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La mia vita a Tulipland
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Di paola (del 19/07/2010 @ 23:53:54, in diario, linkato 55 volte)
Non resterà negli annali storici al pari di quella di Kyoto, di Yalta o del congresso di Vienna, ma per il microcosmo in cui vivo è altrettanto densa di significato e devastante. Addì 19 luglio 2010, alle ore 13 si è concluso il 15º e ultimo vriendenweekend. Non ce ne saranno mai più!
La mia emozione al riguardo è pari a quella di un milanese del XIX secolo a cui viene comunicato che l’esercito austroungarico se ne va e da oggi non si devono più pagare tasse a Cecco Beppe. Ho perfino pianto di commozione, giuro!
Solo le mie amiche storiche sanno quale tortura sia stata per me la partecipazione a tutti gli undici vriendenweekend organizzati dal 2000 ad oggi e adesso è arrivato il momento di informare il resto del mondo. Finora i dettagli più scabrosi erano stati rivelati solo in mail privatissime o conversazioni telefoniche: mi aveva trattenuto il rispetto per la privacy più che il timore di querele o rappresaglie da parte degli amici del vikingo (o per meglio dire, delle loro perfide mogli), ma ora i freni inibitori si sono spezzati con lo spezzarsi delle catene oppressive e chissenefrega della privacy e delle rappresaglie. Giuro di dire solo la verità, per quanto scomoda o spiacevole. Mettetevi comodi!
La tradizione del vriendenweekend è piuttosto radicata in Olanda. Una volta all’anno tutti gli amici del bel tempo scolastico che fu si ritrovano con le loro famiglie per ricordare il passato e chiacchierare del presente. Lo svolgimento varia dallo one-night stand con cena al ristorante e pernottamento in amena località turistica senza prole allo all-inclusive ve-lu in casa di campagna e prole al seguito. I preparativi per il vriendeweekend sono serissimi e appassionati al livello di familie reunie, altra annuale sfiga da sopportare stoicamente, questa volta in compagnia dei parenti. Questo è tutto quello che vi serve sapere come background.
Nel cerchio di amicizie del vikingo, centrato attorno al simpaticissimo Frank, che infatti non a caso è stata la prima persona a cui sono stata presentata nel lontano agosto del 2000, la tradizione pare aver avuto inizio a metà degli anni novanta, quando i sette amici in questione erano ancora freschi di studi e tutti quanti insieme appassionatamente vivevano in (o gravitavano attorno a) una studentenhuis della Bosbessenstraat a Nijmegen. Il primo vriendenweekend si è svolto in un campeggio delle Ardenne, con tempo infame ma molte risate e immagino anche una gran quantità di sesso in quanto più o meno tutti si erano appena fidanzati con quelle che poi son diventate le loro mogli. L’esperienza ha avuto così tanto successo che è stata ripetuta l’anno successivo e qui le cronache riportano una spassosissima escursione in canoa dove alcuni partecipanti hanno passato più tempo sott’acqua che sopra. A seguito di ciò la tradizione si è consolidata e arrivati al fatidico 2000 il vriendeweekend è stato tenuto in forma molto ridotta a causa della nascita del figlio di Ton e Sonja e del matrimonio di Frank con Loes – eventi che avevano impegnato gli amici in continue riunioni e feste durante la prima parte dell’anno. La formazione di quell’anno comprendeva quindi solo Frank e suo fratello Jack con consorti, la migliore amica di Loes between partners e l’infida Veronique che era stata invitata per tener caldo il sacco a pelo del vikingo, il quale ha stupito tutti con effetti speciali portando me in dotazione al posto di Jan-Nico che fino ad allora era stato il suo partner fisso e che era al momento prigioniero dell’orrida venezuelAna (attuale ex-moglie). Le prime impressioni non si dimenticano mai e avrei dovuto dar retta al mio subconscio che mi urlava di scappare a gambe levate da quella gabbia di matti, ma ero troppo innamorata e ansiosa di integrarmi in quella che - volente o nolente - sarebbe diventata la mia nuova famiglia, per cui ho sorriso come una scema a destra e a manca e ho cercato di ricordare solo gli aspetti positivi dell’esperienza – già allora un compito molto arduo.
Nel 2001 siamo andati tutti quanti insieme appassionatamente in Zeeland a vedere i Deltawerken ed è stata ad oggi una delle peggiori esperienze della mia vita: ha piovuto continuamente, con raffiche di vento forza 8 e un freddo pazzesco. Grazie a Sonja che aveva un pargolo di anni 1,5 a carico non siamo andati in tenda ma abbiamo affittato chalets molto ma molto basici in un tristissimo camping semivuoto e mangiato nelle locali trattorie che sono solo un filo meno unte e trucide degli snack bar. Nel 2002 ero incinta e avevo appena visitato la casa dei miei sogni per cui avevo altro a cui pensare e ho rimosso l’esperienza, ricordo solo che siamo saliti di livello: invece del solito camping ci aspettava una casa di campagna in muratura con grande giardino privato, tre bagni, cucina abitabile e comforts inauditi tra cui anche una sauna privata. Non ho potuto fare a meno di notare che le uniche due camere matrimoniali erano state occupate da Angelique in quanto organizzatrice e Sonja con la scusa del bimbo a traino, mentre noialtri si dormiva insieme in una grande camerata dotata di sei letti a castello e credo che la mia maldisposizione verso il vriendenweekend sia cominciata allora: almeno in tenda avevamo uno straccio di privacy, poi con che faccia da tolla ti permetti di creare simili disparità di trattamento tra i partecipanti? Ho fatto le mie rimostranze al vikingo (non credo di essere stata l’unica) e da allora ognuno ha avuto la sua camera privata.
Nel 2003 la prole al seguito è raddoppiata con l’arrivo di Matteo e siamo andati in un villaggio-vacanze tedesco. Non ho un ricordo spiacevole di quel weekend perchè la cura di Matteo mi impegnava 24/7 e sono rimasta molto sorpresa dall’offerta di almeno tre persone distinte di accollarsi il pupo per un quarto d’ora per consentirmi di mangiare o fare la doccia: un atto di cortesia che è rimasto unico e isolato in tutta la storia del vriendenweekend. In ogni caso, da allora il vriendenweekend ha perso definitivamente l’atmosfera attivo-spartana che ne aveva contraddistinto le origini e ha acquistato la sua forma odierna sedentaria: casa comoda, camere matrimoniali con veri letti, salotto e cucina dove riunirsi a consumare i pasti preparati dalle mogli al posto delle continue incursioni nei vari snack bar e caffè locali.
Il vriendenweekend del 2004 resterà agli annali come la fine di un’epoca. Per me è stato il più bel vriendenweekend di tutta la serie e soprattutto il più rivelatore. Opinione del tutto soggettiva e spiegata dal fatto che ero appena uscita dal tunnel delle malattie infantili di Matteo e finalmente padroneggiavo lingua e cultura locale ad un livello tale da consentirmi di cogliere una serie di sfumature inaccessibili negli anni in cui tutto il mio intelletto era concentrato nel cercare di indovinare il senso di discorsi dei quali capivo a malapena una parola su cinque.
In quel weekend, organizzato impeccabilmente da Jack & Marieke in una fattoria sapientemente e lussuosamente ristrutturata nella ridente campagna di Drenthe poco lontano da Sleen, ho avuto tempo e modo di conversare con tutte le mogli assieme e separatamente su argomenti parecchio profondi tra cui l’educazione dei figli e i rapporti di coppia e mi sono finalmente potuta formare un’opinione informata sul carattere di chi avevo di fronte. Malcom Gladwell avrebbe scritto un anno dopo nel suo celebre Blink che avrei potuto risparmiarmi tutte le conversazioni di quel weekend e basarmi sulle impressioni derivate dai vriendenweekend precedenti, ma è sempre bello veder confermate le prime impressioni e soprattutto avere finalmente tempo e voglia di fare chiacchiere oziose senza doversi preoccupare in continuazione di capire di che cosa si sta parlando. E quello che ho scoperto mi ha gettato nello sconforto. Certo, sapevo anche prima che Loes aveva problemi psichici, sapevo che era stata in terapia per anni e solo da poco si stava guardingamente reinserendo nel mondo del lavoro ma ascoltare la sua visione delirante della vita ha dato una dimensione del tutto nuova alle mie prime impressioni e sono ancora qui a chiedermi come fa una ad iperventilare sulla scelta del formaggio per riempire i fagottini di pasta sfoglia e allo stesso tempo avere granitiche certezze sulla maniera di gestire figli e partner. Sonja, che fino ad allora avevo giudicato madre molto coscienziosa e attenta, è in realtà terribilmente ortodossa, rigida, fanatica e malata di potere, insomma, il peggior esempio di madre sanguisuga, domatrice e castrante. Le verbalizzazioni di Marieke mi hanno convinto che - in confronto ai suoi - i problemi psichici di Loes erano bagatelle. Petra si è rivelata una persona estremamente chiusa e controllata, incapace di esprimere giudizi critici o negativi su alcuno e sempre attenta a depistare il discorso su argomenti neutri e impersonali: bella qualità per un diplomatico ma controproducente nel contesto di un’amicizia perchè molto presto si finisce per non avere più argomenti di conversazione, come è infatti puntualmente avvenuto. Ho lasciato per ultima Angelique perchè tutto quello che c’era da rivelare su di lei si era rivelato nei primi cinque minuti della nostra conoscenza e mi sta troppo simpatica per criticarla. Peccato solo che viva dall’altra parte dell’Olanda.
Nel 2005 l’organizzazione del weekend è toccata a noi e tutto quello che poteva andare storto è andato storto. Non ha aiutato il fatto che il vikingo abbia insistito per estendere l’invito al suo amico d’infanzia Bart, persona simpaticissima tanto quanto sua moglie Ellen, ma anche neopadre del secondogenito proprio nello stesso anno in cui sia Loes che Petra avevano dato alla luce il primogenito cosicchè il numero dei bambini al seguito è triplicato di botto rendendo la logistica un incubo. Jack si è presentato con 2 occhiaie profonde e depressione galoppante al posto di Marieke e ha praticamente pianto sulla spalla del vikingo tutta la sera, Jan-Nico – neosingle di ritorno - ha fatto il controcanto a Jack. Per finire in bellezza, durante la notte del venerdì, un fulmine ha colpito il tetto e ha mandato in corto circuito l’impianto elettrico. Il padrone di casa ha sistemato i fusibili il mattino dopo ma intanto le derrate alimentari pagate a caro prezzo dalla sottoscritta si erano trasformate in rifiuti tossici. Insomma, sabato all’ora di pranzo eravamo tutti stanchi, demoralizzati, depressi e incazzati. Dopo una discussione lunghissima in cui io ho tentato inutilmente di attirare l’attenzione sul fatto che occorrevano volontari per riacquistare le derrate alimentari andate a male prima della chiusura dei negozi, siamo andati in gita a Assen. Qui gli spiriti di tutti si sono rasserenati, fatto salvo per quello della sottoscritta che vedeva l’orario di chiusura dei supermercati avvicinarsi sempre più minaccioso. Alla fine ho fatto una scena isterica di prima e Jan-Nico, da vero gentiluomo, è accorso e mi ha portato in salvo all’Auchan. Vi confesso che quel giorno, piangendo di frustrazione sul sedile posteriore della Land Rover di Nico, ho pensato per la prima e fortunatamente unica volta al divorzio. Alla fine son riuscita a mettere insieme una cena dignitosa nell’indifferenza generale e Sonja ha fatto una scena madre sul tipo di pasta che suo figlio era autorizzato a mangiare sotto gli occhi attoniti di tutti i commensali, dando dimostrazione pratica di quello che ho scritto al suo proposito pochi paragrafi sopra.
Nel 2006 avrei avuto una giustificazione più che legittima per astenermi dal partecipare al weekend organizzato a fine settembre da Frank & Loes nel tetrisismo paesucolo di Nieuwolda nella regione di Groningen, in una terribile cascina mai ristrutturata e ancora odorosa della vita di tre generazioni di coltivatori di patate. Mi chiedo ancora perchè non l’ho fatto. In una mail che è andata persa nei vari crash di sistema descrivevo lo sconforto nel constatare che ognuno si faceva i cazzi suoi e nessuno, dico nessuno, ha avuto in tre giorni il tempo di venire a darmi una pacca sulla spalla. Ho passato le serate scrivendo bigliettini di ringraziamento per il supporto in questi tempi difficili, bigliettini la cui ironia è scivolata sulle coscienze delle mogli come acqua su una papera. Mai come allora mi sono sentita sola e abbandonata in terra straniera, tra gente egoista e chiusa nel proprio tronfio orgoglio calvinista. Ho desiderato di avere lo sguardo di satana e di fare una strage come Carrie al ballo di fine anno. Veramente.
Per contrappasso il weekend del 2007 è stato bellissimo, più che altro perchè la location scelta era di un lusso smisurato, il tempo è stato meraviglioso e soprattutto perchè ho passato l’intero weekend con Ingrid e Nicolette, le fighissime e pallutissime neofidanzate di Jack e Jan-Nico: salto quantico nell’evoluzione femminile. Questo mi ha dato fiducia nell’avvenire, una fiducia che è stata prontamente delusa da tutte le edizioni successive, fedelmente se pur diplomaticamente riportate in questo diario pubblico. Di bello c’è che dopo la incredibile cafoneria del 2008, per la quale il vikingo ha duramente cazziato tutti e che viene ancora oggi ricordata da Ingrid come la goccia che ha fatto traboccare il vaso, non mi sento più tenuta ad essere gentile e comprensiva. Mi sono calvinisticamente unita al club dei cazzi propri e quest’anno mi sono ritirata in camera dopo cena a vedermi Luciana Littizzetto online per limitare le interazioni sociali al minimo indispensabile.
Ma a sorpresa, sabato sera Jack ha aperto la discussione sulla sua insoddisfazione al riguardo di questi vriendeweekend e sulla sua intenzione di non parteciparvi più a meno che non se ne cambi drasticamente lo svolgimento e l’organizzazione. E altrettanto a sorpresa tutti gli altri amici hanno appoggiato la mozione del compagno Linders. Tutti ad eccezione di Loes che – incurante dei quindici anni e tredici figli passati - ha cercato di ottenere consensi per un ritorno alle origini, cioè al camping. La mozione è stata unanimemente bocciata e grazie a Nicolette che si è autoeletta moderatrice sono state prese alcune fondamentali decisioni, prima tra tutte che il concetto di vriendenweekend viene sostituito da ora in poi da un evento annuale one-night stand senza prole e – separatamente - una gita sociale con prole in ameno parco divertimenti all’uopo attrezzato. Quello che più mi ha stupito è il fatto che tutti sono ormai da anni sempre più demotivati e irritati al riguardo dell’intera faccenda, ma che solo sabato sera e solo grazie a Jack si è potuto affrontare l’argomento. Mi è spiaciuto non essere stata presente alla discussione, ma in compenso domenica mattina Sonja e Petra mi hanno dato modo di far sapere a tutto il villaggio di Sleen che cosa penso di loro, dopo che avevo chiesto cortesemente se potevano dare un occhiata a Matteo che stava beatamente giocando in giardino con i loro figli fino a che il vikingo si fosse svegliato (N.b. erano le nove e trenta, quindi si trattava al massimo di mezz’ora) per consentirmi di andare a fare un giro in bici – ovviamente da sola visto che tutti erano impegnati nei cazzi propri. Risposta di Sonja: non posso garantire di restare qui, andiamo tutti alla tea house in paese. Petra invece ha fatto finta di non essere lí. Al contrario delle volte precedenti in cui incassavo e mi ritiravo, mi sono allontanata fino alla siepe divisoria tra giardino e cortile interno, ho cacciato un urlo che Liza Minnelli in Cabaret mi fa le pippe, ho lanciato le ciabatte contro il muro di cinta e poi sono salita in camera e ho svegliato il vikingo con una scena isterica di prima, la famosa scena per cui adesso tutta Sleen è al corrente delle mie opinioni sulle mogli degli amici del vikingo e sul vriendenweekend. Dopodichè sono andata a sfumare la rabbia in bicicletta. Inutile dire che al mio rientro un’ora dopo erano tutti ancora lì che si aspettavano a vicenda e alla fine alla teahouse non ci è andato nessuno: una delle fonti di irritazione principali riportate nella conferenza di Sleen è proprio la totale mancanza di un programma qualsiasi e le numerose ore di discussione inconcludente su dove andare e che fare, che producono invariabilmente compromessi che non accontentano nessuno. Ma tant’è, come ho urlato agli abitanti di Sleen: la migliore notizia dell’anno è che mai più sarò costretta a passare un intero weekend con le stronzissime mogli degli amici del vikingo, la loro insopportabile cafoneria e la loro inconcludenza. Grazie Jack, grazie Ingrid, grazie Jan-nico, grazie Nicolette, grazie Bart, grazie Ellen, e grazie a tutti quelli che hanno contribuito a finire questo inferno.
Di paola (del 17/07/2010 @ 10:48:31, in diario, linkato 48 volte)
E’ passato il 1 luglio ed è passato anche l’11 luglio ma l’Olanda non ha ancora ne’ un governo ne’ la coppa del mondo. In compenso l’ondata di caldo continua e questa si appresta a diventare l’estate più calda del secolo. Siccome le case qui sono costruite per attirare e trattenere ogni raggio di sole ed ogni caloria, in casa e in ufficio si soffoca, in compenso ciò offre una fantastica scusa per passare l’intera giornata nei numerosi e ricchi giardini per i quali l’Olanda va giustamente famosa. Fa niente che l’erba è uniformemente passata dal verde brillante al giallo paglierino: fa tanto California. Dieci anni fa riportavo esterrefatta le misure di sicurezza che il mio datore di lavoro ci aveva comunicato al tempo della prima ondata di caldo dell’anno (vedi tropici), adesso constato la generale indifferenza al fenomeno: o ci si abitua a tutto o gli olandesi sono segretamente felici di questa inaspettata pausa dal clima merdoso che li ha accompagnati nell’ultimo decennio. Non sento infatti nessuno lamentarsi per questo inusuale caldo e nemmeno per i temporali violenti che pare abbiano causato numerosi danni nell’ultima settimana.
Ieri si è concluso anche l’anno scolastico e, grazie ad una congiuntura lavorativa favorevole, per la prima volta mi sono ritrovata nel cortile della scuola di mio figlio insieme a seicento bambini e altrettanti genitori per la rituale celebrazione (jaarsluiting): un’usanza fantastica che i college americani hanno ereditato e ampliato come sappiamo da numerosi films e telefilms e che gli italiani farebbero bene ad importare se nel frattempo non l’hanno già fatto. Mi sono commossa alla semplicità e spontaneità dei discorsi (pochi e stringati), delle canzoni cantate a cappella (molte e colorite) e degli applausi con ola per i bambini che ieri hanno lasciato per sempre la fascia protetta dell’infanzia e della scuola elementare per proseguire il cammin di lunga vita nella selva oscura dell’adolescenza e della scuola superiore (nota per i lettori: la scuola media qui non esiste). Inutile dire che mi è anche venuta un’angoscia pazzesca nel pensare che fra soli 4 anni anche Matteo sarà in quel gruppo: mai come ieri lo scorrere inesorabile delle sabbie del tempo mi ha colpito con la sua inevitabilità.

Con la chiusura dell’anno scolastico è arrivato anche l’inevitabile vriendeweekend, che i miei lettori fedeli conoscono bene e per gli altri riporto agli articoli del 2008 e 2009. Quest’anno non sono stata io a sclerare ma il vikingo, che ha iniziato una lunghissima lamentatio sull’opportunità di chiuderci per tre giorni in una villa in culo al mondo insieme a 13 bambini urlanti e appena gli ho fatto notare con calma quazi zen che gli amici sono i suoi e che basta che lui comunichi la sua volontà di non partecipare più al weekend annuale per liberarci tutti da questa tortura, ha impacchettato vestiti e suppellettili senza fiatare. Io mi sono portata dietro PC e modem wireless con l’intenzione di vedermi tutte le puntate di House MD e Che tempo che fa che mi sono persa negli ultimi sei anni. Invece a sorpresa ci siamo trovati nel centro della ridente cittadina di Sleen (Drenthe), in un ex pub che conserva tutte le caratteristiche del locale pubblico, con bancone bar, cucina a dieci fuochi e terrazza con tavolini e ombrelloni, per cui a tutti gli effetti è come stare in un albergo e siccome siamo in centro città abbiamo anche fornaio e Albert Heijn a 150 metri da casa e una serie infinita di sale da the, ristoranti tipici e attrazioni turistiche progettate per rallegrarci la vita. Infine l’aspetto della casa trae in inganno molti turisti e ogni tanto troviamo una coppia di escursionisti seduta ai tavolini sulla terrazza, a cui viene naturalmente offerto un caffè on the house e che insistono per pagarci per compensare l’imbarazzo. Insomma, è un vero spasso. (continua)
Di paola (del 27/06/2010 @ 17:02:26, in diario, linkato 81 volte)
Son passate due settimane e 3 giorni dalle elezioni e naturalmente non abbiamo ancora un governo. Mark Rutte ha spostato la data della formazione al 1 luglio ma nessuno ci crede. Il CDA ha detto di no ad un governo col PVV e il PvdA ha detto di no ad un governo col CDA. Adesso si tenta l’improbabile accordo tra VVD, PvdA e tutti i partitini di sinistra (Groenlinks, D66, SP), denominato Paars plus, come la formazione che ha governato negli anni novanta (Paars) con meno partiti e risultati disastrosi. Non è nemmeno escluso che si debba tornare alle urne in autunno se Rutte & C non ce la fanno a mettere insieme un governo decente, del resto i minuetti di ex ministri e aspiranti premier non fanno presagire niente di buono: la politica olandese si sta italianizzando ad una velocità preoccupante.
Ma chissenefrega: l’Olanda è passata agli ottavi di finale dei Mondiali, qui tutti la danno già in finale e si comportano di conseguenza. Interi quartieri popolari sono tappezzati di bandierine di plastica stile panfilo e ho riso di gusto nell’ascoltare l’intervista con un’indignatissima pensionata che ha denunciato i vicini per rumori molesti e appropriazione indebita di suolo pubblico per aver riempito la strada di bandierine tre settimane prima dell’inizio del campionato. A quanto pare le bandierine fanno un rumore infernale ad ogni folata di vento e siccome qui di vento ce n’è parecchio, posso tranquillamente credere che non sia piacevole vivere in quei quartieri di questi tempi, soprattutto se vieni obbligato a contribuire all’acquisto delle bandierine altrimenti sei uno sporco traditore della patria. Ho riso meno alla dichiarazione della polizia che durante i mondiali viene chiuso un occhio su questi reati minori, con questo dimostrandosi all’altezza delle migliori espressioni di italianità che se qualcuno qui ancora si azzarda a fare battute sulle leggi italiane gli sputo in un occhio.
Anche commercianti e produttori di beni di consumo fanno a gara nel produrre gadgets promozionali in tema WC (World Cup, doppiosenso voluto) e mi sembra che quest’anno ci sia stata una proliferazione esponenziale di cazzate, cazzilli e inutilaggini spaventose, a partire dal caschetto protettivo della Heineken fino alla palla ovoidale di M&M’s, passando per i pupazzetti-mostriciattolo di vari supermercati. Il gadget promozionale più discusso è sicuramente il Bavaria jurkje: un vestitino di maglina arancione che sta bene solo addosso alle modelle quindicenni anoressiche e che ha causato un incidente internazionale con la FIFA e Budweiser, sponsor ufficiale dei Mondiali. Così adesso sappiamo che gli accordi di esclusività pubblicitaria si estendono anche all’abbigliamento delle signore in tribuna e se qualcuno ancora si azzarda a fare battute sulla libertà di stampa in Italia gli ri-sputo in un occhio.
Ma non tutto è andato a puttane. Dopo un inverno rigidissimo e la primavera più fredda degli ultimi due secoli, con una puntualità incredibile il 21 giugno è iniziatia l’estate. Non è una battuta: da un giorno all’altro il vento di tramontana si è calmato, le nuvole si sono dissolte e il sole splende incessante dalle 5 di mattina alle 11 di sera con temperature in crescita verticale. Gli olandesi sono stravolti, onestamente qui nessuno ci è più abituato e in strada si vede di tutto, dagli hot pants ai tailleur mezza stagione di chi non ci crede ancora. Io stessa ho portato solo ieri in tintoria gli ultimi tailleur di lana e gabardine che fino a settimana scorsa usavo quotidianamente e sono corsa a comperare nuovi costumi da bagno per Matteo che, come da job description del bambino modello, cambia taglia ogni stagione.
C’è di bello che gli olandesi passano con la massima disinvoltura dal pattinaggio al nuoto, usando all’uopo i medesimi canali e laghetti con la parsimonia che li contraddistingue. Nei giardini è un fiorire di piscinette gonfiabili, le piscine pubbliche sono strapiene e le spiagge del mare del Nord prese d’assalto peggio che a Rimini in agosto. Se queste condizioni meteorologiche dureranno più di 10 giorni i commentatori del TG potranno trionfalmente parlare di ondata di caldo (hittegolf), che qui è più o meno come annunciare lo stato di calamità nazionale. I treni ricominceranno ad arrivare in ritardo a causa del surriscaldamento degli scambi e ci sarà sicuramente un incidente a catena causato dall’esplosione di qualche pneumatico che terrà bloccata la A1 o la A2 per ore sotto il solleone ed entrambi gli eventi verranno commentati dalla stampa indignata che farà esercizi di dietrologia politica per dimostrare come con un altro governo (n’importe quel) tutto ciò si sarebbe potuto evitare. Sembra proprio di stare in Italia, che gioia!
Di paola (del 13/06/2010 @ 21:40:27, in diario, linkato 102 volte)
In occasione dell’apertura ufficiale di questo blog ho scritto una piccola introduzione che è nascosta nel menù a destra dietro il titolo “il perchè”. La riporto parzialmente: Non tornerei piú indietro, ma questo non vuol dire che ami l’Olanda. L’Olanda é un paese molto piccolo, fiero e strano in cui capitalismo sfrenato e socialismo reale convivono placidamente. I suoi abitanti sono fermamente convinti di vivere nell’ombelico del mondo e rifiutano categoricamente contaminazioni estere. Allo stesso tempo accettano senza discutere le contraddizioni e i soprusi sempre piú enormi che il mantenimento dello status quo economico-sociale impone. La xenofobia brucia sotto la cenere e ogni tanto infiamma le strade. I politici sono al servizio delle banche e la famiglia reale gode di privilegi medievali. Per questo non amo l’Olanda. Ma in Olanda i diritti civili sono tantissimi, protetti ed indiscussi, i servizi al cittadino funzionano e la corruzione si mantiene sotto la soglia della decenza. Per questo non torno indetro.
I risultati delle elezioni del 9 giugno stanno mettendo a dura prova sia i diritti civili che il mio proponimento. Il partito di Geert Wilders (PVV = Partito per la libertà) ha sorpreso tutti ottenendo 24 dei 150 seggi parlamentari in gioco e diventando così il 3º partito nazionale dopo i liberali del VVD (31 seggi) e i laburisti del PvdA (30 seggi). I democristiani (CDA) del dimissionario Balkenende che potevano vantare 41 seggi nell’ultimo governo ne hanno perso la metà e nonstante gli exit polls si affannino a dichiarare che i voti democristiani sono migrati verso i liberali, le mappe del voto mostrano chiaramente che la migrazione è andata a favore del PVV.
I punti programmatici del PVV si possono riassumere in: l’Olanda agli Olandesi e gli altri fuori dai coglioni, a cominciare dai musulmani. Il Wilders ha un bel dire che tutti gli immigrati son benvenuti purchè si integrino nella società olandese, intanto mette la schedatura etnica obbligatoria tra le riforme proposte, insieme all’abolizione di burka e hijab e altre amenità consimili. La sua vittoria era quasi scontata, in un paese che vive ormai da un decennio la disgregazione del welfare state e l’incremento della criminalità. I musulmani sono una facile preda perchè si ostinano a formare enclave chiuse, non abdicano la loro religione e i loro costumi, ma continuano ad importare mogli dalla madrepatria, le fanno girare in burka e hijab, pretendono la costruzione di moschee e il mantenimento della doppia nazionalità. Aggiungiamo le dichiarazioni poco diplomatiche di un paio di ajatollah estremisti, l’assassinio di Theo van Gogh ad opera di un gruppo musulmano radicale, concimiamo bene con la politica del terrore islamico seminata da Bush ed ecco pronto un bel nemico da sconfiggere per far tornare tutto come ai bei vecchi tempi. Tutti sanno che in realtà l’odio razziale in Olanda, un paese da secoli liberale e liberista, ha radici molto più pragmatiche: ogni straniero residente acquisisce gli stessi diritti di un olandese e compete con lui per i servizi sociali, da anni in netto calo. Pim Fortuyn diceva “vol is vol” (non c’è n’è più per nessuno): fuori gli stranieri, più servizi sociali per gli olandesi. I musulmani sono solo la punta dell’iceberg: subito dopo di loro son già pronte le rappresaglie per gli antilliani e quando anche gli antilliani saranno finiti, Wilders può contare su ancora almeno quattro etnie ‘coloured’ da attaccare.
Wilders è un abilissimo demagogo che ha imparato a memoria George Orwell, ha copiato con intelligenza tutte le tecniche mediatiche di Berlusconi e Bossi e per evitare di essere fatto fuori come Pim Fortuyn ha fatto in modo di provocare una reazione violenta da parte della comunità musulmana con il suo film Fitna, a seguito della quale il governo è stato costretto a fornirgli una scorta armata permanente. Il nostro ha potuto così pazientemente tessere la sua tela populista per più di sei anni sotto la luce dei riflettori mediali senza possedere manco un blog. Tenacia e determinazione non gli difettano, come pure l’abilità tanto ammirata in Barak Obama di parlare in potenti ‘oneliners’: pochi concetti, semplici, chiari e ripetuti ad nauseam.
Possiamo analizzare le tecniche mediatiche di Wilders e tessere paragoni con Hitler e Goebbels ad libitum, il fatto resta che un governo senza di lui è ormai impensabile. La formazione più gettonata è VVD, PVV e CDA (76 seggi) anche se la più logica sarebbe VVD PvdA e PVV (85 seggi), peccato che i laburisti abbiano dichiarato ben prima delle elezioni che mai e poi mai avrebbero formato un governo col PVV e forse proprio per questo non sono stati penalizzati dall’elettorato.
L’unica – magra – consolazione in tutto ciò è che l’opinione pubblica olandese è in gravissimo imbarazzo. Questo voto rischia di compromettere l’immagine liberale del paese, un’immagine accuratamente nutrita e protetta da una civiltà che un secolo fa si è sottratta all’infamia dell’Anschluss per il rotto della cuffia e che finora ha sempre saputo evitare gli estremismi – si dice anche a costo di assoldare killer professionisti. Di ieri la notizia che il CDA esclude un governo con il PVV e di oggi la notizia che il popolo interpellato post-votum ha dichiarato unanime che non si aspettava una vittoria così grande del PVV e gli elettori di sinistra ora rimpiangono di non aver votato in massa PvdA per scongiurare un governo con Wilders – per la serie chiudere la stalla quando sono usciti i buoi.
Sospendo il giudizio fino alla formazione del nuovo governo. Mark Rutte (VVD) ha promesso di metterci una settimana. Stiamo a vedere.
Di paola (del 06/06/2010 @ 16:47:18, in diario, linkato 116 volte)
Da quando il vikingo si sta curando dal burnout (ref: tsunami), la nostra casa è invasa da incenso, tappetini da meditazione e libri di personal growth. Sull’incenso e sui tappetini da meditazione non ho nulla da dire: in fin dei conti son cresciuta nei mefitici anni settanta e ho fatto il liceo sperimentale dove al posto di San Tommaso si studiava Lao Tse (o Tsu), ma se c’è una cosa che proprio non posso sopportare sono i libri di personal growth. Sono come i bigini di liceale memoria: scritti male e al livello intellettuale degli americani, un popolo che esige di vedere scritto sulle istruzioni per l’uso del microonde “non adatto ad asciugare animali vivi” - non so se mi spiego.
La mia posizione al riguardo è: se vuoi imparare la meditazione trascendentale, studia i testi filosofici originali e/o iscriviti agli appositi corsi di filosofia istituiti dalle svariate università: ci sono anche corsi serali e per la terza età. In quanto a me, mi considero una privilegiata perchè il liceo sperimentale mi ha fornito gratuitamente un corso di filosofia orientale prima ancora che fosse coniata la parola new age e a quindici anni giocavo già con i bastoncini dell’I-Chi e leggevo il Libro Tibetano dei Morti su un tappetino da meditazione tra nuvole di incenso al patchouli, per cui dieci anni dopo ero in grado di pigliare per il culo mio fratello che scopriva i misteri orientali per la prima volta. Ho già dato anche in tema di libri di personal growth americani: ho subito ben cinque training aziendali a spese dell’azienda (ref: immagine) e perfino uno a spese mie, dove sono stata costretta a leggere la quinta disciplina e le sette abitudini delle persone efficienti, nonchè una serie di testi minori e altrettanto soporiferi. Parlo quindi con cognizione di causa.
Per cui ho tutti i diritti di prendere a metaforici calci in culo gli autori di due libri che vanno correntemente per la maggiore: Adesso basta! Di S. Perotti e The Monk Who Sold His Ferrari di R. Sharma. Gli autori di questi libri - e tutti gli autori di libri simili - dovrebbero essere impeciati, impiumati e spediti a calci fuori dal villaggio globale per essersi permessi di trattarci come babbei con le loro opere truffaldine. Perchè? Facciamo un po’ di sana decostruzione testuale alla buona.
Sotto la superficie apparentemente diversa, tutti questi libri raccontano la stessa storia: uomo di successo all’apice della carriera viene folgorato sulla via di Damasco, si spoglia di tutti i suoi averi materiali e intraprende un lungo cammino verso l’illuminazione, che raggiunge puntualmente dopo anni e anni di vita frugale, accompagnata da molta meditazione e lavoro manuale. Morale della favola: il nirvana è a portata di tutti e adesso ti insegno come si fa - ovviamente a pagamento (il prezzo del libro). Nota per i lettori: questo tipo di libri dichiara invariabilmente che la storia narrata è una storia di vita vissuta, dando dettagli sulla posizione geofisica dei protagonisti: tutto vero siori e siore, non c’è trucco e non c’è inganno, controllate pure su Googlemaps.
Il trucco sta nel fatto che i protagonisti sono invariabilmente a) miliardari e b) single. Provate un po’ a fare la stessa scelta di vita con una famiglia da mantenere ed uno stipendio modale. Il cammino verso l’illuminazione dura almeno dieci se non vent’anni. In questo tempo chi mantiene la famiglia e soprattutto, come fa il protagonista illuminato a tornare alla civiltà dal soggiorno presso la comunità di monaci himalayani o dal rudere ristrutturato sull’appennino?
Un rapido calcolo ci porta a stimare che bisogna disporre di un capitale tale da fornire una rendita fissa di almeno un migliaio di euro al mese, più le spese dei vari biglietti aerei per andare e tornarte dai vari ashram nella versione mistica orientale. Se poi si deve anche mantenere una famiglia, la rendita come minimo deve raddoppiare: sappiamo benissimo quale tipo di frugalità è necessaria al giorno d’oggi per dare un tetto, cibo, vestiti, scarpe e istruzione alla prole in crescita con duemila euro mensili. Ci facciamo un bel quesito con la Susy?
Sorvoliamo poi sul patetico esempio del Perotti su come ci si può mantenere facendo lo skipper o il golf caddy a pagamento. E’un insulto a tutti i poveracci che fanno questo lavoro per dar da mangiare ai figli, non per finanziarsi la ristrutturazione del rustico in Liguria.
Meditate gente, meditate.
Di paola (del 30/05/2010 @ 19:34:55, in diario, linkato 254 volte)
Domenica 23 maggio sera (lunedì mattina in Europa) si è conclusa la serie televisiva più innovativa e sconcertante del decennio e - si dice - la più discussa su internet. Siccome nel decennio scorso le discussioni su internet erano appannaggio di pochissimi eletti, la seconda affermazione va presa cum grano salis. La prima affermazione invece è quella di cui voglio disquisire. Non tanto e non solo perchè ho seguito fanaticamente la serie per tutti i sei anni della sua durata - con una defaillance nel terzo anno di cui tratterò tra breve - ma perchè quello che sta succedendo da un punto di vista sociologico è semplicemente affascinante.
Vorrei iniziare citando una frase di Umberto Eco che è stata responsabile di tutte le mie scelte di vita professionale dal 1981 ad oggi: “qualunque sia la disposizione critica con cui si va a vedere Love Story bisognerebbe avere un cuore di pietra per non commuoversi e piangere. E anche avendo un cuore di pietra non ci si sottrarrebbe probabilmente al tributo emotivo che il film richiede. E questo per una ragione semplicissima: che i film di questo genere sono concepiti per far piangere. E quindi fanno piangere.” (Le lacrime del corsaro nero - Almanacco Bompiani 1971 e successivamente ne Il superuomo di massa – 1978). Con queste parole Eco inizia la sua brillante dissertazione sulla letteratura popolare e ne ripropone il revival in chiave spietatamente analitica, concludendo: “se il Corsaro nero piange, guai all’infame che sorride. Ma guai allo stolido che si limiti a piangere. Bisogna anche smontare il congegno.”
Mi ritrovo trentadue anni dopo a scorrere le migliaia di pagine del forum di discussione scatenato dal finale di Lost – magistrale macchina per far piangere - e mi chiedo se Eco apprezzi lo sforzo collettivo di smontare il congegno, abilmente sponsorizzato dalla rete televisiva ABC, produttrice della serie e madre di tutto il marketing e merchandising esploso negli ultimi tre anni, quando cioè è stato chiaro anche ai produttori più ottusi e avidi che Lost era diventato un fenomeno sociale di proporzioni largamente superiori alle aspettative. Siccome mi rendo conto anche che molti di voi ancora non sanno di che cosa sto parlando, faccio un passo indietro.
Nella stagione autunnale del 2004, il network americano ABC manda in onda in prime time una serie intitolata Lost, che racconta in 25 puntate le avventure di un gruppo di sopravvissuti ad una catastrofe aerea su un’isola tropicale dalle caratteristiche inquietanti e misteriose. La serie è preceduta in Europa da recensioni molto positive da parte di un certo tipo di stampa piuttosto intellettuale, per cui viene relegata in seconda serata su stazioni minori e non viene mai promossa oltre quel livello perchè l’audience rimane contenuta rispetto a quella generata da altre serie come House MD o Crime Scene Investigation. In patria invece è un grandissimo e inaspettato successo, con audience paragonabili al diretto concorrente della Fox, House MD. Gli autori vengono quindi invitati a produrre una seconda serie di 24 puntate e poi una terza di 23. Qui iniziano i problemi. La storia di Lost infatti è molto semplice. I cosiddetti sopravvissuti non sono affatto sopravissuti: l’isola è una stazione intermedia tra la vita e la morte che per comodità chiameremo purgatorio e tutte le avventure e gli eventi su di essa non sono altro che prove dantesche propedeutiche ad una possibile redenzione o alla definitiva dannazione.
Tutto questo è chiarissimo nella prima e nella seconda serie, pregevolissime non solo per i numerosi richiami letterari e i livelli di lettura stratificati tanto cari ai critici, ma soprattutto per la sapiente alternanza tra la vita dei sopravvissuti sull’isola e flash back sulla meno edificante vita condotta dagli stessi prima di salire sul fatidico volo Oceanic 815. La terza serie, che secondo molti spettatori/critici (a quel punto il confine tra spettatore e critico era già molto incerto e questo già da solo è un fenomeno sociale di tutto rispetto) avrebbe dovuto essere la conclusione della vicenda, comincia a sfrangiarsi e mostrare le corde. Infatti, se CSI si nutre dei continui delitti che vengono commessi in una metropoli e House gioca sulle infinite combinazioni di sintomi che possono causare malattie, a quante prove, misteri, contraddizioni e assurdità crescenti possono essere sottoposti un gruppo di ‘sopravvissuti’ di media intelligenza prima di cominciare a capire la ragione per cui è impossibile lasciare l’isola e nessuno è ancora venuto a salvarli? Umberto Eco ha scritto al proposito un altro memorabile saggio: Eugene Sue: Il socialismo e la consolazione, in cui dimostra come sia possibile tirare in lungo una situazione particolarmente semplice oltre ogni possibile sopportazione gratificando al contempo i lettori. Gli autori di Lost invece si inventano un flash forward: nella scena finale della terza serie, il protagonista dice alla co-protagonista parimenti ‘sopravvissuta’: “Abbiamo fatto male a lasciare l’isola. Dobbiamo tornare indietro.” e con questo rompe una barriera invalicabile nella struttura canonica del romanzo popolare e getta tutti gli spettatori nello sgomento. Perchè se il protagonista e la sua bella hanno lasciato l’isola, allora l´intera teoria del purgatorio va a farsi elegantemente fottere.
A quel punto (siamo nell´estate del 2007) appaiono su internet thread di discussione feroci, il cui succinto riassunto è: Ma come si permettono gli autori di pigliarci per il culo? La reazione si innesta sullo sciopero degli autori a seguito della diatriba sui diritti e nello scompiglio generale viene comunicato che gli autori hanno stretto un accordo storico con i produttori, per il quale si impegnano a scrivere ancora 41 episodi nei quali daranno una risposta a tutti gli interrogativi sollevati nelle prime tre serie sul destino dei sopravvissuti, sulla natura dell’isola e sui suoi misteri. Viene anche comunicato che l´ultima puntata di Lost verrà trasmessa a maggio del 2010 e che ogni serie comincerà a gennaio anzichè ottobre.
Per quale ragione questi due comunicati siano accolti con enorme sollievo dalla comunità giornalistica e online resterà per me il mistero più grosso di tutta la serie. Ma come: la tirano in lungo per tre anni, poi ci dicono che la serie durerà altri tre anni e che per di più ogni anno verranno trasmessi due terzi degli episodi previsti da una normale stagione televisiva cosicchè possono tirarla fino a maggio del 2010 invece che finirla a maggio del 2008 come tutti chiedono a gran voce. Che cosa c’è di positivo in tutto ciò? Ma gli scrittori ed i produttori hanno capito una cosa fondamentale: a quanto pare adesso rende di più insultare lo spettatore che gratificarlo.
A partire dalla quarta serie, Lost ha finito il suo ruolo di romanzo popolare e ha sfondato la parete di una nuova miniera d’oro televisiva: il reality show applicato alle opere di fantasia, con il pubblico a casa nel ruolo dei dilettanti allo sbaraglio. Dalla quarta serie infatti la storia intorno alla produzione di Lost ha preso il sopravvento sulle avventure narrate nel telefilm e tutti gli spettatori si son lanciati alla scoperta del finale come bambini disincantati che ogni anno cercano i regali di ‘babbo natale’ in tutta la casa. La proliferazione di interviste, interventi, backstage, gruppi di discussione, concorsi sul finale più probabile e teorie sulla natura dell’isola ne è testimone. Non a caso Lost è l’unica serie televisiva ad avere una pagina su Facebook non gestita dai fans ma aperta e gestita dall’ ABC, che la usa scientemente come veicolo promozionale di tutto il materiale collaterale alla serie. Lost ha inoltre un sito dedicato all’interno di ABC.go.com e merchandising esteso sul tema Dharma Initiative, che è solamente una piccola parte dell’intera storia - anche se probabilmente la più geniale. Il thread di discussione sul finale ad oggi conta 2000 posts con una media di 3 risposte per post. E questo solo sul sito dedicato! Su Facebook siamo ben oltre i 18 mila interventi. Non sorprendentemente, la maggior parte degli interventi esprime estrema delusione per la conclusione della vicenda narrata: i mavens stanno facendo l’elenco di tutte le discontinuità che rendono il (logico) finale impossibile e una nutrita fazione di fans della prima ora si sta arrampicando sui vetri peggio di Spiderman per dimostrare che la vita dei sopravvissuti sull’isola è stata reale e che l’isola stessa esiste veramente, magari in qualche buco spaziotemporale tipo triangolo delle Bermuda.
Paragoni con Twin Peaks e X Files si sprecano, ma sono superficiali perchè gli unici due elementi che le tre serie hanno in comune sono lo status di cult ed il fatto che sono state spremute come limoni da avidi produttori. Sia il fenomeno Twin Peaks che il fenomeno X Files sono finiti con la fine dell’ultima puntata: si sa chi ha ucciso Laura Palmer e si sa chi sono i cattivi alleati con gli alieni. Lo spettatore medio è gratificato da un finale in linea con le aspettative e gli iloti sono gratificati dalla sorpresa finale. I produttori di Lost invece non solo sono riusciti a sfruttare tutta la possibile ‘reality’ intorno alla produzione della serie, ma in questo momento sono sicuramente in conclave per capire come possono monetizzare ulteriormente la delusione e la confusione – scientemente pianificata - intorno al finale. Gli scrittori infatti, che fino a settimana scorsa si sperticavano nel rilasciare intervise e dichiarazioni a destra e a manca, sono in silenzio-stampa da domenica sera e si guardano bene dall’accontentare le sempre più isteriche richieste dei fans di una verità ufficiale. Altro che pubblicazione del Diario di Laura Palmer e del manifesto I want to believe: siamo su tutt’altro livello professionale.
Eat your heart out, Umberto!
Di paola (del 10/05/2010 @ 23:02:40, in diario, linkato 97 volte)
 Siamo qui da una settimana e abbiamo visto tutte le principali attrazioni del posto, compatibilmente con le esigenze di Matteo che ha chiarissime idee su quello che vale la pena di visitare ed esprime ormai le sue opinioni in maniera perentoria quanto inequivocabile. Per cui ci siamo dedicati principalmente allo studio della fauna locale e successivamente alla sua degustazione. Kaapstad vanta i migliori ristoranti del Sud Africa e se si arriva qui dopo dieci anni di dieta olandese anche il fish and chips sembra divino.  L’offerta gastronomica locale è comunque al livello di quella italiana e francese, con porzioni gigantesche a prezzi incrediblmente contenuti. La qualità degli ingredienti è eccelsa: abbiamo mangiato pesce pescato sotto i nostri tavoli poche ore prima, pollo ruspante con più spazio a disposizione degli abitanti di Amsterdam e verdura e frutta così succosa e traboccante di vitamine da sembrare finta. Perfino il latte scremato sa di panna - non so se mi spiego. La cosa che mi ha più sorpreso è il culto per la gastronomia italiana: mai mi sarei aspettata di trovare sulla punta dell’Africa veri espressi e cappuccini confezionati a regola d’arte con caffè italiano da Lavazza a Illy, per non parlare delle pizze della rinomata catena Col’Cacchio (pronuncia kolkacio): simpatico scherzo linguistico coniato da qualche buontempone che tra le risate è anche riuscito a tramandare una ricetta di tutto rispetto. L’Italia qui va per la maggiore, testimoni i numerosi negozi di griffe italiane e l’onnipresente birra Peroni che qui è molto esotica e servita solo nei locali più chic.
 Se invece si vuole rivivere l’atmosfera coloniale dei romanzi della nostra gioventù non si può fare a meno di prendere l’high tea al Mount Nelson Hotel: della stessa epoca e genere del Raffles di Singapore e dell’Oriental di Bangkok, con lo stesso tipo di servizio impeccabile, thè di qualità eccelsa e delicatessen di altri tempi come scones e cucumber sandwich, ma con una clientela decisamente meno formale. I sudafricani sono laid back e si presentano tranquillamente in polo e mocassini perfino nel ristorante La Colombe nell’esclusivissima tenuta vinicola di Constantia Uitsig – a detta di Time Out il miglior ristorante dello stato, degno di una stella Michelin e mia attrazione preferita insieme al MNH.
Siccome nel frattempo è cominciata la stagione delle piogge, ieri ci siamo rifugiati a Canal Walk, il più grande centro commerciale a Century City, praticamente una città artificiale come Milano 2, con ville, uffici, piazze e laghetti, oltre che 400 negozi, cinema, ristoranti e caffè, costruito con uno sfarzo che ho visto solo a Las Vegas. Mercoledì scorso siamo andati a vedere il concerto degli Spandau Ballet al teatro del casinò Grand West, altro esempio di architettura vegasiana con tanto di copia al coperto di una tipica piazza italiana con vere fontane e finto cielo con nuvolette e luce solare/lunare, proprio come al Caesar Palace.
 Non mi resta che constatare che Kaapstad/Cape Town è una città di fighetti, nonostante i fantasmi dell’apartheid che aleggiano ancora nell’aria come gi orrori del nazismo impregnavano gli anni settanta in Germania. E nonostante non si possa fare a meno di notare con un certo imbarazzo come tutti, ma proprio tutti, i blue collars siano neri. Ma qui la presenza degli Afrikaners – discendenti dei coloni olandesi del XXIV secolo che parlano tuttora una lingua germanica molto affine all’olandese antico e costituiscono la fazione razzista dura e pura – è molto ridotta e tutti si sperticano nel disprezzarli apertamente per il loro anacronistico atteggiamento conservatore. Tutti i nostri coetanei si comportano come Spencer Tracy e Katherine Hepburn in Indovina Chi Viene a Cena e i ventenni sono la fotocopia della versione cinematografica: color blind. Anche davanti all’immensa township che si estende per quaranta km ad est della città e che ospita dieci milioni di neri per i quali acqua corrente e sapone sono un lusso.
 L’amministrazione della città ha in progetto di ricostruire l’intera zona con parametri di igiene e sicurezza moderni, in modo da affrancare i blue collars dal loro stato di arretratezza e farli rientrare tra i cittadini di serie A. Progetto ammirevole che sarebbe già a buon punto se non fosse per l’incredibile corruzione degli amministratori che fa sparire il denaro pubblico in attività di stampo paramafioso. Sul giornale di domenica scorsa ho letto un articolo molto poco lusinghiero su un politico locale che sarebbe nel mirino della polizia per commercio di armi e altre numerose attività imprenditoriali illegali “Tutte calunnie infami” reagisce il politico in questione, vittima a suo dire di un complotto giornalistico. Nulla di nuovo sotto il sole ma una gran tristezza, per cui torno alle delizie turistiche tra cui Simons Town che ospita una comunita di migliaia di pinguini selvaggi e il Capo di Buona Speranza che ospita babbuini e struzzi allo stato brado. Sulla cima della Table Mountain abbiamo visto una coppia di marmotte tranquillamente sedute su una roccia a pochi centimetri dalla funivia, con l’aria interessata di turisti allo zoo e proprio come di fronte ai pinguini che ci fissavano dai loro nidi sulla spiaggia di Boulder Bay ho avuto l’impressione che gli animali in gabbia fossimo noi.
Di paola (del 03/05/2010 @ 23:25:14, in diario, linkato 107 volte)
Da quando la mia amica Gio si è trasferita in Sudafrica aspetto la congiuntura astrale favorevole per andarla a trovare e così vedere una parte del mondo che altrimenti mai mi sognerei di visitare, vista l’intricatissima situazione socio-politica causata dalla combinazione letale dell’imperialismo inglese innestato su una solida base coloniale boera.
Tale congiuntura si è presentata ora, con la concentrazione di tutte le festività olandesi dal compleanno della regina (Koniginnedag) al ponte dell’Ascensione, passando per la fine della 2a Guerra mondiale che in Olanda, per oscure ragioni, è considerata festività solo ogni 5 anni. La scuola di Matteo chiude dal 30 aprile al 16 maggio e io ho prontamente prenotato tre biglietti A/R sul diretto KLM per Kaapstad (Città del Capo) nello stesso periodo. Dopodichè l’eruzione dell’Eyjafjallajokull mi ha fatto stare sulle spine per settimane; alla notizia della riapertura dei cieli ho tirato un sospiro di sollievo e ho cominciato a preparare le valigie. Nel frattempo amici e colleghi olandesi mi hanno abbondantemente terrorizzato con racconti orripilanti sull’efferatezza della criminalità sudafricana e mia madre ci ha messo il carico da novanta con un sedicente proclama di Al Quaida che promette una carneficina in occasione dei Mondiali di calcio. Dall’altra parte dell’equatore, un’indignatissima Gio mi ingiungeva di non farmi paranoie ‘chè Kaapstad (o come dice lei – Cape Town) è più sicura di Milano e così, addì 2 maggio, ci siamo recati a Schiphol dove ci attendeva una pittoresca e chilometrica coda, aizzata da almeno 15 assistenti di volo il cui unico compito è quello di smistare i passeggeri verso i terminali di check-in automatico e baggage drop-off. Ho subito commentato sarcasticamente che se i 15 assistenti di volo si fossero messi dietro ad altrettanti banchi di check-in assisitito la coda si sarebbe dimezzata e altrettanto sarcasticamente ho assisito al vano tentativo della laccatissima hostess di fare accettare al computer tre passeggeri con due passaporti, nonostante le nostre assicurazioni congiunte che ripetuti tentativi dal PC di casa non avevano sortito alcun effetto: la tecnologia è meravigliosa ma i computer non sono flessibili e il concetto di minore registrato sul passaporto del genitore non è appartentemente ancora adeguatamente compreso nella programmazione. Dopo un vivace alterco con la gorgone di sentinella ai check-in assisiti siamo finalmente potuti entrare nella coda giusta e grazie all’arguzia di un’altra - gentilissima - hostess abbiamo aggirato il bug di programmazione e siamo entrati in possesso delle agognate carte d’imbarco. L’aeroporto di Amsterdam (Schiphol) è stato recentemente rinnovato ed è ormai uno sfavillio di marmi e cromature con giganteschi negozi e numerosissimi punti di ristoro e intrattenimento al pari d Malpensa 2000. Purtroppo la coda prolungata al check-in ci ha permesso solo una fugace puntata al duty-free e un costosissimo cappuccino, ma quando siamo arrivati a bordo del Boeing 777 ci siamo accorti che è passato davvero un sacco di tempo dal nostro ultimo viaggio intercontinentale (per la precisione, otto anni). Ci aspettavano televisori personali con un menù di centinaia, che dico, migliaia tra film, sitcoms, serials, cartoni animati, documentari, videogames e chi più ne ha piu ne metta. Insomma, abbiamo passato le undici ore di volo a guardare tutti i film che ci siamo persi negli ultimi otto anni di galera genitoriale, più svariate puntate dei nostri programmi TV preferiti. Perfino i pasti a bordo non erano perfidi come ricordavo, con dispiego di (dichiarati) ingredienti naturali, low fat, low carb e tutte le idiosincrasie alimentari del ventunesimo secolo.
 Atterrati a Cape Town/Kaapstad ci attende un aeroporto ultramoderno e nuovo di pacca, costruito senza risparmio di energie e con la larghezza di fondi tipica delle grandi occasioni. Dopo un tranquillissimo trasferimento in macchina a Hout Bay su autostrade enormi e nuove tanto quanto l’aeroporto, facciamo conoscenza con le misure di sicurezza sudafricane e qui devo dire che i racconti olandesi si sono rivelati abbastanza fedeli alla realtà: le proprietà della minoranza bianca sono rigorosamente chiuse dietro cancellate impenetrabili, fili elettrici, inferriate e tutta la parafernalia da kibbutz promessa: mancano solo le torrette con le sentinelle armate ma perentori cartelli dichiarano una ‘armed response’ non ulteriormente specificata; Gio conferma la presenza di ronde armate a tutela della tranquillità e delle proprietà dei cittadini. A parte ciò, Hout Bay è un quartiere molto rilassato e tranquillo, il centro commerciale pulitissimo e fornitissimo di marche occidentali da Woolworth a Despar: un anticlimax, non sembra nemmeno di stare in Africa. Segnali della presenza nera e della disparità di classe talmente sottili da risultare invisibili ad un osservatore superficiale. Nel bar che serve fantastici espressi e cappuccini Illy (!) il barista è color ebano, la cassiera ‘mixed’ e la clientela rigorosamente WASP. Nel ristorante fighetto di Camps Bay che serve club sandwich, insalate e hamburger giganteschi le cameriere sono bianche e il manager nero. Tutti estremamente dignitosi e on their best behaviour. Ma non dobbiamo farci ingannare, ci dice Gio: la minoranza bianca è passata da classe dominante a classe discriminata dal black power emergente non ancora in grado di emanciparsi. Siamo un male necessario, niente di più e questa sensazione di precarietà non ha fatto altro che recidivare l’odio razziale latente e infettare viralmente perfino la borghesia illuminata. La differenza tra un turista e un razzista? Quindici giorni. (continua)
Di paola (del 20/04/2010 @ 06:33:44, in diario, linkato 119 volte)
Forse non tutti sanno che sono una fanatica della serie televisiva Lost, prodotta negli USA dall’ABC e qui trasmessa da Net5. Già che ci siamo vi informo che non mi perdo una puntata di House MD (Fox) e di Crime Scene Investigation (CBS) e se ci fosse una serie della NBC che mi piacesse come a suo tempo Magnum P.I. guarderei pure quella. Lo dico per onorare la par condicio e per fugare ogni dubbio che mai poteste avere sui miei gusti culturali. Odio l’opera e tollero a malapena la musica classica, con qualche deroga per Debussy e Mozart, in genere non frequento le mostre di arti figurative e anche in fatto di letteratura sono piuttosto selettiva, infatti preferisco la prosa alla poesia, leggo quasi esclusivamente scrittori inglesi e sono allergica a russi e sudamericani ad eccezione di J.L. Borges. Non mi ritengo pertanto particolarmente intellettuale, ma ho frequentato liceo e università come tutti i miei amici e colleghi italiani e volente o nolente ho assorbito le nozioni prescritte dal programma ministeriale: la famigerata cultura di base.
Sono pertanto sempre più sconcertata nel constatare la povertà culturale dei miei colleghi e amici locali che pure hanno frequentato scuole equiparabili al liceo e all’università italiana perchè qui in Olanda i protocolli di assunzione sono rigidissimi e non si può nemmeno pensare di entrare in un’azienda senza il diploma HBO, che non è una televisione via cavo Americana ma un tipo di università non accademica di livello equiparabile alla scuola superiore di comunicazione. Nonostante questo, nessuno di loro sa una parola di Greco o Latino, per cui quando quattro anni fa è stato presentato il progetto Blue Delphi abbiamo dovuto spiegare a tutti chi era la Pizia e se lo chiedo oggi i più se lo sono dimenticati. Inoltre non hanno mai, non dico letto, ma sentito parlare di Dante, Chaucer e Shakespeare. Voglio dire, non è che io abbia letto tutti i racconti di Canterbury o i sonetti di Shakespeare e a suo tempo ho mollato la spugna della Divina Commedia al Purgatorio, ma conosco autori e opere in questione: l’ho imparato a scuola, fa parte della cultura generale. Qui invece chiunque non abbia fatto il classico (cioè il 99% della popolazione) è completamente privo di qualunque nozione di storia dell’arte, letteratura e filosofia e non ho indagato oltre per non deprimermi ulteriormente.
In un documentario della TV di stato sui pericoli dei videogames, ad un certo punto si è parlato di un gioco particolaremente violento: Dante’s Inferno. Commento: il gioco è basato su un romanzo medievale. Dante, il protagonista, arriva con la sua compagna Beatrice alle porte dell’inferno e viene costretto a passare per sette mondi corrispondenti ai sette peccati capitali. Non sono certo una fanatica di Dante ma vederlo ridotto a scrittore di fantasy mi ha provocato un moto di ribellione. Tornando a Lost (la serie televisiva), in una conversazione con un gruppo di colleghi altrettanto appassionati mi sono lasciata sfuggire un “si conferma una versione moderna di Paradise Lost” per poi pentirmene amaramente: un cerchio di silenzio, sorrisi congelati e occhi vacui ha accolto la mia dichiarazione. Ho scoperto allora che i miei colleghi non hanno mai sentito parlare di Milton e adesso lo credono un contemporaneo di Crichton. E a questo proposito mi torna in mente un episodio di qualche anno fa, quando volevo regalare alla mia nipotina decenne un classico della mia infanzia: Piccole Donne. Nijmegen è una città universitaria e vanta parecchie librerie specializzate tra cui una in letteratura infantile. Dopo aver cercato vanamente su tutti gli scaffali, ho chiesto informazioni all’unica impiegata, la quale mi ha guardato come se fossi un rospo e mi ha chiesto “Louisa chi?” Ho incassato il colpo e ho cominciato a cercare alternative. Sono scesa fino ai gialli di Nancy Drew, senza successo: la libraia non aveva sentito nominare nessuno degli autori che le ho proposto. Ho finito per comprare un autarchico libro di Annie M.G. Schmidt, unica autrice infantile presente insieme ad Astrid Lindgren (Pippi Calzelunghe). Adesso che Matteo è in età da letture sto esplorando il panorama dei libri per ragazzi e sono agghiacciata dal livello generale dell’offerta. Dico solo che se ai miei tempi fossi stata costretta a leggere questa palta avrei sviluppato – proprio come Matteo – un profondo disprezzo per la letteratura.
Per finire in bellezza, il quotidiano online più popolare ha aperto una sezione cultura. Gli articoli di oggi: L’ultimo film con Carice Houten, Rihanna in concerto ad Arnhem, Typhoon & New Cool Collective tornano sul podio, successo di Iggy Pop a Pinkpop Classic e il ritorno di Annet Malherbe nel serial Gooische Vrouwen.
O tempora, o mores.
Di paola (del 15/04/2010 @ 23:57:02, in diario, linkato 120 volte)
Ho esitato molto a mettere un argomento così intimo in un diario pubblico, ma giacchè a suo tempo non ho avuto problemi nel riportare la mia gravidanza e la sua spettacolare conclusione, mi sembra quantomeno doveroso scrivere adesso della più grande – e forse ultima – tempesta ormonale che sto vivendo. Ebbene sì, per noi nate all’inizio degli anni sessanta si avvicina sempre più la resa dei conti. Non c’è botox che tenga: la menopausa ci attende alla fine del tunnel e vi posso confermare che non è una passeggiata. L’olandese ha una parola molto dignitosa per questo evento che chiude definitivamente la porta della nostra femminilità per consegnarci al limbo della terza età: overgang significa letteralmente passaggio e tace diplomaticamente la destinazione. In Olanda, donne e uomini che compiono cinquant’anni hanno diritto ad una festa speciale: nel giardino del festeggiato si usa appendere bandierine e altri parafernalia a tema in modo che tutto il villaggio sia informato dell’evento e il neocinquantenne viene chiamato quel giorno rispettivamente Sarah o Abraham. Fino ad ora non avevo mai fatto molto caso all’usanza, ma da quando i miei ormoni hanno ricominciato a ballare il merengue mi viene un groppo in gola alla vista di questi simboli della resa e sto già meditando di darmi alla fuga quando toccherà a me.
Tornando al dunque, i sintomi della menopausa sono talmente vaghi e diversificati che ci ho messo un paio di mesi a capire che cosa mi sta succedendo, soprattutto perchè il sintomo principale non si è ancora appalesato – ma a questo proposito sono stata informata che l’intero affare si può protrarre per diversi anni per cui la festa è appena incominciata. Chieste delucidazioni a mia madre mi è arrivata la solita risposta vaga e confusa, del resto non avrei dovuto aspettarmi altro da una donna che definisce le doglie un mal di pancia più forte del solito e non riesce a specificare quanta farina, zucchero, burro e uova ci vogliono per fare la pastafrolla. Ci sarebbe voluta mia nonna, che a suo tempo mi aveva accuratamente descritto tutti gli orrori del parto minuto per minuto, ma purtroppo è riuscita solo a trasmettermi la ricetta della pastafrolla prima di lasciare questa valle di lacrime. Ho quindi cercato di intavolare il discorso con tutte le mie amiche e colleghe coetanee o più anziane ma queste sono state ancora più vaghe di mia madre per non dire decisamente evasive: se dovessi credere loro la menopausa non esiste e mi conviene continuare a ritagliare i buoni sconto degli Always fino al 2030. Ero quasi rassegnata a dovermi affidare a wikipedia, ma fortunatamente mi sono ricordata della moglie del mio cugino di Bari, quella che mi ha preso in disparte quando il vikingo ed io siamo andati in visita pastorale per mostrare il pargolo al parentado e mi ha sussurrato complice: fai bene a stare in Olanda, qui un figo simile non lo riusciresti a tenere manco una settimana! E ho pensato che lei era la persona giusta a cui rivolgermi. Non mi ha deluso e mi ha intrattenuto per una gustosa mezz’ora su tutti i sintomi ed i rimedi correlati, roba da fare invidia a mia nonna. Mi ha anche confortato sul fatto che quando la (secondo lei lunghissima) fase di passaggio sarà finalmente finita, sarà una vera liberazione, proprio come il parto. In attesa del lieto evento mi sono fiondata in un negozio di rimedi naturali per cercare sollievo e ho scoperto che il trifoglio rosso viene usato fin dai tempi di Cleopatra per contrastare emicrania e sbalzi di umore e può essere associato alla salvia per combattere le vampe di calore. Me ne sono subito fatta un’overdose e grazie a ciò adesso riesco a dormire la notte e pare, sembra, forse, mi dicono dalla regia che l’emicrania è sparita, ma sugli sbalzi di umore ho paura che ci vorrà qualcosa di più radicale, diciamo al livello di prozac o pere ormonali. Siccome sono un’ottimista nata, sto compilando una lista di vantaggi del mio stato, primo tra tutti il fatto che finalmente non ho più freddo ai piedi e alle mani e se vi pare poco vi invito a mettere entrambi in frigorifero per una settimana poi ne riparliamo. Secondo – ovviamente – la diminuzione dello sconforto mestruale, anche se qui devo dire che la dieta no fat no carb da 1000 calorie giornaliere e le 5 ore di palestra settimanali del decennio scorso erano state enormemente più efficaci: non c’è nulla come l’anoressia per eliminare la PMS (e le mestruazioni ad essa correlate, ovviamente). Sto ancora cercando il terzo vantaggio ma al momento non mi viene in mente altro. E adesso vado ad informarmi a quali bassezze bisogna arrivare per farsi prescrivere il prozac qui. Vi tengo informati.
Di paola (del 06/04/2010 @ 07:50:32, in diario, linkato 171 volte)
In occasione del weekend pasquale, contraddistinto da tempo variabile e temperature sotto la media stagionale, la TV di stato ha mandato in onda La passione del cristo secondo Mel Gibson, la BBC The Sound of Music e RTL Jesus Christ Superstar, alle 22.30, sulla rete che trasmette repliche di sceneggiati e talk show americani per casalinghe. Qualche anno fa il musical meritava ancora il prime time sulla rete capolista, ma le vicende degli ultimi tempi hanno notevolmente compromesso l’immagine del cattolicesimo, da cui il declassamento - inutile e stupido, in quanto i miei coetanei sanno benissimo che JCS è un’opera rock giudicata blasfema e censurata praticamente da tutte le istituzioni religiose fin dalla sua uscita su vinile nel 1970 (la versione teatrale è del ’71 e quella cinematografica del ’73). Per tutti gli altri: nell’opera in questione, che narra le vicende dell’ultima settimana della vita di Gesù, il protagonista non è Gesù ma Giuda, che spiega e dibatte appassionatamente la ragione politica che lo ha portato al tradimento e mette in dubbio la natura divina del nostro. Anzi, ora che ci penso non mette in dubbio proprio niente: la rifiuta categoricamente (you’ve started to believe the things they say of you, you really do believe this talk of god is true, and all the good you’ve done will soon be swept away: you’ve began to matter more than the things you say)! In questo è appoggiato dalla Maddalena (he’s just a man), da Ponzio Pilato (who is this Jesus, why is he so important? You jews produce messiahs by the sackful) e ovviamente dai perfidi sacerdoti del tempio che decidono e pianificano freddamente l’arresto e la morte del nostro con uno stile che nulla ha da invidiare alla CIA (I see bad times arising: the crowd crown king Jesus which the Romans would ban. I see blood and destruction: our elimination because of one man. So like John before him this Jesus must die, for the sake of the nation this Jesus must die). Nell’opera, Gesù viene presentato come un uomo stanco e confuso, solo contro l’enormità del compito che gli è stato assegnato da un potere di cui nemmeno lui capisce i fini, martire suicida di una causa oscura e Pilato è l’unico a capire l’orrore della sua posizione (Don’t let me stop your great self destruction. Die, if you want to, you misguided martyr. I wash my hands of your demolition, die if you want to, you innocent puppet). L’apoteosi dell’opera vede un Giuda scintillante, vestito di bianco, rivolgere domande spietate ad un Gesù dimesso e muto, domande che ovviamente rimarranno senza risposta: who are you? Do you think you’re who they say you are? Did you know your messy death would be a record breaker? Is Budda there with you? Could Mahomet move a mountain or was it just PR? Il film finisce senza alcun segno di una possibile resurrezione: gli attori lasciano il set e gesù appeso alla croce.

Come dite? So il testo a memoria? MA CERTO! E ai miei tempi scolastici ho lottato altrettanto inutilmente per rendere l’apprendimento del testo obbligatorio al pari (o meglio ancora al posto) della Divina Commedia. Di JCS sono ancora in grado di recitare a richiesta ogni battuta fornendone commento informato, mentre della Divina Commedia ricordo a malapena qualche versetto fuori contesto. Posso anche affermare senza tema di smentita che nella vita mi è stato più utile conoscere JSC della DC, se non altro per cominciare a dubitare dei dogmi ecclesiastici e diffidare dalle motivazioni del potere costituito.
Se poi penso che The Sound of Music ha vinto ben 5 Oscar e JCS manco è stato nominato mi irrito ancora di più. Non c’è giustizia a questo mondo, per questo duemila anni fa chi prometteva giustizia nel regno dei cieli ha avuto tanto successo e se la promessa veniva direttamente dal figlio del re dei cieli era più credibile di quella fatta da un comune portavoce. Da allora non è cambiato nulla: tutto ciò è molto rassicurante. Ogni tanto bisogna tornare back to basics, altrimenti ci si smarrisce nel labirinto di specchi che è la nostra realtà.
Buona pasqua.
Di paola (del 22/03/2010 @ 19:57:36, in diario, linkato 190 volte)
Da qualche settimana i riflettori mediali sono puntati sulle norme e sui valori della società olandese. Norme e valori ormai alla deriva, come le rivelazioni delle vittime di preti pedofili e i sempre più efferati omicidi di bambini innocenti per mano di familiari e conoscenti testimoniano. Lo scandalo dei preti pedofili sta allargando a macchia d’olio: fioccano denunce, si accendono dibattiti e fervono commenti. Sulle prime pagine dei quotidiani, a caratteri cubitali, la notizia che il Vaticano è in trattativa con la più prestigiosa società di assicurazioni olandese per garantire il risarcimento danni alle vittime delle molestie, equiparato per fini assicurativi alle cicatrici a seguito di incidenti. Interessante il particolare che il Vaticano ha istituito l’assicurazione sulla scorta dell’esperienza americana e australiana. Meno in rilievo qui la connessione tra gli internati tedeschi e il Papa, in compenso si sprecano interviste a sedicenti vittime, che poi sono sempre le stesse perchè anche a grattare il fondo del barile più di una dozzina di casi in trent’anni non si sono trovati: l’Olanda non ha certo le dimensioni di USA e Australia, con gran dispiacere dei giornalisti.
Quello che più mi ha colpito è stato l’intervento al talk show serale della terza rete di un portavoce della locale curia che ha valorosamente difeso per mezz’ora le ragioni del celibato contro gli attacchi selvaggi di ben tre giornalisti, uno scrittore ed un comico – inutile dire, protestanti o atei. Sebbene non condivida norme e valori cattolici, soprattutto in tema di celibato, ho provato pietà per il prete portavoce e l’intera vicenda mi ha ricordato i primi martiri cristiani. In fin dei conti un talk show televisivo è la versione moderna del pasto dei leoni al Colosseo, soprattutto quando la diatriba verbale è tragicamente impari. Che cosa può infatti un prete educato in seminario e condizionato da quarant’anni di servizio in chiesa di fronte alle provocazioni estreme di altrettanto stagionati animali da palcoscenico che spaziano dalle polluzioni notturne all’omosessualità nelle comunità ecclesiastiche, marinare e carcerarie? Che risposta può mai dare un intellettuale latinista al comico che ha raccontato in diretta ai telespettatori una barzelletta talmente sconcia che non solo stento a riportare, ma mi chiedo con quale diritto la televisione di stato si permetta di trasmettere all’ora di cena, con almeno 20% di telespettatori minorenni. Con tutto il rispetto per la tragedia degli ex-bambini molestati e con tutto il disprezzo per l’abuso di potere dei preti pervertiti, mi appello alla convenzione di Ginevra, se non al comune senso del pudore, che impone rispetto per i rappresentanti innocenti di un potere nemico e vieta le torture ai prigionieri di guerra.
Diametralmente opposto il trattamento della stampa nei confronti dell’omicidio più efferato del momento: Milly, dodicenne, scolara modello, abitante in un tranquillo quartiere residenziale di provincia identico a quello dove vive il 90% delle famiglie olandesi, è stata prelevata con forza da casa sua, forse stuprata e successivamente uccisa e seppellita in giardino dal suo vicino di casa ventiseienne, poliziotto. Tra la notizia della sparizione e il ritrovamento del cadavere c’è stato il solito circo mediale, dopodichè un compatto silenzio-stampa, sicuramente richiesto e ottenuto dal dimissionario ministro dell’interno e dal capo della polizia. Un simile delitto infatti getta una luce sinistra su tutta la forza dell’ordine, a partire dai criteri per il reclutamento dei cadetti fino alla maniera in cui sono state condotte le indagini. Pare infatti che l’ultima frase detta da Milly alla madre, per telefono, sia stata: “Metto giù che devo aprire la porta al vicino.” Da allora è passata una settimana e se non fosse stato per la confessione spontanea dell’omicida la forza dell’ordine sarebbe ancora a fare ricerche a vuoto.
Non voglio fare classifiche di efferatezza tra poliziotti psicopatici e preti pedofili, mi auguro solo che per entrambi sia prevista una breve ma intensa permanenza in carcere tra i delinquenti comuni che notoriamente hanno poca empatia e compassione per entrambe le categorie. Constato solo l’aberrazione mediale dei tempi correnti e la deriva delle istituzioni, per la quale adesso non so più che istruzioni dare a mio figlio in caso di necessità o pericolo: certo non posso raccomandargli di rivolgersi ai vicini, alla polizia o alla parrocchia locale.
Sarà per questo che tre politici illustri, tutti ministri del dimissionario governo, hanno dichiarato nel giro di tre giorni di voler abbandonare la vita pubblica per dedicarsi alla famiglia trascurata dalle 120 ore di lavoro settimanale. Di fronte a simili dichiarazioni è lecito il sospetto che i suddetti abbiano segretamente stipulato un bel contratto come commissari degli enti parastatali da loro supervisionati durante il mandato governativo. Mi piacerebbe invece poter credere che nella coscienza di questi tre signori si sia accesa una fiammella di consapevolezza che il dovere primario di un adulto sia quello di proteggere la propria famiglia e non quello di delegare alle istituzioni la cura dei figli per potersi dedicare ai propri interessi personali, tra cui il carrierismo sfrenato. Sarebbe un pensiero confortante e un forte segnale di rinnovamento in una società sempre più sull’orlo del baratro.
Di paola (del 07/03/2010 @ 11:47:17, in diario, linkato 320 volte)
Complessivamente ho passato più di un terzo della mia vita in paesi anglosassoni e sono pertanto più che abituata alla pessima immagine che gli italiani hanno all’estero. Non è difficile considerando che anche in Italia passavo più tempo a vergognarmi dei miei compatrioti che a godere sole, mare, pizza e mandolini.
Tra il 1979 e il 1982 sono stata ogni estate in vacanza-studio in Germania e ogni tedesco a cui venivo presentata chiedeva invariabilmente: Gastarbeiter? E successivamente si mostrava molto scettico alla mia dichiarazione che ero una studentessa di lingue in erba. Nel 1987 sono sbarcata a Londra per un progetto lavorativo di due anni e ho potuto constatare che l’apartheid non è un’esclusiva Sudafricana e non si limita ai nostri fratelli neri. Comprensibile se si considera che per l’inglese medio l’Italia era sinonimo di corruzione, mafia, malgoverno e pornografia televisiva [gli spogliarelli su Antenna 3] e gli italiani un popolo totalmente inaffidabile in base al loro scandaloso comportamento durante la seconda guerra mondiale. Fortunatamente per noi, l’era thatcheriana stava per finire e la new wave culinaria stava per arrivare, così quando il mio progetto si è trasferito a Bruxelles potevo contare su un paio di amicizie inglesi tra i radical chic che sorvolavano signorilmente sul nostro passato bellico e apprezzavano il made in Italy. Moda, mondiali e mani pulite hanno risollevato l’immagine dell’Italia negli anni novanta, per cui, arrivata in Olanda, ho trovato un terreno decisamente meno ostile.
Poi il pelatone è andato al governo e ci ha riprecipitati nel pozzo dell’ignominia. Vi risparmio gli articoli sarcastici e le vignette satiriche a cui sono quotidianamente esposta, vi risparmio anche i sorrisetti ipocriti e le battutine taglienti a cui sono sottoposta ogniqualvolta il pelatone ne combina una delle sue; come dicevo, ho un buon allenamento e la pelle dura. Siccome gli olandesi sono ipocriti tanto quanto gli Inglesi, hanno inventato un bellissimo neologismo che usano largamente: Italiaanse toestanden, ovvero, condizioni italiane. Mafia, malgoverno, corruzione, delinquenza e abuso di potere sono Italiaanse toestanden, insomma: tutto quello che ci distingue negativamente dall’Europa civile.
Ma, con mia grandissima sorpresa, col passare degli anni ho cominciato ad avere dei deja vu. Illustri personaggi olandesi mostravano raccapriccianti similitudini con la sbeffeggiata classe politica italiana. Il nostro dimissionario presidente del consiglio (CdA, la versione locale della DC) ha un profilo andreottiano. Nella serie piccoli emuli del pelatone troviamo John de Mol e Pim Fortuyn, entrambi repentinamente neutralizzati, rispettivamente dal giudizio del popolo e da un sicario – si sussurra prezzolato dai servizi segreti. Nella serie piccoli emuli del Bossi pre-ictus troviamo Rita Verdonk e Geert Wilders - al momento ancora vivi e vegeti - e di colpo i deja vu si sono trasformati in un corridoio apocalittico. Negli ultimi otto anni sono caduti ben quattro governi: in pratica nessun gabinetto è mai arrivato alla conclusione del mandato. Gli scandali dovuti alla corruzione governativa si susseguono sempre più serrati – finora sono stati tutti puntualmente insabbiati ma adesso la misura è colma e non basta tutta la sabbia del Sahara a coprire lo sfacelo delle istituzioni: nell’ultimo anno abbiamo avuto più crisi di governo che stagioni, rimpasti e voti di fiducia sono diventati procedure standard. L’ultima crisi di governo si è risolta con la caduta dello stesso mentre eravamo in vacanza in Italia: non potevo credere ai miei occhi quando ho letto i titoli sull’NRC e nella mia confusione linguistica ho controllato che non stessi leggendo la Repubblica. Voglio dire, quando ti trovi davanti, a titoli cubitali: “Caduto Balkenende IV” con tanto di foto di un Andreotti in versione quarantenne, hai tutti i diritti di chiederti se sei finita in un buco spaziotemporale e stai viaggiando in un universo parallelo.
Quindi, di nuovo elezioni anticipate, con lo spettro dei neofascisti Wilders e Verdonk che come Bossi risucchiano i voti dei delusi da CdA (DC) e PvdA (PD) a colpi di demagogia di bassa lega, tipo olanda agli olandesi e fuori tutti gli immigrati che mangiano a spese nostre e causano solo problemi in quanto delinquenti nati. Inutile dire che ne’ l’uno ne’ l’altra hanno alcun programma politico degno di questo nome e proprio per questo sono mine vaganti.
Martedì scorso, alla vigilia delle elezioni comunali che – come in Italia – vengono considerate rappresentative per i risultati delle elezioni politiche, durante un dibattito televisivo un illustre commentatore politico ha espresso la sua preoccupazione che il sistema elettorale corrente (proporzionale corretto) avrebbe reso l’Olanda ingovernabile: già adesso non si riesce a formare un governo con meno di tre partiti, figuriamoci se bisogna arrivare al pentapartito con Wilders e Verdonk! Italiaanse toestanden, ha risposto l’anchorman, al che c’è stato un silenzio imbarazzante e un altro giornalista ha commentato: in Italia le chiamano Nederlandse toestanden. Dopodichè tutti hanno cominciato guardingamente ad esplorare i vantaggi di un sistema elettorale maggioritario.
Non so voi, ma io sto guardingamente esplorando i vantaggi di una possibile emigrazione in qualche Banana Republic: probabilmente lì si sta meglio.
Di paola (del 24/02/2010 @ 22:25:52, in diario, linkato 115 volte)
L’Olanda è sotto shock. Non perchè domenica è caduto il governo Balkenende IV sulla questione Uruzgan dopo aver perso la fiducia sulla questione Irak e aver fatto una figuraccia di propozioni bibliche nell’inchiesta sulla Noord-Zuidlijn di Amsterdam e nemmeno perchè la Goldman-Sachs ha distribuito ai suoi dirigenti americani bonus miliardari mentre qui si annunciano licenziamenti e fallimenti a catena. No, l’Olanda è sotto shock perchè ieri sera Sven Kramer è stato squalificato nella finale dei 10.000 metri pattinaggio di velocità alle Olimpiadi invernali di Vancouver.
Lo so che a voi questo non dice assolutamente niente, per cui mi tocca la mission impossible di cercare di farvi capire chi è Sven Kramer e perchè è più importante di della crisi politica e finanziaria.
Sven Kramer è un ragazzo frisone di 23 anni, che negli ultimi quattro anni ha vinto tutti i campionati di pattinaggio sul ghiaccio a cui ha partecipato ed è tuttora il pattinatore più veloce del mondo sulle lunghe distanze (tipicamente 5 e 10 km). Ha battuto e migliorato ripetutamente tutti i record di velocità, detiene il record mondiale e olimpico sui 5000 e – anche se compromesso dalla squalifica di ieri – quello dei 10.000 metri, perchè ha completato il percorso in ben 6 secondi meno del primo classificato ufficiale. E non è la prima volta. A Salt Lake City il suo record – ancora imbattuto – è di 12.41.69. Tanto per capirci, il record olimpico ufficiale di ieri è stato di 12.58.55.
Sven Kramer è una leggenda, è un mito impareggiabile che fa sognare l’Olanda intera. La sua faccia pulita e sorridente da bravo ragazzo ne fa il figlio e genero ideale di tutte le mamme olandesi, suo fisico divino ne fa un figo pazzesco per il resto di noi. Incredibilmente foto- e telegenico, appena la telecamera lo inquadra in tuta da gara ai blocchi di partenza tutti gli altri atleti sembrano delle mezze seghe. Appena apre bocca per rilasciare una qualunque dichiarazione i microfoni si liquefanno. Tutti adorano Sven e da ieri ho capito perchè. Non avevo mai visto ‘Sven the man’ in azione e non capisco una sega di pattinaggio, ma mi è bastato seguire la gara delle sei coppie di concorrenti prima di lui per capire la differenza-Kramer. Gli altri corrono, si sforzano, soffrono e ansimano, Sven invece si diverte! Vola leggiadro e sorridente in un tripudio di muscoli gioiosamente guizzanti, apparentemente senza sforzo e senza peso come Fred Astaire e taglia il traguardo rilassato e fresco come una rosa. Vi giuro: è un’esperienza quasi erotica. Vedere per credere e soprattutto ascoltare il mio cabarettista preferito su di lui. Cito a caso:
”Ieri Sven Kramer ha vinto con soli 4 secondi di distanza dal secondo classificato, ma al traguardo si è accorto di avere ancora addosso lo zaino con tutti i vestiti e i pattini di ricambio.”
“Il comitato ha deciso di dare a Sven Kramer da ora in poi una medaglia di platino, cosí anche gli altri hanno la possibilità di vincere qualche volta una medaglia d’oro.”
“Alla domanda perchè Sven Kramer non fosse arrivato primo alle qualificazioni per i campionati del mondo il nostro ha borbottato: la prossima volta mi devo ricordare di mettere il pattino sinistro sul piede sinistro e quello destro sul destro.”
“E ricordiamoci che il nostro Sven ogni tanto può anche arrivare secondo (risata generale). Sí lo so, questa è la mia battuta migliore.”
Per un paesucolo di dimensioni lillipuziane e dall’ego smisurato come l’Olanda, Sven Kramer è una sicurezza di riscatto dalla mediocrità e l’unica speranza di vincere qualche medaglia d’oro alle Olimpiadi, soprattutto adesso che Marianne Timmers – suo equivalente femminile sulle distanze brevi - è rimasta a casa per una caviglia rotta. Il pattinaggio di velocità è lo sport e l’orgoglio nazionale e Sven è il suo profeta.
La squalifica di ieri sera è stata una tragedia inaspettata, assurda e incomprensibile. Sven aveva praticamente già vinto la gara al 5° chilometro, con un intermedio di oltre 2 secondi inferiore al primo classificato. Sven era l’ultimo pattinatore in gara, il suo diretto concorrente aveva un intermedio di 3 secondi superiore al primo classificato, niente e nessuno separava l’Olanda dalla scontatissima quanto meritatissima medaglia d’oro. Al km 6,6 il coach di Kramer urla qualcosa e segnala freneticamente con la mano, Sven esita per una frazione di secondo, scavalca il cono che separa la pista esterna dalla pista interna e passa sulla pista interna. Due infrazioni fatali: lo scavalcamento del cono separatore è già da solo un’infrazione da squalifica, ma il peggio è che Sven sta ora pattinando sulla pista sbagliata! Cala un silenzio di gelo sullo stadio, i cronisti sportivi sono confusi, ripresa sul coach che sfoggia una perfetta imitazione del famoso Urlo di Edward Munch e dopo pochi minuti appare la scabrosa notizia sullo schermo dello stadio: Sven Kramer è stato squalificato. 6,7 milioni di olandesi (50% di share) sono paralizzati di fronte ai televisori, lo stadio è pietrificato dall’orrore. Ma come? Ma chi? Ma che cosa? Confusione generale tra i cronisti, momenti di panico. Le riprese dell’infrazione vengono ripetute ad nauseam, forse per farci abituare all’idea impossibile che Sven ha scavalcato un cono separatore e sta pattinando sulla pista sbagliata. Conclude la gara tra un silenzio imbarazzante, il coach si avvicina e vediamo in diretta il suo sorriso trasformarsi in una maschera di rabbia, come un bambino a cui sia stato tolto un giocattolo. Il coach è terreo. Sven lo spinge via, gli scaglia addosso gli occhiali da gara, batte i piedi. La sua trasformazione in bambino bizzoso è spaventosa. Lo chef de mission olandese si avvicina per consolarlo e le telecamere riprendono il suo lamento in diretta, successivamente censurato: “die klootzak, godverdomme, hij stuurt me naar binnen!” (quel coglione, porco..., mi ha mandato [nella pista] interna). 6,7 milioni di olandesi incassano la notizia che il coach si è confuso e ha dato a Sven un’istruzione sbagliata all’uscita dalla curva del 6° km. L’istruzione sbagliata del coach ha fatto perdere la medaglia d’oro a Sven Kramer e all’Olanda.
Qui devo ammirare la civiltà degli olandesi che si sono limitati, sia a Vancouver che in patria, a rimanere in stato di shock silenzioso per il resto della sera. Credo che in Italia i presenti in stadio avrebbero linciato il coach in diretta e lo avrebbero successivamente riportato in patria e appeso per le palle in piazzale Loreto.
Ora faccio una piccola digressione per analizzare i miei sentimenti. Per chi ancora non mi conosce: io odio lo sport, tutti gli sport ad eccezione di ginnastica artistica, pattinaggio artistico e tennis, non capisco niente di sport e non me ne frega niente di capirci qualcosa. In particolare considero il pattinaggio di velocità una noia mortale al pari del ciclismo e quando il vikingo passa interminabili domeniche pomeriggio a guardare le gare dell’uno o dell’altro in TV io mi addormento sul divano e mi sveglio solo quando suona la sigla di fine gara. Ebbene, io, ieri, sono stata col fiato sospeso per tutti i 12 minuti e 52 secondi della gara di Sven Kramer e ho guardato con orrore crescente il dipanarsi della tragedia. Mi è venuto un groppo in gola e un nodo allo stomaco, mi sono rivoltata quasi tutta notte tra incubi terribili e stamattina ho scanalato come un’invasata tutti i canali TV e radio per sentirmi ripetere ad libitum tutta la vicenda. L’unica spiegazione che posso dare a questa reazione irrazionale è che mi sono fatta travolgere dall’emozione dei 6,7 milioni di telespettatori olandesi, più le decine di migliaia in trasferta.
Sono andata in palestra come tutti i mercoledì mattina: stagionate valchirie casalinghe discutevano appassionatamente la gara di Sven Kramer sui runner. All’Albert Heijn la cassiera cinquantenne commentava la gara di Sven Kramer con le clienti. Alla radio i DJ del mattino erano in piena depressione e i quotidiani hanno riportato la notizia in prima pagina allo stesso livello della notizia sulla crisi di governo, con seguito in politica interna, commenti e pagina sportiva. Perfino la colf marocchina ha commentato: “Povero ragazzo, mi fa tanta pena: quattro anni di allenamenti per niente.”
E nessuno, dico nessuno, esprime il desiderio di linciare il coach e appenderlo per le palle in Leidseplein come a mio modesto e mediterraneo parere sarebbe cosa buona e giusta e fonte di consolazione. Anzi, dalla casalinga alla cassiera dell’Albert Heijn, passando per tutti i commentatori sportivi, c’è grande empatia per il derelitto e confuso coach, la cui carriera è ora definitivamente compromessa - poveraccio.
Misteriosamente invece non c’è alcuna gioia ne’ tantomeno empatia per Bob de Jong, pattinatore olandese arrivato ufficialmente terzo nella stessa gara, che ha salvato la faccia all’Olanda aggiudicandosi un bronzo. “Non meritato!” è il commento indignato generale. Edwin Evers, il DJ radiofonico più famoso e ascoltato del momento, gli ha perfino chiesto con tono stizzoso: “Ma ti pare giusto aver vinto questa medaglia?” al che de Jong ha risposto che nello sport le squalifiche non sono rare e che lui stesso è stato squalificato ben due volte alle Olimpiadi per falsa partenza. Shit happens, life goes on. Evers non ha commentato ma il suo pensiero condiviso da tutti gli olandesi è stato chiarissimo: magari avessero squalificato te questa volta invece di Sven!
E con questo pensiero inespresso concludo il reportage di una giornata tra le più bizzarre della mia vita olandese. Sono emotivamente esausta e non mi sono mai sentita tanto resident alien!
Di paola (del 09/02/2010 @ 08:26:52, in diario, linkato 142 volte)
Il Carnevale sta al Sud cattolico dell’Olanda (Brabant e Limburg) come il Palio sta a Siena. Si tratta di un affare serissimo, definito addirittura il cemento della convivenza civile, che comincia sei mesi prima del martedì grasso con la campagna per le elezioni del principe di Carnevale, riportata con gran rilievo da tutti i quotidiani locali. Ogni villaggio, anche il più minuscolo, elegge il proprio principe, il cui compito sarà di coordinare e presidiare i festeggiamenti il giorno di Carnevale. Le elezioni, che si tengono in tutti i villaggi contemporaneamente l’11 novembre, vengono festeggiate con libagioni smodate, equiparabili a quelle per la festa del compleanno della regina. Eletto il principe, seguono quattro mesi di preparazione dell’evento, che in Brabante e Limburgo assume connotati decisamente differenti. In Limburgo è una cerimonia molto raffinata, tipo carnevale di Venezia, con inni rigorosamente riferiti alla storia della regione, rappresentazioni teatrali in dialetto, abiti da sera in broccato e maschere nei colori de rigueur rosso, giallo e verde. In Brabante invece è un evento molto più spontaneo e alla buona, con gran dispiego di zoccoletti di legno e costumi contadini, corteo dei carri a tema e una pletora di canzoni carnascialesche. Dei carri a tema del Brabante ho già dato ampio resoconto nel 2001 e siccome tutto sommato la tradizione è equiparabile alla sfilata di Viareggio, quello che intendo coprire quest’anno sono le canzoni carnascialesche. E’ da pochi anni infatti che il mio livello di comprensione della lingua mi permette di capire la maggior parte dei doppisensi e dei giochi di parole locali, per cui la mia presa di coscienza di questo fenomeno è abbastanza recente. Per la precisione risale al 2007, anno in cui ho cominciato ad ascoltare con assiduità il podcast della mia trasmissione radiofonica preferita, che non riesco mai a seguire in diretta. Ebbene, le canzoni carnascialesche olandesi sono forse l’ultima manifestazione vivente della goliardia e sottoscrivo volentieri una petizione all’Unesco per il loro riconoscimento come patrimonio artistico da proteggere.
Di diversa opinione è invece il coordinatore nazionale del Carnevale, che ha rilasciato una lapidaria dichiarazione a seguito del successo di una canzone particolarmente scollacciata (cioè, per la morale beghina di qui: in Italia arriverebbe tranquillamente al festival di Sanremo): “Disconosco queste manifestazioni di basso sfruttamento del Carnevale da parte di loschi individui che non capiscono assolutamente la profonda raffinatezza dell’evento.” Che cosa ci sia di profondamente raffinato in un corteo di trattori pilotati da robusti e rubizzi contadini, trasportante maschere di fattura casalinga e gusto estrememente popolare per non dire volgare, nonchè nella successiva ubriacatura collettiva con tutti gli annessi e i connessi del caso, rimane per noi tutti non adepti un mistero. La canzone in questione invece si adatta come un guanto all’atmosfera del periodo, un’atmosfera sicuramente condannata dalla comunità protestante nonchè classe dominante, che sicuramente considera il Carnevale una versione moderna di Sodoma e Gomorra e a cui – credo, altrimenti la dichiarazione non avrebbe senso - il coordinatore nazionale del Carnevale deve leccare il culo per garantire la sopravvivenza della tradizione.
Ma basta con la suspence e veniamo al punto, cioè al testo della canzone incriminata. Per capirne la sottigliezza occorre che facciate un salto indietro e precisamente al diario del 2001, capitolo zachte G. La zachte G (G molle) è il marchio infame dei brabanti, un difetto di pronuncia per il quale vengono spietatamente stigmatizzati e crudelmente sbeffeggiati dagli olandesi ‘boven de rivieren’ che vantano la loro capacità di pronunciare la G come si deve e cioè dura (harde G). Ebbene, il testo della canzone recita: “da quando sono emigrato in Olanda (dal Brabante) tutti mi prendono in giro per la mia G molle, ma io rispondo: avró anche la G molle ma in compenso ho la M dura e se non ci credi chiedi a tua sorella.” Il tutto a tempo di mazurca, con rime facili e metrica perfetta. Ora, io ricordo ancora molto bene che Renzo Arbore nel 1986 ha praticamente vinto Sanremo con una canzone intitolata “Il Clarinetto” (per chi non ricorda, Arbore ha abdicato la vittoria al secondo classificato, un giovane esordiente, Eros Ramazzotti) che a mia memoria era solo poco meno allusiva di questa. Ma senza andare a cercare lontano, nel 2006 Theo Maassen, un cabarettista del Brabante di fama nazionale, durante uno spettacolo teatrale ha cantato una canzonetta che è stata prontamente convertita in singolo ed è balzata al primo posto della classifica nazionale nella settimana di Carnevale del 2007. Titolo: “Piscia tiepida”
Allora, la P è ammissibile ma la M no? Siamo fermi alla fase anale o all’umorismo da prima elementare? Gesù che popolo di repressi!
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Dove sono?
A San Remo.
Che cosa faccio?
Quello che mi pare, finalmente.
C' è altro da dire?
Che vita!
31/07/2010 @ 23.55.59
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