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 ego... di paola
 
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Nemmeno il calvinismo più rigoroso può cambiare la natura maschile. Gli uomini olandesi saranno anche due release sopra gli italiani, ma non c'è verso di fargli capire che i vestiti sporchi non volano da soli nella cesta della biancheria.

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\\ Baci da Tulipland : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 28/04/2014 @ 21:01:21, in diario, linkato 664 volte)
Premetto che, come atea, dò ai santi nominati dal Vaticano lo stesso valore dei vincitori dell'Eurosong Festival: un concorso canoro rilevante solo per i proletari dell’Europa dell’Est. Ciò detto mi stupisco all'accanimento di amici, conoscenti e perfino rispettabili giornalisti contro la canonizzazione di GPII. E’ un po’come indignarsi perché anche quest’anno all’Eurosong Festival ha vinto una canzone dal dubbio valore artistico e una performance da baraccone. E chi se ne frega? Che cosa mi sposta nella vita?
Seriamente, che cosa mi sposta nella vita la canonizzazione di un sostenitore di dittatori fascisti e preti pedofili? Mi duole dirlo ma avvallo di dittature totalitarie e pedofilia sono solidi valori della chiesa cattolica del XX secolo. In questo GPII è stato pienamente in linea con la tradizione e per questo viene premiato dalla setta vaticana. Anche i santi del passato non erano moralmente migliori: mi pare di ricordare che Santa Rita da Cascia, protettrice delle famiglie, perdonò gli assassini del marito, ma quando capì che i suoi figli volevano vendicarsi, preferì vederli morire piuttosto che vederli responsabili di atti di violenza che avrebbero messo in pericolo la loro anima. Logica impeccabile secondo la chiesa cattolica.
Apparentemente la dicotomia tra quello che una parte dei cattolici vuole dal Vaticano e quello che il Vaticano vuole dai suoi fedeli si fa sempre più grande e qui devo dar ragione al mio amico Maffa che mi ricorda continuamente come i dogmi religiosi non siano negoziabili per cui o li accetti in toto o ti chiami fuori dalla setta. Io mi sono ampiamente e da lungo tempo chiamata fuori, ma sembra che molti di coloro che si definiscono cattolici vorrebbero invece abolire una serie di dogmi e accogliere una serie di valori non contemplati dalla fede. I personaggi di riferimento di questi cosiddetti cattolici sono i vari preti ribelli da Don Mazzi a Oscar Romero e quindi è comprensibile che costoro non si possano riconoscere nella canonizzazione di GPII. Mi viene spontaneo suggerire a questi cattolici di rivolgere lo sguardo oltre la siepe vaticana: anche restando nel cristianesimo ci sono almeno tre varianti religiose più tolleranti e meno dogmatiche del cattolicesimo. Se poi ci si avventura ad est delle religioni mediorientali si trova una gamma vastissima di risposte più o meno democratiche all’innato bisogno di spiritualità che contraddistingue la razza umana. Budda, Confucio e Lao Tzu non solo non sono santi, ma nemmeno santificano la vita e la morte. Dovendo per forza scegliere di aderire a qualche culto so dove andrei a rifugiarmi, invece di ostinarmi pervicacemente a combattere battaglie perse nel tentativo di piegare il cattolicesimo a mia immagine e somiglianza.
In Olanda è uscito oggi un rapporto dell’agenzia centrale per la statistica sulla relazione con la religione cristiana e sebbene il cattolicesimo sia ancora la religione più praticata (circa 4 milioni contro 1,8 milioni di protestanti), il 70% della popolazione si dichiara atea (21%), agnostica (16%) o non praticante (33%). Le chiese sono sempre più vuote, meno della metà dei giovani sotto i 25 anni riceve un’educazione religosa, meno del 60% ha fiducia nelle istituzioni religiose. Questo non toglie che gli Olandesi si ritengano mediamente molto spirituali, ma la loro spiritualità è largamente centrata sulla realizzazione del sè, cioè sul dio interiore che è anche al centro delle religioni orientali di cui sopra. Questo li porta ad un sano pragmatismo che riconosce nell’istituzione ecclesiastica lo stesso valore di un servizio di pubblica utitità come l’azienda per l’energia elettrica: secondo la maggioranza degli Olandesi la chiesa serve principalmente a celebrare matrimoni e commemorare i defunti, anche quelli collettivi, risultato di guerre o catastrofi. Una cerimonia come quella di ieri in Piazza San Pietro non li indigna ne’ li disgusta: li lascia blandamente indifferenti, sicuramente più indifferenti dell’Eurosong Festival. E questi non sono gli intellettuali, questo è l’atteggiamento mainstream degli under 65!
Che differenza con lo sbrocco di Odifreddi su Repubblica: quello sì che mi ha lasciato attonita. Da dove viene tutto questo disprezzo, questa veemenza censoria? Perché un intellettuale che si presume quantomeno agnostico si indigna al legittimo delirio di ottocentomila fedeli che acclamano la canonizzazione di un paio di Papi ne’meglio ne’peggio della schiera di santi che li ha preceduti? La conclusione dell’intervento poi è degna degli anatemi dei papi medievali: «Santissimi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, pregate per loro, che ne hanno bisogno. E pregate anche per i politici cattolici, di nome o di fatto, che oggi affollano il sagrato di san Pietro: fareste veramente un miracolo, se ce li toglieste di torno. Se poteste far crollare, oltre alla croce della val Camonica, anche la cupola di Michelangelo, provocando un’ecatombe di papi e cardinali, oltre che presidenti e politici, vi saremmo veramente grati.»
In questa frase c’è tutta l’essenza dell’italianità e la ragione per cui il baratro culturale tra nord e sud Europa è destinato ad allargarsi sempre di più. In Olanda, come in tutti i paesi che hanno bruciato i conventi cattolici nel XVI secolo per protesta contro lo strapotere della multinazionale vaticana, non si invoca più un deus ex machina che ci liberi dal male. Il dissenso oggi si esprime disertando le chiese, ignorando i fanatici religiosi, non votando i politici da cui non ci si sente rappresentati e battendosi per il mantenimento dei fondamentali diritti civili tra cui quello della libertà di religione. Se si è in disaccordo con le scelte vaticane basta non andare in Piazza San Pietro e non seguire la copertura mediatica dell’evento, ma un evento che è capace di attirare ottocentomila fanatici da tutto il mondo va rispettato e analizzato. Nel rapporto olandese si legge che il cristianesimo sta migrando dal Nord al Sud del mondo. Se questo è vero si possono fare due cose: o facilitare il trasloco della sede del Vaticano in America Latina o sfruttare l’opportunità economica che il turismo religioso del Vaticano porta in Italia – vi assicuro che un Olandese, per quanto ateo, agnostico e materialista, non avrebbe dubbi sul da farsi.
Dietro questa veemenza e questo disprezzo per chi ancora crede in un Dio onnipotente e nei suoi rappresentanti terreni si nasconde certamente l’esasperazione per l’ingerenza del Vaticano nella società civile italiana e questa ingerenza, più che disprezzabile, è imperdonabile. Ma invece di cercare di cambiare il cattolicesimo o i cattolici, l’opinione pubblica olandese e i suoi rappresentanti politici pretenderebbero la fine dello status quo: lascerebbero il Vaticano libero di continuare a proclamare santi e beati a suo piacimento ma sarebbero inflessibili sul richiedere, fuori da Piazza San Pietro, il rispetto delle leggi dello Stato con tutte le conseguenze del caso, a cominciare dal pagamento delle tasse sulla proprietà per finire con la proibizione dell’obiezione di coscienza nell’esercizio di qualunque funzione pubblica. Se Papa Francesco si opponesse a questa richiesta, l’opinione pubblica olandese e i suoi rappresentati politici gli farebbero presente che si può sempre tornare all’opzione 1 e trasferire baracca e burattini in America Latina.
La società civile italiana si deve tirare insieme abbastanza per formulare una tale richiesta e per farla applicare dalle apposite istituzioni statali invece di farsi venire la bava alla bocca per un rito che non la riguarda e pregare un firmamento di santi in cui non crede per liberarsi dai politici che lei stessa ha votato. Amen.
 
Di paola (del 16/04/2014 @ 00:00:01, in diario, linkato 1421 volte)
Tra qualche mese festeggerò un importante anniversario: avrò passato più della metà della mia vita lavorativa fuori dall’Italia e potrò quindi fregiarmi del titolo di esperto del lavoro all’estero. Lo so che questo titolo non esiste, lo creo io e metto la mia esperienza a disposizione di chiunque ne voglia approfittare, come per esempio tutti i miei amici italiani che insorgono puntualmente contro qualunque modifica del loro sacrosanto contratto di lavoro, con una veemenza fondamentalista che non si applica più nemmeno ai dieci comandamenti.
La mia prima esperienza di lavoro all’estero risale al 1987, quando sono stata “seconded” (oggi si direbbe outplaced) all’headquarter londinese della multinazionale americana per cui lavoravo. Godevo allora di un particolare contratto che mi assicurava il rientro in sede dopo 24 mesi in una posizione equivalente a quella che avevo lasciato. Godevo inoltre di un’indennità di trasferta che mi avrebbe consentito di traslocare i miei beni avanti e indietro e di prendere in affitto un alloggio adeguato al mio status lavorativo. A prima vista quindi condizioni d’oro, che alla realtà dei fatti si sono rivelate farlocche come le sorprese nelle uova di pasqua. L’affitto di un monolocale in una zona che non avrebbe richiesto un viaggio di più di 30 minuti per recarmi al lavoro costava quanto il mio stipendio netto mensile, l’abbonamento ai mezzi pubblici costava tre volte quello di Milano e la maggior parte degli alimentari costava il doppio che in Italia. Per fare un piccolo ma significativo esempio, le mele venivano vendute a 50p cadauna (mille vecchie lire). Per quasi due anni ho vissuto in appartamenti condivisi con due o tre altri co-inquilini ai margini della zona 2, cioè nella cintura suburbana fuori dalla Londra che i turisti conoscono, pagando l’equivalente milanese di un bilocale in Corso Buenos Ayres, e mi sono sciroppata 40 minuti di metropolitana per due volte al giorno per andare a lavorare nella City. Non ero un’eccezione, continuavo ad essere una privilegiata, perchè la maggior parte dei miei colleghi autoctoni viveva in stanzette di 6mq in tristissime comuni studentesche nella zona 3 insieme agli immigrati pakistani o nel sottoscala dell’appartamento di qualche spocchiosa Sloane Ranger (ricca ereditiera) e, come ho scoperto poi, era in rosso perenne sulla carta di credito perché con lo stipendio standard di un impiegato del terziario avanzato non poteva permettersi alcuno dei costosi passatempi di cui Londra abbonda. Ho prontamente adeguato il mio stile di vita a quello della popolazione locale e quando son tornata in Italia non avevo letteralmente nessun vestito con cui avrei potuto circolare a Milano senza essere scambiata per una battona. Al di là di questo, Londra mi ha insegnato che i concetti di straordinario pagato e indennità di licenziamento sono peculiarità del tutto italiane. Non solo tutti gli impiegati di qualsiasi livello lavoravano regolarmente fino a notte fonda per far fronte alle deadlines sempre più strette delle gare di appalto, ma quando la filiale londinese ha perso un cliente importante sono state licenziate dieci persone con un preavviso di quattro settimane e zero ammortizzatori sociali; il preavviso di quattro settimane era la prassi in caso di licenziamento per ristrutturazione aziendale, in caso di licenziamento per giusta causa non c’era preavviso e metto tutti i verbi al passato solo perché non so se queste leggi sono ancora in vigore nell’era post-tatcheriana. Quando ho espresso il mio stupore per la totale mancanza di diritti dei lavoratori inglesi, l’impiegata dell’ufficio del personale ha fatto spallucce e mi ha assicurato che tutti i licenziati avrebbero trovato lavoro nel giro di pochi giorni perché a Londra il mercato del lavoro era estremamente dinamico. Non ho potuto verificare la veridicità delle sue affermazioni perché sono stata trasferita a Bruxelles con l’unico vero contratto d’oro che io abbia avuto in vita mia e infatti quando ho annunciato alla stessa impiegata del personale la mia intenzione di voler tornare in Italia ha esclamato genuinamente orripilata: “Are you crazy?”. Come darle torto, comunque, per ragioni che oggi appaiono ridicole, ho usato tutto il mio potere contrattuale per convertire il contratto di “secondment” in un contratto di trasferta e sono rientrata nel libro paga della filiale italiana pur lavorando in Belgio e in seguito a Parigi. Non sono quindi in grado di fare paragoni con i contratti in vigore in quei paesi, posso solo dire che anche lì il concetto di straordinario pagato non si applica ai colletti bianchi.
Da quando sono in Olanda, sono soggetta al normale contratto in vigore per i lavoratori di questo Paese che prevede per tutti i nuovi assunti un contratto a tempo determinato rinnovabile per un totale di 36 mesi o 3 contratti, che nel mio caso si è tradotto in un contratto annuale. Ricordo ancora che il 15 dicembre del 2001 ho chiesto al mio capo se dovevo ripresentarmi in ufficio dopo capodanno, stante che il mio contratto sarebbe scaduto e non avevo alcuna notizia sul suo eventuale rinnovo. Con grande nonchalance il mio capo mi ha chiesto se avrei preferito un secondo contratto annuale o un contratto a tempo indeterminato, con altrettanta nonchalance gli ho espresso la mia preferenza per un contratto a tempo indeterminato vista la mia intenzione di rimanere in Olanda e senza rendermene conto ho ottenuto qualcosa di assolutamente eccezionale. Quando ho cambiato di nuovo lavoro ho dovuto lottare con le unghie e coi denti per ottenere la garanzia della commutazione del primo contratto annuale in assunzione a tempo indeterminato con un preavvviso di quattro mesi e questa è – vi assicuro – l’unica ragione per cui ancora ho un lavoro. Infatti un mese dopo la firma del contratto a tempo indeterminato il mio capo è stato licenziato e ho fatto due anni di purgatorio per far passare l’incazzatura al nuovo management che considerava la mia assunzione a tempo indeterminato un sopruso bello e buono.
Un contratto a tempo determinato si chiude con preavviso massimo di quattro settimane e zero liquidazione, quindi in Olanda ogni datore di lavoro ha diritto a tenerti per 36 mesi e poi sbatterti fuori a calci in culo e vi assicuro che numerosi conoscenti non sono mai arrivati al rinnovo del primo contratto annuale e passano da una ditta all’altra senza riuscire a farsi assumere. Invece, in caso di licenziamento per ristrutturazione, chi può vantare almeno due anni di servizio ha diritto a 1/3 dello stipendio mensile per ogni anno di contratto e questo è quanto. Se si fa ricorso al giudice territoriale si può arrotondare questo importo con un conquibus frazionale. In caso di licenziamento per giusta causa invece si viene prelevati di peso dalla scrivania e accompagnati alla porta dopo il sequestro di eventuale laptop, cellulare e badge aziendale e non so nemmeno se viene liquidato l’ultimo stipendio o si decurtano i giorni che mancano alla fine del mese. A seguito del licenziamento si può chiedere il sussidio di disoccupazione e questo viene elargito per un massimo di tre anni con obbligo di cercare attivamente un altro posto di lavoro e accettare qualunque lavoro venga proposto. Per poter continuare ad usufruire del sussidio occorre presentare ogni mese documentazione dettagliata dell’attività di ricerca di lavoro sotto forma di letere spedite e colloqui effettuati. Attenzione però: il sussidio di disoccupazione si ottiene solo se si può dimostrare di non avere altro reddito oltre quello di lavoro, quindi se si ha una casa di proprietà occore venderla per poter continuare a mangiare.
I fortunati che ottengono un contratto a tempo indeterminato godono poi delle condizioni standard del contratto nazionale del lavoro: 80% della mensilità lorda come tredicesima, nessuna quattordicesima, 4 settimane di vacanze pagate, congedo maternità di 26 settimane e congedo matrimoniale di 1 settimana. E per finire, l’età della pensione minima è stata portata da 65 a 67 anni senza ammortizzatori sociali, il che significa che gli esodati (tra cui mio suocero) si arrangiano con i risparmi per fronteggiare i mesi scoperti. Qui non si lamenta nessuno, anzi, sono tutti convinti di vivere nel paese che più tutela le condizioni dei lavoratori e questo è sicuramente vero per quel che riguarda i colletti blu e il settore pubblico, dove i giorni di vacanza sono molti di più e gli straordinari vengono pagati. Di contro però lo stipendio medio è molto basso, tanto che quando una mia solerte amica, impietosita dal mio perenne stato di pendolare, mi ha proposto di mandare il mio curriculum all’università di Nimega per un posto da coordinatore, ho dato un’occhiata allo stipendio e mi son ripresa zitta zitta il mio treno per tornare a Amsterdam.
 
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