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 ego... di paola
 
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C’è una fase nella vita di ogni emigrante in cui la prospettiva cambia. Una fase in cui si chiede sempre più spesso a compatrioti sempre più attoniti “Come si dice questo in italiano?”, una fase in cui si usa sempre più spesso il pronome “noi” per indicare i connazionali del paese ospitante e “voi” per indicare i compatrioti. Una fase in cui ogni rientro in patria è uno shock culturale sempre più grande e la naturalizzazione diventa una prospettiva sempre meno ipotetica. Dopo dodici anni di esilio volontario mi trovo in questa fase, che intendo celebrare con un diario dell’Italia vista dall’ombelico del polder.

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\\ weblog : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 30/05/2010 @ 19:34:55, in diario, linkato 1988 volte)
Domenica 23 maggio sera (lunedì mattina in Europa) si è conclusa la serie televisiva più innovativa e sconcertante del decennio e - si dice - la più discussa su internet. Siccome nel decennio scorso le discussioni su internet erano appannaggio di pochissimi eletti, la seconda affermazione va presa cum grano salis. La prima affermazione invece è quella di cui voglio disquisire. Non tanto e non solo perchè ho seguito fanaticamente la serie per tutti i sei anni della sua durata - con una defaillance nel terzo anno di cui tratterò tra breve - ma perchè quello che sta succedendo da un punto di vista sociologico è semplicemente affascinante.
 
Vorrei iniziare citando una frase di Umberto Eco che è stata responsabile di tutte le mie scelte di vita professionale dal 1981 ad oggi: “qualunque sia la disposizione critica con cui si va a vedere Love Story bisognerebbe avere un cuore di pietra per non commuoversi e piangere. E anche avendo un cuore di pietra non ci si sottrarrebbe probabilmente al tributo emotivo che il film richiede. E questo per una ragione semplicissima: che i film di questo genere sono concepiti per far piangere. E quindi fanno piangere.” (Le lacrime del corsaro nero - Almanacco Bompiani 1971 e successivamente ne Il superuomo di massa – 1978). Con queste parole Eco inizia la sua brillante dissertazione sulla letteratura popolare e ne ripropone il revival in chiave spietatamente analitica, concludendo: “se il Corsaro nero piange, guai all’infame che sorride. Ma guai allo stolido che si limiti a piangere. Bisogna anche smontare il congegno.”
 
Mi ritrovo trentadue anni dopo a scorrere le migliaia di pagine del forum di discussione scatenato dal finale di Lost – magistrale macchina per far piangere - e mi chiedo se Eco apprezzi lo sforzo collettivo di smontare il congegno, abilmente sponsorizzato dalla rete televisiva ABC, produttrice della serie e madre di tutto il marketing e merchandising esploso negli ultimi tre anni, quando cioè è stato chiaro anche ai produttori più ottusi e avidi che Lost era diventato un fenomeno sociale di proporzioni largamente superiori alle aspettative. Siccome mi rendo conto anche che molti di voi ancora non sanno di che cosa sto parlando, faccio un passo indietro.
 
Nella stagione autunnale del 2004, il network americano ABC manda in onda in prime time una serie intitolata Lost, che racconta in 25 puntate le avventure di un gruppo di sopravvissuti ad una catastrofe aerea su un’isola tropicale dalle caratteristiche inquietanti e misteriose. La serie è preceduta in Europa da recensioni molto positive da parte di un certo tipo di stampa piuttosto intellettuale, per cui viene relegata in seconda serata su stazioni minori e non viene mai promossa oltre quel livello perchè l’audience rimane contenuta rispetto a quella generata da altre serie come House MD o Crime Scene Investigation. In patria invece è un grandissimo e inaspettato successo, con audience paragonabili al diretto concorrente della Fox, House MD. Gli autori vengono quindi invitati a produrre una seconda serie di 24 puntate e poi una terza di 23. Qui iniziano i problemi. La storia di Lost infatti è molto semplice. I cosiddetti sopravvissuti non sono affatto sopravissuti: l’isola è una stazione intermedia tra la vita e la morte che per comodità chiameremo purgatorio e tutte le avventure e gli eventi su di essa non sono altro che prove dantesche propedeutiche ad una possibile redenzione o alla definitiva dannazione.
 
Tutto questo è chiarissimo nella prima e nella seconda serie, pregevolissime non solo per i numerosi richiami letterari e i livelli di lettura stratificati tanto cari ai critici, ma soprattutto per la sapiente alternanza tra la vita dei sopravvissuti sull’isola e flash back sulla meno edificante vita condotta dagli stessi prima di salire sul fatidico volo Oceanic 815. La terza serie, che secondo molti spettatori/critici (a quel punto il confine tra spettatore e critico era già molto incerto e questo già da solo è un fenomeno sociale di tutto rispetto) avrebbe dovuto essere la conclusione della vicenda, comincia a sfrangiarsi e mostrare le corde. Infatti, se CSI si nutre dei continui delitti che vengono commessi in una metropoli e House gioca sulle infinite combinazioni di sintomi che possono causare malattie, a quante prove, misteri, contraddizioni e assurdità crescenti possono essere sottoposti un gruppo di ‘sopravvissuti’ di media intelligenza prima di cominciare a capire la ragione per cui è impossibile lasciare l’isola e nessuno è ancora venuto a salvarli? Umberto Eco ha scritto al proposito un altro memorabile saggio: Eugene Sue: Il socialismo e la consolazione, in cui dimostra come sia possibile tirare in lungo una situazione particolarmente semplice oltre ogni possibile sopportazione gratificando al contempo i lettori. Gli autori di Lost invece si inventano un flash forward: nella scena finale della terza serie, il protagonista dice alla co-protagonista parimenti ‘sopravvissuta’: “Abbiamo fatto male a lasciare l’isola. Dobbiamo tornare indietro.” e con questo rompe una barriera invalicabile nella struttura canonica del romanzo popolare e getta tutti gli spettatori nello sgomento. Perchè se il protagonista e la sua bella hanno lasciato l’isola, allora l´intera teoria del purgatorio va a farsi elegantemente fottere.
 
A quel punto (siamo nell´estate del 2007) appaiono su internet thread di discussione feroci, il cui succinto riassunto è: Ma come si permettono gli autori di pigliarci per il culo? La reazione si innesta sullo sciopero degli autori a seguito della diatriba sui diritti e nello scompiglio generale viene comunicato che gli autori hanno stretto un accordo storico con i produttori, per il quale si impegnano a scrivere ancora 41 episodi nei quali daranno una risposta a tutti gli interrogativi sollevati nelle prime tre serie sul destino dei sopravvissuti, sulla natura dell’isola e sui suoi misteri. Viene anche comunicato che l´ultima puntata di Lost verrà trasmessa a maggio del 2010 e che ogni serie comincerà a gennaio anzichè ottobre.
 
Per quale ragione questi due comunicati siano accolti con enorme sollievo dalla comunità giornalistica e online resterà per me il mistero più grosso di tutta la serie. Ma come: la tirano in lungo per tre anni, poi ci dicono che la serie durerà altri tre anni e che per di più ogni anno verranno trasmessi due terzi degli episodi previsti da una normale stagione televisiva cosicchè possono tirarla fino a maggio del 2010 invece che finirla a maggio del 2008 come tutti chiedono a gran voce. Che cosa c’è di positivo in tutto ciò? Ma gli scrittori ed i produttori hanno capito una cosa fondamentale: a quanto pare adesso rende di più insultare lo spettatore che gratificarlo.
 
A partire dalla quarta serie, Lost ha finito il suo ruolo di romanzo popolare e ha sfondato la parete di una nuova miniera d’oro televisiva: il reality show applicato alle opere di fantasia, con il pubblico a casa nel ruolo dei dilettanti allo sbaraglio. Dalla quarta serie infatti la storia intorno alla produzione di Lost ha preso il sopravvento sulle avventure narrate nel telefilm e tutti gli spettatori si son lanciati alla scoperta del finale come bambini disincantati che ogni anno cercano i regali di ‘babbo natale’ in tutta la casa. La proliferazione di interviste, interventi, backstage, gruppi di discussione, concorsi sul finale più probabile e teorie sulla natura dell’isola ne è testimone. Non a caso Lost è l’unica serie televisiva ad avere una pagina su Facebook non gestita dai fans ma aperta e gestita dall’ ABC, che la usa scientemente come veicolo promozionale di tutto il materiale collaterale alla serie. Lost ha inoltre un sito dedicato all’interno di ABC.go.com e merchandising esteso sul tema Dharma Initiative, che è solamente una piccola parte dell’intera storia - anche se probabilmente la più geniale. Il thread di discussione sul finale ad oggi conta 2000 posts con una media di 3 risposte per post. E questo solo sul sito dedicato! Su Facebook siamo ben oltre i 18 mila interventi. Non sorprendentemente, la maggior parte degli interventi esprime estrema delusione per la conclusione della vicenda narrata: i mavens stanno facendo l’elenco di tutte le discontinuità che rendono il (logico) finale impossibile e una nutrita fazione di fans della prima ora si sta arrampicando sui vetri peggio di Spiderman per dimostrare che la vita dei sopravvissuti sull’isola è stata reale e che l’isola stessa esiste veramente, magari in qualche buco spaziotemporale tipo triangolo delle Bermuda.
 
Paragoni con Twin Peaks e X Files si sprecano, ma sono superficiali perchè gli unici due elementi che le tre serie hanno in comune sono lo status di cult ed il fatto che sono state spremute come limoni da avidi produttori. Sia il fenomeno Twin Peaks che il fenomeno X Files sono finiti con la fine dell’ultima puntata: si sa chi ha ucciso Laura Palmer e si sa chi sono i cattivi alleati con gli alieni. Lo spettatore medio è gratificato da un finale in linea con le aspettative e gli iloti sono gratificati dalla sorpresa finale. I produttori di Lost invece non solo sono riusciti a sfruttare tutta la possibile ‘reality’ intorno alla produzione della serie, ma in questo momento sono sicuramente in conclave per capire come possono monetizzare ulteriormente la delusione e la confusione – scientemente pianificata - intorno al finale. Gli scrittori infatti, che fino a settimana scorsa si sperticavano nel rilasciare intervise e dichiarazioni a destra e a manca, sono in silenzio-stampa da domenica sera e si guardano bene dall’accontentare le sempre più isteriche richieste dei fans di una verità ufficiale. Altro che pubblicazione del Diario di Laura Palmer e del manifesto I want to believe: siamo su tutt’altro livello professionale.
 
Eat your heart out, Umberto!
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Di paola (del 10/05/2010 @ 23:02:40, in diario, linkato 298 volte)
Siamo qui da una settimana e abbiamo visto tutte le principali attrazioni del posto, compatibilmente con le esigenze di Matteo che ha chiarissime idee su quello che vale la pena di visitare ed esprime ormai le sue opinioni in maniera perentoria quanto inequivocabile. Per cui ci siamo dedicati principalmente allo studio della fauna locale e successivamente alla sua degustazione. Kaapstad vanta i migliori ristoranti del Sud Africa e se si arriva qui dopo dieci anni di dieta olandese anche il fish and chips sembra divino. L’offerta gastronomica locale è comunque al livello di quella italiana e francese, con porzioni gigantesche a prezzi incrediblmente contenuti. La qualità degli ingredienti è eccelsa: abbiamo mangiato pesce pescato sotto i nostri tavoli poche ore prima, pollo ruspante con più spazio a disposizione degli abitanti di Amsterdam e verdura e frutta così succosa e traboccante di vitamine da sembrare finta. Perfino il latte scremato sa di panna - non so se mi spiego. La cosa che mi ha più sorpreso è il culto per la gastronomia italiana: mai mi sarei aspettata di trovare sulla punta dell’Africa veri espressi e cappuccini confezionati a regola d’arte con caffè italiano da Lavazza a Illy, per non parlare delle pizze della rinomata catena Col’Cacchio (pronuncia kolkacio): simpatico scherzo linguistico coniato da qualche buontempone che tra le risate è anche riuscito a tramandare una ricetta di tutto rispetto. L’Italia qui va per la maggiore, testimoni i numerosi negozi di griffe italiane e l’onnipresente birra Peroni che qui è molto esotica e servita solo nei locali più chic.
 
Se invece si vuole rivivere l’atmosfera coloniale dei romanzi della nostra gioventù non si può fare a meno di prendere l’high tea al Mount Nelson Hotel: della stessa epoca e genere del Raffles di Singapore e dell’Oriental di Bangkok, con lo stesso tipo di servizio impeccabile, thè di qualità eccelsa e delicatessen di altri tempi come scones e cucumber sandwich, ma con una clientela decisamente meno formale. I sudafricani sono laid back e si presentano tranquillamente in polo e mocassini perfino nel ristorante La Colombe nell’esclusivissima tenuta vinicola di Constantia Uitsig – a detta di Time Out il miglior ristorante dello stato, degno di una stella Michelin e mia attrazione preferita insieme al MNH.
 
Siccome nel frattempo è cominciata la stagione delle piogge, ieri ci siamo rifugiati a Canal Walk, il più grande centro commerciale a Century City, praticamente una città artificiale come Milano 2, con ville, uffici, piazze e laghetti, oltre che 400 negozi, cinema, ristoranti e caffè, costruito con uno sfarzo che ho visto solo a Las Vegas. Mercoledì scorso siamo andati a vedere il concerto degli Spandau Ballet al teatro del casinò Grand West, altro esempio di architettura vegasiana con tanto di copia al coperto di una tipica piazza italiana con vere fontane e finto cielo con nuvolette e luce solare/lunare, proprio come al Caesar Palace.
 
Non mi resta che constatare che Kaapstad/Cape Town è una città di fighetti, nonostante i fantasmi dell’apartheid che aleggiano ancora nell’aria come gi orrori del nazismo impregnavano gli anni settanta in Germania. E nonostante non si possa fare a meno di notare con un certo imbarazzo come tutti, ma proprio tutti, i blue collars siano neri. Ma qui la presenza degli Afrikaners – discendenti dei coloni olandesi del XXIV secolo che parlano tuttora una lingua germanica molto affine all’olandese antico e costituiscono la fazione razzista dura e pura – è molto ridotta e tutti si sperticano nel disprezzarli apertamente per il loro anacronistico atteggiamento conservatore. Tutti i nostri coetanei si comportano come Spencer Tracy e Katherine Hepburn in Indovina Chi Viene a Cena e i ventenni sono la fotocopia della versione cinematografica: color blind. Anche davanti all’immensa township che si estende per quaranta km ad est della città e che ospita dieci milioni di neri per i quali acqua corrente e sapone sono un lusso.
 
L’amministrazione della città ha in progetto di ricostruire l’intera zona con parametri di igiene e sicurezza moderni, in modo da affrancare i blue collars dal loro stato di arretratezza e farli rientrare tra i cittadini di serie A. Progetto ammirevole che sarebbe già a buon punto se non fosse per l’incredibile corruzione degli amministratori che fa sparire il denaro pubblico in attività di stampo paramafioso. Sul giornale di domenica scorsa ho letto un articolo molto poco lusinghiero su un politico locale che sarebbe nel mirino della polizia per commercio di armi e altre numerose attività imprenditoriali illegali “Tutte calunnie infami” reagisce il politico in questione, vittima a suo dire di un complotto giornalistico. Nulla di nuovo sotto il sole ma una gran tristezza, per cui torno alle delizie turistiche tra cui Simons Town che ospita una comunita di migliaia di pinguini selvaggi e il Capo di Buona Speranza che ospita babbuini e struzzi allo stato brado. Sulla cima della Table Mountain abbiamo visto una coppia di marmotte tranquillamente sedute su una roccia a pochi centimetri dalla funivia, con l’aria interessata di turisti allo zoo e proprio come di fronte ai pinguini che ci fissavano dai loro nidi sulla spiaggia di Boulder Bay ho avuto l’impressione che gli animali in gabbia fossimo noi.
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Di paola (del 03/05/2010 @ 23:25:14, in diario, linkato 306 volte)
Da quando la mia amica Gio si è trasferita in Sudafrica aspetto la congiuntura astrale favorevole per andarla a trovare e così vedere una parte del mondo che altrimenti mai mi sognerei di visitare, vista l’intricatissima situazione socio-politica causata dalla combinazione letale dell’imperialismo inglese innestato su una solida base coloniale boera.
Tale congiuntura si è presentata ora, con la concentrazione di tutte le festività olandesi dal compleanno della regina (Koniginnedag) al ponte dell’Ascensione, passando per la fine della 2a Guerra mondiale che in Olanda, per oscure ragioni, è considerata festività solo ogni 5 anni. La scuola di Matteo chiude dal 30 aprile al 16 maggio e io ho prontamente prenotato tre biglietti A/R sul diretto KLM per Kaapstad (Città del Capo) nello stesso periodo. Dopodichè l’eruzione dell’Eyjafjallajokull mi ha fatto stare sulle spine per settimane; alla notizia della riapertura dei cieli ho tirato un sospiro di sollievo e ho cominciato a preparare le valigie. Nel frattempo amici e colleghi olandesi mi hanno abbondantemente terrorizzato con racconti orripilanti sull’efferatezza della criminalità sudafricana e mia madre ci ha messo il carico da novanta con un sedicente proclama di Al Quaida che promette una carneficina in occasione dei Mondiali di calcio. Dall’altra parte dell’equatore, un’indignatissima Gio mi ingiungeva di non farmi paranoie ‘chè Kaapstad (o come dice lei – Cape Town) è più sicura di Milano e così, addì 2 maggio, ci siamo recati a Schiphol dove ci attendeva una pittoresca e chilometrica coda, aizzata da almeno 15 assistenti di volo il cui unico compito è quello di smistare i passeggeri verso i terminali di check-in automatico e baggage drop-off. Ho subito commentato sarcasticamente che se i 15 assistenti di volo si fossero messi dietro ad altrettanti banchi di check-in assisitito la coda si sarebbe dimezzata e altrettanto sarcasticamente ho assisito al vano tentativo della laccatissima hostess di fare accettare al computer tre passeggeri con due passaporti, nonostante le nostre assicurazioni congiunte che ripetuti tentativi dal PC di casa non avevano sortito alcun effetto: la tecnologia è meravigliosa ma i computer non sono flessibili e il concetto di minore registrato sul passaporto del genitore non è appartentemente ancora adeguatamente compreso nella programmazione. Dopo un vivace alterco con la gorgone di sentinella ai check-in assisiti siamo finalmente potuti entrare nella coda giusta e grazie all’arguzia di un’altra - gentilissima - hostess abbiamo aggirato il bug di programmazione e siamo entrati in possesso delle agognate carte d’imbarco. L’aeroporto di Amsterdam (Schiphol) è stato recentemente rinnovato ed è ormai uno sfavillio di marmi e cromature con giganteschi negozi e numerosissimi punti di ristoro e intrattenimento al pari d Malpensa 2000. Purtroppo la coda prolungata al check-in ci ha permesso solo una fugace puntata al duty-free e un costosissimo cappuccino, ma quando siamo arrivati a bordo del Boeing 777 ci siamo accorti che è passato davvero un sacco di tempo dal nostro ultimo viaggio intercontinentale (per la precisione, otto anni). Ci aspettavano televisori personali con un menù di centinaia, che dico, migliaia tra film, sitcoms, serials, cartoni animati, documentari, videogames e chi più ne ha piu ne metta. Insomma, abbiamo passato le undici ore di volo a guardare tutti i film che ci siamo persi negli ultimi otto anni di galera genitoriale, più svariate puntate dei nostri programmi TV preferiti. Perfino i pasti a bordo non erano perfidi come ricordavo, con dispiego di (dichiarati) ingredienti naturali, low fat, low carb e tutte le idiosincrasie alimentari del ventunesimo secolo.
 
Atterrati a Cape Town/Kaapstad ci attende un aeroporto ultramoderno e nuovo di pacca, costruito senza risparmio di energie e con la larghezza di fondi tipica delle grandi occasioni. Dopo un tranquillissimo trasferimento in macchina a Hout Bay su autostrade enormi e nuove tanto quanto l’aeroporto, facciamo conoscenza con le misure di sicurezza sudafricane e qui devo dire che i racconti olandesi si sono rivelati abbastanza fedeli alla realtà: le proprietà della minoranza bianca sono rigorosamente chiuse dietro cancellate impenetrabili, fili elettrici, inferriate e tutta la parafernalia da kibbutz promessa: mancano solo le torrette con le sentinelle armate ma perentori cartelli dichiarano una ‘armed response’ non ulteriormente specificata; Gio conferma la presenza di ronde armate a tutela della tranquillità e delle proprietà dei cittadini. A parte ciò, Hout Bay è un quartiere molto rilassato e tranquillo, il centro commerciale pulitissimo e fornitissimo di marche occidentali da Woolworth a Despar: un anticlimax, non sembra nemmeno di stare in Africa. Segnali della presenza nera e della disparità di classe talmente sottili da risultare invisibili ad un osservatore superficiale. Nel bar che serve fantastici espressi e cappuccini Illy (!) il barista è color ebano, la cassiera ‘mixed’ e la clientela rigorosamente WASP. Nel ristorante fighetto di Camps Bay che serve club sandwich, insalate e hamburger giganteschi le cameriere sono bianche e il manager nero. Tutti estremamente dignitosi e on their best behaviour. Ma non dobbiamo farci ingannare, ci dice Gio: la minoranza bianca è passata da classe dominante a classe discriminata dal black power emergente non ancora in grado di emanciparsi. Siamo un male necessario, niente di più e questa sensazione di precarietà non ha fatto altro che recidivare l’odio razziale latente e infettare viralmente perfino la borghesia illuminata. La differenza tra un turista e un razzista? Quindici giorni. (continua)
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