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 ego... di paola
 
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In equilibrio su un filo di seta è una storia di donne. Donne che non cercano guai ma che ne trovano a pacchi. Donne in cerca di se stesse e di un significato per la loro vita sempre più vuota e allo stesso tempo sempre più frenetica. Donne idealiste, donne materialiste, madonne, angeli, streghe e puttane.

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\\ Baci da Tulipland : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 23/11/2013 @ 11:11:11, in diario, linkato 1593 volte)
Mentre impacchettavo i regali per il 5 dicembre ieri sera mi sorprendevo a riconsiderare l’intera discussione sugli Zwarte Pieten, discussione che finora mi aveva solo superficialmente irritato e fornito numerose occasioni di esercitare il turpiloquio per cui vado internazionalmente famosa nei confronti della sedicente rappresentante dell’ONU (subito smentita dalla stessa ONU) che, con un’altamente faziosa analisi della festa di Sinterklaas in Olanda, ha scatenato una valanga di polemiche con i toni da stadio che contraddistinguono la comunicazione mediatica del nostro secolo. Finita la bagarre mediatica con la cronaca dell’approdo tranquillo e pacifico del Sint a Groningen, la mia mente si è liberata dall’odio e ho potuto analizzare spassionatamente questa innocente festa per bambini nell’ottica razzista.
Avendo vissuto il fenomeno Sinterklaas da emigrata adulta e quindi priva di ogni riferimento o imprinting culturale, non posso che testimoniare a favore della sua innocenza e ribadire il fatto incontestabile che nessun bambino in Olanda associa spontaneamente gli Zwarte Pieten agli schiavi neri del XVII secolo. Per arrivare a questa associazione bisogna aver come minimo studiato la storia degli usi e costumi della società olandese ai tempi della VOC, materia che nell’attuale sistema scolastico olandese è appannaggio di pochi eletti e sicuramente non viene impartita prima che la sospensione di incredulità dei bambini nei confronti del Sint sia stata pragmaticamente interrotta da solerti insegnati e genitori all’età di nove anni in occasione dell’ingresso nel groep 6 (quarta elementare).
Posso testimoniare al contrario che i bambini ai quali la ricorrenza è dedicata vivono gli Zwarte Pieten come eroi positivi e fonte di pura adorazione, tanto che la massima aspirazione di ogni bambino dai due anni in su è quella di diventare aiutante di Sinterklaas e i negozi di giocattoli vendono all’uopo in questo periodo una quantità inimmaginabile di costumi da Piet. Tutti i bambini hanno nel guardaroba infantile il caratteristico cappello con la piuma se non addirittura la divisa regolamentare da paggetto del XVII secolo con tanto di orecchino alla creola, parrucca nera riccia e magari anche il make-up nero (si noti bene: non testa di moro ma proprio nero). Nel programma scolastico della scuola materna e elementare di novembre è previsto un corso di ginnastica particolare al termine del quale il bambino orgogliosissimo riceve un diploma da Piet a testimonianza della sua capacità di camminare sui tetti e infilarsi nei camini.
Ma - e questo è il punto – questo vissuto è frutto di un paziente e costante adattamento della tradizione originale, che è effettivamente molto crudele e razzista, alle convenzioni della nostra società attuale. La legge che vieta in Olanda ogni riferimento alle espressioni «negro»  o «nero» è di questo secolo: nel 2007 è stato cambiato per legge il nome dei dolci al cioccolato conosciuti come Negerzoenen e la televisione di stato ha smesso di usare il termine Zwarte Piet a favore del neutrale Piet. Nel 2009 sono state bandite tutte le canzoncine che fanno riferimento alla frusta con cui il Sint originariamente picchiava i bambini cattivi, mentre il sacco in cui l’originale Zwarte Piet metteva i bambini cattivi per portarli in Spagna era stato convertito nel sacco in cui gli attuali Pieten mettono i regali la notte del 5 dicembre prima della mia emigrazione ed è quindi probabilmente l’unica modifica che risale al secolo scorso. Infine è del 2010 la discussione sulla mitra del Sint che, con la presenza della croce, discriminerebbe credenti di religione diversa dal cristianesimo e questa ha portato alla modifica della divisa ufficiale: oggi la croce sulla mitra è solo una decorazione di passamaneria.
La polemica di quest’anno se non altro è servita a modificare il protocollo comportamentale dei Pieten: è fatto specifico divieto agli aiutanti di Sinterklaas di parlare con accento africano, di fare battute stupide, di fingersi impacciati e di inscenare scenette da slapstick, insomma, di introdurre qualsiasi elemento derogatorio nella loro interpretazione. Inoltre da quest’anno i Pieten non portano più l’orecchino alla creola e il colore rosso acceso delle labbra non travalica le labbra stesse: unito al fatto che il ruolo viene rigorosamente interpretato da adulti ariani dipinti di nero questo dovrebbe evitare ogni possibile riferimento razziale. Se poi spariranno anche i ricci afro dalla parrucca la trasformazione in spazzacamino barocco sarà completa. Intanto i maggiori ospedali infantili hanno annunciato che  ogni effigie dei Pieten sparirà dalle decorazioni stagionali per non turbare la sensibilità dei piccoli pazienti.
E questa è stata la ragione per cui l’intera discussione mi è tornata prepotentemente in mente ieri sera. Ho guardato per la prima volta coscientemente la carta con cui stavo impacchettando i regali e mi sono accorta che l’immagine di Zwarte Piet ivi raffigurata è quanto di più beceramente razzista si possa immaginare: in tutta la parafernalia che si compera in ogni cartoleria e supermercato olandese il tempo si è fermato agli anni cinquanta del secolo scorso. Ho guardato con orrore gli gnomi negroidi con espressioni idiote che costellavano ogni possibile decorazione, dai nastri alle etichette al sacco di juta e ho buttato via tutto. Perché proprio questo è il pericolo del razzismo e io come donna dovrei saperlo bene: che le associazioni sono talmente radicate da diventare invisibili. Non esagero se dico che il razzismo sparirà dalla tradizione di Sinterklaas solo quando ogni singolo negozio olandese sarà liberato dalla carta con cui tutti noi inconsapevolmente incartiamo i regali per i nostri figli, anno dopo anno, perpetrando il pregiudizio e favorendo fin dalla più tenera infanzia le associazioni subliminali che li accompagneranno tutta la vita.
 
Di paola (del 10/11/2013 @ 17:17:17, in diario, linkato 1046 volte)
Adesso che il vikingo non lavora più a Veeneendaal il venerdì, abbiamo preso questa bella abitudine di andare insieme a pranzo in uno dei numerosi caffè studenteschi per i quali Nijmegen va giustamente famosa e tra un'insalata e un cappuccino ci sforziamo di virare la conversazione su argomenti meno mondani della lavatrice da riparare e della prossima rata di tasse da pagare. Data la nostra natura romantica e idealista scivoliamo molto presto lungo il piano inclinato dell'etica e solo la consapevolezza di dover essere a casa prima del pargolo di ritorno dalla scuola ci fa arrestare prima della metafisica.
 
Uno dei nostri argomenti preferiti - o più accuratamente la nostra personale ossessione - è il modo in cui noi, inteso come nucleo familiare consistente in due adulti, un minorenne e due gatti, possiamo contribuire a fare del mondo un posto migliore in cui vivere e far diventare maggiorenne il frutto dei nostri cromosomi combinati. Quello che mi affascina sempre di queste conversazioni è la constatazione continua che le nostre differenze culturali sono azzerate dall'imprinting contadino-cattolico che ci accomuna: un imprinting risalente alla generazione dei nostri nonni, ma non per questo meno radicato. Un imprinting che ci fa stare saldamente coi piedi per terra, che ci obbliga moralmente a rispettare la legge anche quando questa non è a nostro vantaggio, che ci impedisce di vivere al di sopra delle nostre possibilità, che ci ha finora protetto dalle sirene del consumismo, del populismo e di tutti gli altri ismi della turbolenta società di inizio millennio.
 
Abbiamo quindi cominciato a fare l'elenco di tutte le azioni consapevoli che abbiamo intrapreso da quando siamo insieme per minimizzare il nostro impatto ambientale e massimizzare il nostro impatto sociale e siamo arrivati, prima che il caffè fosse servito, alla sconsolante conclusione che la nostra sfera d'influenza si fa ogni giorno sempre più piccola. Peggio ancora, la complessità esponenziale in cui la società dell'economia globale ci ha lanciato ci paralizza in un perenne senso di colpa e stato di impotenza. Siamo diventati paperless per salvaguardare la rainforest ma veniamo ora informati che il nostro smodato consumo di elettronica è la prima causa delle guerre civili in Africa e delle penose condizioni di lavoro dei minorenni in Cina. La nostra richiesta di prodotti biologici viene additata come causa primaria delle frodi alimentari cui i produttori si sentono costretti per venire incontro a una domanda crescente a cui non possono far fronte nel breve periodo e la nostra pervicace rinuncia al consumo ipertrofico di beni usa-e-getta è la causa della crisi economica globale. Già mi vedo in un futuro non lontano venire accusata dell'aumento del cancro alla pelle attraverso l'installazione di pannelli solari sul tetto e se questo vi sembra assurdo, pensate solo che il crollo dell'industria automobilistica e la richiesta crescente di servizi di trasporto pubblici vengono considerati sintomi preoccupanti della crisi economica anziché un segnale di svolta positivo nelle emissioni di gas tossici e nella dipendenza dai combustibili fossili.
 
Come se non bastasse, non ci è più nemmeno chiaro se sia meglio che lavoriamo fino a 70 anni per non pesare sulle generazioni future con le nostre esose richieste pensionistiche oppure che ci togliamo il prima possibile dal mercato del lavoro per garantire l'occupazione giovanile. Ci siamo spinti in pensieri eversivi come l'eutanasia del modello Kevorkian e il controllo delle nascite del modello cinese e qui abbiamo dovuto constatare che perfino in Olanda la tendenza è diventata quella di prolungare la vita a qualsiasi costo e di impedire la morte anche a chi la chiede a gran voce, in nome di un conclamato diritto alla vita che è stato subdolamente trasformato in un dovere.
 
Abbiamo concluso che la società in cui viviamo è riuscita a trasformare in doveri tutti i diritti per cui abbiamo lottato nel secolo scorso e questo adesso ci impedisce non solo di decidere se vivere male a lungo o morire presto e senza soffrire, ma anche di definire il bene e il male.
 
Poi si è fatto tardi e abbiamo pagato il conto.
 
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