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 ego... di paola
 
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Sono emigrata in Olanda per amore quindici anni fa. Nei primi dieci anni ho intrattenuto i miei amici sulle usanze olandesi, poi ho cercato di far loro vedere come sono assurde le vicende italiane viste da qui. Adesso racconto semplicemente quello che mi succede.

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\\ Baci da Tulipland : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 16/02/2014 @ 23:23:23, in diario, linkato 699 volte)
Una delle piccole gioie della mia vita è cucinare piatti sempre più complessi nella mia spaziosa cucina Ikea con l’iPad appeso alla ringhiera dello scaffale delle spezie a tenermi compagnia. A seconda del giorno imposto lo streaming di a) la Bomba (Radio Deejay) b) Che tempo che fa (Rai3) c) un film scelto su Netflix.
Settimana scorsa stavo preparando il curry di pollo allo yogurt e coriandolo mentre in sottofondo Claudio Magris discorreva con Fabio Fazio dei social networks e accusava “la tendenza che tanta parte della nostra cultura spinge ognuno a concentrarsi non sul mondo ma sui propri fegatini, scoprire che una frase detta da una zia cinquant’anni fa ci ha condizionato più di quanto ci abbia condizionato la seconda guerra mondiale o la crisi economica. Questa è la vera impudicizia: mettere in primo piano le nostre piccolezze private.” Questa frase mi ha riattivato un circuito di neuroni e appena messo il pollo a stufare sono corsa a verificare il passaggio di «Va’ dove ti porta il cuore» (Susanna Tamaro, Baldini&Castoldi, 1994): “A te che hai letto la storia di quegli anni soltanto sui libri, che l’hai studiata invece di viverla, sembrerà strano che di tutti i tragici avvenimenti di quel tempo non abbia mai fatto cenno. C’era il fascismo, le leggi razziali, era scoppiata la guerra e io continuavo soltanto a occuparmi delle piccole infelicità personali, dei millimetrici spostamenti della mia anima. Non credere però che il mio atteggiamento fosse eccezionale, al contrario.”
Ecco, avrei voluto ribattere a Claudio Magris e a Fabio Fazio, ecco la semplice verità. Non è impudicizia figlia della nostra cultura: si chiama vita ed è la vita di tutti i milioni di esseri umani che non hanno l’opportunità e l’inclinazione al successo accademico, politico, artistico o anche solo televisivo. Non a tutti è data la possibilità di scegliere se postare su facebook la loro ultima cena al ristorante o pubblicare un saggio sui segreti di stato. Non a molti interessa scrivere un saggio sui segreti di stato e ancor meno ne sarebbero capaci. Infine solo uno di questi riuscirebbe comunque a farlo pubblicare e quindi ad avere la possibilità di essere invitato da Fabio Fazio a parlarne in TV. Il resto del mondo ha solo millimetrici spostamenti della sua anima e piccole (in)felicità personali da raccontare e oggi può usare i social network per raccontarli ad amici e conoscenti geograficamente lontani. Semmai sono i VIP che dovrebbero smettere di usare i social network per prolungare la loro ubiquità logorroica anche in rete e in questo almeno il comportamento del Magri è coerente.
Tornando ai miei millimetri di vita, mi trovo precisamente nella situazione descritta dalla Tamaro. Il 2014 sarà ricordato per una serie di drammatici avvenimenti di cui io sono solo una delle tante spettatrici impotenti. Che cosa posso fare io se Letta è stato esautorato da Renzi? E restando più vicina a casa, che cosa posso fare io se Plasterk (lo so che non sapete chi è, ma qui è sulle prime pagine di tutti i giornali da una settimana) decide di non dimettersi nonostante il furore dell’opposizione e perfino del suo stesso partito? In questo momento la mia vita fa il pendolo tra le grane che mi devo smazzare in ufficio e il CITO toets (vedi B.T.S.) di mio figlio che deciderà del suo futuro accademico. Questa settimana sono stata a visitare quattro scuole superiori, ho parlato con un numero imprecisato di genitori e insegnanti fino a farmi venire il mal di testa e ho passato le notti sul laptop a sfornare una strategia dietro l’altra per rispettare scadenze imposte da clienti a cui francamente non gliene può fregar di meno dei miei problemi privati. Matteo è come al solito impenetrabile e il CITO ha 50% di probabilità di essere un successo o un disastro. Il giudizio degli insegnanti gli preclude comunque già la strada che porta all’università e solo una prestazione accademica eccezionale nel primo anno di scuola superiore (brugklas = classe-ponte) la può riaprire. Secondo il vikingo ci sono più probabilità che il famoso cammello passi per la cruna del famoso ago e il mio orgoglio materno deve arrendersi all’evidenza che mio figlio è ancora più interessato a Clash of Clans che alla storia medievale, anche se in questa settimana mi ha stupito con tre effetti speciali, già diligentemente condivisi su facebook.
Al rientro della seconda giornata di CITO: “E’andata bene, meglio di ieri. Ho cominciato a capire come funziona il meccanismo: sono sereno.” Per la cronaca, nello stesso giorno Poetin abbracciava un’orripilata e impotente Irene Wust, pattinatrice olandese vincitrice dell’oro nei 3000 metri, Renzi diceva a Letta di star sereno e Plasterk scampava per una manciata di voti alla mozione di sfiducia dell’opposizione sull’affaire NSA.
Alla lettura della notizia che gli olandesi rinunciano ai gioielli e agli orologi per comperarsi l’ultimo modello di iPhone: “Anch’io sto risparmiando per comperarmi un laptop.” Alla mia domanda del perché avesse bisogno di un laptop, giacché possiede ben un PC e un iPhone e può usare il mio iPad anche a scuola, ha ribattuto: “Perché quando vado ad abitare da solo mica posso portarmi dietro il PC: devo avere un portatile.” Il vikingo ha alzato gli occhi dal giornale per puntualizzare che gli avremmo permesso di traslocare solo al termine della scuola superiore, cioè fra sei anni, non al termine della scuola elementare, cioè fra sei mesi e il pargolo ha alzato gli occhi al cielo come tutti gli adolescenti di tutti i secoli passati e ha detto: “Duh! Lo so, è per questo che comincio a mettere via i soldi adesso, hai idea di quanto costa un laptop?” e a questo punto nessuno di noi ha avuto più niente da dire. Per la cronaca, nello stesso giorno il governo-Letta cadeva, le ferrovie statali olandesi annunciavano il primo bilancio negativo in 20 anni e l’Olanda usciva ufficialmente dalla recessione con una crescita del PIL di 0,7% nel 4 trimestre.  
E infine, tornato da scuola, ha mollato la cartella per terra e ha annunciato: “Vado a giocare da Maxim, a che ora devo essere a casa?” Poi è rimontato in sella alla bicicletta ed è sparito dietro l’angolo della nostra strada per affrontare il mondo senza la mia protezione. Con la gola secca e la testa in fiamme ho acceso l’iPad e ho seguito il suo cammino verso la libertà con la funzione “Find my iPhone”. Impudica? Ai posteri l’ardua sentenza.
 
Di paola (del 02/02/2014 @ 14:44:44, in diario, linkato 771 volte)
Tra le molte riflessioni che le parole del deputato grillino De Rosa alle parlamentari piddine mi hanno suscitato, la più profonda e spassionata è stata l'analisi della mia carriera. Ho detto spesso, anche dalle pagine di questo diario, che mi ritengo una ragazza molto fortunata in quanto nata nell'ultimo anno del baby boom e quindi inconsapevole beneficiaria del boom economico degli anni sessanta e delle conquiste femministe degli anni settanta: due concetti che oggi suonano esotici ma che sono stati l'imprinting della mia generazione.
 
Ho fatto carriera esclusivamente grazie alle mie abilità intellettuali e ad un clima sociale favorevole (sia pure controvoglia) all'emancipazione femminile. Per parafrasare John Prentice in Indovina chi viene a cena, ho sempre avuto l'impressione che tutti si sentissero in dovere di aiutarmi a far carriera per dimostrare di non essere sessisti. Fino ad un certo punto naturalmente, perché ogni donna prima o poi si trova a fare i conti con quello che nel mondo anglosassone viene chiamato il soffitto di cristallo. Ebbene, ogni volta che ho sbattuto contro il soffitto di cristallo ho fatto un passo indietro. Non ho mai rinunciato alla mia - peraltro già scarsa di natura - femminilità e ho preferito lottare per il diritto alla mia dignità di donna, moglie e madre piuttosto che avere un posto nel consiglio d'amministrazione.
 
Detto questo però, va anche detto che non sarei mai potuta arrivare dove sono oggi senza essere emigrata. In Italia infatti ho sempre fatto pochissima carriera, semmai sono stata frenata e sabotata in tutti i possibili modi dal gotha della dirigenza maschile ed è solo grazie alla decisione del tutto fortuita di accettare un posto di lavoro all'headquarter londinese dell'agenzia in cui languivo che la mia vita ha avuto una svolta positiva. Non che a Londra siano meno sessisti che a Milano, per carità, ma gli anglosassoni hanno almeno il merito di essere decisamente meno maschilisti e patriarcali degli italiani e mi spiego con alcuni esempi.
 
Nella mia vita professionale italiana sono stata chiamata fica secca da un amministratore delegato a cui evidentemente non andava giù il fatto che fossi totalmente immune al suo fascino, sono stata avvertita più volte che se non fossi stata accondiscendente con un certo direttore servizio clienti la mia carriera ne avrebbe risentito, ho dovuto parare con una diplomazia di cui non sapevo di essere capace le avances molto eloquenti di un altro amministratore delegato alle feste aziendali e infine ho dovuto subire l'umiliazione di sentirmi dire da un direttore creativo in presenza di altri colleghi: "Se ti piace la Mercedes classe A ne possiamo parlare, secondo me te la meriti." Il tutto condito dal noto sguardo lascivo che ti spoglia e valuta consistenza e dimensioni dei tuoi organi riproduttivi.
 
Episodi di questo genere, del tutto normali in Italia, sono impensabili nei paesi anglosassoni. Nei paesi anglosassoni i maschi preferiscono sicuramente una donna che mette la famiglia prima del lavoro e fanno copiose battute sull'intelligenza inferiore delle biondine, ma nessun maschio anglosassone civilizzato si permetterebbe mai di proporre prestazioni sessuali in cambio di avanzamenti di carriera: una tale pratica sarebbe giudicata degradante e indegna, oltre che avere possibili conseguenze penali in quanto nelle aziende anglosassoni vige il reato di sexual harassment. Quindi se il direttore creativo di cui sopra si fosse trovato qui anziché a Milano, io lo avrei potuto tranquillamente denunciare per sexual harassment all'ufficio personale, forte della testimonianza dei miei colleghi, e il suddetto sarebbe stato ufficialmente ripreso dalla direzione se non addirittura licenziato. Un consigliere comunale del PvdA (partito laburista) di Nijmegen, scoperto nel parcheggio a farsi soddisfare oralmente da una collega del VVD (partito liberale) è stato costretto a dare le dimissioni e a lasciare la città. Un consigliere comunale di Wassenaar che durante una festa, completamente ubriaco, ha minacciato una collega di darle una lezione con i suoi venti centimetri di frusta (o parole di questo genere) è stato puntualmente denunciato ed è sotto processo.
 
A questo punto riportiamo le parole di De Rosa nel contesto. Inutile dire che in un contesto parlamentare anglosassone un deputato di qualsivoglia natura politica mai e poi mai si sarebbe permesso di profferire tali parole, forse nemmeno di pensarle, ma certamente non di esprimere il concetto in quei termini. Nella malaugurata ipotesi - che resta un'ipotesi del tutto teorica - che le parole gli siano potute sfuggire dalla bocca in un momento di particolare frustrazione, sarebbe seguito un massacro mediatico di proporzioni bibliche che avrebbe portato alle sue dimissioni fulminee e ad un processo penale. La deputata oggetto dell'insulto si sarebbe trovata in un quadrato di protezione formato da tutti gli altri deputati, soprattutto maschi, e mai e poi mai avrebbe risposto con una battuta sarcastica sdrammatizzando l'accaduto.
 
E questo, si badi bene, senza nemmeno considerare la veridicità delle parole pronunciate, perché in tutti i paesi anglosassoni la forma ha un'importanza assoluta rispetto al contenuto, come ho potuto ampiamente sperimentare sulla mia pelle. Già il solo fatto di essere di sesso femminile ed emigrata da un paese mediterraneo è un notevole handicap di partenza che devo compensare con prestazioni intellettuali di gran lunga superiori alle prestazioni ottimali di un maschio autoctono. Passati i mesi in cui stavo seguendo un corso per imparare l'olandese, non mi è stato più fatto alcuno sconto linguistico, per cui ho sempre dovuto prestare un'attenzione spasmodica alle parole che uso e nessuno si mostra minimamente comprensivo del fatto che non sono madrelingua, quindi che a volte mi possono mancare le sottigliezze semantiche per dibattere al livello richiesto: cazzi miei, per dirla all'italiana. Ultimamente perfino i miei difetti di pronuncia vengono sottolineati con una persistenza che mi fa capire come anche il periodo di saldi sull'accento esotico sia finito. In poche parole, qui ci si aspetta che se vuoi fare la dirigente aziendale rispetti le regole e il codice della dirigenza aziendale olandese, altrimenti puoi pure tornare a fare la casalinga marocchina: a lei si richiede solo che sappia esprimersi in olandese a livello di sopravvivenza, lo stesso livello che veniva richiesto negli anni trenta del secolo scorso a mia nonna, sposina ventenne emigrata da un paesino del napoletano nell'inospitale clima bergamasco, con il solo bagaglio culturale di una licenza di quinta elementare. Non a caso mia nonna è l'unica in famiglia che ha sempre parlato un perfetto italiano da radio RAI del dopoguerra con un vaghissimo accento toscano, senza mai abbandonarsi ad alcuna espressione dialettale: mi ha detto semplicemente che un minimo segno di accento napoletano era sufficiente per non essere servita nei negozi in cui doveva andare a fare la spesa.
 
Ripenso spesso a mia nonna, soprattutto in questi tempi turbolenti e confusi. Ripenso alle battaglie che ha dovuto condurre per essere rispettata e lasciata in pace (accettata mai) nella società borghese bergamasca del secolo scorso. Penso con affetto alla fatica con cui giorno dopo giorno si è adattata agli usi e ai costumi di un popolo barbaro, ai lunghi inverni freddi, alle brevi estate appena tiepide, alla mancanza dell'abbraccio caldo della sua famiglia e della sua terra d'origine. La sua vita è l'immagine della vita di tutte le donne che decidono di fare carriera senza accettare compromessi degradanti e so che se mia nonna fosse viva oggi non avrebbe parole di comprensione per il linguaggio di De Rosa e dei suoi colleghi di partito. Come non ne ho io.
 
 
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