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 ego... di paola
 
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C’è una fase nella vita di ogni emigrante in cui la prospettiva cambia. Una fase in cui si chiede sempre più spesso a compatrioti sempre più attoniti “Come si dice questo in italiano?”, una fase in cui si usa sempre più spesso il pronome “noi” per indicare i connazionali del paese ospitante e “voi” per indicare i compatrioti. Una fase in cui ogni rientro in patria è uno shock culturale sempre più grande e la naturalizzazione diventa una prospettiva sempre meno ipotetica. Dopo dodici anni di esilio volontario mi trovo in questa fase, che intendo celebrare con un diario dell’Italia vista dall’ombelico del polder.

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di paola (del 22/03/2009 @ 22:48:19, in diario, linkato 227 volte)
Qualche mese fa, in una mail privata, scrivevo che la recessione ci avrebbe colpito nel 2009 come uno tsunami. La nefasta previsione si é puntualmente avverata dimostrando ancora una volta che Cassandra mi fa le pippe, ma la cosa non mi rende affatto felice. Sono metaforicamente aggrappata ad una palma nella bufera e per quanto mi sforzi di pensare che basta stringere i denti e resistere perché tutto passa e quindi passerá anche questa, la tentazione di mollare il tronco sempre piú fradicio e scivoloso per abbandonarsi all’abbraccio del vento é fortissima. Insomma, sono in un momento di riflessione pari a quello che mi ha portato qui dieci anni fa: uno stress della madonna e due palle tante.
 
Mentre il mio destino si dipana osservo le reazioni di un paese übercapitalistico di fronte all’incredibilitá della recessione dichiarata (-3,5%) e constato che tutto il mondo é paese. Mi semba di stare in quella parodia dei fratelli Zucker chiamata Airplane!, precisamente nella scena in cui nella cabina passeggeri l’avviso lampeggiante ‘Don’t panic’ si muta in ‘OK Panic’. Il panico generale é palpabile, respirabile come l’odore della paura. Vengono prese decisioni totalmente insensate, subito rimangiate e rappezzate: la confusione é ai massimi livelli. I prezzi salgono, i consumi calano e le aziende-clienti ci chiedono consigli su come sopravvivere per poi indignarsi se, come ovvio, li consigliamo di non aumentare i prezzi e di non tagliare gli investimenti. I piú cinici approfittano della congiuntura per chiudere contratti capestro nei quali a momenti li dobbiamo pagare noi per avere l’onore di lavorare per loro; alcuni di questi ci mettono in gara e poi ci lasciano per agenzie migliori (= ancora meno care).
Nella spirale di follia collettiva la mia tower of strength – il vikingo – ha mollato la spugna facendosi venire un bell’esaurimento da superlavoro (burnout) manifestatosi con iperventilazione e pressione 180/110, cosicché oltre a papparmi le beghe lavorative devo anche farmi un corso-lampo di gestione burnout in terra straniera, che come al solito si sta rivelando uno shock culturale di proporzioni bibliche.
 
A differenza di quello che succede a Milano infatti il burnout qui viene trattato come una malattia grave e il soggetto della malattia viene assistito e coccolato come un infante. Nel giro di una settimana il vikingo é stato visitato da ben tre medici, controllato da cima a fondo in ospedale, dotato di ogni possibile rimedio chimico contro pressione e depressione, nonché inserito in un programma di counseling con due sessioni settimanali. Il medico aziendale gli ha dato un congedo malattia illimitato e un controllo mensile per constatare il decorso della malattia. Il medico della mutua gli ha prescritto controlli quindicinali a sangue, cuore e pressione e infine il cardiologo lo vuole rivedere entro sei settimane anche se non sopravvengono complicazioni. Tutti quanti, counselor compreso, lo stanno incitando a rilassarsi, riposarsi e fare solo ed esclusivamente cose che lo rendono felice (col risultato collaterale che questo disgraziato non mi fa nemmeno piú la sua quota di lavori domestici, ma transeat). Sono sinceramente sbalordita dall’atteggiamento della sanitá locale in questa occasione, se penso che per farti prescrivere un antibiotico qui devi essere praticamente moribondo! Mi é parso confusamente di capire che qui ci sia un business colossale dietro all’assistenza sociale e che le aziende non si possono azzardare a rifiutare assistenza agli impiegati stressati per non rischiare gravi penali e sanzioni. E’ di questi giorni la notizia che un insegnante ha vinto una causa contro la sua scuola che ora gli deve risarcire qualcosa come 200 e passa mila euro come compenso per il burnout: un precedente pericolosissimo per le aziende dove piú o meno un dirigente all’anno salta per questo motivo.
Comunque stiano le cose, non vi posso dire la mia sorpresa quando – piú o meno vergognandomi come una ladra – ho comunicato al mio datore di lavoro la situazione e ho ricevuto immediatamente la visita del responsabile del personale che si é affrettato a rassicurarmi sulla comprensione di tutta l’azienda e mi ha caldamente consigliato di prendermi qualche giorno di permesso pagato per poter accudire il malato, dopodiché mi ha incitato a fare un controllo medico per verificare il mio stato di salute, il tutto condito da raccomandazioni di prendermela comoda e di non pensare ai targets. Ancora frastornata da tutta questa inusitata gentilezza ho telefonato al medico della mutua il quale mi ha dato subito appuntamento, mi ha visitato con cura, mi ha misurato la pressione, mi ha fatto fare gli esami del sangue e mi ha prontamente dotato di Lexotan. Ho dovuto insistere che i sonniferi non li volevo altrimenti mi avrebbe dato pure quelli (li ha dati al vikingo per non sbagliare). Alla fine della visita ero totalmente confusa, poi é arrivata Diana in versione crocerossina e ci siamo prontamente ubriacate per tutto il weekend, per cui ho lasciato in sospeso la questione e solo ora mi sto ripigliando quel tanto che basta per riflettere su quanto sta succedendo e concludere che la morale anglosassone é veramente bizzarra. Ma come, questi qui ti fanno partorire in casa senza epidurale, ti danno solo quattro mesi di congedo maternitá, mandano tranquillamente in giro neonati e bambini con 38° di febbre a -5° e si degnano di dargli un antibiotico solo se puoi dimostrare che hanno 40° da almeno 48 ore (e devi andare dal medico tu con l’infante perché col cazzo che ti viene a casa), ti fanno fare sei mesi di liste d’attesa per un’operazione di ernia al disco e non ti fanno vedere da un otorino manco se stai sputando un polmone dalla tosse, ma appena ti sale lo stress si mobilitano come l’equipe del dottor House. Che cosa mi sfugge in questa logica?
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Di paola (del 07/03/2009 @ 00:23:34, in diario, linkato 217 volte)
Nonostante sia appena tornata da una bellissima settimana bianca che ha riscattato gli orrori dell’anno scorso, non sono per nulla rilassata. Recessione dichiarata e pesanti problemi sul lavoro mi hanno fatto tornare in apnea praticamente trenta secondi dopo essere rientrata in ufficio. Ciliegina sulla torta: le temperature medie oscillano intorno ai 5° e piove. Insomma, se non avessi smesso le droghe pesanti da quando sono madre, sarebbe ora di telefonare al pusher.
 
Per di piú sono ancora irritata da una frase che ho letto ieri, quella in cui si dichiara che quello che c’é all’estero e invece in Italia manca é professionalitá, credibilitá e rispetto. Siccome questo cliché mi sta incollato addosso dal mio primo viaggio di studio in Germania nel 1979, quando nessuno riusciva a credere che fossi una studentessa di lingue e non una gastarbeiter metalmeccanica, adesso mi sono proprio rotta i coglioni e vi racconto quanto rispetto dobbiamo avere per la professionalitá e credibilitá degli anglosassoni.
 
Comincio con la Betuwelijn (nome ufficiale Betuweroute). La Betuwelijn é una linea ferroviaria esclusivamente dedicata al trasporto merci che dovrebbe collegare il porto mercantile di Rotterdam alla Germania, ma in effetti si ferma a Zevenaar, sul confine. La linea é stata pensata per dare un impulso all’economia mercantile olandese che ha il suo epicentro nel porto di Rotterdam. Il progetto é iniziato nel 1995 ed é durato ben 12 anni, compromettendo irreparabilmente paesaggio e sistema ecologico della zona agricola del Betuwe e sfondando del 110% il budget previsto di 2,5 miliardi di euro. Il break even sul progetto verrá raggiunto tra 25 anni, sempre che i treni trasportino le quantitá previste di merci ai costi e ricavi previsti. Ad oggi la Betuwelijn non sta ancora operando al 100% della potenzialitá prevista – i soliti beninformati suggeriscono che non stia operando affatto e che i pochissimi treni che occasionalmente si vedono viaggiare a bassa velocitá sono treni di manutenzione della linea. Dubbi sull’intera operazione sono stati oggetto di numerosissime inchieste parlamentari puntualmente insabbiate. L’ultima ha addirittura proclamato che, nonostante i colossali errori nelle stime dei costi e ricavi, era stato raggiunto il punto di non ritorno e occorreva completare il progetto. In poche parole, la connivenza di enti governativi e ditte di costruzione ha fatto sí che l’Olanda sia deturpata da una cicatrice lunga 160 km che non serve assolutamente a niente ed é destinata ad arrugginire.
 
Sorvolo sull’inchiesta ‘mani pulite’ che qui, a differenza che in Italia, é stata frettolosamente insabbiata dopo l’arresto di un paio di costruttori edili di dubbia professionalitá. Sorvolo anche sull’inchiesta sulla frode miliardaria Ahold che é durata cinque anni e si é conclusa con l’assoluzione di quasi tutti gli imputati coinvolti (banche e societá di accounting) e una ridicola multa di 30.000 euro per l’imputato principale, che sicuramente spende molto di piú quotidianamente per il mantenimento dei suoi possedimenti. Non vi parlo nemmeno della farsa dell’alta velocitá perché non é ancora finita e non sta bene tirare conclusioni affrettate.
 
Riporto invece lo scandalo corrente, ovvero, la costruzione del passante ferroviario ad Amsterdam, la famigerata Noord-Zuidlijn, cominciata nel 2003.
Nelle intenzioni un progetto sensato come la Betuwelijn, in quanto sveltirebbe notevolmente il traffico passeggeri dalle nuove zone residenziali (tutte a nord) agli uffici (tutti a sud). In pratica, proprio come la Betuwelijn, un disastro. Dopo che si era trivellato tra le palafitte sotto il centro di Amsterdam e un intero quartiere era stato evacuato perché le case avevano cominciato a pendere come la torre di Pisa, dopo che la data di consegna é slittata dal 2011 al 2017 e il budget é stato sfondato del 300% (!) é di questa settimana la notizia che l’archivio statale di Köln (Germania) é stato inghiottito da un buco di 30 metri causato dagli scavi per la metropolitana. La societá costruttrice della metropolitana di Köln é la stessa che sta costruendo la Noord Zuidlijn. Bell’esempio di professionalitá e credibilitá. Massimo rispetto!
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Di paola (del 06/03/2009 @ 17:21:18, in diario, linkato 212 volte)
Questo intervento é dedicato ad un argomento professionale, su richiesta incalzante di alcuni di voi. Quindi cerco di usare un linguaggio serio e costruttivo e di evitare il cabaret a cui vi ho abituati, nella speranza che il messaggio si diffonda sulla stampa di settore. Aiutatemi a seminare il verbo!
 
Ho letto un’intervista di Youmark a Mainardo de Nardis, da pochi giorni CEO di OMD Worldwide. Sono rimasta allibita. Allibita che la situazione italiana suggerita dall'intervista sia cosí degradata rispetto ai miei ricordi, ormai sempre piú lontani. In Olanda - paese dove l’80% dei collegamenti internet é broadband e il 40% della ricezione TV é digitale, il terzo polo televisivo é una realtá di importanza pari alle reti di stato e al concorrente privato e l’offerta televisiva di base prevede anche 20 canali internazionali – il mercato dei media era fino a relativamente poco fa ingessato come quello italiano negli anni settanta. Ricerche come Sinottica o la single source di Nielsen sono qui totalmente sconosciute e le teorie di John Philip Jones ancora considerate eretiche. I software per il media planning - paragonati alle perle di sofisticazione a cui mi avevano abituato Media Soft e Media Consultants negli anni novanta - sono estremamente rozzi. Infine, nonostante la proliferazione di TV commerciali, le alternative allo spot 30” si limitano ancora oggi a billboards e promo’s a norma UE, piú qualche timidissima citazione o product placement in programmi sponsorizzati. In tutti questi anni ho vissuto di rendita sull’esperienza maturata nelle filiali italiane delle agenzie di pubblicitá americane, al servizio di aziende multinazionali dalla indiscussa professionalitá, che pretendevano altrettanta se non maggiore professionalitá dai loro interlocutori. Eppure leggo che in Italia mancherebbe professionalitá, credibilitá e rispetto e - da italiana all’estero che si é fatta un nome proprio in base a questi tre elementi - mi chiedo perché la nostra immagine all’estero sia ancora al livello dei paesi del terzo mondo quando é palese che la realtá viaggia su un altro binario.
Quando poi leggo che in Italia le media agencies vengono ancora chiamati centri media e associati a scarsa misurabilitá del valore aggiunto e prioritá discutibili mi indigno ancora di piú. Non posso parlare a nome delle agenzie media attuali perché non le conosco, ma le media agencies con cui e in cui ho lavorato un decennio fa non hanno mai avuto questo profilo – semmai il contrario! La “massima conoscenza del consumatore, la misurabilità,il ritorno degli investimenti e perfino la media neutrality” (ante litteram, in quanto il termine mi pare sia stato coniato in UK nel 2001) erano nel DNA degli strategic media planners (termine in voga un decennio fa) tanto quanto l’implementation era la conditio sine qua non della professione. E gli strumenti per conoscere il consumatore e l’efficacia degli investimenti pubblicitari c’erano giá tutti, come il mio guru Vittorio Meroni non mancava di far notare in ogni suo intervento o pubblicazione. Siccome da allora la sofisticazione degli strumenti di conoscenza e misurazione non ha fatto altro che crescere - perfino in Olanda - mi chiedo se avesse ragione Meroni quando diceva (e mi scuso se la citazione é imperfetta perché la devo attingere dalla memoria) che certe aziende preferiscono non sapere la veritá sui loro investimenti pubblicitari.
Soprattutto se, ora come allora, si lasciano sedurre dalle offerte dirette dei concessionari.
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