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 ego... di paola
 
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Sono emigrata in Olanda per amore quindici anni fa. Nei primi dieci anni ho intrattenuto i miei amici sulle usanze olandesi, poi ho cercato di far loro vedere come sono assurde le vicende italiane viste da qui. Adesso racconto semplicemente quello che mi succede.

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\\ Baci da Tulipland : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 16/01/2013 @ 23:23:28, in diario, linkato 1122 volte)
Mi son decisa a scrivere questo articolo dopo aver cancellato l’ennesima hate mail anonima sull’articolo «porco cane» del 2009 che ad oggi conta il più alto numero di views (abbassato manualmente perché ero stufa di far manutenzione giornaliera) e di insulti che io abbia mai ricevuto in vita mia. Voglio vedere se i cultori della mela avvelenata battono i cinofili in quanto a fanatismo.
Il mio rapporto con gli iProducts è da sempre controverso. Ho imparato ad usare il PC sul lavoro, era un IBM con sistema operativo DOS, per abitudine son rimasta con Microsoft e non ho ritenuto opportuno esplorare il mondo Apple fino alla comparsa dell’íPod che – sia ben chiaro – è l’invenzione più geniale del XX secolo dopo internet. La sola idea di poter avere a disposizione tutta la mia nutrita discoteca in un jukebox tascabile è semplicemente pari al miglior trip che abbia mai fatto.
Non sono per natura un’early adopter, per cui ho aspettato fino al 2006 per regalarmi il mio primo iPod, che venero sopra ogni altra cosa e che mi ha fedelmente accompagnato 24/7 fino a che non è stramazzato a causa dello spam di upgrades cui la perversa direzione Apple ha sottoposto tutti i modelli classic per incentivare il rinnovo del parco hardware a favore dei nuovi modelli touch. Con moltissima irritazione ho sborsato l’esosa cifra necessaria a procacciarmi il modello più recente – rigorosamente classic, sia pure di terza generazione - e da allora la mia fiducia in San Steve Jobs si è incrinata.
A questo punto apro una parentesi per pregare i miei lettori di astenersi dal consigliarmi di cambiare marca di lettore musicale, perché dopo aver speso i migliori weekend della mia vita nel riversare 650 e passa CD su iTunes, più un migliaio di podcasts tra cui 60 video, non ho assolutamente intenzione di ricominciare tutto daccapo.
Poi Matteo ha preteso un iPhone per il suo decimo compleanno e per incredibile congiuntura astrale il mio smartphone Nokia E73 ha contemporaneamente tirato le cuoia, poche settimane dopo la decisione della direzione di sostituire il parco Blackberry/Nokia con iPhone o HTC Android. Avendo sperimentato la nefanda qualità HTC nel mio impiego precedente, ho subito l’assegnazione di un iPhone e con questo la dotazione Apple della nostra famiglia è triplicata.
Qui apro un’altra parentesi per precisare che se ho passato gioiosamente migliaia di ore nel riversare e ricatalogare amorevolmente la mia collezione musicale su svariati supporti fonetici, dalle cassette per il mio primo Sony Walkman, ai CD, agli MP3 per approdare agli MP4 di iTunes, il mio rapporto con telefoni cellulari, PC e ogni derivato di entrambi è paragonabile a quello che ho con il telefono di casa, il televisore, il frigorifero e la lavatrice: sono tutti elettrodomestici che devono fare il loro lavoro senza rompere le balle, possibilmente schiacciando un solo bottone on/off. Per questo sono fedele a Nokia dal 2000: i telefoni cellulari Nokia sono i migliori del mondo, o meglio, lo erano fino al momento in cui la direzione della Nokia ha smesso di innovare e si è messa a rincorrere la Apple.
Insomma, di punto in bianco, in un giorno lavorativo random di ottobre, mi son trovata tra le mani il rettangolino nero del desiderio altrui, l’iPhone 4S da 16Gb, con la documentazione usuale della Apple consistente in una scatola bianca, un connettore a pettine, una cuffia auricolare e tanti cari saluti. Non ho avuto un esaurimento nervoso solo perchè l’iPod mi ha allenata alla pazienza zen, ma ho passato la prima settimana della mia nuova vita Apple in costante panico alla ricerca delle funzioni telefoniche più basilari. Vi risparmio i dettagli e ringrazio le mie colleghe più giovani per avermi dato alcune preziose dritte grazie alle quali ora padroneggio l’aggeggio con una confidenza tale da permettermi di espletare le funzioni lavorative che la direzione si aspetta da me, come leggere e rispondere alle mails, consultare i quotidiani e le riviste di settore online nonchè i principali siti dei miei clienti per testarne funzionalità e applicazioni. Però per telefonare uso il mio Nokia 6500c privato. Perchè nonostante il nome, l’iPhone è in realtà un netbook palmare che tra le varie funzioni ha anche il telefono, ma presuppone che l’utente ne faccia un uso puramente saltuario e sporadico. I cultori dei fumetti di Scozzari ricorderanno al proposito l’immortale vignetta del Mar delle Blatte (Frigidaire) in cui la prostituta dichiara “Señor, io faccio tutto con il culo.” e un beneinformato cliente aggiunge. “E’ vero sai? Ci caga perfino.”
Le mie sofferenze lavorative non sono state altro che una palestra propedeutica alle sofferenze che l’acquisto dell’iPhone per mio figlio ha generato. Siccome non sono una fanatica, non ero assolutamente preparata al rituale che il culto della mela avvelenata richiede. Il fatto che dovessi pagare solo per avere diritto a un posto nella lista d’attesa per il modello e colore desiderato dal pargolo mi ha lasciato senza parole. Ottenuto l’oggetto del desiderio dopo quattro settimane di attesa spasmodica nelle quali ho potuto tenere calmo Matteo solo consegnandogli il mio iPhone ogni sera e comperandogli tutte le apps che mi ha chiesto, ho dovuto sottopormi alla trafila dell’installazione della SIM, che ovviamente non è la SIM che usano tutti gli altri telefoni, ma deve essere appositamente acquistata e inserita nel microscopico alloggio con una chiavetta che mi piacerebbe infilare nell’occhio di chi l’ha inventata. Dopo numerosi viaggi al negozio Vodafone e sui manuali di istruzione online sono riuscita a far funzionare il diabolico aggeggio e ho proceduto diligentemente a scaricare tutte le apps precedentemente acquistate per la gioia del pargolo, a cui ho fornito istruzioni ferree al proposito dell’online gaming e cioè che i giochini sul telefonino si fanno solo col WiFi e non col 3G. Come ogni decenne che si rispetti, Matteo ha afferrato subito il concetto e mette diligentemente il suo iPhone in modalità aereo se il WiFi è spento. Anche così, il conto telefonico alla fine del primo giorno di utilizzo è stato di 15 euro! A questo punto mi è salita la carogna, non tanto per i 15 euro quanto per la profonda presa per il culo perpetrata ai danni degli utenti dalla scellerata connivenza tra Apple e gestori telefonici. E non mi si venga a dire che la Apple non c’entra! Per piacere! In dodici anni di Nokia non ho mai avuto problemi di questo genere nemmeno usando il telefono come modem in roaming internazionale! Un produttore di smartphone serio non confeziona applicazioni che si connettono automaticamente alla rete 3G senza mettere tra le funzioni di rete la esplicita approvazione dell’uso 3G e in caso affermativo si premunisce di avvertirti ogni volta che il WiFi non funziona e viene sostituito dal 3G. Vi risparmio di nuovo i penosi dettagli; adesso l’iPhone di Matteo ha il 3G permanentemente disattivato, ma questa operazione viene eseguita esclusivamente dal servizio clienti Vodafone al costo di 45 centesimi al minuto più i costi del servizio. E se adesso qualche beneinformato mi dice che è possibile disattivare il 3G anche dal menù impostazioni dell’iPhone, giuro che vado a dar fuoco all’Apple Store.
Apro l’ultima parentesi per pregare i miei lettori di non esortarmi a commutare l’iPhone con un Samsung o equivalente copycat android. Non solo tutti questi cosiddetti telefoni intelligenti sono perfettamente equivalenti dal punto di vista della difficoltà di utilizzo, ma condividono quell’altra innovazione di cui nessuno sentiva il bisogno, ovvero il maledetto touch screen. Chi ha inventato il touch screen dovrebbe essere obbligato a usarlo per scrivere una tesi di laurea. E nessuno mi venga a dire che l’uso del touch screen è intuitivo. Sarà intuitivo per i bambini del nuovo millennio che infatti non sanno scrivere a mano nemmeno il loro nome, ma per la nostra generazione, coi calli da tastiera IBM qwert sui polpastrelli e col pollice deformato dal tastierino numerico dei telefoni cellulari, il touch screen è una tortura. E non voglio nemmeno iniziare il discorso sul correttore automatico che – a differenza di qualunque onesto T9 - viene impostato sulla lingua predeterminata dall’attivazione (quindi, nel mio caso, olandese) e non prevede alcuna alternativa. Insomma, da quando sono costretta ad interagire con l’iPhone il mio rapporto con la Apple si è definitivamente compromesso.
Il che non mi impedirà di comperare l’iPad che il mio pargolo già esige per il suo prossimo compleanno. Purchè per allora il pargolo funga da interfaccia savant tra me e l’aggeggio in questione e che il mio coinvolgimento nell’affare sia di natura puramente finanziaria. Io per me penso che sostituirò il mio netbook Acer di prima generazione con il nuovo modello Windows 8 e regolare tastiera qwert, possibilmente in bachelite. E continuerò a telefonare col Nokia.
 
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