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 ego... di paola
 
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Sono emigrata in Olanda per amore quindici anni fa. Nei primi dieci anni ho intrattenuto i miei amici sulle usanze olandesi, poi ho cercato di far loro vedere come sono assurde le vicende italiane viste da qui. Adesso racconto semplicemente quello che mi succede.

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\\ Baci da Tulipland : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 13/04/2009 @ 17:48:24, in diario, linkato 3016 volte)
VrijhofGiacché il dottore ha prescritto al vikingo assoluto riposo e svago, i nostri weekend sono ormai all’insegna della gita turistica. Subito dopo la visita al Keukenhof abbiamo prenotato un ‘arrangement’ pasquale a Maastricht, all’Hotel de l’Empereur, in pieno centro storico. giardino giapponese dell'hotel
Maastricht dista da Nijmegen 133 km, solo cinque piú di Amsterdam, ma sembrano 300. Cominciamo col dire che Maastricht é un’appendice all’estremo sud dell’Olanda, circondata su tre lati da Belgio francofone e Germania, collegata alla madrepatria da una lingua di terra sottilissima che ha di olandese solo il nome, in quanto di colpo, attraversato il confine tra Brabant e Limburg, ti assale un inaspettato paesaggio di colline toscane. Fino ad un anno fa per andare a Maastricht da Nijmegen si faceva la Route Napoleon, ovvero la strada scavata dalle truppe del Corso per arrivare al mare del Nord dalle Fiandre. Il viaggio su questa strada provinciale che attraversa tutti i paesetti del Limburg dura due ore buone. Adesso é stata aperta un’autostrada, ma per oscure ragioni tecniche bisogna comunque viaggiare su una colonna a passo d’uomo per una ventina di km prima di immettersi sulla A2, dove ci si ferma definitivamente aspettando che la coda da Eindhoven si affievolisca. In treno non ci si mette meno: da Amsterdam c’é un diretto ogni mezz’ora e il viaggio dura 2 ore e mezza, da Nijmegen si viaggia via ‘s Hertogenbosch e se tutto va bene si arriva in centro cittá in 2 ore.
 
centro storicoLe peripezie del viaggio contribuiscono a dare a Maastricht un’allure da paese esotico, rafforzata dai cartelli stradali bilingui in quanto il dialetto locale – che sta all’olandese come il bergamasco sta all’italiano - é orgogliosamente parlato dal 70% della popolazione. Arrivati in cittá si stenta a credere di essere ancora in Olanda. Profumi e colori burgundi ti riempiono i sensi, enormi distese di sedie e tavoli di fronte ai numerosi caffé sui larghi marciapiedi ti fanno immediatamente venire voglia di sederti e ordinare caffé e brioche, con la speranza non delusa di affondare i denti in un vero croissant e di attizzare le papille con un vero espresso. Insomma, sembra di stare in Francia. Non so se i maastrichesi si offendano al paragone: mi affretto ad assicurarli che intendo far loro un enorme complimento. Il centro storico, tagliato in due dal fiume da cui Maastricht prende il nome, é curatissimo e in via di rigoroso quanto intelligente restauro. Il nucleo é costituito da vicoli medievali che via via si allargano in boulevard di stile francese con enormi spiazzi centrali dove i 120mila abitanti vengono raggiunti da quindici milioni di turisti ai tavoli dei cinquecento e passa ristoranti, bistrot, birrerie e caffé in un’atmosfera di rilassatezza e convivialitá mediterranea. casa dove mi piacerebbe abitare #7La gastronomia ha una decisa impronta belga, cioé da orgasmo multiplo, i vicoli medievali del centro sono letteralmente tappezzati di boutiques del livello di via Montenapoleone e dintorni: si stenta a credere che una cittá delle dimensioni di Nijmegen possa contenere un’offerta pari a quella di Milano. In quanto a cultura, Maastricht é la piú vecchia cittá olandese, sede universitaria e seconda solo ad Amsterdam in quanto a monumenti e congressi, vanta nove musei e otto chiese gotiche di fine fattura. A Maastricht infine é stato ritrovato lo scheletro di un dinosauro del tardo Cretaceo e sul luogo é stato prontamente aperto un museo di storia naturale, che a dir la veritá contiene ben poco a parte il suddetto scheletro, ma l’architettura é incantevole e i contenuti uno sballo per i bimbi.
 
vecchio portoGiacché di musei e chiese gotiche ho fatto indigestione in gioventú, fatta la doverosa visita alla basilica di Sint-Servaas protettore della cittá, ho dedicato le mie attenzioni all’aspetto mondano della cittá e ho finalmente potuto fare shopping sensoriale per tre lunghe, deliziose e appaganti ore mentre Matteo e il vikingo sguazzavano insieme nella piscina dell’albergo. Poi abbiamo pranzato insieme – in uno dei suddetti ristoranti all’aperto – con un’insalata niçoise con sashimi di tonno e acciughe fresche che mi ha fatto quasi venire le lacrime agli occhi dalla commozione. Dopo la visita al museo siamo andati a dar da mangiare alle anatre al parco sotto le mura della cittá vecchia, con vista sulla Ceramique, ovvero il centro ultramoderno sorto sul ‘ground zero’ dei bombardamenti della 2º guerra mondiale. Qui apro una parentesi per constatare che gli americani han fatto piú danni durante i sei mesi di liberazione dell’Olanda che i tedeschi durante i quattro anni di occupazione. Gli unici danni di guerra che le cittá olandesi al confine con la Germania hanno subito sono stati quelli accidentalmente causati dalle bombe lanciate dagli aviatori alleati su obiettivi tedeschi. A Nijmegen ne son cadute due, a Maastricht quattro. Ma sará mai possibile che i top gun dell’epoca avessero una mira cosí schifosa? la biblioteca della CeramiqueComunque, a Maastricht le quattro bombe han distrutto un intero quartiere intorno ad una fortezza del cinquecento e gli amministratori della cittá non hanno trovato di meglio da fare che ricostruire fortezza e quartiere in stile avveniristico. Per cui, girato l’angolo di un vicolo medievale del vecchio porto, di colpo ti trovi in un incubo di De Chirico, con arcologie pseudocubiste che feriscono gli occhi. Magari nelle intenzioni il progetto sará anche stato grandioso, ma comincio a capire che la realizzazione vale molto piú delle intenzioni e che certi architetti hanno fatto ancora piú danni delle bombe alleate.
 
HeipoortVisitata rapidamente la Ceramique siamo tornati nel caldo abbraccio della cittá vecchia, dove amministratori piú assennati stanno promuovendo un restauro piú rispettoso delle origini e dove ho individuato almeno una decina di case che mi piacerebbe avere o quantomeno dove mi piacerebbe abitare per un po’. KobeAbbiamo concluso la gita e la giornata in un ristorante del vecchio porto dove – con l’assistenza di San Nintendo DS - siamo riusciti a far mangiare al pargolo l’interno di qualche maki e un po’ di salmone teriaki e ci siamo gustati una cena giapponese memorabile. Ieri mattina, prima di ripartire alla volta del Brabante dove ci aspettava l’inevitabile bbq pasquale, siamo andati a passeggiare per i viali deserti e a degustare un ultimo caffé con una fetta di Limburgse vlaai, un pie di frutta per cui la regione va giustamente famosa. In tutto siamo stati via poco piú di 48 ore ma mi sono sembrate una settimana: consiglio caldamente, anche ai palati italiani viziati!
 
Di paola (del 09/04/2009 @ 01:00:00, in diario, linkato 5211 volte)
Questa me la sono proprio cercata.
In un impeto di nostalgia ho dichiarato su Facebook che preferivo ritrovare i miei vecchi amici piuttosto che farmene di nuovi, quindi é inevitabile che la mia comunitá sia ormai prevalentemente composta da ultraquarantenni alla ricerca del tempo perduto. Ricerca che, finché si limita al ritrovamento dei video-cult di Doctor & the Medics o ai deliri sul nostro passato di DJ alternativi nelle radio libere bergamasche mi fa blandamente sorridere, ma quando tocca le sponde del periodo pre-punk mi causa reazioni scomposte. E’ un vero peccato che abbia interrotto le sedute di analisi prima di arrivare al nodo della mia adolescenza, perché adesso mi ritrovo a fare i conti in terra straniera con un gigantesco nodo karmico senza supporto terapeutico. La causa scatenante di questo magone cosmico é stata l’innocente scelta dei 5 album italiani piú belli di tutti i tempi da parte di un’amica che in seguito ai miei commenti mi ha probabilmente tolto dalla list - con tutta la mia comprensione.
Ebbene, questi album sono: Rimmel, Burattino senza Fili, Dalla, Via Paolo Fabbri 43 e Una Donna per Amico.
 
Ad esclusione dell’ultimo, che i miei lettori piú attenti non esiteranno a definire l’elemento estraneo alla serie, questi album sono l’icona del mio odio per gli anni settanta e tutto quello che contengono - dagli zatteroni e i jeans a campana fino ai cineforum con dibattito e Lotta Continua - e la ragione per cui ho abbracciato il punk e la new wave come un salvagente gettato dal panfilo regale inglese nell’oceano di piombo italiano. La sola vista delle copertine mi provoca un senso di nausea e di soffocamento; piuttosto che riascoltare anche solo la prima strofa di Buonanotte Fiorellino o di In Morte di S.F. mi faccio chiudere in una cella per 24 ore con un loop di ABC, Culture Club, Duran Duran e Sigue Sigue Sputnik. A causa di questi album ho rinnegato la musica italiana e solo negli anni novanta ho ricominciato cautamente a (ri)ascoltare Lucio Battisti, Pino Daniele, Claudio Baglioni e Raf – quest’ultimo principalmente a causa del video Cosa Resterá di Questi Anni Ottanta, girato a King’s Road, che mi fa piangere di commozione al ricordo del mio periodo londinese.
 
Non é semplicemente che le canzoni di Guccini, De Gregori e compagnia cantante non mi piacciono, é che quelle canzoni sono permanentemente associate al periodo piú schifoso della mia vita: quel periodo in cui bisognava assolutamente schierarsi e una volta schierati non si poteva deviare dalle direttive del partito, qualunque esse fossero. E quindi o eri un compagno o eri un fascista e in mezzo c’era il nulla. E se non volevi passare per fascista ti dovevano piacere Guccini, De Gregori &C, i film di Bellocchio, Pasolini, Fassbinder, Hertog e Wenders. Dovevi leggere solo saggistica pubblicata da Einaudi e Feltrinelli, credere in Lenin, Mao e Che e guai a mettere in dubbio il socialismo reale, la rivoluzione culturale e la lotta armata.
In particolare, l’intero fenomeno dei cantautori é nato e si é sviluppato esclusivamente in funzione della sottocultura giovanile di sinistra degli anni settanta e pertanto Guccini, De Gregori &C si pigliano ora le loro belle responsabilitá: se fossi Nanni Moretti andrei a chiedergli il conto del mio analista.
 
Mi si opinerá che si possono ascoltare i cantautori senza per questo doversi leggere il libretto rosso di Mao o condividere gli ideali delle BR. E io rispondo, sí certo, si puó anche fumare hascisch senza essere un tossico. Ma se ti fai cinque canne al giorno ogni giorno tossico lo diventi! E se ti tocca ascoltare quei maledetti album ad ogni festa, ritrovo, in casa di ogni conoscente, suonati con la chitarra dell’immancabile amico che vuole cuccare, cantati acappella dal coretto delle fricchettone in calore durante le innumerevoli manifestazioni e occupazioni coatte, su ogni stazione radio e nel mangianastri delle prime renault 4 dei tuoi primi fidanzatini é praticamente impossibile non identificare le canzoni col contesto: lo insegna Pavlov! E parliamone, di questo maledetto contesto! Ma ve li ricordate gli anni di piombo, o in quel periodo eravate permanentemente annebbiati dai suddetti spinelli? Sono stati un inferno solo per me o nessuno osa dirlo per paura di essere gambizzato?
Al di lá di ogni considerazione sulle teorie politiche deliranti dell’epoca che vi risparmio, vi pare normale che fosse considerato fascista leggere romanzi, ascoltare musica pop o andare a ballare in discoteca, in una parola, divertirsi? E’ possibile che dovessimo ininterrottamente fare autoanalisi, autocoscienza, autocritica e autoflagellarci con canzoni, libri e film che parlano solo ed esclusivamente di sfighe apocalittiche invece di godere dei pochi anni pieni di ormoni e scevri di obblighi che la vita ci offriva? Non vi viene in mente che questo sia stato il vero terrorismo di stato?
 
Ma soprattutto, chiedetevi questo: al di lá dell’indubbio valore artistico di alcuni (e solo alcuni) testi, quale valore di intrattenimento hanno oggi i cantautori di cui sopra? Lo mettereste Via Paolo Fabbri 43 o Burattino senza Fili come sottofondo ad una cena tra amici, oggi?
 
I rest my case.
 
Di paola (del 06/04/2009 @ 20:32:54, in diario, linkato 1982 volte)
Stiamo entrando a singhiozzo nella breve primavera nordica, caratterizzata da temperatura 5-10°, vento, pioggia e nebbia con occasionali schiarite che per la popolazione locale sono una ragione sufficiente per togliersi maglioni e calze e affollare le terrazze dei bar. Venerdí scorso é stata una giornata splendida, senza una nuvola e temperatura tendente a 20°: Matteo ha giocato con gli amichetti al parco praticamente fino a che non é stramazzato al suolo, io ho preso il sole sulla terrazza del Wolfsberg e abbiamo concluso la giornata mangiando in giardino e giocando a Monopoli sotto un tramonto infuocato. Per contrappasso sabato siamo ripiombati nel grigiore invernale ed io nella corrispettiva depressione, per cui ieri ho accolto a braccia aperte l’arrivo dei suoceri per la pianificata gita al Keukenhof.
La mia vita a Tulipland non poteva essere completa senza questa pietra miliare che sta a pagina 3 di tutte le guide turistiche sull’Olanda dopo il giro dei canali di Amsterdam e le ceramiche di Delft e per questo viene snobbata dai locali, soprattutto se del Brabant. Il vikingo non ha fatto altro che lagnare (zeuren) l’abominevole livello di pacchianeria del posto, che oltre a ettari di tulipani in fiore e serre gigantesche contiene anche un organo a manovella gigante, un mulino a vento, un finto fienile, un coro dei marinai e la sua brava chiatta per fare il giro del canale locale. Il tutto indubbiamete kitsch, ma lo snobismo del vikingo é solo invidia: se il Keukenhof fosse sotto la Mosa (Maas) mi ci avrebbe portato ancor prima che all’Efteling!
Io invece, forse perché mi considero ancora una turista, ho goduto ogni momento e mi sono riempita i sensi dei colori e dei profumi delle migliaia di varianti di tulipani, narcisi, begonie, viole e giacinti. Anche sotto la nebbia e il vento gelido, la vista di giardini pulitissimi e curatissimi con erbetta all’inglese e aiuole decorative multicolori, ruscelletti gorgoglianti e fronde fruscianti mi ha calmato i nervi. Se il Keukenhof fosse a Lissel (Brabant) invece che a Lisse (Zuid Holland) ci andrei tutte le domeniche.
 
La primavera – come é noto - non fa fiorire solo i tulipani, ma risveglia anche i sensi. Qui si dice ‘lentekriebels’, che tradotto al meglio significa ‘fregole di primavera’. Nonostante la recessione, da quando si vede un po’ di sole il pessimismo cosmico si sta affievolendo e i sorrisi stanno tornando perfino sui visi degli annunciatori televisivi, alla faccia dell’indice AEX. Tutti quelli che ancora se lo possono permettere cominciano a fare piani per le prossime vacanze ed é un fiorire di conversazioni leggere sull’opportunitá di prendere l’ennesimo carro bestiame della Ryanair o di provare l’ICE ad alta velocitá per le destinazioni meno lontane.
In questo spirito avevo intavolato giovedí sera l’ennesima conversazione con l’ennesimo amico in visita al vikingo convalescente, ma mi sono trovata di fronte ad un caso di lentekriebles decisamente piú drammatico. Il tizio in questione, ingegnere elettronico con specializzazione ICT, é partito questo weekend per una vacanza esplorativa di tre settimane in Messico, dove intende trasferirsi al piú presto per aprire un ostello/b&b insieme ad un suo amico d’infanzia. Gli ho chiesto tra il divertito e l’esterrefatto che cosa lo avesse portato a questa decisione e mi ha risposto che é stufo marcio dell’Olanda, del governo sempre piú invasivo e dei controlli insopportabili da stato di polizia. “Non voglio che un impiegato metta il naso nelle mie cose, non voglio dover chiedere il permesso per ogni fottuto piolo che pianto nel mio giardino e soprattutto non voglio piú essere spiato dalle maledette telecamere che sono ormai ovunque!” Ho mantenuto il mio sorriso diplomatico e gli ho chiesto che cosa gli facesse pensare che la situazione in Messico fosse migliore. La risposta é stata talmente delirante che stento a riportarla: “Lí almeno c’é libertá di movimento e nessun controllo statale.” o qualcosa di comicamente simile, il tutto accompagnato dallo sguardo sognante che di solito i maschi sfoggiano in occasione di partite di calcio o pornografia. Non gli sono scoppiata a ridere in faccia per rispetto e perché anche il vikingo aveva attaccato con la sua lagna preferita sull’insostenibile pesantezza dell’essere olandese – si badi bene, non centrata sull’incommestibilitá del cibo e sulle temperature polari, ma sul Grande Fratello statale scatenato dall’incubo del terrorismo post 9-11.
Ora, per un paese dove al governo non c’é un dittatore totalitario che controlla tutti i principali mass media, prostituzione e droghe leggere sono (ancora) liberalizzate, l’abrogazione di eutanasia, divorzio e aborto non é nemmeno in discussione, dove l’obbligo del documento d’identitá é stato introdotto solo quattro anni fa (peraltro in ottemperanza ad una legge europea), dove le telecamere si trovano principalmente sulle autostrade per controllare i limiti di velocitá e dove il fisco spende milioni di euro ogni anno in campagne informative del tipo “Quest’anno controlliamo le detrazioni di tipo X: mi raccomando, controllate bene le detrazioni di tipo X che avete fatto e se avete bisogno di aiuto siamo a vostra disposizione al numero verde (che funziona)”, mi pare che l’Olanda sia piuttosto in fondo alla lista degli aspiranti Big Brothers di orwelliana memoria. Senza voler fare paragoni imbarazzanti, la probabilitá che chiunque di noi riesca ad aprire un ostello/b&b é piú elevata qui che nel resto del mondo a sud del 52° parallelo – se non altro perché non devi pagare mazzette e pizzi a nessuno - e la probabilitá che chiunque di noi qui finisca in galera per un errore giudiziario tende a zero.
Vero é che sui limiti di velocitá non si scherza: a 56 km in centro abitato scatta giá la prima sanzione e i vigili urbani sono tutti ex SS che ti fermano anche per un fanalino rotto sulla bicicletta, ma nonostante anche io come tutti bestemmi ad altissima voce ogni volta che una multa atterra sul tappetino, sono contenta che nessun pirata della strada potrá impunemente fare 150 all’ora nei paraggi della scuola dove va mio figlio e soprattutto che il parchetto dove gioca non é lastricato di bottiglie rotte, siringhe usate e cacche di cane, grazie al rigoroso controllo sociale e alle sanzioni ancor piú rigorose.
Senza parlare del fatto che, quando il treno arriva in stazione la sera e io devo andare da sola nel buio nordico a recuperare la bici nel parcheggio del simpatico quartiere popolare dietro la stazione, sono ben felice che ci sia una nuova telecamera strategicamente posta all’uscita del sottopassaggio.
Sono stata fermata anche io decine di volte all’uscita di vari grandi magazzini perché le commesse si erano dimenticate di togliere la placca anti taccheggio, ma non la considero una violazione della mia privacy!
Tralaltro gli stessi personaggi che si lamentano dell’invasione nella privacy non hanno alcun problema a lasciare numero di cellulare e indirizzo e-mail a mezzo mondo e a scaricare gigabytes di foto e video privati sui vari YouTube, Hyves e quant’altro.
Ma non ho detto niente di ció al delirante amico in procinto di partire per il walhalla delle libertá che secondo lui é il Messico, perché sono sicura che la realtá lo colpirá come un nugolo di mosche su un mucchio di escrementi: niente di meglio di una sana estate tropicale per toglierti le fregole di primavera nordiche!
 
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