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 ego... di paola
 
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In equilibrio su un filo di seta è una storia di donne. Donne che non cercano guai ma che ne trovano a pacchi. Donne in cerca di se stesse e di un significato per la loro vita sempre più vuota e allo stesso tempo sempre più frenetica. Donne idealiste, donne materialiste, madonne, angeli, streghe e puttane.

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\\ Baci da Tulipland : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 30/01/2011 @ 14:02:24, in diario, linkato 1184 volte)
Gentile Direttore,
 
Siamo un gruppo di donne italiane residenti a Nijmegen, Olanda. Veniamo da tutti gli strati sociali e da tutte le regioni, siamo emigrate per motivi diversi e abbiamo professioni disparate. Le uniche due cose che ci accomunano sono il nostro Paese d’origine ed il fatto di abitare nella stessa città. Alcune di noi sono qui da più di quarant’anni, altre solo da dieci. Tutte noi torniamo regolarmente in Italia durante le vacanze e molte di noi seguono quotidianamente le vicende italiane attraverso internet o la TV via satellite.
 
La ragione per cui le scriviamo è che, nonostante le numerose diversità culturali, sociali e politiche, ci siamo trovate unanimi nello sgomento di fronte alle vicende politico-sociali italiane dell’ultimo decennio, vicende che per noi sono incomprensibili ed ingiustificabili. Non intendiamo fare un compendio di tutti gli articoli pubblicati dal suo giornale e da altre fonti giornalistiche italiane ed estere, quello che non capiamo è come mai di fronte ai soprusi sempre più grotteschi di un governo il cui unico compito è dichiaratamente e palesemente quello di rendere invulnerabile se stesso e i suoi cari con metodi para-mafiosi, compresa la delegittimazione dello stato giuridico e l’uso illegittimo delle forze dell’ordine, non si sia ancora riusciti ad organizzare un’adeguata reazione e a fornire un’adeguata alternativa. L’accanimento contro le attività illegittime del presidente del consiglio – un vecchio malato e demente nelle parole della sua stessa ex moglie – pare essere l’unica manifestazione tangibile dell’esistenza di un’opposizione e come tale suscettibile di critiche non del tutto infondate. Come disse Beppe Grillo in un recente intervento ad AnnoZero: Berlusconi non è la causa, è solo un sintomo. Il sintomo di un sistema incancrenito e metastatizzato in cui ogni cellula si sta arrendendo alla malattia.
 
Ci permettiamo di ricordarle che proprio grazie al voto di noi italiani all’estero è stato possibile cinque anni fa mandare al governo l’opposizione a Berlusconi e a tutto quello che il suo partito rappresentava. Ebbene, potrà capire quale enorme delusione sia stata per noi constatare giorno dopo giorno che i rappresentanti eletti anche col nostro voto non hanno saputo dar seguito alle promesse elettorali ed hanno perfino adottato pratiche non dissimili da quelle della classe politica che avrebbero dovuto spazzare via. Ci sarebbe quasi da dar credito alle teorie dietrologhe pubblicate qualche tempo fa secondo cui Berlusconi avrebbe tutto il PD sul libro paga: un’ipotesi alla quale non vogliamo credere per il rispetto che ancora portiamo ad una parte delle istituzioni italiane. Ma le pare ammissibile che oggi l’unico referente per la difesa dell’unità d’Italia e della costituzione sia l’onorevole Gianfranco Fini? Le assicuro che per noi, a millecinquecento chilometri da Roma, sembra un’allucinazione che nemmeno Andrea Pazienza avrebbe potuto concepire.
 
Nei giorni scorsi, sulla stampa internazionale, sono stati fatti paragoni poco edificanti (comme d’habitude) tra gli italiani e le rane bollite vive. Secondo il New York Times siamo un popolo anestetizzato dalle televisioni di Berlusconi. Ebbene, noi che siamo immuni dall’anestesia in quanto fuori dall’area di ricezione delle suddette televisioni, diciamo che  non si può sempre e solo dare la colpa ad un capro espiatorio per deresponsabilizzarsi. Le colpe e i misfatti di Berlusconi e della sua banda sono sotto gli occhi di tutti. L’Italia non è la Cina: la libertà di stampa esiste ancora e per ogni emittente televisiva e testata stampa di Berlusconi ce n’è una con opinioni contrarie, altrimenti non si capirebbe l’accanimento – altrettanto criticato – di Berlusconi contro la TV e la stampa comunista. Non accettiamo l’ipotesi che in Italia ci sia un’unica voce mediatica, un solo grande fratello che domina le vite di tutti gli italiani. Se fosse così nessuno guarderebbe Ballarò, AnnoZero, Che tempo che fa, L’infedele e tutti gli altri programmi che fanno opposizione. Nessuno leggerebbe l’Unità e la Repubblica e nessuno avrebbe firmato il suo appello della settimana scorsa.
A noi sembra che l’opposizione in Italia sia ora affidata unicamente a giudici e giornalisti. Dove è l’opposizione politica? Quell’opposizione che ha il dovere prioritario di far sentire la nostra voce, ha il dovere primario di delegittimare il governo e di disconoscere il parlamento con qualunque mezzo possibile. E se il voto di sfiducia non basta, ha il dovere di trovare altre forme di lotta adeguate alla portata del problema e soprattutto soluzioni davvero alternative alle logiche e alle pratiche del governo che intende sostituire.
 
Gentile direttore, noi siamo donne, madri, nonne italiane che per tutta la vita hanno dovuto trovare il modo di adattattarsi ad un ambiente nuovo, ad una cultura diversa e ad una lingua non romanica. Abbiamo cresciuto i nostri figli tra ariani orgogliosi e sempre meno tolleranti. Abbiamo lottato per conquistarci il rispetto degli autoctoni. Lo abbiamo fatto da sole, contro le istituzioni, la cultura e la società locale, con il solo appoggio dei nostri mariti e della nostra fede in noi stesse. Ci pare inconcepibile che in Italia i partiti dell'opposizione non siano capaci di detronizzare un despota vecchio e malato e la sua corte di lacchè e mandarini. La preghiamo cortesemente di farsi portavoce delle nostre opinioni presso il movimento politico che il suo giornale rappresenta ma che ha smesso da troppo tempo di rappresentare noi.
 
Cordialmente
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Di paola (del 25/01/2011 @ 19:27:12, in diario, linkato 1045 volte)
Alzi la mano chi non è a dieta o perlomeno non si è ripromesso di mettersi a dieta dopo i rituali stravizi alimentari di dicembre. Io sono alla quarta settimana di low fat no carb e riesco solo a pensare a quello che mangerò quando questa tortura sarà finita. Per una come me, che lotta con la cellulite da quando è nata e con un’intolleranza a lievito e carboidrati ad alto indice glicemico da quindici anni, il Natale è una maledizione che richiede almeno otto settimane di durissima disintossicazione seguiti da altre otto settimane di guardinga reintroduzione dei suddetti carboidrati in un regime alimentare controllato per evitare complicazioni, che nel mio caso si traducono in un’escalation di infezioni alle vie urinarie in fondo al quale si agita lo spettro della pielite fulminante (vedi 2001).
Insomma, come molte altre compagne di sventura sono condannata alla dieta perenne e infatti – con l’eccezione di Natale – non metto zucchero nel caffè da quando avevo 15 anni, non mangio patatine fritte da quando ne avevo 25 e pastasciutta da quando ne avevo 35. Ma anche burro e lardo, paté e salumi, gelato, krapfen, doughnuts, frittelle, Coca-Cola e altre bibite gassate sono off-limits da così tanti anni (diciamo pure decenni) che ogni Natale ne riscopro il gusto con grandissima sorpresa. Sì perchè va bene tutto, ma stare a dieta a Natale è da suicidio: non ci si riesce assolutamente, a meno di recarsi in località tropicali dove il concetto è sconosciuto e al massimo ti scodellano un po’ più di riso e verdure bollite per festeggiare. Cosa che ho fatto puntualmente finchè ho potuto e cioè finchè son diventata madre. Non vedo l’ora che Matteo sia abbastanza grande per poter riprenotare i voli per i tropici, nel frattempo festeggio il Natale come tutti e poi mi rimetto a dieta: siamo nate per soffrire.
L’unica cosa che mi fa sorridere in questo periodo merdosissimo è la puntuale valanga di servizi pseudo-giornalistici sulle diete, pubblicati su TUTTE le riviste da Privé e Story (= Novella 2000/Eva 3000) al serissimo supplemento settimanale dell’NRC passando per i femminili di qualunque genere e classe sociale. Un privilegio della mia professione è sempre stato quello di poter usufruire di abbonamenti-stampa gratuiti: ai tempi d’oro ricevevo una cinquantina di riviste per il largo pubblico e un buon numero di riviste specializzate, da Motor al Corriere del packaging industriale; adesso mi arrivano solo tre femminili e tre giornalini per Matteo e manco ho lo sconto sull’abbonamento ai quotidiani, ma anche così fare il side-by-side è divertentissimo. I titoli sono invariabilmente incoraggianti: dimagrire mangiando, sette chili in meno col cioccolato, un giorno di dieta alla settimana e poi mangia quel che vuoi. I primi due paragrafi dell’articolo sottostante sono capolavori di semantica designati a non scoraggiare il lettore senza mentire sulla realtà inevitabile delle ultime righe e cioè del menù giornaliero o settimanale che prevede variazioni sul tema bistecca e insalata in porzioni lillipuziane. Il promesso cioccolato sono 30 gr alla settimana di fondente extra bitter, mangia quel che vuoi si traduce in uno yogurt alla frutta e un’insalata niçoise. Naturalmente si sprecano i nomi esotici: South Beach, Dieta a Zona, Dieta Pugno - nel senso che mangi solo quello che riesci a tenere in un pugno, Dieta Kiwi - dove mangi tre kiwi per pasto e poi vomiti dal disgusto, Dieta Cactus - consistente in un bicchiere di succo di cactus con succo di limone e un cucchiaino di miele, tre volte al giorno al posto dei pasti: pare si possa resistere una settimana prima di imbracciare un kalashnikov e far fuori una scolaresca. Innumerevoli dive ci svelano il segreto della loro impeccabile linea (semplice: non mangiano e sniffano coca) e una serie di nomi celebri garantiscono i risultati a chi compera i loro libri a carissimo prezzo: Atkins, Mayo e i localissimi Sonja Bakker e Dr. Franz. A proposito di quest’ultimo devo dire che nell’intervista all’NRC non ha detto delle cose totalmente insensate, ma è anche uno specialista in casi di estrema obesità per cui la sua dieta a me aggiungerebbe più facilmente qualche chilo anzichè toglierlo.
Sonja Bakker è un fenomeno di marketing affascinante, in quanto grazie all’abilità di suo marito-manager ha venduto milioni di libri il cui contenuto si può trovare gratis in ogni consultorio e ambulatorio medico dal dopoguerra: perfino a casa dei miei genitori girava un bellissimo libriccino illustrato del ministero della sanità con tabelle caloriche, menù e ricette per tutte le età e le professioni, elenchi di alimenti buoni e dannosi e tutte le tabelle di conversione degli alimentari al tempo conosciuti (quindi effettivamente senza rucola, mango e kiwi), che ovviamente non si è mai filato nessuno.
L’ impatto di Sonja Bakker sulla società olandese invece è stato tale che ben due dei miei ex clienti devono a lei il successo di due prodotti che stavano languendo nell’anticamera del delisting: i dessert Optimel con 0% di grassi e zuccheri (ma con dolcificanti e conservanti a gogo: ignobili porcherie) e il panpepato Peijnenburg. Anche le Brabantse eierkoeken (biscottoni di pan di spagna) hanno avuto un enorme revival in occasione della pubblicazione del terzo libro di Sonja Bakker, ma sono unbranded e quindi non hanno arricchito nessuno in particolare. Se pensate che stia scherzando vi assicuro che per anni siamo stati obbligati a mostrare la correlazione tra le vendite dei libri e le vendite dei prodotti in tutti i nostri modelli di ROI (return on investment) per i clienti in questione. Inoltre, sia Peijenenburg che Optimel sono tutt’ora leader di mercato nelle loro rispettive categorie. E’ bastato che Sonja dichiarasse che un dessert Optimel per pasto e una fetta di panpepato Peijnenburg a colazione non facevano ingrassare per provocare il rovesciamento delle quote di mercato dei suddetti da un giorno all’altro: il sogno di ogni brand manager. La nostra Sonja, sicuramente obnubilata dall’improvvisa fama, ha commesso il fatale errore di divorziare dal marito-manager per convolare a concubinaggio con una star televisiva di secondo rango e da quel momento non ha venduto più un libro. Il che non c’entra nulla con le diete ma è un caso di marketing esemplare e per qualche minuto mi ha fatto dimenticare i morsi della fame. Di questi tempi tutto fa brodo.
Tornando al tema,  è solo grazie al mio lungo e laborioso percorso verso il nirvana se dopo 47 anni riesco a sorridere di tutti i mendaci tentativi di giornalisti, medici e pseudodietisti di convincerci che si possa dimagrire e restare magri mangiando. Per decenni questi digraziati criminali mi hanno fatto sentire in colpa, compresa la dietista che mi ha curato dall’intolleranza ai carboidrati, che mi ha trattato come una grassona ingorda che non si riusciva a controllare, dicendomi con aria leggermente schifata: “Vedo che per lei le quantità sono importanti.” Ovviamente lei fa parte di quella categoria di persone a cui il cibo fa leggermente schifo, che se guardi bene è anche l’unica categoria di persone che riesce a restare in linea mangiando, in quanto la loro definizione di mangiare si identifica con ‘spaghetti pollo insalatina e una tazzina di caffè’. Questo tipo di persone – fateci caso – odia invariabilmente i dolci e dopo mezza pizza margherita allontana il piatto dicendo: “Non ce la faccio più.” Idem dicasi con una porzione di lasagne o  di risotto alla milanese. Sono quei tipi odiosi che impiegano tre quarti d’ora per mangiare un tramezzino e al ristorante rivoltano una mollica di pane per dieci minuti prima di abbandonarla sul piatto senza mangiarla. Quelli che dicono: “Ho una fame tale che se non mangio subito qualcosa svengo.” poi mangiano un cracker con esasperante lentezza e declamano soddisfatti: “Adesso sto meglio.” Alzi la mano chi non ne conosce almeno uno: io ne conosco minimo quattro, ma se ci penso bene anche di più.
Per tutti quelli come me che dopo la pizza margherita si farebbero volentieri anche un gelato e chiederebbero sempre il bis di risotto e lasagne, che quando hanno fame inghiottono un tramezzino in tre bocconi quasi senza masticarlo e che devono fare sforzi sovrumani per non svuotare il cestino del pane al ristorante e la coppetta di M&M’s alle feste, invece c’è solo la fame perenne o l’obesità. E parliamoci chiaro: noi non siamo dei grassoni ingordi. Siamo semplicemente il prodotto dell’evoluzione darwiniana che purtroppo, per ragioni misteriose, è rimasta ferma all’età delle caverne, dove si mangiava solo quando si riusciva ad ammazzare il mammouth e bisognava correre chilometri prima di beccarlo. Invece adesso il mammouth te lo vendono al super in pacchetti preporzionati e l’unico sforzo che devi fare è quello di scegliere, mettere nel carrello, pagare e andare a casa a cucinare. Ma vi pare possibile che – amfetamine a parte - ne’ la natura ne’ la chimica sia riuscita a produrre nulla che possa adeguare la nostra fame atavica alla realtà del XXI secolo?
Ecco perche ogni distrazione e buona e infatti adesso vado in centro a provarmi tutti i vestiti taglia 34 (42 italiana) per tirarmi un po' su.
 
Di paola (del 10/01/2011 @ 20:02:34, in diario, linkato 1232 volte)
Rileggendo questo diario in occasione dell’annuale trasferimento degli articoli sul sito principale mi sono accorta di non aver mai parlato – se non in maniera indiretta – della caratteristica olandese per antonomasia dopo i mulini a vento e gli zoccoletti: la bicicletta (fiets). Ogni olandese che si rispetti comincia ad andare in bicicletta (fietsen) appena impara a camminare e l’acquisto di biciclette sempre più grandi è un rito di passaggio basilare dall’infanzia all’adolescenza. Non so se ci sia una correlazione tra questo e l’usanza esclusivamente olandese di cavalcare biciclette smodatamente alte, in cui i piedi non toccano mai terra e devi letteralmente saltar giù dal sellino ogni volta che freni, ma è probabile, visto che tutti i ragazzini dell’età di Matteo sono continuamente occupati a confrontare l’altezza delle proprie biciclette e Matteo sta annaspando da giugno su una bicicletta palesemente 5 cm troppo alta per lui solo per poter condividere lo status dei suoi compagni di classe, che hanno mediamente sei-dieci mesi più di lui e sono quindi anche proporzionalmente 5-10 cm più alti di lui.
I ciclisti godono qui di uno status semi-divino: hanno sempre la precedenza e possono contare su una rete capillare di piste ciclabili nonchè corsie riservate su tutte le strade provinciali e cittadine, persino sulle strade di campagna ad una carreggiata e nelle zone pedonali. Ci sono più parcheggi per biciclette che per auto e comunque lo status semi-divino prevede che una bicicletta si possa parcheggiare ovunque e raramente venga rimossa nonostante i molti cartelli di diveto. Insomma, fate conto che qui i ciclisti hanno le stesse (pessime) abitudini degli automobilisti a Milano, Roma e Napoli e vi assicuro che è una cosa difficilissima da immaginare per un italiano.
Nonostante in gioventù abbia pedalato parecchio, negli anni ’70 su una di quelle orrende Grazielle con le ruote piccolissime e dal 1981 su una meravigliosa Locatelli bianca modello anni ‘50 (omafiets) che ho anche esportato, non sono assolutamente in grado di compiere le prodezze dei locali, tra cui:
1)      Montare e smontare elegantemente dal sellino in corsa, senza inciampare e metterci più di due secondi
2)      Aprire e chiudere il lucchetto fermaruota e quello della catena in un solo, fluido movimento, senza metterci più di tre secondi
3)      Trasportare due borse della spesa da 20kg cad., un figlio di 1-2 anni nel sellino sul manubrio davanti e uno di 3-4 nel portapacchi dietro e magari anche il cane al guinzaglio
4)      Pedalare a velocità costante all’interno della corsia riservata (larga 50 cm) con uno o più figli tra 3 e 6 anni che pedalano alla tua destra, magari spingendo il più piccolo con la mano destra
5)      Recuperare al volo uno dei due infanti mentre sta cadendo dalla sua bicicletta
I punti 4 e 5 li lascio volentieri al vikingo: ogni volta che porto Matteo a scuola in bicicletta prego ardentemente l’arcangelo Gabriele, tutti i santi e i cari defunti di vegliare su di lui, perchè è già tanto se riesco a stare in equilibrio sulla mia bicicletta, olandese e quindi smodatamente alta oltrechè dotata di freno a pedale (vedi poi); in quanto al punto 3, dico solo che queste sono prodezze da equilibristi, non da persone normali.  La prima cosa che ho fatto installare sulla smart è stato un seggiolino porta infante e uso la smart al posto della bicicletta ogni volta che devo andare a far la spesa con Matteo; mi sono categoricamente  rifiutata di installare il seggiolino porta infante sul manubrio davanti e ho cominciato a trasportare Matteo sul portapacchi solo tre anni fa, esclusivamente su strade poco trafficate.
Quello che invece mi fa rabbia è che nemmeno dopo 10 anni di quotidiano esercizio riesco a salire e scendere dal sellino con eleganza: più che scendere tracimo e salgo come i free climbers sul muro di arrampicata. In quanto ad aprire e chiudere i due lucchetti in dotazione, ci metto almeno 30 secondi, bestemmiando e strattonandoli, facendomi cadere il lucchetto della catena sul piede 9 volte su 10 e perdendo la chiave del fermaruota 3 volte su 10. Recentemente poi è stato introdotto l’obbligo delle luci e qui devo aprire una parentesi sulla morfologia della bicicletta olandese. Siccome qui i furti di bicicletta sono all’ordine del giorno, le biciclette di uso quotidiano hanno la funzione principale di scoraggiare il furto e quella secondaria di non essere rimpiante qualora rubate. Per cui sono invariabilmente dei catorci del dopoguerra, arrugginiti e scrostati, con freni e fanalini palesemente rotti e col sellino pieno di graffi e bitorzoli. Io ho commesso l’errore che commettono tutti i neoemigrati di credere che l’Olanda fosse un paese senza criminalità e ho lasciato la mia bellissima Locatelli bianca ogni giorno feriale dalle 7 alle 19 nel parcheggio della stazione NS di Nijmegen. Diciamo che mi è andata bene perchè me l’hanno rubata solo a luglio 2003. Da allora anch’io sfoggio un modello Gazelle Impala del 1969 che cade a pezzi dalla ruggine ma che posso tranquillamente lasciare parcheggiato ovunque con la certezza di ritrovarlo anche dopo una settimana e anche se mi dimentico di chiudere la catena. Però la mia vita negli ultimi anni si è complicata da un lato con l’introduzione dell’obbligo delle luci tra il tramonto e l’alba – pena sanzione amministrativa di 30 euro - e dall’altro con la definitiva rottura del filo dei freni. Data l’impossibilità di riparare entrambi (la riparazione costava più della bicicletta e questo sarebbe stato in contraddizione con la sua funzione secondaria), ho dovuto comperare come tutti due fanalini LED portatili da attaccare al manubrio e al portapacchi e staccare dopo l’uso, aggiungendo altri 30 secondi alle operazioni di apertura e chiusura della bicicletta e aumentando proporzionalmente il numero di oggetti che mi faccio cadere sui piedi o perdo;  parallelamente ho dovuto far installare il freno a pedale, cioè quel meccanismo che blocca la ruota posteriore quando si pedala all’indietro. Gli olandesi ci sono abituati: tutte le biciclette per bambini hanno il freno a pedale standard e sembra che un discreto numero di modelli adulti perseveri nella perversione, ma potete immaginare che razza di shock sia stato per me la prima volta che ho tentato il surplace pedalando all’indietro e mi son trovata con la faccia per terra. Senza contare che ogni volta che risalgo faticosamente sul sellino dopo aver tracimato devo ricordarmi anche di posizionare il pedale destro in alto e leggermente in avanti (diciamo a ore 13), altrimenti devo spingere la bici con il piede destro tenendo il sinistro sul pedale basso e poi montare in corsa passando la gamba destra tra la gamba sinistra e il telaio. Tutte le signore di una certa età - evidentemente proprietarie dall’infanzia di biciclette col freno a pedale - eseguono questo esercizio con la massima scioltezza ed eleganza, a me non riuscirebbe nemmeno se la mia vita dipendesse da questo, mi aggroviglio e inciampo anche solo al pensiero; come ho detto prima, queste sono prodezze da equilibristi, non da persone normali.
Con la neve e il gelo dello scorso dicembre la Gazelle ha dato forfait, tanto che il 28 dicembre, all’ennesima volta che mi trovavo a faccia per terra, questa volta grazie alla defaillance della catena motrice, ho dichiarato che avrei abbandonato il catorcio nel primo canale che incontravo come è consueto in simili occasioni. Per una fortunata coincidenza una delle numerose e provvidenziali zie del vikingo si voleva disfare della sua bicicletta – una Sparta dello stesso periodo ma in migliori condizioni – e mi son trovata in men che non si dica proprietaria di una bicicletta che ha il pregio di avere ancora i fanali funzionanti, ma il maledetto freno a pedale e un bizzarro sellino ‘da gonna’ a forma di cuore. Qui devo aprire un’altra breve parentesi sulla totale irrazionalità della nostra civiltà per la quale le donne dovevano montare a cavallo all’amazzone e a quanto pare anche pedalare su un sellino apposito, dichiaratamente per consentire l’uso della bicicletta anche con la gonna a tubo, in realtà preposto solo ad evitare la pedalata a gambe aperte: il sellino a forma di cuore infatti costringe a tenere le ginocchia chiuse per rimanere in equilibrio. Se il mondo fosse un posto razionale sarebbero gli uomini a dover montare all’amazzone e su sellini a forma di cuore, in quanto immagino sia più scomodo stare a cavalcioni di un cavallo o di un sellino con due albicocche e un wurstel tra le gambe anzichè l’aria fresca. Invece adesso mi tocca pure aggiungere questa scomodissima postura a tutte le altre scomodità. Mi sa che domani tolgo il sellino graffiato e bitorzoluto alla Gazelle prima di buttarla nel canale.
 
Di paola (del 04/01/2011 @ 19:27:18, in diario, linkato 3150 volte)
Uno degli aspetti migliori del mio nuovo contratto di lavoro è la possibilità di lavorare ad Arnhem almeno tre giorni alla settimana, o per meglio dire, l’obbligo di lavorare ad Amsterdam al massimo due giorni. Per una che dal 2 gennaio 2001 si fa Nijmegen-Amsterdam A/R tutti i giorni feriali questo privilegio vale almeno il 10% dello stipendio (e infatti). Tanto per darvi qualche cifra, la distanza da casa mia all’ufficio di Arnhem è 21 km. Da casa mia all’ufficio di Amsterdam è 115 km, che è già un miglioramento rispetto alla locazione di Kobalt (Amstelveen), la cui distanza in km era identica ma meno ben servita dai mezzi pubblici. Per andare a Kobalt dovevo prendere il treno fino ad Amsterdam Zuid (1 ora e 25 minuti) e poi il tram per 6 fermate (minimo 10 minuti). Adesso invece prendo lo stesso treno ma mi fermo ad Amsterdam Bijlmer (1 ora e 15 minuti) e in 5 minuti a piedi sono in ufficio. Vero è che a Kobalt potevo lavorare a casa due giorni a settimana, ma la possibilità era del tutto discrezionale, inoltre lavorare a casa non sempre è un vantaggio, perchè ogni minuto libero si trasforma in un lavoro domestico. Arnhem invece è una favola. Tanto per cominciare il viaggio in treno dura solo 15 minuti, poi l’ufficio non si trova nel solito tetro parco industriale tra la ferrovia e l’autostrada ma in pieno centro, a 10 minuti a piedi dalla stazione centrale e a meno di 5 minuti dalla zona pedonale con tutto il corollario di boutiques, caffè e ristoranti fighetti di milanese - ma anche londinese e parigina - memoria. Volendo posso pranzare in un vero ristorante o fare un paio di spese voluttuarie nelle boutiques del centro! Considerate che dopo 10 anni di deprimenti parchi industriali, mense aziendali e squallidi supermercati di periferia questa per me è una vera rivoluzione, tanto che per tutto il mese di dicembre, prigioniera delle mie abitudini, non ho nemmeno pensato di poter sfruttare questa opportunità e mi son mangiata il mio panino stinfio seduta davanti al PC come sempre. Ma martedì scorso, approfittando del fatto che la metà dei miei colleghi era in vacanza e non c’era veramente un cazzo da fare, sono andata per negozi. E ho scoperto la seconda ragione per cui Arnhem è una figata: è una vera città! Nijmegen, nonostante i suoi 120mila abitanti, è solo un paesetto sulle rive del basso Reno (Waal) che si sta espandendo, con una bella promenade, la piazza del mercato e una sola via d’accesso ormai permanentemente ingolfata. Arnhem invece ha la planimetria e le infrastrutture delle metropoli: palazzi maestosi, boulevard spaziosi, immensi parchi e giardini pubblici curatissimi, svariate chiese e cattedrali con le loro belle piazze, teatri a profusione e soprattutto un numero imprecisato di vie d’accesso tanto che ancora non mi ci raccapezzo. Perchè non me ne ero accorta finora? Semplicemente perchè finora le mie sporadiche frequentazioni di Arnhem si erano limitate alla stazione centrale e alla Bijenkorf (= la Rinascente): essendo proprietaria di una tessera fedeltà, in occasione delle svendite prendevo il mio bravo treno da Nijmegen, uscivo dalla stazione e andavo diritta filata alla Bijenkorf, passando evidentemente per la via meno attraente di tutta Arnhem, quella piena di tutte le franchises commerciali che si trovano in ogni paese di qualunque dimensione: Free Record Shop, Blokker, Bart Smit, Etos, Kruidvat, Miss Etam e svariati negozi di scarpe, tutti egualmente pacchiani. E’ bastato cambiare strada per cambiare prospettiva: dal mio ufficio, attraversando il Jansbuitensingel (viale  alberato), si arriva nella pregevole Velperplein, sede del teatro Musis Sacrum, da cui si dipanano innumerevoli viette pedonali che nascondono altrettante delizie per occhi e palato, perfino un caffè dove il cappuccino è meno imbevibile del solito.
Purtroppo anche Arnhem è stata bombardata pesantemente durante l’ ultima guerra mondiale, per cui il suo stile architettonico è piuttosto discontinuo per non dire sconcertante: maestosi palazzi in bugnato del XIX secolo si alternano a tremendi cubi di cemento, tirati su in tutta fretta e nello sprezzo delle più elementari regole estetiche, in tutte le sfumature di quel colore che si può solo definire merda. Davanti alla stazione centrale si trova un enorme cantiere permanente che – secondo le ultime previsioni – dovrebbe essere smantellato fra sei mesi, ma chi si fida più? Dietro la stazione sono state erette due arcologie in colori sgargianti secondo i dettami estetici degli anni novanta e davanti al fiume è stata costruita una spaghetti junction che ha definitivamente soffocato la già smilza promenade. Insomma, Arnhem non è certo la prima città olandese che vi consiglierei di visitare, ma considerando la sua distanza da Nijmegen e il fatto che la continua espansione demografica e cementifera sta unendo le due città in un continuum che ha già un nome – Kanstad – il fatto di avere una sede di lavoro qui è un privilegio che val bene qualche euro. E adesso vado a fare un po’ di shopping coi saldi!
 
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Tutti i post della sezione FEUILLETON sono un'opera di fantasia. Ogni riferimento a persone, situazioni, avvenimenti reali o realmente accaduti è puramente casuale nonchè involontario.

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Invece tutti i post della sezione DIARIO si riferiscono a persone, situazioni e avvenimenti reali.





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