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 ego... di paola
 
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Nemmeno il calvinismo più rigoroso può cambiare la natura maschile. Gli uomini olandesi saranno anche due release sopra gli italiani, ma non c'è verso di fargli capire che i vestiti sporchi non volano da soli nella cesta della biancheria.

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\\ Baci da Tulipland : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 22/07/2014 @ 20:00:02, in diario, linkato 2079 volte)
Ebbene, lo confesso: faccio parte di coloro i quali mettono le foto dei loro gatti su Facebook. Adoro i gatti e ho sempre avuto un gatto in casa a partire da Moonflower detto Moonie: uno splendido gatto bianco che la versione dodicenne di me è riuscita a contrabbandare con la complicità di mio padre – che da bambino a Gravina ne aveva ben cinque - e che mia madre ha impietosamente messo alla porta a seguito della constatazione che il gatto aveva recidivamente fatto la pipì nei suoi gerani e si era affilato le unghie sui suoi tappeti persiani. Dopo una breve convivenza con Briciola, soriana multicolore che parimenti non ha passato il vaglio materno, è arrivato Devil, un micetto randagio di sei settimane che ho salvato da morte certa nella Milano da bere e per il quale il mio capo mi ha concesso un’ora di permesso allattamento giornaliera. A seguito delle cure congiunte di tutta la famiglia il micetto moribondo si è trasformato in uno splendido gattone di razza Savannah che all’età di sei mesi stazzava sei chili e quasi mezzo metro di lunghezza. Dopo lunga consultazione con vari veterinari il campione è stato affidato a un allevatore e ha passato il resto della sua vita in una gatteria sui colli bergamaschi con l’invidiabile professione di gatto da monta.

 Dieci anni dopo ho adottato Tamil: una gatta tortoiseshell talmente anoressica che a due anni pesava tre chili scarsi e aveva l’aspetto di uno sphinx. Dopo un anno abbondante di amorevoli cure e una dieta a base di merluzzo bollito Tamil è diventata una splendida gattona talmente coccolosa che sembrava una ragdoll. A quel punto è stata raggiunta da Twister: una vivacissima gattina color bronzo con tracce di Norvegese della Foresta nel pedigree che, appena svezzata, è prontamente entrata in calore e ha movimentato le nostre notti fino a che entrambe le gatte sono state portate dal veterinario per opportuna sterilizzazione. Il trauma dell’operazione le ha unite e da allora sono state inseparabili, praticamente gemelle diverse: due ciambelle arrotolate una dentro l’altra sulla poltrona del salotto, si muovevano sempre in coppia, mangiavano nella stessa ciotola, facevano pipì nella stessa cassettina e dormivano simmetricamente disposte tra le mie gambe. Quando Tamil è morta dopo diciotto anni di pacifica esistenza nell’appartamento milanese dove ho vissuto per tutti gli anni novanta, Twister non ha retto il dolore e l’ha seguita nonostante la sua giovane età.

Al mio arrivo a Nijmegen ho trovato ad attendermi una fotocopia di Tamil: Minou, che però con Tamil condivideva solo il colore del pelo. La gatta del vikingo infatti mi ha sempre odiato e ha perfino tentato di marcare il territorio nel lettino di Matteo neonato, atto che ha definitivamente compromesso i nostri precari rapporti di formale cortesia. Non si pensi che Minou fosse gelosa solo di me; è sempre stata una gatta estremamente diffidente e selettiva nelle sue amicizie. Non sopportava i bambini e mostrava una forma asettica di affetto solo per il vikingo, per mia madre e per il mio vicino di casa Jan. Matteo ed io ci siamo quindi coalizzati e abbiamo perorato la causa di un gatto supplementare che si è finalmente materializzato il 12 agosto di due anni fa sotto forma di cucciolo magro, pulcioso e imbambolato di provenienza agreste: l’unico della nidiata che non era scappato quando Matteo aveva tentato di prenderlo in braccio, l’unico della nidiata che non riusciva mai a mangiare e che sarebbe sicuramente finito sotto le ruote di un trattore data la sua palese apatia. Con l’istinto materno che mi è ormai saldamente artigliato al cuore, appena l’ho visto ho esclamato: “Questo gatto sta male!” e l’ho portato di corsa dal veterinario, non senza prima averlo spulciato e rifocillato a dovere. Qui il gattino è stato messo in terapia antibiotica intensiva per debellare l’infezione delle vie respiratorie che aveva quasi raggiunto i polmoni e il suo stato di piccolo cucciolo indifeso e in pericolo di vita lo ha trasformato immediatamente nel nostro secondo bambino: un Matteo piccolo che il Matteo pre-adolescente ha subito battezzato Miciu, non a caso il mio personale vezzeggiativo destinato a lui. E per mettere i puntini sulle i ha dichiarato: “Adesso è lui Miciu, io mi chiamo Matteo.” Io e il vikingo ci siamo guardati e abbiamo sfoggiato il sorriso ebete dei neogenitori con allegato occhio umido, poi abbiamo vegliato insieme sul gatto malato, pulendo amorevolmente tutte le sue variegate secrezioni proprio come dieci anni prima. Lo abbiamo imboccato col biberon e col cucchiaino, gli abbiamo spalmato unguenti antibiotici per gli occhi infiammati a causa dell’infezione e ci siamo vicendevolmente accusati di negligenza quando il piccolo è scappato in giardino e si è nascosto su un albero; lo ha trovato Minou, che a parte questo atto di gentilezza ha mantenuto nei suoi confronti un atteggiamento ostile fino alla fine dei suoi giorni. Miciu si è rivelato un cucciolo affettuoso e allo stesso tempo intraprendente: appena è stato in grado di cacciare ci ha regalato quotidianamente piccoli roditori e uccellini, esce di casa al calar della notte e torna alle prime luci dell’alba, aspettando pazientemente che qualcuno gli dia da mangiare accucciato sotto le fronde di una siepe sempreverde in fondo al giardino. Il rituale del mattino è sempre lo stesso: io scendo in cucina, apro la porta, lo chiamo e lui arriva trotterellando lungo il sentiero del giardino. Ci concediamo cinque minuti di coccole e fusa e mentre lui mangia il suo Whiskas io esco di casa piena di peli e odorosa di pino silvestre.

La prima volta che Miciu non è tornato a casa io e il vikingo siamo entrati immediatamente in sbattimento. Lo abbiamo cercato in lungo e in largo e alla fine ho dovuto prendere il treno in ritardo e col groppo in gola. Fortunatamente il gatto prodigo si è appalesato dopo meno di un’ora e così ho potuto iniziare la lunga giornata lavorativa ad Amsterdam senza ulteriori patemi d’animo. La seconda volta era rimasto chiuso per sbaglio nel ripostiglio delle biciclette, dove ha passato una notte credo agitata dato che è balzato fuori incazzatissimo appena il vikingo ha aperto la porta la mattina dopo. Un’altra volta ci ha fatto stare male tutto il giorno e quando ci eravamo ormai rassegnati a mettere una segnalazione sul sito della protezione animali è tornato fresco come una rosa e come se niente fosse. Da allora siamo più rilassati e non cominciamo a iperventilare prima che siano passate dodici ore. Poi, venerdì scorso, il fattaccio. Venerdì scorso, per chi fosse stato distratto, era l’ultimo giorno della Vierdaagse, il primo giorno di temperatura tropicale e soprattutto il giorno dopo l’abbattimento dell’aereo Malaysian Airlines MH17. La sera prima eravamo tutti troppo occupati a capire l’entità del dramma per badare a Miciu, che dev’essere uscito come suo solito dopo cena, ma nessuno si ricorda quando l’abbiamo visto per l’ultima volta. Venerdì mattina non si è ripresentato ai nostri richiami ma io dovevo gestirmi un paio di patate bollenti in remoto e Matteo stava demolendo allegramente la casa insieme a un amichetto, per cui avevo parecchio da fare e solo verso le undici mi sono resa conto che di Miciu non c’era ombra. A quel punto ho cominciato a cercarlo, ma ho rinunciato ben presto perché intanto il termometro aveva superato i 30c e l’asfalto stava cominciando a sciogliersi. Abbiamo ripreso le ricerche al tramonto, scandagliando tutti i giardini limitrofi e i viottoli tra i giardini, senza risultato. Abbiamo aspettato in piedi e a porte aperte fino all’una di notte con la scusa che non si riusciva a dormire dal caldo, poi però ci siamo dovuti rassegnare all’evidenza dell’assenza. Il mattino dopo mi sono svegliata di soprassalto a seguito di un confuso sogno che vedeva il ritorno del gatto, mi sono precipitata giù dalle scale a rischio della vita solo per constatare l’assenza di ogni forma di vita felina e un vikingo abbacchiatissimo che mi ha lanciato uno sguardo da cane ferito. Dopo una mesta colazione e il disbrigo delle pratiche necessarie a segnalare lo smarrimento del felino presso tutti gli appositi siti della protezione animali locale, regionale e nazionale ho annunciato che avrei cercato una coppia di cuccioli da ritirare al ritorno dalle vacanze. L’idea originale era quella di affiancare a Miciu un gattino in sostituzione della deceduta Minou, ma stando così le cose tanto valeva prenderne subito due. “E se torna Miciu?” ha chiesto debolmente il vikingo, senza troppa convinzione. “Se torna Miciu li teniamo tutti e tre. A questo punto non fa differenza.” ho risposto con la decisione che tutti mi invidiano e altro non è che disperazione distillata.

Nel pomeriggio siamo andati a vedere due cuccioli di soriano misto Maine Coon e li abbiamo prenotati per fine agosto. I cuccioli non avevano un aspetto molto sano e il pensiero cinico che se fosse tornato Miciu forse comunque ci saremmo trovati con due gatti mi ha tenuto compagnia tutto il resto della sera e della interminabile notte. Domenica il gran caldo era finito e abbiamo rifatto il giro di tutti i giardini: a quel punto sia su Facebook che per strada tutti ci chiedevano se Miciu era tornato. Al nostro mesto diniego si ritiravano tutti con molto tatto e ci lasciavano al nostro dolore. Per tutto il weekend non abbiamo fatto altro che mettere fuori croccantini e acqua fresca, chiamare a gran voce il nostro Miciu e controllare tutti i siti della protezione animali, ma quando lunedì mattina i croccantini erano ancora intatti e il giro di ricognizione dei giardini non ha dato esito positivo mi sono veramente depressa. Sono arrivata in ufficio con un groppo enorme e un umore pessimo che ho prontamente scaricato su tutti i malcapitati che mi passavano davanti e a questo punto, liberata dalla frustrazione, ho cominciato a ragionare. Miciu è regolarmente chippato, per cui se gli fosse successo qualche incidente la protezione animali ci avrebbe avvertito. Se la protezione animali non ci aveva avvertito potevamo escludere l’omicidio colposo. Tolto l’omicidio colposo restavano tre ipotesi: omicidio doloso con occultamento del cadavere, rapimento e occlusione accidentale in una cantina. Non so chi dei miei amici di Facebook mi ha portato sull’idea dell’occlusione accidentale, ma ricordando l’episodio del capanno delle biciclette e soprattutto le innumerevoli occasioni in cui Miciu si nasconde nella nostra cantina odorosa di scarpe da calcio e doposci e si decide a miagolare per farsi liberare solo quando ha fame, ho formulato un piano d’azione mirato. Sul sito nazionale della protezione animali c’è una pratica app che ti consente di trasformare l’annuncio online in volantino. Detto fatto ho aggiunto alla descrizione già presente l’invito a voler controllare cantine e ripostigli perché Miciu ha l’abitudine di nascondersi in luoghi bui e umidi. Ho stampato 80 copie formato A6 e 10 formato A4 e a casa abbiamo steso un vero e proprio piano di distribuzione non dissimile dai piani che stendo a pagamento per i miei clienti e-commerce, con targeting geosociale e retargeting WOM per ottimizzare i leads. Alle 19 il vikingo e Matteo sono partiti e alle 20 e 30 avevamo già la prima segnalazione. In tutto ci sono arrivate tre telefonate, rivelatesi altrettanti falsi allarmi ma intanto in tutto il borgo di Hees il tam tam del word-of-mouth si era esteso come fuoco sulla sterpaglia e stamattina, al mio richiamo, un Miciu terrorizzato, smunto, afono e traballante è apparso da sotto la siepe e mi è trotterellato incontro. Vi risparmio le scene patetiche che sono seguite; vi dico solo che Miciu ha divorato una lattina formato famiglia di Whiskas e poi ha passato un quarto d’ora a riempirmi di peli e stordirmi di fusa. Alla fine l’ho portato da Matteo e dal vikingo, che stavano ancora dormendo e a quanto mi risulta il gatto prodigo ha passato la mattina a ronfare, mangiare e riprendersi dalla brutta avventura. A me non è rimasto altro da fare che rimuovere tutti gli annunci di smarrimento online e telefonare alla centrale locale per far smettere le ricerche. L’operatrice di turno si è informata sulle condizioni del gatto e mi ha ringraziato per la bella notizia. Sono rimasta interdetta ma poi ho pensato che questa poveraccia passa la vita a contatto con padroni disperati, animali seviziati e cadaveri straziati: solo il giorno prima mi aveva fatto un riassunto delle atrocità del weekend per convincermi che Miciu, fortunatamente, non era tra queste.

Devo concludere che l’intuizione della cantina si è rivelata quella giusta, perché altrimenti non si spiega come mai Miciu fosse così affamato, debole e soprattutto afono stamattina. Il poveraccio si è probabilmente sgolato per ore e ore, chiuso in una cantina i cui proprietari devono essere andati via per il weekend o peggio ancora in vacanza. Solo grazie all’azione di volantinaggio mirato tutti gli abitanti di Hees si sono mobilitati e credo fermamente che i vicini di proprietari in vacanza siano andati in ricognizione nelle case vuote, perché qui si lascia sempre la chiave al vicino quando si va in vacanza proprio per emergenze di questo tipo. Una mia collega mi ha confermato che chiedere nel volantino di controllare le cantine è il call-to-action giusto perché altrimenti nessuno si sente coinvolto: tutti pensano, boh, io non l’ho visto e buttano via il volantino. Invece così l’olandese medio si sente direttamente chiamato in causa e anche se è appena andato in cantina a prendere le patate per la cena, ci ritorna e la perlustra scrupolosamente.

Sto scrivendo col gatto sulle ginocchia, più calmo di stamattina ma bisognoso di affetto e di coccole. Non dubitate che le farò anche a nome di tutti voi, miei lettori affezionati e grande consolazione in questi giorni di smarrimento. Certo non voglio paragonare il nostro piccolo dramma alle catastrofi che negli stessi giorni si sono abbattute copiose sul resto del mondo, ma so che mi capite quando dico che il senso di vuoto che ho provato è paragonabile al lutto per la morte di un conoscente. L’assenza di Miciu è stata palpabile, la sospensione animata che accompagna tutti i drammi in attesa di closure è stata crudele e ieri mi sono ritrovata a pensare che avrei preferito ricevere una telefonata di condoglianze dalla protezione animali piuttosto che passare il resto della mia vita a scrutare il viottolo del giardino e chiamare Miciu tutte le mattine, senza risposta.

 

 
Di paola (del 20/07/2014 @ 23:23:23, in diario, linkato 794 volte)
Mi ha fatto molto ridere la proposta, fatta da un amico di lungo corso, di sottoporre Arjen Robben al test Voight-Kampff per escludere la possibilità che sia un replicante. Sono sinceramente caduta dal pero perché qui Robben non viene considerato migliore di altri calciatori professionisti come per esempio van Persie o Sneijder e atleticamente ha uno status inferiore a quello di Sven Kramer, mentre a sentire l’amico in questione la sua performance durante la semifinale dei Mondiali è stata a dir poco sovrannaturale.

In effetti un aspetto dell’Olanda che ho trattato solo en passant è la resistenza fisica alle condizioni più estreme, che viene coltivata fin dalla culla e ha il suo alfiere in Wim Hof, detto Iceman. Questo pazzo furioso riesce a sopportare temperature estremamente basse per periodi prolungati e mi pare che sbarchi il lunario facendo numeri da circo tipo maratone di corsa al Polo Sud nudo come mamma l’ha fatto, o di nuoto senza muta nel Mare Artico; roba del genere insomma. Naturalmente ha il suo bravo sito e tiene corsi di endurance per altri olandesi pazzi o frustrati in quanto sostiene – e qui nessuno ci trova nulla di strano – che ognuno può allenare il fisico a compiere le stesse prodezze.

Fa niente che studi medici abbiano dimostrato come il patrimonio genetico dei fratelli Hof (Wim ha un gemello con le stesse capacità di resistenza al freddo nonostante lo stile di vita diametralmente opposto) sia totalmente diverso da quello dell’olandese medio, l’ambizione del maschio batavo è di mostrare la propria resistenza fisica a partire proprio dalla sopportazione di temperature artiche in costume adamitico per finire alle varie maratone su ghiaccio e su strada di cui vi ho già ampiamente parlato negli anni scorsi (vedi Elfstedentocht e Vierdaagse). Ma non solo. La risposta standard a chi si lamenta di provare dolore, freddo o stanchezza in qualunque circostanza, comprese le maratone di cui sopra, è Stel je niet aan oppure Aansteller, che tradotto alla meglio vuol dire rispettivamente Non farla così lunga e Pittima. Gli amici del vikingo ancora lo prendono in giro perché nel lontano inverno del 1996, al ritorno da un anno di viaggio itinerante nel sud est asiatico, tremava dal freddo e si metteva sciarpa e maglione. Adesso gira come tutti in maglietta a maniche corte fino a che la temperatura non scende sotto zero, a quel punto si decide a mettersi le polo di cotone a maniche lunghe e a volte perfino un leggero pulloverino da mezza stagione. Cappotto? Sconosciuto. In casa de rigueur la tenuta da basket, canotta e pantaloncini, e piedi nudi. E sorvoliamo sulla lotta continua del termostato che io alzo a 20º e lui abbassa a 18º, senza contare che in camera da letto i termosifoni sono sempre spenti e le finestre sempre aperte. Del resto, come ho già raccontato, “Qui i neonati a partire dal primo mese vengono portati fuori ogni giorno, con qualunque tempo, per il ‘frisse neus’ – cioè finchè il naso del bimbo si raffredda. Questa abitudine viene mantenuta per tutta l’infanzia, dove peraltro viene raccomandato di far dormire i bambini in camere con temperatura non superiore a 18° e di vestirli più leggeri per non surriscaldarli quando hanno la febbre. Passata l’infanzia, la raccomandazione è di dormire con le finestre aperte ed è inutile dirvi che bambini e adulti qui girano mezzi nudi in pieno inverno e le madri si preoccupano di mettere sciarpa e cappello alla prole solo se la temperatura scende sotto zero. Vedo regolarmente con i miei occhi madri con bimbi di due anni nel cestino davanti della bici, sotto la pioggia novembrina, senza cappello o sciarpa e con la giacca aperta su una T-shirt di cotone a maniche corte!”. e il 9 dicembre 2004 annotavo: “temperatura esterna -1º. Matteo torna dalla giornata coi nonni: è stato in macchina con il papà un’ora senza giacca a vento. Scende dalla macchina e fa almeno dieci passi nel gelo prima che io urlando lo afferri e lo porti in casa. A casa constato che il piccolo non ha la dolcevita di lana fornita in dotazione, ma solo una felpina leggera sopra la canottiera. Stringo i denti e prego.”

Ovviamente Matteo ha passato i primi sette anni tossendo e starnutendo da settembre a giugno, con febbre a settimane alterne, più la bronchite e la tonsillite che mi è stato concesso curare con antibiotici. Ma già alla seconda tonsillite il medico ha dichiarato: “Signora, io l’antibiotico glielo prescrivo, però mi faccia la cortesia di aspettare almeno altre 48 ore: se il bambino ce la fa a sfebbrarsi da solo vedrà che questa è anche l’ultima tonsillite.” Dopo esattamente 45 ore Matteo si è sfebbrato e da allora effettivamente non ha più avuto ne’ bronchite ne’ tonsillite, quindi mi tocca anche concludere (a denti stretti) che i metodi batavi effettivamente hanno il merito di temprare il fisico.

Detto questo però il contrappasso per gli olandesi è il caldo. Siamo reduci da ben due giorni di temperatura tropicale, che è la definizione ufficiale ogni qualvolta il termometro della stazione meteorologica cittadina oltrepassa i 30º; sia il vikingo che Matteo hanno superato la dura prova solo restando a mollo nella piscina comunale per tutto l’orario di apertura e passando il resto del tempo in stato semicomatoso, mentre io, fresca come una rosa, li ho finalmente potuti apostrofare con un sonoro “Stel je niet aan!”. E insomma, sono soddisfazioni anche queste.

 
Di paola (del 07/07/2014 @ 23:23:23, in diario, linkato 1709 volte)

Matteo è tornato venerdì pomeriggio dall’8e-jaars kamp, stremato, sporco e soddisfatto come da copione e con questo abbiamo concluso il rito di passaggio più importante dall’infanzia all’adolescenza olandese. La tradizione del kamp – gita scolastica che si tiene alla fine dell’ultimo anno di basisschool, equivalente alla prima media italiana - è molto radicata e il vikingo ha avuto modo di lamentarsi dei tempora et mores, ovvero delle paranoie del XXI secolo che hanno ridotto, in nome della sicurezza, distanza e durata del kamp a una decina di km e poco più di 24 ore. Ai suoi tempi i kamp duravano una settimana e si favoleggia di comunità frisone che mandavano i bimbi addirittura sulle isole del Mare del Nord. Comunque anche così il kamp gode di un rituale immutato negli anni. I bimbi, rigorosamente privati del loro abituale arsenale telematico ed elettronico, si radunano la mattina alle otto sulla piazza della scuola, zaino in spalla e bicicletta a mano. Qui vengono istruiti con precisione militare sul percorso e sullo svolgimento della giornata, indi partono in fila per due tra i saluti, gli auguri e gli applausi di tutti i compagni di scuola più giovani, per l’occasione affacciati alle finestre della scuola. Dopo una robusta pedalata della durata media di un’ora, il drappello arriva alla località bucolica prescelta e viene diviso in squadre, indirizzato alle baracche dove pernotterà e quindi radunato per il rancio. Il resto del pomeriggio viene occupato da classici giochi di squadra di stampo prettamente campagnolo-militare, alla fine dei quali la prima mano di fango è saldamente incrostata all’epidermide. Dopo una cena a base di fricandelle o crocchette e patatine fritte con ketchup e maionese - tradizione onnipresente, pervasiva, capillare, radicata fin dalla più tenera infanzia e causa principale del decesso delle papille gustative della gioventù olandese - si procede con i cori goliardici intorno al falò, la caccia al tesoro, la disco-dance e i marshmallows arrostiti. Alla fine di questa fase la seconda mano di fango è sedimentata sulla prima e i bimbi vengono spediti alle baracche dove trascorreranno le ore che li separano dall’alba. Dopo moltissima agitazione e pochissime ore di sonno i bimbi fanno la tipica colazione olandese a base di pane, hagelslag, surrogato della nutella e variazioni sul tema prima di procedere con l’ultima attività in programma che di solito si svolge in acqua. Al gruppo di Matteo è toccata la gita in canoa sul lago e meno male che nessuno si è ribaltato, altrimenti alle due mani di fango silvestre si sarebbe aggiunto lo strato di fanga lacustre con retrogusto d’alga. Anche così, quando Matteo è tornato a casa, ero indecisa se lavare i vestiti usati o bruciarli direttamente. Alla fine ho messo sia vestiti che pargolo in ammollo per mezz’ora prima di procedere ad una robusta strigliata con spazzola e sapone di marsiglia. Mentre i vestiti giravano in lavatrice col ciclo lungo, un Matteo adrenalinico, rubizzo e luccicante mi faceva la radiocronaca minuto per minuto di tutta l’esperienza, conclusa con la leggendaria frase: “Anche se stanotte ho dormito solo dalle due alle sei non sono affatto stanco e non voglio andare a letto; penso che leggerò un po’.” Ovviamente trenta secondi dopo è stramazzato al suolo ed è rimasto in catalessi per dodici ore.

Mentre Matteo era al kamp, io e il vikingo siamo andati a celebrare la nostra riconquistata libertà nell’odierno ristorante alla moda (De Nieuwe Winkel: buono) e abbiamo steso il piano d’azione per gli anni a venire. E’ un dato di fatto che ormai la nostra discendenza si è sdoganata dall’infanzia: non dovremo più organizzare feste di compleanno e partecipare alle attività scolastiche. La scuola superiore olandese ha una struttura para-univeristaria, con lezioni a tutte le ore del giorno, attività didattiche saldamente organizzate dai mentor che si occuperanno di informarci sul progresso pre-accademico del nostro aspirante entomologo e attività ludiche organizzate dagli amici che già campeggiano in pianta stabile a casa nostra per tutto il weekend. A noi resta la gestione dello studio doposcuola, che dietro consiglio di autoctoni ben informati appalterò all’apposito coach finché il pargolo non dimostrerà di potersela cavare da solo, e quella delle vacanze estive finché il pargolo non potrà viaggiare da solo. Da questa settimana si apre uno spiraglio sull’oceano di libertà che era nostra solo dodici anni fa e che tornerà a travolgerci in ondate sempre più impetuose.

Oggi pomeriggio invece ho compiuto io l’ultimo rito di passaggio dalla nazionalità italiana a quella olandese con la cerimonia di naturalizzazione al comune di Nijmegen. Eravamo una quarantina: la metà proveniva da zone di guerra (Siria, Iran, Iraq, Afghanistan, Sierra Leone, Ucraina), un terzo erano turchi, una manciata di anglofoni, un filippino, un macedone, un cinese, due venezuelane e un gruppo di bambini figli di immigrati che devono essere naturalizzati a loro volta in mancanza dello ius soli. Ma da stasera siamo tutti olandesi: abbiamo giurato fedeltà alla nostra nuova patria(1), abbiamo cantato l’inno nazionale(2) con la mano sul cuore e mercoledì sera ci toccherà tifare per la vittoria dell’Olanda contro l’Argentina. Parigi valeva bene una messa e il grandissimo godimento di fottermene da ora in poi di quel che fanno i politici italiani vale bene una partita di calcio.

(1) Ik verklaar dat ik de grondwettelijke orde van het Koninkrijk der Nederlanden, haar vrijheden en rechten respecteer en beloof de plichten die het staatsburgerschap met zich meebrengt getrouw te vervullen. Dat verklaar en beloof ik.

(2) Wilhelmus van Nassouwe Ben ick van Duytschen Bloedt, Den Vaderland ghetrouwe Blijf ick tot inden doet;  Een Prince van Orangien  Ben ick vry onverveert. Den Coninck van Hispangien Heb ick altijt gheeert.
 
POS
Di paola (del 01/07/2014 @ 21:21:21, in diario, linkato 898 volte)
Mi chiedo veramente perché in Italia qualunque minimo cambiamento dello status quo diventa una tragedia greca. Gli italiani sembrano collettivamente impegnati a lamentarsi dell’indecenza delle proprie condizioni politico-sociali e contemporaneamente a fare resistenza armata alle innovazioni, nella profonda e radicata convinzione che queste siano per definizione un peggioramento delle tanto deprecate condizioni.

Da giorni la mia bacheca Facebook è inondata di insulti all’indirizzo della nuova legge secondo la quale ogni transazione commerciale superiore ai 30 euro debba avvenire via POS. Apriti cielo! Nemmeno vi avessero chiesto di sacrificare il primogento maschio al dio Baal.

A parte il fatto che nessuno si sofferma sul dettaglio non trascurabite che la legge non prevede - per ora - sanzioni per chi ritarda l’adozione del pagamento elettronico, l’atteggiamento di rifiuto a priori è tipico di quella mentalità per la quale l’Italia vanta ancora leggi medievali sul lavoro e sui diritti civili. Sarebbe così semplice rispondere attraverso le apposite istituzioni e lobbies di settore come per esempio la confesercenti: va bene ma vogliamo una riduzione dei costi del servizio e sarebbe ancora più semplice cominciare a dare il buon esempio partendo dalle amministrazioni pubbliche invece di sprecare il fiato in futili geremiadi.

Sapete che l’Italia è l'unico paese della UE che ancora usa i contanti per le transazioni commerciali? Quando sono emigrata Inghilterra, nel 1987, prima ancora di avere una casa avevo un conto in banca perché senza assegni e carta di credito si potevan solo giusto pagare le sigarette dal tabaccaio, la birra al pub e i taxi. In Belgio, nel 1989, mi son dovuta dotare in fretta e furia di una Carte Bleu perché nessun supermercato e nessun distributore di benzina accettava contanti o assegni. In Olanda gli assegni erano già stati integralmente sostituiti dai bonifici nel 2000 mentre il POS, che qui si chiama PIN, è stato introdotto nei supermercati, nei grandi magazzini e nei distributori di benzina per allargarsi progressivamente a tutti gli esercizi pubblici e il tutto è avvenuto senza alcuna protesta, interpellanza o brontolio nonostante i costi di gestione rimangano piuttosto elevati, tanto che i piccoli esercenti inizialmente imponevano di spendere almeno 10 euro per poter usufruire gratuitamente del servizio. Gli stessi esercenti adesso espongono il cartello “PINnen? Ja graag!” (preferiamo il pagamento con POS) e perfino al mercato la metà delle bancarelle oggi è dotata di PIN (rapporto ufficiale della Confesercenti olandese che potete leggere e scaricare cliccando su questo link). Incuriosita ho chiesto alla padrona nonché unica impiegata della pasticceria artigianale di cui sono fedele cliente dal 2001 il motivo del cambiamento di atteggiamento e lei mi ha confessato che da quando ha il PIN non ha più paura di rimanere in negozio da sola ed è sollevata dall’incombenza di dover andare a casa ogni sera con l’incasso della giornata in tasca. All’obiezione squisitamente italiana che i costi del servizio sono sicuramente inferiori in Olanda rispetto all’Italia, rispondo con una sonora smentita. Mi sono informata e vi rimando a questo sito e all’assistenza di Google traduttore per tutte le delucidazioni del caso: www.pinnenzakelijk.nl. Solo considerando i costi per un piccolo artigiano o commerciante senza personale come la pasticcera di cui sopra, minimo bisogna pagare 700 euro per l’acquisto della macchinetta GPRS, più 5 euro al mese per l’assistenza tecnica e naturalmente la commissione al circuito Maestro che immagino sarà uguale in tutta la UE. Il calcolatore del sito di cui sopra mi informa che se passo dal pagamento 100% contanti a 50% contanti e 50% PIN i miei costi di gestione passano da 1300 a 1800 euro all’anno – quindi 500 euro in più, ma se passo da 100% contanti a 100% PIN i costi sono solo 150 euro in più all’anno. Ecco spiegato perchè la fase che stiamo vivendo al momento è la graduale abolizione della possibilità di pagare in contanti tout court, a cominciare dagli uffici della pubblica amministrazione e dai servizi a domicilio. Addirittura si stanno facendo esperimenti per sostituire la carta bancomat con il codice NFC sullo smartphone, per non parlare del fatto che qualunque operazione bancaria può già essere fatta da smartphone e quindi, per assurdo, se ho dimenticato a casa il portafoglio, posso sempre fare un bonifico e infatti capita sempre più spesso che in un gruppo di amici al ristorante una persona paghi il conto con il bancomat e tutti gli altri gli facciano in diretta un bonifico dal cellulare per la loro quota.

Inoltre, già a partire dall’introduzione dell’Euro, nessun distributore bancomat olandese eroga banconote di taglio superiore a 50 euro e nessun esercente le accetta. Le banconote da 500 euro non esistono e quelle da 100 e 200 euro possono essere cambiate solo in banca. Non credo si debbano sprecare teorie complottiste per capire che questa semplicissima misura è una forma molto efficace di riduzione dell’evasione fiscale e che la combinazione di questa con l’assenza di contanti nelle transazioni commerciali porterà un'ulteriore riduzione sia dell’evasione fiscale che della delinquenza comune. Win win!

Quindi, miei cari quasi ex compatrioti, questa volta non avete scuse. Solo ancora un po’ di tempo per abituarvi all’idea che state per entrare, sia pure controvoglia, nel novero dei paesi civili.

 
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