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 ego... di paola
 
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In equilibrio su un filo di seta è una storia di donne. Donne che non cercano guai ma che ne trovano a pacchi. Donne in cerca di se stesse e di un significato per la loro vita sempre più vuota e allo stesso tempo sempre più frenetica. Donne idealiste, donne materialiste, madonne, angeli, streghe e puttane.

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\\ Baci da Tulipland : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 16/06/2013 @ 19:19:19, in diario, linkato 813 volte)
Nelle immortali parole dell'ex zarina Maria Feodorovna, nonna di Anastasia nell'omonimo film del 1956, ho raggiunto l'età per cui sesso dovrebbe significare esclusivamente genere. Invece mi trovo da qualche giorno a compiere una riflessione sul sesso inteso come scambio di fluidi e altro materiale organico tra due persone di genere opposto: l'unica forma di sesso che conosco e di cui mi sento autorizzata a parlare.
 
La riflessione è iniziata su un virtuale lettino terapeutico, quando la psicologa incaricata di fornire una diagnosi alla mia stanchezza e insonnia cronica dell'ultimo anno mi ha fatto il terzo grado sul mio curriculum sentimental-sessuale. Non ho mai avuto problemi a parlare di sesso; questa volta però potevo leggere sul viso della giovane dottoressa (deve avere al massimo 35 anni) espressioni che spaziavano dall'incredulità all'orrore e siccome non credo di aver avuto una vita sessuale particolarmente fuori dagli standard della mia generazione - anzi, semmai il contrario - mi sono sentita in dovere di interrompere lo stream of consciousness con una didascalia a beneficio delle nuove generazioni, ovvero, che tutto quello che le stavo raccontando doveva essere visto nello Zeitgeist degli anni settanta, di cui io ero una degli ultimi rappresentanti. Al che la dottoressa, visibilmente sollevata, ha commentato: "E' vero: a quei tempi si era tenute ad essere facili."
 
Il suo commento mi ha lasciato interdetta per un paio di secondi, abbastanza per consentirle di passare alla domanda successiva e, siccome eravamo a fine seduta, me ne sono andata albergando nel subconscio un fiocco di disagio che nel corso dei giorni si è trasformato in una valanga. Perché sono stata chiamata molte cose nella mia vita, ma donna facile proprio mai, nemmeno quando - per usare l'espressione in voga all'epoca - prima si scopava e poi si facevano le presentazioni: "Come hai detto che ti chiami?" da Saturday Night Fever resterà la battuta emblematica della nostra generazione. Ho potuto quindi misurare la distanza abissale tra la mia generazione, fresca di lotte femministe, e la generazione delle nuove principesse Disney di cui Peggy Orenstein, femminista americana contemporanea di Erica Jong, parla nella sua pessimistica opera Cinderella ate my daughter, che a mio modesto parere dovrebbe essere lettura obbligatoria nelle scuole medie. Mi pare arrivato il momento di chiedersi come si sia potuti arrivare al nuovo puritanesimo che mi bolla come una vittima dell'obbligo di darla via e mi pare che sia doveroso cercare di far capire alle ragazze, che oggi si fanno supinamente trattare alternativamente da schiave o da puttane da maschi(listi) sempre più radicali, come era inebriante per noi poter fare sesso con chiunque, in qualunque momento e in qualunque modo si volesse, senza per questo dover mettere in questione la nostra dignità e autostima.
 
Certo, anche durante la mia gioventù c'erano ragazze che si sentivano in dovere di darla via per essere considerate parte del gruppo: la stupidità è una costante in tutte le generazioni. E c'erano quelle che invece la centellinavano per ottenere il massimo profitto materiale da ogni prestazione: la prostituzione è il mestiere più antico del mondo. La maggioranza più o meno silenziosa invece, grazie alla rivoluzione sessuale, godeva di una libertà e di un'autonomia di scelta che probabilmente resterà unica nella storia del XX secolo. Adesso invece mi pare di capire che in Italia i maschi si sentano in diritto di picchiare e uccidere le donne come noi, cioè quelle che pretendono di poter decidere della loro vita sentimental-sessuale in autonomia. E mi pare di capire che questo diritto derivi dal fatto che questi maschi si sentano protetti da una certezza nuova e antica: la certezza di poter contare sulla complicità della società maschile e sulla sottomissione della società femminile contemporanea. Fino ad ora ero convinta che questo fosse un retaggio della cultura patriarcale mediterranea strenuamente difesa dalla lobby vaticana, ma le parole della psicologa locale, unite a tanti altri segnali più o meno sottili nel paese che mi ospita, mi fanno pensare che il movimento restauratore sia molto più ampio, transnazionale e generazionale.
 
Non a caso, Peggy Orenstein distribuisce equamente le responsabilità tra uomini e donne americani emancipati e culturalmente progrediti: l'aspetto più inquietante di questa cultura conservatrice non è tanto la risorta violenza maschile, quanto la passività femminile, che sembra accettare e validare i comportamenti più vetero-puritani. L'analisi della Orenstein è più o meno condivisibile, ma sicuramente vale la pena di chiedersi perché le donne collettivamente sembrino aver rinunciato a lottare per i propri diritti e addirittura per quelli delle proprie figlie.
Che molte donne della mia generazione si siano ritirate su posizioni conservatrici perché la libertà sessuale le ha gettate nello sconforto e nella confusione, posso ancora arrivare a concepirlo: vale a dire che lo accetto come dato di fatto senza capirlo e cercando di giudicarlo il meno possibile, ma che le madri della mia generazione non abbiano educato le figlie a difendersi dal maschilismo di ritorno è semplicemente criminale.
 
Voglio dire, tra i tanti nomi che mi sono stati affibbiati, castrante è stato senz'altro il più ricorrente: le donne della mia generazione sono spesso state accusate di intimidire i poveri maschietti indifesi, nonché di essere la causa della confusione d'identità degli stessi. Sarà pure così (e francamente chissenefrega), io ricordo invece che la mia determinazione e fermezza è stata l'arma antistupro più potente e ha tenuto alla larga tutti i maschi indesiderati. Ma c'era di più. Nel decennio in cui sono stata giovane e single sapevo di poter contare sulla tacita solidarietà dell'universo femminile a me coetaneo; a quanto pare è proprio questa solidarietà che è venuta a mancare. Nel secolo scorso nessuna psicologa si sarebbe permessa di marcare un (passato) comportamento sessuale consapevolmente libero e aperto come meretricio; questo era appannaggio esclusivo delle madri nate prima della guerra, non ancora emancipate o sufficientemente acculturate e per questo impietosamente emarginate dall'onda impetuosa delle giovani donne che reclamavano il diritto di poter decidere del loro destino. Chi si ricorda l'inno "Tremate, tremate, le streghe son tornate"? Dove sono le streghe oggi? Peggy Orenstein direbbe che sono state avvelenate dalle principesse. Principesse senza amiche e con un solo obiettivo nella vita: trovare il principe azzurro, aggiudicarselo a gomitate e sgambetti e vivere per sempre felici e contente, relegate nel gineceo da cui le loro madri a fatica erano riuscite a uscire.
 
Come abbiamo potuto permettere che questo accadesse?
 
In ogni caso le parole della mia psicologa sono contrarie all'etica professionale e da denuncia all'albo, denuncia che sicuramente sporgerò se alla prossima seduta non avrò le scuse della sopraddetta: questa strega è ancora in servizio.
 
(articoli correlati: retrofemminismo e madri seriali)
 
Di paola (del 09/06/2013 @ 23:23:23, in diario, linkato 2010 volte)
Da quando mi onoro di annoverare le ferrovie nazionali olandesi tra gli stimati clienti della ditta che mi passa lo stipendio grazie al quale - fra le altre cose - vi intrattengo, mi è fatto esplicito divieto per contratto di esprimere opinioni men che lusinghiere sul cliente in questione e sui prodotti e servizi da esso erogati, pena il licenziamento in tronco. Ai fini legali dichiaro pertanto che questo articolo si propone esclusivamente di denunciare la scarsa professionalità della AnsaldoBreda, che ha sabotato il servizio internazionale ad alta velocità tra Amsterdam e Bruxelles, cooperazione tra le ferrovie nazionali olandesi e belghe, con la fornitura di un prodotto non corrispondente agli standard richiesti e disonorando ripetutamente i termini del contratto. Dichiaro altresì che mi limito in questa sede a tradurre e riassumere gli articoli pubblicati dalla stampa olandese, in particolare dal quotidiano a cui sono abbonata (NRC Handelsblad), la cui reputazione di obiettività e rigore giornalistico è nota.
 
Giacché la stampa italiana non dà il minimo spazio a quello che qui occupa le prime pagine dei quotidiani da dicembre e nelle ultime settimane anche gran parte delle pagine oltre la prima, vi aggiorno stringatamente, utilizzando all'uopo il testo della conferenza stampa di Marc Deschemaeker (CEO delle ferrovie Belghe) del 31 maggio u.s.
 
Addì 20 maggio dell'anno del signore 2004, a seguito di apposita gara d'appalto, i vertici congiunti delle ferrovie nazionali belghe e olandesi ordinarono a AnsaldoBreda la costruzione e la consegna di 19 treni V250 (denominati Fyra) che avrebbero dovuto garantire il servizio giornaliero sulla linea ad alta velocità tra Amsterdam e Bruxelles. Di questi, 3 sarebbero stati presi in gestione dalle ferrovie belghe e 16 dalle ferrovie olandesi. Il contratto prevedeva la consegna dei treni nel corso del 2007, di fatto i primi nove treni sono stati consegnati solo nel corso del 2012 e il servizio ai viaggiatori è potuto iniziare ufficialmente solo il 9 dicembre 2012. Nel corso del primo mese di servizio si sono verificati tanti e tali malfunzionamenti da costringere le ferrovie belghe e olandesi a sospendere l'utilizzo dei treni e ripristinare il servizio intercity antecedente. Il 24 gennaio l'AnsaldoBreda è stata ufficialmente richiesta di risolvere i problemi tecnici entro tre mesi. Da allora decine di tecnici dell'AnsaldoBreda si sono trasferiti a Watergraafsmeer, presso Amsterdam, ma dopo quattro mesi di lavoro non sono ancora in grado di risolvere i problemi, definiti dal direttore dell'AnsaldoBreda Giuseppe Marino in una conferenza stampa alla fine di gennaio "perfettamente risolvibili in poche settimane" (visto coi miei occhi e sentito con le mie orecchie - n.d.a.).
 
In conclusione, dopo sei anni di ritardo, l'AnsaldoBreda non è stata in grado di consegnare un solo treno in grado di espletare le funzioni per il quale era stato acquistato e questa è la ragione per cui le ferrovie belghe hanno deciso di terminare il contratto addì 31 maggio 2013. Analoga decisone delle ferrovie olandesi è seguita a ruota, ratificata dal ministero dei trasporti tra il 4 e il 6 giugno. Nello stesso periodo è stata istituita un'inchiesta parlamentare allo scopo di stabilire come sia stato possibile affidare l'incarico ad un produttore la cui esperienza nel settore non è mai stata brillante, come testimoniano i casi della California e della Danimarca, dove treni dello stesso produttore hanno avuto analoghi problemi tecnici.
Per i curiosi specifico che i problemi tecnici spaziano da portiere che si bloccano o si staccano, a infiltrazione di acqua e neve nelle condutture elettriche mal schermate, a cavi insufficientemente protetti che vengono rapidamente erosi dal naturale movimento del treno, alla ruggine su lastre di lamiera, che si staccano dalla base e dal tetto al raggiungimento della velocità di crociera di 250 km/h. Il rapporto tecnico è una galleria di orrori la cui lettura sconsiglio a chi come me dipende dal buon funzionamento dei treni per recarsi quotidianamente al lavoro e a casa.
 
Al di là di ogni considerazione ovvia per qualunque italiano medio che abbia una superficiale conoscenza delle meccaniche che regolano gli appalti delle grandi opere pubbliche, mi voglio soffermare sul fatto che, da qualunque parte lo si voglia prendere, l'affaire-Fyra non può essere considerato altro che una debacle del sistema politico-economico in cui viviamo: un sistema che da decenni non ha più come obiettivo il servizio ai cittadini, ma logiche di profitto a beneficio di singoli individui e specifici enti pubblico-privati. L'analisi fornita in questi giorni dal NRC Handelsblad è impietosa quanto corretta ai limiti del rigore scientifico. Non è tanto importante sapere se e chi ha preso soldi da chi, quanto constatare che ancora una volta l'applicazione pratica di teorie economiche in voga negli anni novanta ha portato a decisioni funeste le cui conseguenze stiamo pagando tutti oggi.
 
Come scrive Tom-Jan Meeus a pagina 15 del NRC Handelsblad dell'8 giugno scorso, le radici del problema affondano nel 1993 e cioè all'epoca in cui sono state varate tutte le privatizzazioni degli enti statali in base alla convinzione assoluta che la privatizzazione avrebbe favorito la qualità del servizio. Oggi sappiamo che tutto quello che la privatizzazione ha portato - salvo pochissime eccezioni - è una crescita esponenziale dei costi dei servizi per i cittadini senza alcun incremento della qualità, anzi, generalmente si assiste ad un livellamento verso il basso della qualità del servizio privatizzato in nome del profitto e dell'utile per gli azionisti. In particolare, tornando al caso Fyra, ha fatto sì che le ferrovie nazionali abbiano pagato al gestore dell'infrastruttura un prezzo astronomico per la concessione della linea ad alta velocità, il che inevitabilmente ha portato a dover risparmiare sulla materia prima e cioè sui treni stessi.
 
In base al ragionamento del Meeus, se le ferrovie nazionali non fossero state costrette a pagare la concessione al gestore della rete - in quanto ente pubblico e gestore dell'infrastruttura come parte integrante del servizio - ci sarebbe stato denaro a sufficienza per acquistare i treni migliori - presumibilmente i Thalys francesi - e non i meno cari, cioè quelli offerti dall'AnsaldoBreda.
 
Qui invece mi permetto di dissentire, nel pieno rispetto delle opinioni e dei fatti. Nel 1993 non ero in Olanda e quindi non conosco le motivazioni per le quali oltre a privatizzare le ferrovie, la gestione dell'infrastruttura sia stata separata dalla gestione del servizio, ma azzardo l'ipotesi che ciò sia stato fatto per consentire a gestori di servizio alternativi di poter fruire dell'infrastruttura, come già è avvenuto con successo nel caso della telefonia. Nel caso dell'alta velocità quindi, azzardo l'ipotesi che il gestore dell'infrastruttura, liberato dall'obbligo di interloquire con un unico gestore di servizio, avrebbe potuto e dovuto dare l'appalto della linea Amsterdam-Bruxelles a chi garantisse il miglior servizio possibile - presumibilmente le ferrovie nazionali francesi, che hanno una provata esperienza in fatto di alta velocità in patria. Il fatto stesso che le ferrovie olandesi hanno dovuto svenarsi per ottenere l'appalto del servizio senza nemmeno possedere un treno che potesse percorrere la tratta, sposta l'intero oggetto del contendere. La mia modestissima e personalissima opinione è che se un'inchiesta parlamentare debba essere fatta, questa debba concentrarsi sul perché le ferrovie olandesi abbiano voluto a tutti i costi l'appalto dell'alta velocità internazionale anziché concentrare le energie sul servizio nazionale e perché il gestore dell'infrastruttura ha preferito affidare il servizio a un gestore sprovvisto di treni e di esperienza anziché ad un gestore provvisto di tutte le possibili qualifiche.
 
Qui mi fermo e lascio ad ognuno trarre le proprie conclusioni. Per la cronaca: gli analisti olandesi sono concordi nell'opinione che l'inchiesta parlamentare non sarà di alcuna utilità e che l'unica soluzione sensata sia di utilizzare i treni Thalys sulla tratta - non ho capito bene se in gestione alle ferrovie olandesi o no, ma non importa.
 
Concludo dichiarando che sono sempre più imbarazzata dalla scarsa professionalità dimostrata da un'azienda italiana e se non fosse che la burocrazia olandese mi sta mettendo a dura prova sulla procedura di naturalizzazione avrei già bruciato il passaporto a scopo dimostrativo.
 
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