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 ego... di paola
 
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Sono emigrata in Olanda per amore quindici anni fa. Nei primi dieci anni ho intrattenuto i miei amici sulle usanze olandesi, poi ho cercato di far loro vedere come sono assurde le vicende italiane viste da qui. Adesso racconto semplicemente quello che mi succede.

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\\ Baci da Tulipland : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 23/03/2014 @ 16:16:16, in diario, linkato 772 volte)
Vi porto in viaggio con me in una realtà parallela. A Tulipland, il 19 marzo scorso, si è votato per la rielezione dei consigli comunali. Come, mi direte voi, di mercoledì? Certo, a Tulipland si vota sempre di mercoledì; i seggi sono aperti dalle 7:30 alle 20:30, si può votare anche nelle principali stazioni ferroviarie mentre si va o si torna dal lavoro e per le elezioni amministrative si può votare anche per procura. Gli aventi diritto al voto sono tutti i maggiorenni residenti, di qualsiasi nazionalità. Solo per le elezioni politiche si richiede la nazionalità olandese ai residenti e possono votare anche gli Olandesi non residenti.
Si vota – alle amministrative come alle politiche - con sistema proporzionale puro, che a Nijmegen ha prodotto una dozzina di liste tra cui tre liste locali e due fantasiose liste di simpatici burloni. Lo spoglio delle schede finisce sempre prima della mezzanotte, vengono fatte due proiezioni intermedie e i risultati definitivi sono sempre pubblicati sui quotidiani del mattino dopo, sul web e in TV sono ovviamente disponibili in tempo reale. Del resto, con 9 milioni di aventi diritto al voto, il 53,8% di votanti e un seggio elettorale in ogni quartiere non ci si potrebbe aspettare altro.
La campagna elettorale è cominciata un mese fa con gli spot televisivi del ministero dell’interno che annunciavano la data delle elezioni e ci esortavano ad usufruire del nostro diritto di voto. Tre settimane fa sono arrivate a casa le schede elettorali insieme alle liste dei partiti in gara e due sabati fa un ragazzo in pile e sciarpa azzurra tentava vanamente di distribuire volantini della ChristenUnie ai passanti che scantonavano perché Nijmegen è una città rosa: colore-simbolo degli attivisti omosessuali e gradazione indicativa della coalizione di giunta. Il consiglio comunale è storicamente composto da una maggioranza di verdi (GroenLinks), laburisti (PvdA) e democratici laici (D66), con una robusta opposizione del partito comunista che qui si chiama Socialistische Partij (SP). I movimenti religioso-bigotti (CDA, CU, SGP) e i movimenti di destra (PVV, VVD) hanno pochissimi elettori e ancor meno simpatizzanti.
I quotidiani hanno dedicato una pagina al giorno all’argomento, con fumosissime interviste ai politici locali delle grandi città su temi specifici alle città stesse e ancor più fumose dissertazioni di carattere didattico sulla differenza tra il voto locale e il voto nazionale. Se escludiamo il giovinotto della ChristenUnie, fino a lunedì non ho avuto il bene di vedere una sola faccia di politico locale ne’ un manifesto o un volantino elettorale. Poi sono spuntate un paio di facce note della politica nazionale che esortavano a votare questo o quello schieramento dalle affissioni a pagamento e il tra lunedì e martedì mi sono stati dati ben tre volantini tre mentre andavo alla stazione e questo è stato tutto. Mi son trovata nell’imbarazzo di non avere la più pallida idea di chi e per che cosa votare, per cui sono andata a spulciare i siti dei partiti della coalizione e, per far piacere al vikingo, anche del SP. Alla fine ho deciso di votare GroenLinks, unicamente perché il tono di voce con cui spiegavano il loro programma mi è risultato più empatico della freddezza clinica dei D66 e delle geremiadi del SP, in realtà i programmi sono identici: ulteriore ampliamento della rete ciclistica e autoferrotranviaria, sgravi fiscali per tutte le iniziative private volte alla raccolta dell’energia solare, finanziamenti all’infrastruttura sanitaria locale, continuazione delle opere di restauro e manutenzione del patrimonio architettonico cittadino, ampliamento della collaborazione tra scuola e mondo del lavoro e tutte quelle belle cose che tanto fanno piacere a noi progressisti di sinistra. In quanto ai laburisti, votati alle scorse elezioni comunali, ho deciso che non sono più degni del mio voto nemmeno a Tulipland, giacché non si sono nemmeno sforzati di copiare il programma dei verdi o dei D66 ma hanno piastrellato il sito con una collezione di banalità ideologiche da nauseare perfino i dirigenti del partito comunista cinese, senza degnarsi di dirci quali azioni concrete avrebbero intrapreso per il benessere della nostra bella città.
Non sono stata l’unica a pensarla così e il PvdA ha avuto la più sonora batosta elettorale dall’anno della fondazione, perdendo un terzo dei voti rispetto ai già magri risultati elettorali del 2010 a favore dei partiti locali, dei D66 e del SP.
A Nijmegen il SP è diventato il primo partito, seguito a strettissimo giro da GroenLinks e D66. La notizia della storica sconfitta laburista è stata però appannata da una notizia ancor più storica che troneggia tutt’ora sulle prime pagine dei quotidiani e tiene impegnati i social networks. Il populista nazionale Geert Wilders, che concorreva col suo partito-monade PVV solo in due comuni è riuscito a perderli tutt’e due con una mirabile pisciata fuori dal vaso ed è solo grazie a lui che giornalisti e opinionisti politici hanno ancora un lavoro. Il bastardo ossigenato, sponsorizzato da istituzioni filo israelitiche,  ha pronunciato le seguenti parole in un comizio nel Grand Café de Tijd a Den Haag (la traduzione è mia e l’originale è qui):
Wilders: “Vorrei avere una risposta da voi tutti sulle seguenti tre domande. Tre domande che definiscono il nostro partito, il Partito per la libertà (sic). Per favore, date una risposta chiara.”
[le domande sono: 1) volete più o meno Unione Europea?  2) volete più o meno PvdA? Il pubblico reagisce un po’confuso ed esitante.]
Wilders: “E la terza domanda è … non potrei dirlo perché poi mi denunciano e forse qualche burocrate del D66 mi fa il processo. Ma la libertà di opinione è un bene comune. Non abbiamo detto niente che non si possa dire, non abbiamo detto niente che non sia vero. Volete voi, in questa città e in Olanda, più o meno Marocchini (meer of minder Marokkanen)?”
[il pubblico scandisce compatto “Meno, meno, meno!” per una ventina di volte]
Wilders: “Bene. Allora questo è quello che faremo (Dan gaan we dat regelen).”
Dal momento in cui Wilders ha pronunciato queste parole hanno dato le dimissioni dal suo partito cinque parlamentari in segno di protesta, sono state fatte innumerevoli denunce per istigazione all’odio razziale da parte di privati cittadini e svariate organizzazioni, sono state scritte lettere aperte a pioggia e sono partite numerose catene sui social, tra cui la più simpatica è quella dei selfies di oriundi marocchini con il passaporto olandese sotto l’hashtag #BornHere. Il PVV ha perso la metà dei suoi già scarsi voti alle elezioni locali e i sondaggi nazionali lo danno in picchiata. Quel che è ancor più confortante, come dice lo stimato opinionista Bas Heijne sull’NRC di ieri, è che dopo questa dichiarazione nessun politico si sente più in dovere di fare concessioni al Wilders in nome della libertà di espressione e della democrazia. Traspare da tutte le sue parole un silenzioso sospiro di sollievo, riecheggiato da Caroline de Gruyter a pagina 11, che titola il suo editoriale addirittura “Nessuna legge può colmare il vuoto morale”.
E qui finisce il vostro viaggio nella mia realtà parallela. Una realtà dove le elezioni si svolgono con calma, compostezza e senza fronzoli e dove il populismo viene sonoramente punito dall’elettorato a favore del pragmatismo e della concretezza. Perché se Wilders è il più pittoresco dei populisti olandesi, il populismo di Rutte (VVD) e Samsom (PvdA) è solo meno verbalmente spregevole, ma entrambi si sono distinti per la loro totale inettitudine al governo dopo mirabolanti promesse elettorali che tali sono rimaste. E, come ci ricorda Zihni Ozdil, anche per l’impunito razzismo strisciante che ha permesso a Wilders di far da catalizzatore di tutto l’odio che i loro partiti hanno contribuito a seminare in questo decennio.
 
Di paola (del 10/03/2014 @ 23:23:23, in diario, linkato 800 volte)
Stamattina mi è partita la scheggia. Lo so, dovrei elevarmi oltre la mondanità e meditare ma invoco le attenuanti del caso: è lunedì mattina, ho passato il weekend in amena compagnia di bucati arretrati e di una gatta incontinente, sono in pilota automatico in attesa della mia quotidiana dose di caffeina e l’unica cosa che il cervello mi consente è scorrere i post di facebook.
 
Premetto che dopo Natale ho diligentemente eseguito la purga annuale delle pagine e dei contatti, proprio per evitare di irritarmi inutilmente al display quotidiano di insulti, gattini e appelli a guardare video rivelatori di arcane verità. Nonostante ciò, un contatto di provata fiducia ha risposto ad un post del suo cerchio sociale e grazie al nuovo algoritmo di Zuckenberg mi si è aperto il post originale anzichè la sua risposta. Sono arrivata a metà del terzo paragrafo prima che il mio cervello registrasse l’errore, purtroppo la scheggia era partita in contemporanea.
 
La prendo alla larga così intanto mi calmo. Negli anni novanta una serie televisiva dal titolo X-Files prendeva amabilmente in giro i fanatici del complottismo che vivono in perenne stato di guerriglia con il mondo dell’informazione ufficiale: un terzetto di sterotipati personaggi aveva la funzione di comic relief in una trama basata sulla paranoia personale di un agente FBI la cui sorella era stata rapita dagli alieni. Il protagonista della serie e i suoi compagni di scorribande nel mondo delle leggende metropolitane vivevano in un mondo in cui l’Apollo 11 non è mai allunato, JFK è ancora vivo e nell’Area 51 viene custodito il cadavere di un ET insieme ai resti della sua navicella spaziale e a poco a poco trascinavano nella loro paranoia un medico legale scettico, seguace della scienza e della razionalità materialista.
 
Oggi i nerds di X-Files potrebbero aggiungere alle loro paranoie sui segreti di stato anche tutte le paranoie sulle multinazionali che ci somministrano cibi velenosi e onde magnetiche letali oltre che negarci la possibilità di curare cancro e AIDS con rimedi naturali conosciuti da secoli agli sciamani, per non parlare della vaccinazione obbligatoria contro ogni malattia conosciuta, di cui ho già ampiamente discusso l’estate scorsa (vedi Radicali Liberi). Queste paranoie sono costantemente alimentate sui social networks da un battaglione di utenti comuni, gente come me e voi che però – a differenza di me e dei contatti che mi sono rimasti dopo la purga – diffonde in continuazione catene di santantonio che iniziano in uno dei seguenti modi (o variazioni sul tema):
a)      La sconvolgente verità su...
b)      Incredibile scoperta che nessuno ci dice
c)      Vediamo chi ha il coraggio di diffondere questo post
 
Se analizziamo le fonti, scopriamo poi che i siti/blog da cui partono queste catene sono sempre gli stessi e non faccio i nomi per non dare loro più copertura mediatica di quanta già hanno. Ho impiegato i miei primi anni di Facebook ad individuare ed eliminare tutti questi siti/blog dalla mia bacheca e a sviluppare un’attenzione selettiva per tutti i post dei miei “amici” più impressionabili, ma la scheggia di stamattina è partita da un post – non a caso proveniente dal primo dei siti che ho eliminato – che tocca un’altra paranoia a mio parere totalmente italiana.
 
Il post argomentava le ragioni per cui la vittoria de “La grande bellezza” nella notte degli Oscar era nota da almeno sei mesi. Per la cronaca, il produttore del film, Nicola Giuliano, ha prontamente smentito uno per uno gli argomenti addotti, la smentita è stata pubblicata dal sito in questione senza ulteriori commenti e questo dice tutto quel che c’è da dire sull’affidabilità degli autori del blog. Quello che invece a me fa venire la nausea è la mania di voler sempre buttare fango addosso a chiunque faccia qualcosa – qualunque cosa - in Italia. Partendo da Sorrentino, stroncato dalla critica italiana al punto che sono andata a vedere il film controvoglia, trascinata a forza dal vikingo, e ho passato i primi tre minuti col broncio prima di venir rapita dal fascino delle immagini e dei personaggi, per arrivare a casi ben più eclatanti e per non buttarla in politica vi parlo solo del Papa.
 
Io sono atea convinta, tanto che Matteo non è ne’ battezzato ne’ educato secondo i dogmi di qualsiasi religione. Ma non posso sopportare tutti quelli che continuano a ripetere che questo Papa è un furbacchione che ce la metterà in quel posto quando meno ce lo aspettiamo. Sarà anche vero ma intanto questo furbacchione sta dicendo e facendo cose che io in cinquanta anni di vita non ho mai visto fare a nessun membro del clero cattolico, se non a casi isolati come la buonanima di don Mazzi - che non ha mai avuto alcuna influenza sul resto del clero - e al mio catechista della cresima don Maurizio - che è stato addirittura fatto emigrare in America Latina per stroncare la pericolosa crescita della sua influenza nella comunità cattolica bergamasca. Come poi questo Papa ce la possa mettere in quel posto quando meno ce l’aspettiamo mi è del tutto oscuro, in quanto (vivaddio) viviamo in un mondo in cui nessuno viene costretto a seguire i dogmi della religione cattolica nemmeno se battezzato e cresimato. Personalmente, in questo momento storico, se proprio devo temere qualcosa è il dilagare dell’islamismo radicale, non del cattolicesimo gesuita.
 
Se la mania italiana del complottismo e della dietrologia non avesse delle conseguenze disastrose sul piano pratico non mi sarebbe partita la scheggia. Invece questo post mi ha fatto tornare in mente un articolo sulla proposta di legge elettorale Renzi-Berlusconi, letto sul Fatto Quotidiano prima dell’ultima purga, in cui l’autore argomentava che proprio questa caratteristica è la causa dell’immobilismo italiano, in quanto invece di incoraggiare le proposte di innovazione con un dibattito costruttivo, gli italiani spendono tutte le loro energie nel demolire ogni nuova proposta e nel difendere la loro posizione distruttiva con ogni argomentazione, anche la più assurda. Nei lontani anni settanta è uscito un film (che non ho visto) intitolato Un ufficiale non si arrende mai nemmeno di fronte all'evidenza, firmato Colonnello Buttiglione. A me pare che gli italiani siano diventati tanti colonnelli Buttiglione, per cui preferiscono affannarsi a spiegare la vittoria di Sorrentino agli oscar con una teoria complottista piuttosto che ammettere di aver avuto torto nel definire il film la grande schifezza e vanno a scavare nell’immondizia giovanile del Papa per giustificare la teoria secondo cui ogni cosa che fa è finalizzata ad affilare la lancia che ci metterà in quel posto prima o poi.
 
Sapete che vi dico? Una risata vi seppellirà. Anzi, vi ha già seppelliti, firmato Jep Gambardella.
 
Di paola (del 03/03/2014 @ 01:01:01, in diario, linkato 696 volte)
In attesa di sapere come tutti voi se il film di Paolo Sorrentino abbia vinto l’Oscar, mi sono concessa una pausa di riflessione su questo concetto, aiutata peraltro dalla ripetitività molesta di Fabio Fazio che ha ripetuto la parola “bellezza” ben 248 volte durante le venti e passa ore di trasmissione del Festival di Sanremo. Il mio innato cinismo mi ha spinto dapprima alla considerazione che la definizione di bellezza di Fazio è sempre più sinonimo di gerontofilia, sfiorando pericolosamente la necrofilia, poi però mi sono guardata dentro, come tutti noi dovremmo fare più spesso, e mi sono chiesta perché sia diventato sempre più normale, quasi doveroso parlare del male di vivere ed essere accusati di buonismo e qualunquismo se ci permettiamo di soffermare lo sguardo sulla bellezza dell’umanità.
 
So che il solo leggere queste parole vi sta provocando un conato di vomito. Trattenetevi. Vi chiedo solo un minuto di sospensione di incredulità. Se proprio non ce la fate vorrei esortarvi a vedere almeno la seconda puntata della fiction RAI “Non è mai troppo tardi”: avete pagato il canone, ne avete diritto, non dovete vergognarvi e siccome è anche disponibile gratis in streaming su rai.it non avete scuse. Oltretutto non si tratta di fiction ma solo della sceneggiatura di un fenomeno televisivo reale che è alla base dell’odierna pedagogia telematica e ha permesso, cinquanta anni fa, ad almeno trentacinquemila (si dice addirittura un milione e mezzo) analfabeti italiani di prendere la licenza di quinta elementare. La grande bellezza.
 
Per quelli che sono rimasti a leggermi invece vorrei fare una piccola digressione.
 
L’angoscia e la paura sono due concetti distinti. Si ha paura quando il pericolo è concreto e vicino, per esempio: mia nonna aveva molta paura di essere sepolta viva durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale e io ho sempre paura di uno scontro quando l’automobile di fronte a me frena di colpo. Invece l’angoscia è un sentimento di paura per un pericolo indefinito nel tempo e nello spazio e la mia generazione è stata sistematicamente nutrita di angoscia fin dalla culla. Eravamo in pieno boom economico ma anche in piena guerra fredda e i racconti orripilanti delle nostre nonne sui bombardamenti e le fucilazioni della seconda guerra mondiale uniti alle funeste previsioni degli opinionisti più accreditati di un’ecatombe nucleare prossima ventura hanno plasmato la nostra infanzia. Abbiamo trascorso l’adolescenza nei funesti anni di piombo e ci siamo abituati a considerare le sparatorie e le bombe eventi di normale amministrazione. Nel mio piccolo, mi sono guadagnata un trenta e lode in letteratura inglese per aver assecondato le paranoie del professore di turno che credeva nel Grande Fratello governativo e vi prego di notare che tutto questo avveniva al tempo in cui i telefoni avevano la rotella e Berlusconi era proprietario solo di Canale 5.
 
Recenti studi dimostrano poi che l’angoscia è un sentimento più facile da attivare e più difficile da disattivare della fiducia nel futuro in quanto fa presa su ancestrali meccanismi di autodifesa: è quindi ovvio che noi ci troviamo molto più a nostro agio in uno stato di angoscia permanente, come diceva giusto Orwell che – senza il conforto di studi sociologici avanzati - aveva già previsto tutto questo nel dopoguerra. La bellezza è per noi pensiero debole, ha solo associazioni negative e ci sentiamo colpevoli nell’indulgere in passatempi futili mentre il mondo va a puttane.
 
Ma il mondo va davvero a puttane? Oggettivamente no. Oggettivamente il mondo sta progredendo faticosamente ma abbastanza inesorabilmente verso l’era dell’acquario. La nostra aspettativa di vita è elevatissima, la violenza è ai minimi storici e tutto questo va di pari passo con l’alfabetizzazione e l’istruzione di fasce sempre più ampie della popolazione mondiale, per cui si potrebbe tranquillamente concludere che oggi l’unico nemico da combattere per conquistare il paradiso è l’ignoranza. L’ignoranza si combatte con la bellezza, perché per apprezzare la bellezza occorre avere tempo a disposizione, per avere tempo a disposizione occorre non avere bisogno di occuparsi dei bisogni primari 24/7 e per non doversi occupare dei bisogni primari 24/7 occorre avere un contesto sociale che ci assicuri la soddisfazione di questi bisogni. Tutte queste condizioni oggi sono presenti, ma nessuno ci sta insegnando ad apprezzare la bellezza. Perché?
 
È ovviamente una domanda retorica: ignorance is strength, l’ignoranza del popolo è la forza dei suoi governanti, il terzo paradigma dell’Ingsoc. Gli altri due paradigmi: war is peace, la guerra è pace (nessuna novità, lo dicevano anche i romani: si vis pacem para bellum) e freedom is slavery, la libertà è schiavitù e infatti oggi come ai tempi della mia infanzia siamo schiavi della libera informazione, che ci inchioda davanti a vari schermi nella rincorsa continua all’ultima catastrofe e a poco a poco ci fa credere che il mondo sia fatto solo di disgrazie.
 
Nel 1984 la Apple produsse il famoso spot televisivo in cui una ragazza androgina correva nella platea di iloti a bocca aperta davanti al mega televisore formato schermo cinematografico e lo spaccava con una mazza (grandissima paraculata perché la Apple, come tutte le industrie, non vuole affatto liberare la gente dal grande fratello ma vuole solo spodestare il grande fratello esistente e sostituirsi a questo). Io non voglio spaccare niente, voglio solo cercare la bellezza con tutti i mezzi che ho a disposizione e in tutti i modi che posso. Anche la televisione del Grande Fratello può essere fonte di bellezza: basta guardare Non è mai troppo tardi invece di Ballarò e perfino una trasmissione di puro intrattenimento come quella di Enrico Brignani offre più perle di saggezza di una rissa a Servizio Pubblico o dell’ossessione per i social network di Gazebo.
 
Per trovare la bellezza non occorre andare a Firenze a vedere il David di Michelangelo e gli Uffizi. La bellezza comincia dal parco che anche oggi ho ripulito dalle lattine e dalle cartacce, dal sorriso del bambino a cui ho regalato un giocattolo che Matteo non usa più, dal ringraziamento della mia vicina ottantenne per i biscotti fatti in casa che le ho portato. La bellezza è in tutti gli atti di rispetto per il prossimo che posso realizzare in una giornata qualunque: la bellezza, a differenza dell’angoscia, è tangibile qui e adesso e il futuro si costruisce con quello che facciamo oggi.
 
Voi che cosa avete fatto oggi di bello?
 
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