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 ego... di paola
 
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Sono emigrata in Olanda per amore quindici anni fa. Nei primi dieci anni ho intrattenuto i miei amici sulle usanze olandesi, poi ho cercato di far loro vedere come sono assurde le vicende italiane viste da qui. Adesso racconto semplicemente quello che mi succede.

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\\ Baci da Tulipland : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 17/05/2012 @ 22:32:32, in diario, linkato 930 volte)
Non vi dico quanto guardagno. Vi dico solo quanto ho pagato di tasse nel 2011.
Tasse sul reddito da lavoro: 33.810 euro
Imposte sulla salute: 4.171 euro
Imposte sull’abitazione: 777 euro
Contributo pensione che mai vedrò: 4.806 euro
Patrimoniale sul rendimento da capitale: 2.396 euro
Totale: 45.960 euro
Annoto a margine che in Olanda l’ICI sulla prima casa e la patrimoniale sono realtà indiscusse, che le aliquote ICI sono aggiornatissime e corrispondono al vero valore di mercato degli immobili e che la patrimoniale viene calcolata su un rendimento presunto del 4% sui capitali investiti o depositati in banca, a prescindere dal rendimento reale (che è sempre inferiore a meno di non lanciarsi in azzardate speculazioni finanziarie).
Settimana scorsa la CBS (Istituto centrale di statistica) ha pubblicato un rapporto sui redditi degli olandesi e con mia enorme sorpresa ho appreso di fare parte dell’élite che paga il più alto scaglione fiscale sul reddito e quindi, oltre che non aver diritto ad alcuna agevolazione fiscale, quest’anno dovrò pure pagare la tassa anticrisi una tantum (si spera) di 500 o 1000 euro (ancora stanno decidendo l’importo della mazzata).
 
La sorpresa non sta tanto nell’appartenenza allo scaglione fiscale più elevato: questo mi viene ricordato ogni mese dal cedolino paga e ogni anno dall’ufficio delle imposte, quanto nel fatto che questo scaglione conti appena 904.000 persone sui 12,9 milioni di olandesi che percepiscono un reddito.
Qualcosa non mi quadra.
Com’è che, pur appartenendo al 7% degli olandesi più ricchi, vivo nella stessa villetta a schiera nel buco del culo del polder che ho comperato quando il mio stipendio era nello scaglione fiscale inferiore? Statisticamente dovrei già aver traslocato in una di quelle ville signorili con l’Hummer e l’Audi 800 parcheggiate nel viale d’ingresso.
Com’è che non ho ne’ iPad ne’ iPhone e tantomeno un navigatore satellitare, un home cinema e tutti i gadget elettronici che secondo le statistiche i miei compagni di reddito posseggono?
Com’è che, con un reddito lordo oggettivamente più elevato di quello di cui disponevo a Milano nel secolo scorso, il mio tenore di vita è drasticamente ridotto? A Milano sì che facevo parte di un’élite: vivevo in un appartamento in centro, vestivo Aspesi e Armani, facevo due vacanze all’anno ai tropici, numerose gite e weekend nelle più svariate metropoli europee e andavo a mangiare da Aimo e Nadia con una certa regolarità.
Qui, se volessi vivere in centro ad Amsterdam, dovrei accollarmi un mutuo da 400.000 euro con la certezza di non poterlo mai ripagare e il massimo che mi posso permettere di vestire senza fare ulteriori debiti è H&M e Zara. In quanto alle vacanze, un mese a Sanremo d’estate, la settimana bianca a Spiazzi e un paio di weekend lunghi fuori porta è tutto quello che ci sta. E’ vero che continuo a frequentare buoni ristoranti con una certa regolarità, ma non del livello (di prezzo) di quelli milanesi.
Qui i casi sono due: o le statistiche sono sbagliate o l’olandese medio vive al di sopra delle sue possibilità.
Siccome mi viene confermato da più parti che in Olanda non c’è evasione fiscale e quando c’è è ad un livello talmente sporadico da risultare ininfluente ai fini statistici, non mi resta che accettare la seconda ipotesi, ovvero che tutti i beni di consumo e gli immobili che vedo intorno a me siano stati acquistati a credito e mai pagati.
Questo vale sicuramente per le case, le auto e tutta la telefonia mobile.
L’olandese medio non può permettersi di acquistare la casa in cui vive, quindi paga solo gli interessi di un mutuo trentennale pari al valore della casa stessa con l’immobile come capitale a garanzia. Al termine dei trent’anni può stipulare un altro mutuo oppure vendere la casa. Se il mercato tira, riesce anche mettersi in tasca un piccolo gruzzolo dopo aver saldato il debito con la banca, altrimenti passa direttamente dalla villa padronale al sottopassaggio della ferrovia. Io invece ho stipulato un mutuo di valore ben inferiore a quello dell’immobile acquistato, con l’unica banca che ha pronunciato le parole magiche: “Tutti i nostri mutui sono a riscatto libero per un valore massimo del 20% annuo sul capitale iniziale”. Grazie alla mia italica cocciutaggine, fra 30mila euro la villetta a schiera in cui abitiamo sarà davvero nostra. Nessuno dei nostri conoscenti può dire altrettanto.
L’auto in leasing è la parte di trattativa più serrata sul contratto di lavoro in qualunque azienda: ho visto colleghi letteralmente in lacrime perché non potevano ottenere la marca di auto di loro scelta, ma dovevano accontentarsi di un modello inferiore. Ho visto dirigenti minacciare di dare le dimissioni se non gli fosse stata garantita la BMW o l’Audi della cilindrata adeguata al loro status e non posso essere più specifica perché la mia personale trattativa è sempre stata quella di ottenere la conversione dell’importo del leasing in un abbonamento annuale ai mezzi pubblici. Credo di essere l’unica in tutto il mio settore ad avere un’auto di proprietà: la mitica Smart che uso solo per andare a fare la spesa.
In quanto al telefono, il mantra-standard dei datori di lavoro con cui ho avuto a che fare è: puoi scegliere tra Blackberry, Nokia e HTC ma l’iPhone non te lo passiamo. Come se a me fregasse qualcosa! I miei colleghi invece ostentano due telefoni: il Blackberry aziendale e l’iPhone personale, a sua volta avuto in leasing con l’abbonamento ad un particolate gestore telefonico. La nostra babysitter per esempio con questo sistema cambia telefono ogni due anni e ora ostenta l’ultimo modello Samsung che a listino costa 500 euro. La stessa babysitter ha il Tom Tom e perfino un DVD/TV combi portatile nella cinquecento: sta pagando il tutto a rate con comodo finanziamento in 36 mesi. Io invece ho un Nokia 6500 pagato a prezzo di listino (150 euro) perché fatti i conti mi conveniva rispetto all’abbonamento-capestro a cui la Vodafone mi avrebbe costretto in caso di leasing (30 euro al mese per 2 anni = 720 euro).
In quanto all’abbigliamento, i negozi vintage stanno proliferando, soprattutto quelli di abbigliamento per bambini, perché le mamme del nuovo millennio sono state contagiate dall’Italian style e ci tengono a non far sfigurare i loro pargoli a scuola, anche a costo di alzare il mutuo sulla casa.
Un discorso a parte merita il cibo. Se l’olandese medio non ha alcuna difficoltà a farsi strozzare dalle banche pur di vivere in una casa che non si può permettere, guidare un’auto nuova ogni due anni e avere sempre l’ultimo modello di smartphone, cenare in un ristorante slow food è considerato un lusso decadente che si può affrontare solo a spese della ditta. A spese proprie, solo patate e polpette.
 
Di paola (del 13/05/2012 @ 18:55:05, in diario, linkato 1179 volte)
Mi trovo nuovamente sorpresa dalla totale assenza sulla stampa italiana della notizia che Umberto Eco è stato insignito lunedì 7 maggio del premio biennale istituito dal comune di Nijmegen e sponsorizzato dalla prestigiosissima università St. Radboud, dal ministero degli esteri olandese e dalla Royal Haskoning per «persone che si siano attivamente impegnate per la pace sul continente europeo e la posizione dell’Europa nel mondo».
Il premio prende il nome dal trattato di pace di Nimega, stretto nel 1679 e - a memoria d’uomo - il primo documento che gettava le basi per la pace in Europa, fino ad allora tormentata da continue guerre e rappresaglie tra i singoli stati sovrani. Due anni fa, il premio è stato conferito a Jacques Delors, co-autore del trattato di Maastricht del 1992, tanto per capirci, quello che ha determinato le regole per l’accesso alla zona di libero scambio all’interno dell’UE.
La ragione per cui Umberto Eco è stato scelto è ben espressa nelle parole del discorso di presentazione del sindaco di Nijmegen, che trovate qui in versione originale italo-inglese. Annoto a margine che il nostro sindaco è stato fighissimo, bravissimo e coraggiosissimo e che il suo italiano è meglio del suo inglese e per vostra opportuna informazione vi riporto un breve estratto de me medesima tradotto:
Lei è un vero Europeo. Le sue opere sono state tradotte in tutte le lingue europee e godono di un pubblico di lettori eterogeneo. Lei è considerato l’autore contemporaneo di maggiore influenza sulla letteratura europea. I suoi romanzi descrivono momenti cruciali nella storia europea […]. L’Europa figura pesantemente anche nel suo lavoro accademico, come evidenziato dal suo studio del 1993 intitolato «La ricerca del linguaggio perfetto», nel quale lei ripercorre lo sforzo di creare artificialmente un linguaggio europeo unico attraverso i secoli.
Forse il più lampante esempio del suo interesse per l’Europa è la sua partecipazione al progetto «Vecchia Europa, nuova Europa, vera Europa», iniziativa di Jürgen Habermas e Jacques Derrida del 2005. Il progetto invitava prominenti intellettuali europei a riflettere insieme sulla posizione globale dell’Unione Europea. Nel suo contributo «Un’Europa incerta tra rinascita e declino», […] lei argomentava che l’unificazione non è tanto un desiderio quanto un’inevitabilità e concludeva che non sarà il passato, ne’ la coscienza comune europea ma semmai gli spostamenti di equilibrio del potere mondiale a determinare se l’Europa diventerà europea o si disintegrerà.
Il link del discorso di risposta del nostro è qui e non vi sto a tradurre il soporifero intervento del segretario di stato del ministero degli esteri, che è una collezione di luoghi comuni mal assortita. Vi dico però che, nonostante l’artificiosità della cerimonia, la vetustà del corpo docenti (un beneinformato mi ha sussurrato che il vero corpo docenti era altrove impegnato ed è stato sostituito da un drappello di ex docenti pensionati) e soprattutto lo strazio acustico del quartetto d’archi che ha ammosciato l’entusiasmo del pubblico riscaldato dal discorso adrenalinico sulla semiotica pronunciato da una docente dell’università di Nijmegen, ex allieva di Eco a Bologna negli anni ottanta, ho passato due ore di pura estasi e un quarto d’ora di pura adorazione del mio idolo e ragione per cui ancora mi sbatto a scrivere roba che nessuno legge. Sì perché l’insuperabile Eco ha richiesto espressamente di incontrare la comunità italiana a Nijmegen prima di ripartire per l’estenuante giro di conferenze che contraddistingue la sua vita da pensionato, nelle sue parole: “Lavoro più adesso che sono in pensione che quando insegnavo all’università.” E anche: “Settimana scorsa, negli Stati Uniti [per la presentazione della nuova edizione del Nome della Rosa N.d.R.], ho dovuto fare cinquantamila autografi in un pomeriggio. Cinquantamila! Mi è venuto il gomito del tennista, non dormo più la notte dal dolore.” Per concludere con una perla di saggezza antropologica al mio commento che in Olanda si mangia da schifo: “E’ tipico dei paesi di pescatori e navigatori. Gli uomini erano sempre via e le donne per se stesse non cucinavano di certo grandi manicaretti.”
Il giorno dopo la premiazione, tutti i principali quotidiani olandesi hanno pubblicato la notizia dell’evento e soprattutto del discorso di ringraziamento di Umberto Eco, iniziato con:
E’ motivo di costante emozione per la mia generazione sapere che oggi la possibilità di una guerra tra Francia e Germania, Italia e Inghilterra, Spagna e Paesi Bassi è assolutamente inconcepibile se non addirittura ridicola e i nostri figli e nipoti non riescono nemmeno a contemplare questa idea. Un giovane che non sia uno studente di storia non può concepire che questo tipo di conflitti siano stati la norma nel corso degli ultimi duemila anni. Talvolta perfino i più vecchi non ne sono coscienti, con la possibile eccezione del momento in cui provano un brivido involontario nell’attraversare le frontiere europee senza passaporto e senza dover cambiare la valuta, mentre non solo i nostri antenati ma anche i nostri padri attraversavano le stesse frontiere con un fucile in mano.
Proseguito con (questa frase è stata citata da tutti i quotidiani):
Il fenomeno che l’Europa sta cercando di affrontare come immigrazione è un palese caso di migrazione. Il terzo mondo sta bussando alle porte dell’Europa ed entrerà anche se l’Europa non è d’accordo. Il problema non è più – come i politici si ostinano a pensare che sia – decidere se gli studenti a Parigi possano mettersi lo chador e quante moschee possano essere costruite a Roma. Il problema è che nelle prossime decadi (e siccome non sono un profeta non posso dire esattamente quando) l’Europa diventerà un continente multirazziale o «colorato» se preferite. Così è se vi pare, e anche se non vi va, sarà lo stesso così.
E concluso con (anche questa frase è stata citata da tutti i quotidiani):
Inculcare la tolleranza in adulti che si sparano in nome di religioni ed etnie può essere una perdita di tempo: è troppo tardi. Per questo l’intolleranza incontrollata deve essere sconfitta alle origini, attraverso un’educazione costante che inizi dalla più tenera infanzia, prima che sia scritta in un libro e prima che diventi una «pelle» comportamentale troppo dura e troppo spessa.[…]. Deve essere possibile, nel corso della nostra guerra comune contro l’intolleranza, poter in ogni momento distinguere tra ciò che si può tollerare e ciò che non è assolutamente possibile tollerare. Deve essere possibile decidere a quali termini accettare una nuova pluralità di valori e di abitudini senza rinunciare al meglio della nostra eredità europea. Non sono qui oggi per proporre soluzioni al problema di una nuova pace europea, ma per asserire che solo affrontando le sfide di questa guerra onnipresente potremo garantire un futuro di pace in Europa. Oggi dobbiamo firmare una nuova pace di Nimega.
Ho cercato invano su internet per tutta la settimana stralci del discorso o anche solo la notizia della premiazione e oggi mi sono arresa al fatto che uno dei pochi motivi per essere orgogliosi di essere italiani non rientra nelle priorità della libera informazione della madrepatria.
A giudicare dalle notizie che posso leggere, devo al contrario dedurre che la stampa italiana dà più spazio ai detrattori dell’UE e fa da cassa di risonanza solo ai populisti che incolpano il trattato di Maastricht e successivamente l’Euro di tutte le nefandezze che opprimono il paese in questo momento e me ne dispiaccio fortemente. Ovunque intorno a me vedo segnali di un possibile rinascimento ma appena allungo lo sguardo vedo solo un medioevo più prossimo che venturo.
 
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