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 ego... di paola
 
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Sono emigrata in Olanda per amore quindici anni fa. Nei primi dieci anni ho intrattenuto i miei amici sulle usanze olandesi, poi ho cercato di far loro vedere come sono assurde le vicende italiane viste da qui. Adesso racconto semplicemente quello che mi succede.

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\\ Baci da Tulipland : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 31/10/2015 @ 14:54:36, in diario, linkato 533 volte)
Giovedì sera ho avuto a cena tre rifugiati siriani. Entro a gamba tesa nell'argomento che sta infiammando la discussione sociale e politica qui come da voi, con la differenza che qui la maggioranza silenziosa si è rimboccata le maniche e promuove incessantemente numerosissime - perfino troppe - iniziative di supporto al fiume di profughi che sta riempiendo tutti i centri di accoglienza vecchi e nuovi.

The Welcome Dinner Project è un'iniziativa australiana che due studenti di Nijmegen hanno trasportato qui e che ha avuto un successo incredibile. Mi raccontava l'organizzatore che nel giro di una settimana si sono iscritte ben 850 famiglie olandesi contro 250 “famiglie” di profughi sui 2000 che attualmente risiedono a Heumensoord. Le virgolette sono di rigore e capirete tra poco perché.

Io sono tra i fortunati selezionati e abbinati a una “famiglia”; ho avuto una settimana di tempo per organizzare la cena e contemporaneamente rendermi  conto di quanto poco fossi preparata all'accoglienza dell'ignoto.

La mail di conferma mi dava chiarissime istruzioni. Preparare carne halal, niente alcool, chiudere animali haram (per esempio cani) fuori dalla stanza dove si mangia (per informazione: i gatti non sono haram e possono restare), evitare il contatto fisico tra uomini e donne e assolutamente non lasciare una donna siriana sola in una stanza tra uomini sconosciuti. Occorre infine evitare argomenti di conversazione potenzialmente traumatici. Le tre domande che non bisogna mai porre sono: Siete felici di essere qui? Come siete arrivati qui? Che lavoro facevate in Siria? Inoltre non è opportuno fare domande sulla politica e sulla religione, il che lascia ben pochi argomenti di conversazione, ma fortunatamente la mail ci informava anche che la conoscenza di inglese e olandese da parte dei nostri ospiti sarebbe stata scarsa e che ci saremmo dovuti arrangiare a gesti, sorrisi e immagini.

Il menù della cena è stato tutto sommato l’aspetto meno problematico; una preziosa collega mi ha consigliato di preparare pesce per evitare complicazioni: il pesce infatti è tutto halal – prendete nota. Ma quando ho chiesto all’organizzazione chi erano i miei ospiti sono iniziate le difficoltà. Nessuno lo sapeva con precisione, anzi, la probabilità che la presunta famiglia a cui ero abbinata si presentasse all’ora e nel giorno stabilito era remota. Il vikingo è partito alla volta di Heumensoord armato di cellulare e pazienza, io sono rimasta in attesa a casa e per mezz’ora non ho saputo niente. Poi il vikingo ha chiamato e mi ha fatto sapere che la famiglia di quattro persone che ci era stata assegnata non si era presentata, ma tre uomini adulti si erano dichiarati disposti ad accettare di sostituirla. Quanto adulti? Ho chiesto. Molto adulti, ha risposto il vikingo.

E qui ho potuto sperimentare sulla mia pelle quanto la politica del terrore governativo-mediatico abbinata alla xenofobia genetica sia potente. In modo del tutto irrazionale ho visualizzato tre barbuti terroristi islamici corredati di kalashnikov e giubbotto esplosivo. L’immagine mi ha perseguitato fino a che sono scesi dall’auto del vikingo tre signori dall’aria molto distinta, perfettamente rasati e vestiti impeccabilmente, sia pure in modo casual. Dopodiché abbiamo rotto tutte le regole sopracitate perché la scarsa conoscenza di inglese e arabo unita alla buona educazione reciproca e Google traduttore ha creato una serie di equivoci a catena e quando ci siamo seduti a tavola restavano a salvarci solo il cibo e i gatti, per i quali abbiamo ricevuto abbondanti complimenti.

Dopo aver accettato un bicchiere di birra, i nostri tre ospiti si sono dichiarati felicissimi di essere qui. Il loro viaggio è durato due settimane: hanno attraversato la Turchia la Grecia, la Macedonia e l’Austria prima di arrivare in Olanda. Uno di loro era uno studente universitario, un altro faceva il farmacista e il terzo era un commerciante di caffè. Hanno lasciato in Siria le loro famiglie e sperano di poterle rivedere qui presto. Uno di loro mi ha fatto vedere le foto dei cinque figli e credo di aver capito che sono o si metteranno presto in viaggio con la moglie sullo stesso itinerario. La famiglia di un altro – moglie e tre figli - è bloccata in transito, ma non abbiamo capito dove. La famiglia del terzo è rimasta a Damasco, dove nel frattempo non c’è più ne’ elettricità ne’ acqua corrente, internet e telefono non funzionano e l’unico modo di tenersi in contatto è via sms. Lo studente ci ha informato che l’università è in mano ai militari e il commerciante che la città è assediata dagli estremisti.

Penso che riusciate da soli a collegare i punti e riempire i vuoti.

Se invece non ce la fate, vi prego di astenervi dal chiedermi chiarimenti tramite questo blog perché sarò inesorabile nel mio diniego di approfondire l’argomento.

I tre sono stati unanimi nel deplorare le condizioni del campo di accoglienza. La struttura è impersonale, sembra un carcere: tutti dormono in stanze da 8 persone in letti a castello, fa freddo e si mangia malissimo. Mi hanno fatto vedere le foto delle razioni di cibo e li ho rassicurati che questo è quello che mangiano anche gli Olandesi. A questo punto si è rotto il ghiaccio, abbiamo riso tutti  e abbiamo parlato del rapporto tra gli olandesi e il cibo, di quello che invece si mangia in Italia e in Siria, dei nostri cibi preferiti. Poi il più timido si è sciolto e ha dichiarato appassionatamente che vuole la nostra amicizia, che la sua missione è di farci capire che i siriani sono brava gente. Mi ha fatto vedere una foto che ha fatto il giro di facebook settimana scorsa: è la foto dei siriani che venerdì scorso hanno distribuito le rose alla stazione di Nijmegen. Mi ha detto che l’ha scattata lui, che era lì anche lui a distribuire le rose, per ringraziare i cittadini olandesi di avere ospitato i cittadini siriani. Gli altri si sono inseriti nella conversazione e hanno confermato che gli olandesi sono molto gentili, che gli sorridono sempre.

Quando gli ho chiesto che cosa vogliono fare qui mi hanno risposto unanimi che vogliono integrarsi il più presto possibile, imparare la lingua, trovare una casa e un lavoro, ma anche che vogliono tornare in Siria appena questa guerra sarà finita.

Sotto le parole, le foto, i sorrisi, solo una profonda disperazione. Passate le due ore di normalità artificiale di questa cena resta il fatto che questi uomini, questi professionisti di buona famiglia come me e come voi, hanno perso tutto quello che avevano costruito nel loro paese, hanno dovuto lasciare le loro famiglie in una zona di guerra e non sanno se rivedranno i loro bambini. La chiave di tutto sta nell’ottenere il diritto di asilo: una volta ottenutolo le loro famiglie potranno raggiungerli, ma la burocrazia è rallentata dai passaporti falsi in circolazione. Lo studente mi ha detto che ci sono criminali afghani e iracheni infiltrati tra i veri profughi, che ci sono stati furti e episodi di violenza e a quanto pare c’è un fiorente commercio di passaporti falsi. A questo punto la conversazione si è bloccata, tutti ci siamo guardati imbarazzati e il vikingo ha detto, beh, si è fatto tardi, vi riaccompagno al campo così potrete riposare.

Abbiamo scambiato contatti e numeri di telefono. Abbiamo fatto un paio di foto-ricordo. Avevano tutti e tre gli occhi rossi. Non hanno voluto portare via niente, mi hanno assicurato che non hanno bisogno di niente: li ho convinti a fatica ad accettare un pacco di spekulaas per i bambini del campo in nome di Sinterklaas. Li ho invitati per il prossimo weekend a mangiare la pasta. Spero davvero che vengano, come spero di poter incontrare le loro famiglie entro Natale.

Perché dopo questa cena ho capito una cosa. Questa tragedia è un nodo karmico che siamo chiamati a sciogliere. O un segno di dio, per chi ci crede. Non possiamo più fare finta di niente, non possiamo più tirarci indietro. Credo che sia arrivato il momento per tutti noi, che abbiamo avuto la fortuna di nascere nella parte del mondo che ha tutto, di fare qualcosa per coloro che hanno avuto la sfortuna di nascere nella parte del mondo che ha perso tutto. I bambini di questi uomini, di questi EROI, devono venire in Europa al più presto e nessuno di noi potrà trovare la pace finché non saranno qui, sani e salvi.

Aiutatemi.

 
Di paola (del 25/10/2015 @ 19:16:08, in diario, linkato 586 volte)
Le mie lettrici più fedeli sanno che tre anni fa ho cominciato a cucinare per i bisognosi del quartiere, nell’ambito delle iniziative di sharing economy che qui sono spuntate come funghi a seguito della crisi economica.

L’ho fatto perché dopo trent’anni di lavoro nell’arido mondo del terziario avanzato avevo bisogno di un lavoro eminentemente manuale, i cui risultati fossero tangibili e che soddisfacesse un bisogno primario dell’umanità. Per quasi due anni ho cucinato specialità italiane e indiane con impegno e disciplina ogni weekend e le ho offerte sull’apposito sito, poi mi sono stufata anche perché di tutti i piatti proposti l’unico che mi si richiedeva in continuazione erano le lasagne. Una volta ho cucinato le tagliatelle al ragù e il feedback è stato: “Buone ma perché non c’erano verdure nel sugo?” Stesso feedback per il brasato al barolo. Non vi dico poi i no-show. Un cliente mi ha commissionato un’insalata di riso in pieno inverno e poi si è dimenticato di venirla a prendere; quando gliel’ho fatto notare si è pure incazzato. Infine una richiesta di aiuto per un’ottantenne che non era in grado di cucinare per se stessa e per il marito – a detta degli amministratori del sito – si è rivelata una truffa bella e buona. Dopo un mese estenuante di dialoghi vaghi e confusi è stato chiaro che l’ottantenne in questione mi voleva obbligare a fare il catering per la sua festa di compleanno (60 persone). Quando ho cercato di sottrarmi all’impegno mi ha perseguitato con telefonate e richieste sempre più incalzanti fino a che non ho capitolato. Ho scritto una mail di fuoco agli amministratori del sito, diffidandoli dal mettermi ancora in contatto con simili casi clinici e non ho avuto alcuna risposta.

Settimana scorsa mi è arrivata una laconica mail di invito a partecipare alla preparazione del pranzo per la seconda edizione della conferenza sulla sharing economy di Nijmegen. Ho risposto guardingamente dando la mia disponibilità a condizioni ben precise e la mail successiva è stata un’entusiastica ingiunzione di presentarmi venerdì alle 11 al locale-cucina della scuola superiore in un quartiere vicino per preparare quiches e insalate. La mail prometteva la presenza di due cuochi, di ingredienti in abbondanza e di un piano di lavoro.

Memore dell’esperienza precedente mi sono presentata in modalità belligerante, pronta a girare i tacchi e ritornare a casa al primo accenno di truffa. Mi sono trovata insieme a tre baldi giovinotti neolaureati, una ragazza sull’orlo di una crisi di nervi e una matura signora olandese del tipo che qui viene definito “geitenwollensokkenbrigade”, ovvero le hippy vintage che hanno fatto le occupazioni negli anni settanta sferruzzando poncho andini e alle quali dobbiamo l’abbondanza di negozi ecosostenibili e medicinali omeopatici. La ragazza stressata era l’organizzatrice del pranzo e i tre giovanotti si sono rivelati dei volontari che erano stati coattati dalla loro amica per riempire il no-show dei due cuochi veri. Del piano di lavoro nemmeno l’ombra; solo la hippy vintage stava pulendo broccoli ingialliti con la serenità di chi non si aspetta altro dalla vita ed è stata raggiunta poco dopo da un coetaneo che si è messo a tagliare cipolle senza dire una parola.

Non so che cosa mi ha spinto a restare: forse i sorrisi disarmanti dei tre giovanotti, forse lo sguardo disperato dell’organizzatrice. Certo non lo squallore degli ingredienti promessi (rivelatisi poi scarti dei vari supermercati di zona) o la sporcizia del locale-cucina. Grazie ai trent’anni di lavoro nell’arido mondo del terziario avanzato ho messo a dormire alcuni neuroni, ne ho attivati altri e ho cominciato a lavare patate, sbucciare porri e ripassare mentalmente le ricette delle quiches e delle frittate che conoscevo. Due ragazzi si sono incaricati di fare la pasta sfoglia (ma la sapete fare? No, ma internet ci dice di sì), il terzo si è messo a passare le verdure in padella, abbiamo parlato di tutto e di niente, abbiamo riso molto e, insomma, mi sono divertita un sacco. Mi è quasi dispiaciuto dover tornare a casa, ma ero esausta e sto scrivendo con le braccia ancora doloranti e le mani piene di piccole ferite da taglio.

Ieri sono passata a vedere come andava il pranzo della conferenza e i cinque “cuochi” mi hanno salutato calorosamente come se fossimo amici di vecchia data. Poi è partita la girandola delle presentazioni e alla fine del pranzo avevo parlato con una marea di persone interessantissime tra cui due rifugiati siriani, un volontario del centro di accoglienza e l’organizzatore della conferenza che, alla mia esitazione nel rivelargli il mio vero lavoro, mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto: “Non ti vergognare, anche io ho avuto un’agenzia di consulenza fino a tre anni fa e andavo in giro in giacca e cravatta.”

Di nuovo mi è dispiaciuto dover tornare a casa ma questa volta avevo il cellulare pieno di nuovi contatti e l’impegno di aiutare l’organizzazione del prossimo pranzo. Più la promessa di aiuto per un mio piccolo progetto, ma di questo vi parlerò la prossima settimana.

Intanto, come trailer, vi invito a vedere questo breve filmato che nessun telegiornale e pochissimi giornali locali hanno riportato.

Mentre noi cucinavamo, venerdì 23 ottobre alle 11 i profughi siriani accolti in Olanda hanno distribuito rose ai cittadini di Nijmegen, Utrecht, Amsterdam, Rotterdam, Haarlem, Den Haag e molte altre città dove è presente un centro di accoglienza per ringraziarli. Queste persone hanno perso tutto e ci ringraziano di non averli fermati alla frontiera e di non averli lasciati morire di fame per strada. Io mi vergogno per i nostri politici e quando dico nostri intendo tutti i politici europei che ancora discutono l'opportunità di lasciare entrare i profughi nell'area Schengen.

http://www.rtlnieuws.nl/nieuws/binnenland/vluchtelingen-zeggen-dankjewel-tegen-nederlanders

 
Di paola (del 03/10/2015 @ 17:27:08, in diario, linkato 667 volte)
Mi si permetta una digressione sui rifugiati siriani testé arrivati nel ridente borgo di Heumensoord alle porte di Nijmegen. Gli M&M’s questa volta non c’entrano, ma la parola pirla ci sta tutta.

A cominciare dal nostro primo ministro, un tale campione di autogol che perfino la satira politica ha smesso di prenderlo di mira: fa molto più ridere lui. Mentre sbraitava dall’alto della sua solo formale autorità che mai e poi mai l’Olanda si sarebbe piegata al diktat di Bruxelles sulle quote obbligatorie di rifugiati, la foto del bimbo sulla spiaggia aveva già risvegliato le coscienze e aperto i borsellini del quinto paese più ricco del mondo. A lui è rimasto lo sguardo da idiota che lo contraddistingue dalla nascita e il precipitoso dietrofront a cui ci ha abituati fin dalla sua geniale idea di far partecipare Wilders (il nostro Salvini) al suo primo governo. Il leader del partito laburista ha come al solito perso l’occasione di dire qualcosa di sinistra e tutti sono andati avanti tranquilli a fare quello che gli olandesi in questi casi fanno: il loro dovere.

Per finire con i titoli degli organi di stampa vetero-conservatori che ieri davano spazio ai 30 ribelli 30 (su 1000) che hanno dichiarato di voler tornare a Ter Apel (la nostra Lampedusa) piuttosto che rimanere nel campo di accoglienza di Heumensoord. Comme d’habitude i titoli venivano smentiti nel testo sottostante: dopo una passeggiata nei boschi i ribelli han deciso che tutto sommato gli conveniva dormire al coperto e all’asciutto e son tornati indietro. O forse gli è venuta fame, dato che nel pacchetto di accoglienza non c’erano alimentari e s’era fatta una certa. Aspettiamo il prossimo pirla che si occupi di riportare fedelmente le proteste sull’immangiabilità del cibo servito dal servizio di catering che serve anche tutte le mense aziendali del resto d’Olanda e intanto andiamo avanti imperturbabili a fare quello che abbiamo sempre fatto: il nostro dovere.

Che poi è stato, per parafrasare John Lennon, tutto quello che è successo tra queste due eclatanti dimostrazioni di imbecillità mediatica: il sano, benedetto e spero imperituro pragmatismo calvinista olandese ci ha salvati anche in questa occasione. Tra la fine di agosto e ieri ecco quello che è successo in Olanda:

  1. Sono stati stanziati più di 100 milioni di euro in aiuti monetari, questo al di sopra degli aiuti monetari già previsti nel bilancio statale. Le donazioni private alle associazioni benefiche sono già talmente elevate che si è deciso di non aprire un conto speciale come di solito avviene;
  2. Sono state raccolte più di 100 tonnellate in vestiario e suppellettili varie, tanto che le associazioni benefiche stanno emettendo bollettini sempre più pressanti per fermare il flusso di materiale ormai diventato ingestibile;
  3. A seguito di un appello della Croce Rossa sulla TV pubblica i volontari sono raddoppiati nel giro di 24 ore, tanto che la Croce Rossa stessa ha disabilitato la pagina di iscrizione e pregato gli aspiranti volontari di portare pazienza e aspettare il proprio turno;
  4. Centinaia di studenti e famiglie si sono offerti di ospitare profughi nelle loro (seconde) case e nelle stanze sui vari campus. Di nuovo le associazioni benefiche hanno dovuto stemperare gli entusiasmi e canalizzare le offerte;
  5. È stato costruito un villaggio di accoglienza per 3000 rifugiati nel giro di 2 settimane e i primi 1000 sono arrivati ieri tra ali di folla festante con striscioni di benvenuto in inglese e arabo;
  6. L’orario di lavoro del Dipartimento per l’Immigrazione è stato portato da 5 a 7 giorni la settimana per far fronte all’aumentato impegno e sveltire le procedure burocratiche necessarie;
  7. È stata portata in parlamento la richiesta di riconvertire gli edifici pubblici vuoti in alloggi permanenti ad uso dei rifugiati.
In barba agli strepiti sempre più isterici di Wilders e alle sempre più sparute proteste dei soliti facinorosi che piuttosto di regalare una maglietta usata al prossimo bisognoso se la mangerebbero sporca, sindaci e cittadini fanno a gara a chi offre più aiuto ai profughi. Nijmegen ha sbaragliato la concorrenza con l’annuncio della costruzione del villaggio di Heumensoord, il più grande di tutta l’Europa a detta del sindaco, che ha commentato asciutto: “Ospitiamo ogni anno quarantamila marciatori da tutto il mondo per la Vierdaagse. Sappiamo come gestire i flussi di persone. Ci sembra il minimo che possiamo fare.” E senza altre cerimonie ha convertito il campeggio militare in un parco di prefabbricati “Perché le tende d’inverno non offrono sufficiente protezione dal freddo e dall’umidità. Questo lo abbiamo imparato a seguito della crisi di profughi del 1998.” Sembra che un impiegato di Ter Apel incaricato di accompagnare il primo contingente di profughi a Heumensoord sia rimasto a bocca aperta alla visione della sala mensa: “Questo è un tipo di padiglione che si utilizza per gli eventi più esclusivi, magari avessimo questi lussi a Ter Apel.” ha dichiarato alla stampa. Il che getta una luce alquanto dubbia sui 30 ribelli che volevano tornare indietro. Siamo diventati talmente cinici e disincantati che non mi stupirei di leggere lunedì mattina che i 30 erano provocatori sovvenzionati da PowNed (la nostra Radio Padania). In ogni caso il villaggio di Heumensoord è solo un centro di accoglienza provvisorio; il sindaco ha chiarito che il 1 giugno verrà sgomberato per dare il tempo ai militari di ricostruire il campeggio per la Vierdaagse, quindi il Dipartimento dell’Immigrazione fa bene a lavorare 7 giorni su 7 per smaltire le pratiche.

Il pragmatismo calvinista olandese ha anche questo di bello: le priorità sono sempre chiare e nessuno potrà mai accusarci di buonismo. Alla domanda “Quanto tempo resteranno qui i profughi?” un organizzatore ha risposto laconico: “Il meno possibile.” Poi è tornato a fare il suo dovere.

 
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