratti capestro nei quali a momenti li dobbiamo pagare noi per avere l’onore di lavorare per loro; alcuni di questi ci mettono in gara e poi ci lasciano per agenzie migliori (= ancora meno care).
Nella spirale di follia collettiva la mia tower of strength – il vikingo – ha mollato la spugna facendosi venire un bell’esaurimento da superlavoro (burnout) manifestatosi con iperventilazione e pressione 180/110, cosicché oltre a papparmi le beghe lavorative devo anche farmi un corso-lampo di gestione burnout in terra straniera, che come al solito si sta rivelando uno shock culturale di proporzioni bibliche.
 
A differenza di quello che succede a Milano infatti il burnout qui viene trattato come una malattia grave e il soggetto della malattia viene assistito e coccolato come un infante. Nel giro di una settimana il vikingo é stato visitato da ben tre medici, controllato da cima a fondo in ospedale, dotato di ogni possibile rimedio chimico contro pressione e depressione, nonché inserito in un programma di counseling con due sessioni settimanali. Il medico aziendale gli ha dato un congedo malattia illimitato e un controllo mensile per constatare il decorso della malattia. Il medico della mutua gli ha prescritto controlli quindicinali a sangue, cuore e pressione e infine il cardiologo lo vuole rivedere entro sei settimane anche se non sopravvengono complicazioni. Tutti quanti, counselor compreso, lo stanno incitando a rilassarsi, riposarsi e fare solo ed esclusivamente cose che lo rendono felice (col risultato collaterale che questo disgraziato non mi fa nemmeno piú la sua quota di lavori domestici, ma transeat). Sono sinceramente sbalordita dall’atteggiamento della sanitá locale in questa occasione, se penso che per farti prescrivere un antibiotico qui devi essere praticamente moribondo! Mi é parso confusamente di capire che qui ci sia un business colossale dietro all’assistenza sociale e che le aziende non si possono azzardare a rifiutare assistenza agli impiegati stressati per non rischiare gravi penali e sanzioni. E’ di questi giorni la notizia che un insegnante ha vinto una causa contro la sua scuola che ora gli deve risarcire qualcosa come 200 e passa mila euro come compenso per il burnout: un precedente pericolosissimo per le aziende dove piú o meno un dirigente all’anno salta per questo motivo.
Comunque stiano le cose, non vi posso dire la mia sorpresa quando – piú o meno vergognandomi come una ladra – ho comunicato al mio datore di lavoro la situazione e ho ricevuto immediatamente la visita del responsabile del personale che si é affrettato a rassicurarmi sulla comprensione di tutta l’azienda e mi ha caldamente consigliato di prendermi qualche giorno di permesso pagato per poter accudire il malato, dopodiché mi ha incitato a fare un controllo medico per verificare il mio stato di salute, il tutto condito da raccomandazioni di prendermela comoda e di non pensare ai targets. Ancora frastornata da tutta questa inusitata gentilezza ho telefonato al medico della mutua il quale mi ha dato subito appuntamento, mi ha visitato con cura, mi ha misurato la pressione, mi ha fatto fare gli esami del sangue e mi ha prontamente dotato di Lexotan. Ho dovuto insistere che i sonniferi non li volevo altrimenti mi avrebbe dato pure quelli (li ha dati al vikingo per non sbagliare). Alla fine della visita ero totalmente confusa, poi é arrivata Diana in versione crocerossina e ci siamo prontamente ubriacate per tutto il weekend, per cui ho lasciato in sospeso la questione e solo ora mi sto ripigliando quel tanto che basta per riflettere su quanto sta succedendo e concludere che la morale anglosassone é veramente bizzarra. Ma come, questi qui ti fanno partorire in casa senza epidurale, ti danno solo quattro mesi di congedo maternitá, mandano tranquillamente in giro neonati e bambini con 38° di febbre a -5° e si degnano di dargli un antibiotico solo se puoi dimostrare che hanno 40° da almeno 48 ore (e devi andare dal medico tu con l’infante perché col cazzo che ti viene a casa), ti fanno fare sei mesi di liste d’attesa per un’operazione di ernia al disco e non ti fanno vedere da un otorino manco se stai sputando un polmone dalla tosse, ma appena ti sale lo stress si mobilitano come l’equipe del dottor House. Che cosa mi sfugge in questa logica?
 
Di paola (del 06/04/2009 @ 20:32:54, in diario, linkato 1982 volte)
Stiamo entrando a singhiozzo nella breve primavera nordica, caratterizzata da temperatura 5-10°, vento, pioggia e nebbia con occasionali schiarite che per la popolazione locale sono una ragione sufficiente per togliersi maglioni e calze e affollare le terrazze dei bar. Venerdí scorso é stata una giornata splendida, senza una nuvola e temperatura tendente a 20°: Matteo ha giocato con gli amichetti al parco praticamente fino a che non é stramazzato al suolo, io ho preso il sole sulla terrazza del Wolfsberg e abbiamo concluso la giornata mangiando in giardino e giocando a Monopoli sotto un tramonto infuocato. Per contrappasso sabato siamo ripiombati nel grigiore invernale ed io nella corrispettiva depressione, per cui ieri ho accolto a braccia aperte l’arrivo dei suoceri per la pianificata gita al Keukenhof.
La mia vita a Tulipland non poteva essere completa senza questa pietra miliare che sta a pagina 3 di tutte le guide turistiche sull’Olanda dopo il giro dei canali di Amsterdam e le ceramiche di Delft e per questo viene snobbata dai locali, soprattutto se del Brabant. Il vikingo non ha fatto altro che lagnare (zeuren) l’abominevole livello di pacchianeria del posto, che oltre a ettari di tulipani in fiore e serre gigantesche contiene anche un organo a manovella gigante, un mulino a vento, un finto fienile, un coro dei marinai e la sua brava chiatta per fare il giro del canale locale. Il tutto indubbiamete kitsch, ma lo snobismo del vikingo é solo invidia: se il Keukenhof fosse sotto la Mosa (Maas) mi ci avrebbe portato ancor prima che all’Efteling!
Io invece, forse perché mi considero ancora una turista, ho goduto ogni momento e mi sono riempita i sensi dei colori e dei profumi delle migliaia di varianti di tulipani, narcisi, begonie, viole e giacinti. Anche sotto la nebbia e il vento gelido, la vista di giardini pulitissimi e curatissimi con erbetta all’inglese e aiuole decorative multicolori, ruscelletti gorgoglianti e fronde fruscianti mi ha calmato i nervi. Se il Keukenhof fosse a Lissel (Brabant) invece che a Lisse (Zuid Holland) ci andrei tutte le domeniche.
 
La primavera – come é noto - non fa fiorire solo i tulipani, ma risveglia anche i sensi. Qui si dice ‘lentekriebels’, che tradotto al meglio significa ‘fregole di primavera’. Nonostante la recessione, da quando si vede un po’ di sole il pessimismo cosmico si sta affievolendo e i sorrisi stanno tornando perfino sui visi degli annunciatori televisivi, alla faccia dell’indice AEX. Tutti quelli che ancora se lo possono permettere cominciano a fare piani per le prossime vacanze ed é un fiorire di conversazioni leggere sull’opportunitá di prendere l’ennesimo carro bestiame della Ryanair o di provare l’ICE ad alta velocitá per le destinazioni meno lontane.
In questo spirito avevo intavolato giovedí sera l’ennesima conversazione con l’ennesimo amico in visita al vikingo convalescente, ma mi sono trovata di fronte ad un caso di lentekriebles decisamente piú drammatico. Il tizio in questione, ingegnere elettronico con specializzazione ICT, é partito questo weekend per una vacanza esplorativa di tre settimane in Messico, dove intende trasferirsi al piú presto per aprire un ostello/b&b insieme ad un suo amico d’infanzia. Gli ho chiesto tra il divertito e l’esterrefatto che cosa lo avesse portato a questa decisione e mi ha risposto che é stufo marcio dell’Olanda, del governo sempre piú invasivo e dei controlli insopportabili da stato di polizia. “Non voglio che un impiegato metta il naso nelle mie cose, non voglio dover chiedere il permesso per ogni fottuto piolo che pianto nel mio giardino e soprattutto non voglio piú essere spiato dalle maledette telecamere che sono ormai ovunque!” Ho mantenuto il mio sorriso diplomatico e gli ho chiesto che cosa gli facesse pensare che la situazione in Messico fosse migliore. La risposta é stata talmente delirante che stento a riportarla: “Lí almeno c’é libertá di movimento e nessun controllo statale.” o qualcosa di comicamente simile, il tutto accompagnato dallo sguardo sognante che di solito i maschi sfoggiano in occasione di partite di calcio o pornografia. Non gli sono scoppiata a ridere in faccia per rispetto e perché anche il vikingo aveva attaccato con la sua lagna preferita sull’insostenibile pesantezza dell’essere olandese – si badi bene, non centrata sull’incommestibilitá del cibo e sulle temperature polari, ma sul Grande Fratello statale scatenato dall’incubo del terrorismo post 9-11.
Ora, per un paese dove al governo non c’é un dittatore totalitario che controlla tutti i principali mass media, prostituzione e droghe leggere sono (ancora) liberalizzate, l’abrogazione di eutanasia, divorzio e aborto non é nemmeno in discussione, dove l’obbligo del documento d’identitá é stato introdotto solo quattro anni fa (peraltro in ottemperanza ad una legge europea), dove le telecamere si trovano principalmente sulle autostrade per controllare i limiti di velocitá e dove il fisco spende milioni di euro ogni anno in campagne informative del tipo “Quest’anno controlliamo le detrazioni di tipo X: mi raccomando, controllate bene le detrazioni di tipo X che avete fatto e se avete bisogno di aiuto siamo a vostra disposizione al numero verde (che funziona)”, mi pare che l’Olanda sia piuttosto in fondo alla lista degli aspiranti Big Brothers di orwelliana memoria. Senza voler fare paragoni imbarazzanti, la probabilitá che chiunque di noi riesca ad aprire un ostello/b&b é piú elevata qui che nel resto del mondo a sud del 52° parallelo – se non altro perché non devi pagare mazzette e pizzi a nessuno - e la probabilitá che chiunque di noi qui finisca in galera per un errore giudiziario tende a zero.
Vero é che sui limiti di velocitá non si scherza: a 56 km in centro abitato scatta giá la prima sanzione e i vigili urbani sono tutti ex SS che ti fermano anche per un fanalino rotto sulla bicicletta, ma nonostante anche io come tutti bestemmi ad altissima voce ogni volta che una multa atterra sul tappetino, sono contenta che nessun pirata della strada potrá impunemente fare 150 all’ora nei paraggi della scuola dove va mio figlio e soprattutto che il parchetto dove gioca non é lastricato di bottiglie rotte, siringhe usate e cacche di cane, grazie al rigoroso controllo sociale e alle sanzioni ancor piú rigorose.
Senza parlare del fatto che, quando il treno arriva in stazione la sera e io devo andare da sola nel buio nordico a recuperare la bici nel parcheggio del simpatico quartiere popolare dietro la stazione, sono ben felice che ci sia una nuova telecamera strategicamente posta all’uscita del sottopassaggio.
Sono stata fermata anche io decine di volte all’uscita di vari grandi magazzini perché le commesse si erano dimenticate di togliere la placca anti taccheggio, ma non la considero una violazione della mia privacy!
Tralaltro gli stessi personaggi che si lamentano dell’invasione nella privacy non hanno alcun problema a lasciare numero di cellulare e indirizzo e-mail a mezzo mondo e a scaricare gigabytes di foto e video privati sui vari YouTube, Hyves e quant’altro.
Ma non ho detto niente di ció al delirante amico in procinto di partire per il walhalla delle libertá che secondo lui é il Messico, perché sono sicura che la realtá lo colpirá come un nugolo di mosche su un mucchio di escrementi: niente di meglio di una sana estate tropicale per toglierti le fregole di primavera nordiche!
 
Di paola (del 09/04/2009 @ 01:00:00, in diario, linkato 5211 volte)
Questa me la sono proprio cercata.
In un impeto di nostalgia ho dichiarato su Facebook che preferivo ritrovare i miei vecchi amici piuttosto che farmene di nuovi, quindi é inevitabile che la mia comunitá sia ormai prevalentemente composta da ultraquarantenni alla ricerca del tempo perduto. Ricerca che, finché si limita al ritrovamento dei video-cult di Doctor & the Medics o ai deliri sul nostro passato di DJ alternativi nelle radio libere bergamasche mi fa blandamente sorridere, ma quando tocca le sponde del periodo pre-punk mi causa reazioni scomposte. E’ un vero peccato che abbia interrotto le sedute di analisi prima di arrivare al nodo della mia adolescenza, perché adesso mi ritrovo a fare i conti in terra straniera con un gigantesco nodo karmico senza supporto terapeutico. La causa scatenante di questo magone cosmico é stata l’innocente scelta dei 5 album italiani piú belli di tutti i tempi da parte di un’amica che in seguito ai miei commenti mi ha probabilmente tolto dalla list - con tutta la mia comprensione.
Ebbene, questi album sono: Rimmel, Burattino senza Fili, Dalla, Via Paolo Fabbri 43 e Una Donna per Amico.
 
Ad esclusione dell’ultimo, che i miei lettori piú attenti non esiteranno a definire l’elemento estraneo alla serie, questi album sono l’icona del mio odio per gli anni settanta e tutto quello che contengono - dagli zatteroni e i jeans a campana fino ai cineforum con dibattito e Lotta Continua - e la ragione per cui ho abbracciato il punk e la new wave come un salvagente gettato dal panfilo regale inglese nell’oceano di piombo italiano. La sola vista delle copertine mi provoca un senso di nausea e di soffocamento; piuttosto che riascoltare anche solo la prima strofa di Buonanotte Fiorellino o di In Morte di S.F. mi faccio chiudere in una cella per 24 ore con un loop di ABC, Culture Club, Duran Duran e Sigue Sigue Sputnik. A causa di questi album ho rinnegato la musica italiana e solo negli anni novanta ho ricominciato cautamente a (ri)ascoltare Lucio Battisti, Pino Daniele, Claudio Baglioni e Raf – quest’ultimo principalmente a causa del video Cosa Resterá di Questi Anni Ottanta, girato a King’s Road, che mi fa piangere di commozione al ricordo del mio periodo londinese.
 
Non é semplicemente che le canzoni di Guccini, De Gregori e compagnia cantante non mi piacciono, é che quelle canzoni sono permanentemente associate al periodo piú schifoso della mia vita: quel periodo in cui bisognava assolutamente schierarsi e una volta schierati non si poteva deviare dalle direttive del partito, qualunque esse fossero. E quindi o eri un compagno o eri un fascista e in mezzo c’era il nulla. E se non volevi passare per fascista ti dovevano piacere Guccini, De Gregori &C, i film di Bellocchio, Pasolini, Fassbinder, Hertog e Wenders. Dovevi leggere solo saggistica pubblicata da Einaudi e Feltrinelli, credere in Lenin, Mao e Che e guai a mettere in dubbio il socialismo reale, la rivoluzione culturale e la lotta armata.
In particolare, l’intero fenomeno dei cantautori é nato e si é sviluppato esclusivamente in funzione della sottocultura giovanile di sinistra degli anni settanta e pertanto Guccini, De Gregori &C si pigliano ora le loro belle responsabilitá: se fossi Nanni Moretti andrei a chiedergli il conto del mio analista.
 
Mi si opinerá che si possono ascoltare i cantautori senza per questo doversi leggere il libretto rosso di Mao o condividere gli ideali delle BR. E io rispondo, sí certo, si puó anche fumare hascisch senza essere un tossico. Ma se ti fai cinque canne al giorno ogni giorno tossico lo diventi! E se ti tocca ascoltare quei maledetti album ad ogni festa, ritrovo, in casa di ogni conoscente, suonati con la chitarra dell’immancabile amico che vuole cuccare, cantati acappella dal coretto delle fricchettone in calore durante le innumerevoli manifestazioni e occupazioni coatte, su ogni stazione radio e nel mangianastri delle prime renault 4 dei tuoi primi fidanzatini é praticamente impossibile non identificare le canzoni col contesto: lo insegna Pavlov! E parliamone, di questo maledetto contesto! Ma ve li ricordate gli anni di piombo, o in quel periodo eravate permanentemente annebbiati dai suddetti spinelli? Sono stati un inferno solo per me o nessuno osa dirlo per paura di essere gambizzato?
Al di lá di ogni considerazione sulle teorie politiche deliranti dell’epoca che vi risparmio, vi pare normale che fosse considerato fascista leggere romanzi, ascoltare musica pop o andare a ballare in discoteca, in una parola, divertirsi? E’ possibile che dovessimo ininterrottamente fare autoanalisi, autocoscienza, autocritica e autoflagellarci con canzoni, libri e film che parlano solo ed esclusivamente di sfighe apocalittiche invece di godere dei pochi anni pieni di ormoni e scevri di obblighi che la vita ci offriva? Non vi viene in mente che questo sia stato il vero terrorismo di stato?
 
Ma soprattutto, chiedetevi questo: al di lá dell’indubbio valore artistico di alcuni (e solo alcuni) testi, quale valore di intrattenimento hanno oggi i cantautori di cui sopra? Lo mettereste Via Paolo Fabbri 43 o Burattino senza Fili come sottofondo ad una cena tra amici, oggi?
 
I rest my case.
 
Di paola (del 13/04/2009 @ 17:48:24, in diario, linkato 3016 volte)
VrijhofGiacché il dottore ha prescritto al vikingo assoluto riposo e svago, i nostri weekend sono ormai all’insegna della gita turistica. Subito dopo la visita al Keukenhof abbiamo prenotato un ‘arrangement’ pasquale a Maastricht, all’Hotel de l’Empereur, in pieno centro storico. giardino giapponese dell'hotel
Maastricht dista da Nijmegen 133 km, solo cinque piú di Amsterdam, ma sembrano 300. Cominciamo col dire che Maastricht é un’appendice all’estremo sud dell’Olanda, circondata su tre lati da Belgio francofone e Germania, collegata alla madrepatria da una lingua di terra sottilissima che ha di olandese solo il nome, in quanto di colpo, attraversato il confine tra Brabant e Limburg, ti assale un inaspettato paesaggio di colline toscane. Fino ad un anno fa per andare a Maastricht da Nijmegen si faceva la Route Napoleon, ovvero la strada scavata dalle truppe del Corso per arrivare al mare del Nord dalle Fiandre. Il viaggio su questa strada provinciale che attraversa tutti i paesetti del Limburg dura due ore buone. Adesso é stata aperta un’autostrada, ma per oscure ragioni tecniche bisogna comunque viaggiare su una colonna a passo d’uomo per una ventina di km prima di immettersi sulla A2, dove ci si ferma definitivamente aspettando che la coda da Eindhoven si affievolisca. In treno non ci si mette meno: da Amsterdam c’é un diretto ogni mezz’ora e il viaggio dura 2 ore e mezza, da Nijmegen si viaggia via ‘s Hertogenbosch e se tutto va bene si arriva in centro cittá in 2 ore.
 
centro storicoLe peripezie del viaggio contribuiscono a dare a Maastricht un’allure da paese esotico, rafforzata dai cartelli stradali bilingui in quanto il dialetto locale – che sta all’olandese come il bergamasco sta all’italiano - é orgogliosamente parlato dal 70% della popolazione. Arrivati in cittá si stenta a credere di essere ancora in Olanda. Profumi e colori burgundi ti riempiono i sensi, enormi distese di sedie e tavoli di fronte ai numerosi caffé sui larghi marciapiedi ti fanno immediatamente venire voglia di sederti e ordinare caffé e brioche, con la speranza non delusa di affondare i denti in un vero croissant e di attizzare le papille con un vero espresso. Insomma, sembra di stare in Francia. Non so se i maastrichesi si offendano al paragone: mi affretto ad assicurarli che intendo far loro un enorme complimento. Il centro storico, tagliato in due dal fiume da cui Maastricht prende il nome, é curatissimo e in via di rigoroso quanto intelligente restauro. Il nucleo é costituito da vicoli medievali che via via si allargano in boulevard di stile francese con enormi spiazzi centrali dove i 120mila abitanti vengono raggiunti da quindici milioni di turisti ai tavoli dei cinquecento e passa ristoranti, bistrot, birrerie e caffé in un’atmosfera di rilassatezza e convivialitá mediterranea. casa dove mi piacerebbe abitare #7La gastronomia ha una decisa impronta belga, cioé da orgasmo multiplo, i vicoli medievali del centro sono letteralmente tappezzati di boutiques del livello di via Montenapoleone e dintorni: si stenta a credere che una cittá delle dimensioni di Nijmegen possa contenere un’offerta pari a quella di Milano. In quanto a cultura, Maastricht é la piú vecchia cittá olandese, sede universitaria e seconda solo ad Amsterdam in quanto a monumenti e congressi, vanta nove musei e otto chiese gotiche di fine fattura. A Maastricht infine é stato ritrovato lo scheletro di un dinosauro del tardo Cretaceo e sul luogo é stato prontamente aperto un museo di storia naturale, che a dir la veritá contiene ben poco a parte il suddetto scheletro, ma l’architettura é incantevole e i contenuti uno sballo per i bimbi.
 
vecchio portoGiacché di musei e chiese gotiche ho fatto indigestione in gioventú, fatta la doverosa visita alla basilica di Sint-Servaas protettore della cittá, ho dedicato le mie attenzioni all’aspetto mondano della cittá e ho finalmente potuto fare shopping sensoriale per tre lunghe, deliziose e appaganti ore mentre Matteo e il vikingo sguazzavano insieme nella piscina dell’albergo. Poi abbiamo pranzato insieme – in uno dei suddetti ristoranti all’aperto – con un’insalata niçoise con sashimi di tonno e acciughe fresche che mi ha fatto quasi venire le lacrime agli occhi dalla commozione. Dopo la visita al museo siamo andati a dar da mangiare alle anatre al parco sotto le mura della cittá vecchia, con vista sulla Ceramique, ovvero il centro ultramoderno sorto sul ‘ground zero’ dei bombardamenti della 2º guerra mondiale. Qui apro una parentesi per constatare che gli americani han fatto piú danni durante i sei mesi di liberazione dell’Olanda che i tedeschi durante i quattro anni di occupazione. Gli unici danni di guerra che le cittá olandesi al confine con la Germania hanno subito sono stati quelli accidentalmente causati dalle bombe lanciate dagli aviatori alleati su obiettivi tedeschi. A Nijmegen ne son cadute due, a Maastricht quattro. Ma sará mai possibile che i top gun dell’epoca avessero una mira cosí schifosa? la biblioteca della CeramiqueComunque, a Maastricht le quattro bombe han distrutto un intero quartiere intorno ad una fortezza del cinquecento e gli amministratori della cittá non hanno trovato di meglio da fare che ricostruire fortezza e quartiere in stile avveniristico. Per cui, girato l’angolo di un vicolo medievale del vecchio porto, di colpo ti trovi in un incubo di De Chirico, con arcologie pseudocubiste che feriscono gli occhi. Magari nelle intenzioni il progetto sará anche stato grandioso, ma comincio a capire che la realizzazione vale molto piú delle intenzioni e che certi architetti hanno fatto ancora piú danni delle bombe alleate.
 
HeipoortVisitata rapidamente la Ceramique siamo tornati nel caldo abbraccio della cittá vecchia, dove amministratori piú assennati stanno promuovendo un restauro piú rispettoso delle origini e dove ho individuato almeno una decina di case che mi piacerebbe avere o quantomeno dove mi piacerebbe abitare per un po’. KobeAbbiamo concluso la gita e la giornata in un ristorante del vecchio porto dove – con l’assistenza di San Nintendo DS - siamo riusciti a far mangiare al pargolo l’interno di qualche maki e un po’ di salmone teriaki e ci siamo gustati una cena giapponese memorabile. Ieri mattina, prima di ripartire alla volta del Brabante dove ci aspettava l’inevitabile bbq pasquale, siamo andati a passeggiare per i viali deserti e a degustare un ultimo caffé con una fetta di Limburgse vlaai, un pie di frutta per cui la regione va giustamente famosa. In tutto siamo stati via poco piú di 48 ore ma mi sono sembrate una settimana: consiglio caldamente, anche ai palati italiani viziati!
 
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Tutti i post della sezione FEUILLETON sono un'opera di fantasia. Ogni riferimento a persone, situazioni, avvenimenti reali o realmente accaduti è puramente casuale nonchè involontario.

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