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 ego... di paola
 
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In equilibrio su un filo di seta è una storia di donne. Donne che non cercano guai ma che ne trovano a pacchi. Donne in cerca di se stesse e di un significato per la loro vita sempre più vuota e allo stesso tempo sempre più frenetica. Donne idealiste, donne materialiste, madonne, angeli, streghe e puttane.

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\\ Baci da Tulipland : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 17/05/2013 @ 19:19:19, in diario, linkato 1891 volte)

Riprendo la mia relazione della settimana scorsa ben riposata e dotata di tutti i comfort del caso.

Dopo un intervallo lavorativo di tre giorni, siamo ripartiti alla volta di Bergamo, che i miei lettori più affezionati sanno essere la mia città natale: una città da cui sono fuggita appena maggiorenne per raggiungere quella che al tempo credevo sarebbe stata la mia città d'elezione, cioè Milano. Per una come me, che ha girato l'Europa da quando ho potuto legalmente mettere piede in un aereo senza accompagnamento dei genitori, è difficile definire un'origine; se me la chiedono (e credetemi, me la chiedono in continuazione) dico che sono di Milano.

A Milano ho abitato - tanto per non smentirmi - in ben cinque case. La prima non era nemmeno una casa, ma un dormitorio per ragazze gestito dalle suore in piena Brera, che però nel 1982 non era ancora la zona fighetta che è diventata in seguito, ma una versione milanese della Soho londinese, con bar malfamati e molte coppie clandestine di svariate tendenze sessuali che si nascondevano negli angoli bui. Da lì sono scappata insieme alla mia compagna di stanza che aveva trovato un monolocale in un quartiere molto meno affascinante, fortunatamente solo per pochi quanto sofferti mesi, perchè il caso che contraddistingue la mia vita e per questo chiamo destino mi ha fatto bere una birra con una ragazza che aveva due colleghe che stavano cercando una terza coinquilina per condividere l'affitto di un appartamento enorme in uno stabile signorile di via Donatello. E così sono approdata in quella che sarebbe stata la mia casa per due magnifici, intensi e indimenticabili anni mentre intorno a me esplodeva la Milano da bere. E l'ho bevuta, eccome se l'ho bevuta la Milano in cui tutto sembrava possibile, in cui la mattina ti chiedevi se con il buono pasto da duemila lire saresti riuscita a pagare il panino-pranzo al bar e la sera ti rimpinzavi di prosciutto crudo e caviale rosso alla festa di Retequattro al palazzo reale di Monza. La Milano in cui l'industria televisiva ha dato una botta di culo all'industria pubblicitaria e ci ha lanciato tutti nella vita holliwoodiana - almeno - quella che ci sembrava la vita holliwoodiana dopo l'austerity degli anni di piombo: roba da pezzenti a paragone della vita degli operatori della finanza dieci anni dopo, transeat. La Milano del Plastic, dei videobar, della Tecoteca e dell'Odissea 2001, dove ho visto tutti i gruppi della new wave inglese dai Cure ai Virgin Prunes. La mia Milano: quella che mi porterò sempre nel cuore. Purtroppo tutti i bei sogni finiscono presto e da via Donatello sono dovuta emigrare in via Casoretto, il cui unico pregio era quello di essere dietro via Leoncavallo, così in caso di necessità potevo svicolare senza farmi notare quando i concerti diventavano troppo trucidi. Il purgatorio di via Casoretto - sospeso per consentirmi di girare ancora un po' a Londra e Bruxelles - è terminato con l'arrivo del mio nuovo fidanzato, per intenderci, quello che mi ha portato la reliquia del muro di Berlino e che mi ha portato poi a vivere con lui in via Plinio.

Mi scuso per la lunga premessa, ma non saprei come altro descrivere l'emozione che mi lega a Milano. Nella casa di via Plinio, che da due anni non è più mia, ho vissuto ininterrottamente per dieci anni ed è stata fino a poco fa l'unica casa in cui ho vissuto così a lungo. In quella casa ho costruito la mia vita, portando con me solo la mia enorme collezione di dischi e libri che mi ha sempre seguito ovunque e talmente poche altre cose che quando Diana è venuta per la prima volta a trovarmi ha esclamato, nell'ordine: "Ma questa casa è vuota!" e "Ma non hai niente da metterti! Urge andare a fare shopping." Abbiamo fatto shopping selvaggio per dieci anni, perchè intanto la Milano da bere era finita ma l'iperconsumismo era appena cominciato. Così quando nel dicembre 2000 ho fatto le valigie, ho dovuto costatare sconsolata che gli scatoloni a disposizione avrebbero a malapena coperto i libri, i dischi (nel frattempo complementati dai CD), lo stereo, il PC e i vestiti delle ultime tre stagioni. Tutto il resto avrebbe dovuto rimanere nei capienti armadi di via Plinio e solo due anni dopo, quando anche in Olanda le cose si erano stabilizzate, ho potuto dare ordine di portare via i miei vestiti ormai vintage insieme alla mobilia. Dopodichè il mio ex fidanzato, ridotto al ruolo di comproprietario, mi ha annunciato che i traslocatori si erano dimenticati di svuotare il ripiano in alto della libreria, dove ancora soggiornava la mia collezione di Cuore e Frigidaire, più una serie di manuali e testi inerenti al mio lavoro. Al che ho pronunciato le fatidiche parole: "Tienili lì che uno di questi giorni passo a prenderli."

Da quel giorno sono passati altri dieci anni e finalmente settimana scorsa sono andata a rilevare le ultime cose che ancora ricordavano la mia presenza in quella casa. Siamo dovuti calare con l'auto di famiglia dal capiente bagagliaio perchè abbiamo colto l'occasione di rilevare anche il mio corredo, che giaceva da più di trent'anni a casa di mia madre e che mi spettava di diritto dal momento in cui il vikingo ha fatto di me una donna onesta. In verità tengo di più alla mia collezione di Cuore e Frigidaire che al servizio di posate d'argento e alle lenzuola di lino ricamate a mano da mia nonna, che sono stupende ma non sono mai appartenute alla mia vita passata, se non in forma di lunghissime discussioni tra mia madre e mia nonna. Per poter fare entrare quel corredo nella mia vita attuale dovrei andare ad abitare a villa Certosa e francamente non ci penso nemmeno. Le mie amiche italiane - espatriate e non - mi suggeriscono di utilizzare il corredo per gli ospiti, ma forse non si rendono conto che se mi arriva un ospite all'anno è già tanto: basterebbe un solo lenzuolo, una parure di asciugamani e la metà delle posate. Ci penserò: c'è sempre la possibilità che un giorno decida di appendere i GRP al chiodo e apra un bed & breakfast di lusso in campagna.

La spedizione milanese mi ha dato anche modo di consumare due aperitivi in compagnia degli amici storici e di quelli virtuali: è stata come sempre una grande emozione ritrovarsi o incontrarsi per la prima volta e scoprire che si possono continuare i discorsi aperti su facebook come se ci fossimo parlati solo il giorno prima: in questo la rete è veramente imbattibile. Poi a cena nel luogo della memoria per antonomasia: Aimo e Nadia, che già da anni ha compiuto la transizione da ristorante a tempio della memoria culinaria dei fondatori. E' stata insomma una full immersion nel passato con sprazzi di presente che tutti noi abbiamo cercato di ignorare per non rovinare l'atmosfera.

E' stato bello ma faticoso e come sempre sono contenta di essere tornata a casa, dove mi aspettava l'appuntamento al comune per la naturalizzazione. Ma questa ve la racconto la prossima volta.

 
Di paola (del 15/05/2013 @ 23:23:23, in diario, linkato 845 volte)
Sono reduce da una settimana a dir poco frenetica. Colpa delle regole ferree della ditta che mi sponsorizza il pane quotidiano, secondo le quali non posso prendermi le ferie quando voglio ma solo quando è garantita la presenza di un parigrado. Giacchè due parigrado sono a casa col burnout e un terzo è in congedo maternità, quest’anno le mie ferie sono a singhiozzo: tre giorni a Berlino in occasione dell’incoronazione il 30 aprile e tre al paesello natale in occasione dell’ascensione il 9 maggio.
A Berlino siamo andati in treno: cinque e passa ore di noia mortale perché gli intercity su quella tratta non prevedono ne’ wifi ne’ caricabatterie. Non mi è rimasto altro che tornare alla carta stampata, che però non riesce più a donarmi quegli intervalli di straniamento che mi donava prima di diventare un’anziana presbite. Ho fatto del mio meglio per interessarmi alla storia dell’Inghilterra edoardiana e alla guida turistica della città che stavamo per visitare ma ho finito per appisolarmi a Hannover e svegliarmi a Spandau. E da quel momento ho potuto dolorosamente misurare la voragine generazionale che mi separa dal vikingo e da mio figlio.
Sono stata a Berlino solo una volta in precedenza, nel luglio del 1980, a seguito del sorteggio a un programma tipo Erasmus che si proponeva di stringere legami di amicizia tra la Germania e l’Italia. Per quasi un mese, una trentina di studenti di quarta liceo provenienti da tutta Italia sono stati ospiti della Bundesrepublik Deutschland a Wurzburg, con un nutrito programma di visite culturali sulla Weltanschauung tedesca postbellica e una robusta dose di propaganda anticomunista, culminata appunto con la visita a Berlino, di cui ho un ricordo lirico e vividissimo. Ricordo la visita al museo Pergamon che ancora custodisce due delle sette meraviglie del mondo, passando per l´infame Checkpoint Charlie e la sorveglianza DDR talmente esagerata da rasentare la farsa; ricordo il luogo dove fino a vent’anni prima c’era stata Potsdamer Platz, murata, con cinque vie che finivano nel nulla e il commento fanatico della guida: “Abbiamo deciso di non ricostruire questa parte della città: quando il muro cadrà torneremo ad usare queste strade e restaureremo la piazza.”; ricordo le lacrime di un vecchio affacciato alla finestra di una casa murata insieme alle altre ormai vuote, una casa che non era ancora stata sostituita dalle lastre di cemento seriali che sono cadute con tanto fragore solo nove anni dopo; ricordo la Brandenburger Tor, vista da una distanza di sicurezza e di culo, col filo spinato, i sacchi di sabbia e le sentinelle che sembravano SS e invece erano sovietiche. E naturalmente ricordo la Gedächtniskirche, angosciante monumento alla follia umana, con la sua torre spezzata in mezzo alle luminarie avveniristiche della Kurfürstendamm. Di Berlino mi è piaciuto tutto, perfino il muro che allora non era ancora ricoperto da tutti i graffiti che ora lo iconizzano e come tutti gli adolescenti della mia generazione ho guardato a bocca aperta il TG di quel gennaio 1989 quando i lastroni hanno cominciato a cadere e perfino nel delirio di quella serata ho provato una fitta di dolore per la mia gioventù finita. La mia gioventù, fatta di contrapposizioni politiche insanabili, sensi di colpa, martellamento costante dell’atrocity exhibition dell’ultima guerra, permeata dalla certezza granitica che ce ne sarebbe stata una nuova e saremmo tutti morti prima di arrivare a trent’anni, finiva quella sera davanti ai lastroni che cadevano e che aprivano un enorme varco buio entro il quale precipitavano tutte le mie certezze: non sarei morta, non ci sarebbe stata la terza guerra mondiale e il comunismo non sarebbe stata la risposta ai mali del mondo capitalistico.
Di tutto questo non c’era traccia nel viso annoiato di mio figlio e in quello neutro del vikingo mentre il paesaggio di Spandau si trasformava in quello di Charlottenburg e poi di Tiergarten. Lui nell’estate del 1980 giocava a pallone con gli amichetti nel campetto sotto casa dopo aver fatto lo stesso CITO toets di prova che Matteo sta facendo in questi giorni: la Germania divisa, il muro, Berlino erano tutte nozioni scolastiche alquanto prive di significato e l’unica cosa che si ricorda veramente sono i graffiti sui pezzi di muro venduti per cinque fiorini dagli studenti che erano andati a Berlino nel 1989. Io un pezzo di muro da cinque marchi ce l’ho ancora: religiosamente conservato in un cassetto dopo essere stato portato dal mio (allora) futuro fidanzato – che era uno di quegli studenti andati appositamente a Berlino per assistere allo storico evento - e esposto per dieci anni nel nostro salotto a Milano come mia madre espone l’argenteria a casa sua.
Poi, mentre io mi godevo lo spettacolo di una città oscenamente aperta, il vikingo e Matteo aspettavano pazientemente che io finissi di fotografare tutte le reliquie di muro, la Brandenburger Tor da tutti i lati e una Potsdamer Platz integralmente ricostruita e talmente piena di arcologie avveniristiche che la Kurfürstendamm dei miei ricordi diventa Cenerentola al ballo dopo mezzanotte. Per tutti i tre giorni di permanenza non ho fatto altro che ripercorrere i luoghi della memoria diventati attrazioni turistiche ma anche - con l’ironia che è possibile solo a Berlino – ritornati a essere luoghi di due memorie: quella della guerra e quella del dopoguerra. Ho potuto ammirare la meticolosità con cui il percorso del muro è stato inciso in pavé sul cemento con placche commemorative in ottone e lastre originali accuratamente preservate e protette dalle Belle Arti. Ho potuto altresì ammirare la freddezza clinica con cui la sede della Gestapo è stata spianata e riconvertita in un purgatorio di immagini che dimostrano come sia stato possibile trasformare la Repubblica di Weimar nell’incubo nazista in meno di un anno. Io che ho letto la biografia di Hitler scritta da Ian Kershaw in due volumi da 800 pagine cad. mi ero persa questo dettaglio: nella mia mente il nazismo era un processo durato quasi un decennio, invece è stato un processo completato in nove fasi tra il gennaio e il settembre 1933, come chiaramente illustrato dai nove placard della Topgraphie des Terrors che ho pazientemente tradotto in italiano e olandese ad un annoiatissimo Matteo. Infine ho ammirato la cura con cui i simboli di Berlino Est sono stati reintegrati nel paesaggio: dalle Trabant agli Ampelmannen, che ora illuminano anche i semafori della parte ovest oltre che essere diventati oggetto di culto: il mio unico acquisto è stato una custodia iPhone (rigorosamente kitsch) con l’Ampelmann rosso e la Fernsehturm di Alexanderplatz. Matteo invece si è fiondato nel Lego store e al reparto giocattoli della KaDeWe, ha preteso un pomeriggio allo Zoo, una gita in barca e una in pallone e in generale ha staccato gli occhi dal suo iPhone solo per mangiare e dormire. L’unico contributo attivo del vikingo alla gita è stato quello di rendermi edotta del fatto che la traduzione corretta della famosa frase di Kennedy è “sono un krapfen”, per il resto ha subito le mie emozioni senza condividerle e dato che nemmeno il cibo berlinese gli è piaciuto più di tanto, credo che abbia archiviato questa gita sotto le cose che vanno fatte e menomale che l’abbiamo fatta così non ci pensiamo più.
Adesso avrei voluto parlarvi della mia gita nell’altro luogo della memoria che è la combinazione Milano/Bergamo, ma è mezzanotte e vi rimando alla prossima puntata.
 
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