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In equilibrio su un filo di seta è una storia di donne. Donne che non cercano guai ma che ne trovano a pacchi. Donne in cerca di se stesse e di un significato per la loro vita sempre più vuota e allo stesso tempo sempre più frenetica. Donne idealiste, donne materialiste, madonne, angeli, streghe e puttane.

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\\ Baci da Tulipland : Articolo
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Di paola (del 30/04/2016 @ 20:25:50, in diario, linkato 785 volte)
Oggi è il mio primo sabato libero da quando la biblioteca di Heumensoord in cui ho prestato servizio come volontaria ha aperto i battenti il 14 dicembre. Il campo profughi più grande e più discusso d’Olanda chiuderà ufficialmente domani ma l’ultimo pullman è partito ieri. Sono passati poco meno di otto mesi da quando è stata data la notizia che Nijmegen avrebbe ospitato 3000 rifugiati siriani, eritrei, afghani e iraniani in una tendopoli nella riserva naturale di Heumensoord al confine tra Nijmegen, Malden e Heumen. Da quel giorno la mia vita ha preso una direzione inaspettata: mi sono sentita direttamente chiamata in causa come abitante di Nijmegen e come sostenitrice del diritto di asilo per queste persone dilaniate da una guerra senza fine e ho sentito che tutto quello in cui professavo di credere era messo alla prova.

In questi otto mesi la città in cui vivo ha dimostrato di essere all’altezza della chiamata aprendo le porte delle proprie case, i propri armadi e i propri cuori a tutti coloro che avevano bisogno di aiuto. Abbiamo donato una quantità inaudita di abiti, biancheria, articoli da toeletta, medicine, biciclette; abbiamo fornito incessante compagnia, supporto, lezioni di lingua e infine valigie a tutti gli abitanti del campo che sono rimasti bloccati da inesplicabili lungaggini burocratiche per tutti questi mesi. Si sono mobilitati più di mille volontari attraverso i canali ufficiali, altrettanti attraverso canali ufficiosi. Praticamente quasi tutti i volontari con cui sono entrata in contatto in questi mesi avevano un “doppio lavoro” come volontari al servizio del COA (Centro Nazionale Accoglienza) e come organizzatori di iniziative spontanee quando il beneplacito del COA ha latitato.

In questi otto mesi ho conosciuto persone splendide, persone con grinta e spirito d’iniziativa ammirevole, persone che non si sono mai fatte scoraggiare dai muri burocratici, persone che hanno reso possibile il miracolo: quando i profughi sono stati fatti migrare in campi meglio organizzati, sono andati via carichi di vestiti nuovi, con le indispensabili biciclette e una infarinatura di base sulla lingua e sulla cultura olandese. Molti di loro hanno esportato anche lo spirito d’iniziativa e l’energia dei cittadini di Nijmegen: la biblioteca di Heumensoord è stata riaperta a Blauwestad (Groningen) e un sorridente bibliotecario eritreo ci ha mandato la sua foto. Ci arrivano messaggi di ringraziamento e di amicizia da tutti i campi profughi d’Olanda e perfino un tributo su Facebook dai parenti e dagli amici dei rifugiati sparsi in giro per il mondo: #dankjeNijmegen.

Per capire l’immensità del compito provate a pensare che tremila persone sono arrivate a Nijmegen con niente più dei vestiti che avevano addosso quando erano partite dalla loro patria e sono state rinchiuse in una tendopoli dove veniva fornito loro solo un posto letto in camere da otto, bagni in comune, tre pasti caldi al giorno e articoli da toeletta razionati. Il COA non aveva il budget per fornire vestiti, scarpe, biancheria e qualsiasi altro accessorio. Il campo distava mezz’ora dal centro di Nijmegen ma i profughi non avevano i soldi per poter prendere l’autobus, ne’ tantomeno per poter comperare un pacchetto di sigarette o un caffè. I tre pasti forniti dal servizio di catering erano confezionati secondo rigide norme igieniche, ma completamente privi di gusto. A parte una sala con quattro TV e il wifi in tutto il campo non c’era assolutamente nessun gioco o passatempo. Non c’era ne’ scuola ne’ asilo nido per i bambini, non c’era nemmeno un tavolo per leggere o scrivere o disegnare, senza contare che non c’erano ne’ libri ne’ quaderni, ne’ penne, ne’ matite. Non c’era NIENTE.

Prima che vi scagliate sull’inadeguatezza del servizio, come hanno abbondantemente fatto giornalisti, volontari e profughi in questi otto mesi, dovete sapere che in origine il campo era stato pensato come transito per chi aveva fatto richiesta di asilo ed era in attesa di risposta. I profughi che arrivavano a Heumensoord erano già stati registrati nei centri di prima accoglienza e a tutti era stato comunicato che la permanenza al campo di transito sarebbe durata al massimo quattro settimane. Le polemiche sono iniziate quando è stato evidente che le quattro settimane sarebbero diventate almeno quattro mesi e infine più di sei per la stragrande maggioranza degli ospiti. Il campo non era stato pensato per un’accoglienza così lunga e dopo Natale le proteste di volontari e profughi erano talmente forti che si è mosso addirittura il garante dei diritti civili, con un’ispezione che ha dato un verdetto poco lusinghiero sulle condizioni di vita all’interno del campo.

Grazie a quel verdetto però la legislazione è stata cambiata. Adesso i campi profughi in Olanda sono organizzati per l’accoglienza sul medio-lungo periodo, con dimensioni ridotte, maggiore privacy e servizi ampliati, e i governi locali stanno stanziando fondi per l’integrazione dei rifugiati nella società olandese: scuole, corsi di lingua e possibilità di lavoro volontario anche per chi è in attesa di risposta. Sì, lavoro volontario, perché la protesta più grande in questi otto mesi non ha riguardato la mancanza di denaro o privacy, ma la impossibilità di poter occupare il tempo di attesa in un’attività produttiva. La maggioranza dei profughi voleva semplicemente avere qualcosa da fare per far passare la giornata: c’erano cuochi che imploravano di poter aiutare in cucina, barbieri che chiedevano di poter tagliare barbe e capelli, contadini che volevano coltivare gli orti urbani ma nessuno di questi ha potuto farlo (almeno ufficialmente) perché la legislazione non lo prevedeva. Adesso la legislazione lo prevede e prevede perfino che i profughi siano smistati nei piccoli centri di accoglienza sparsi su tutto il territorio secondo le affinità professionali col territorio stesso.

Non solo la capacità di ammettere e imparare dai propri errori è uno dei tratti più ammirevoli dell’Olanda ma la democrazia diretta qui è una realtà. La legislazione è stata cambiata a tempo record perché tutti i volontari di Heumensoord sono stati invitati a partecipare a un workshop per dare suggerimenti alla giunta comunale su come organizzare il prossimo campo profughi e le nostre raccomandazioni sono state spedite al parlamento per l’integrazione nazionale. Ipso facto. Il COA ci ha pubblicamente ringraziato in più occasioni e la giunta comunale ha addirittura dato il premio “cittadino dell’anno” al fondatore della pagina facebook “Welcome to Nijmegen” che è stata la piattaforma di tutte le iniziative private intorno a Heumensoord. Tutti i volontari aderenti ai vari gruppi di lavoro sono poi stati premiati individualmente con una torta. Le torte sono state tutte condivise con gli ospiti di Heumensoord, perché la reazione unanime è stata: “non torte ma opere di bene”.

E che ho fatto io? A parte il lavoro ufficiale alla biblioteca di Heumensoord, ho organizzato la festa di Sinterklaas insieme ad altre quattro meravigliose donne, sono andata in Germania a comperare scatoloni di shampoo, sapone, schiuma da barba e deodorante che ho distribuito clandestinamente a tutti quelli che lo hanno chiesto, ho portato di nascosto da mangiare a una camerata di rifugiati quando piangevano per l’obbrobrio del cibo in mensa, ho invitato a cena a casa mia otto rifugiati siriani in svariate occasioni, ho portato in giro per la città gli stessi e ho offerto caffè a non so più quanti, ho regalato vestiti, sciarpe, guanti, scarpe, pigiami, materassi, sedie, tavoli, biciclette, borse, libri, quaderni, lucchetti per la bici, pile e lampadine, batterie, giocattoli e giochi da tavolo e settimana prossima andrò a trovare i miei nuovi amici nei loro nuovi campi di accoglienza per vedere come stanno. Ho fatto esattamente quello che hanno fatto tutti gli altri volontari e molto meno di quello che hanno fatto gli organizzatori di tutte le attività con cui abbiamo cercato di alleviare la sofferenza di tutti questi esseri umani traumatizzati. Questo periodo di incredibile impegno e emozione si chiude così, ma a settembre ci aspetta la nuova sfida: il centro di accoglienza concepito secondo i nostri suggerimenti.

Non vedo l’ora.

(articoli correlati: Refugees, Blind Date, Sinterklaas@Heumensood)
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